Part 8
«Mettiti in capo ch’io sia la mamma; non è poi molto difficile, mi pare, con un po’ di buona volontà; io ho trovato così facile persuadermi che tu sei mia figlia.... e sì!.... non dovrei sapere che sia l’aver figli, non ne ho mai avuti!
Grazietta avrebbe potuto rispondere che ella invece sapeva che fosse l’avere una mamma, e che appunto perciò.... ma si accontentava di dire sorridendo:
«Mi provo!» E si provava, sbagliando sempre, ingegnandosi di fare le interrogazioni in modo indiretto, usando mille cautele per evitare i pronomi personali e certe costruzioni pericolose.
— Questo canterano starebbe bene qui, diceva la signora Valentina; non pare anche a te Grazietta?
— Benissimo.... e il tavolino da lavoro accanto alla finestra.... non è vero?
— Verissimo.... e il tuo canarino?
— Non sarà meglio metterlo insieme agli altri?
— Sarà meglio sicuro, così avrà qualcuno con cui far quattro ciancie.... Oh! bada un po’, quest’altro tavolino nella tua camera non ci sta.... Dove lo metto?
— Lo met... tiamo nell’altra....
— Quale?
Sebbene Grazietta non si fosse dimenticata che le camere erano quattro, esitò a rispondere....
— In cucina no certo.... e nemmeno in salotto....
— E allora nella mia?....
— Appunto, ci starà benissimo.
E quando ogni cosa fu a posto, la signora Valentina pigliò per mano la fanciulla, e reggendo un lume coll’altra, visitò la cucina, il salotto, le due stanze da letto, ammirando e facendo ammirare la buona figura che facevano.
«E vedrai domattina, quando vi entrerà il sole, quando avrò tolto la polvere ai mobili, quando avrò spazzato il pavimento e le scale.... Ora è tardi; ti accendo il lume, e si va a letto; lascio aperto l’uscio della mia camera.... se avrai bisogno di me, chiama forte; non ho il sonno leggiero.... e non ti stare a levare finchè non sia su io.... un bacio e buona notte....
— Buona notte.
La signora Valentina entrò nella sua camera. Grazietta udì uno starnazzar d’ali nella gabbia, e la voce della buona donna, che diceva con accento amorevole:
«Ti sei fatto male? Vediamo, rispondi....
— Che è stato? domandò la fanciulla.
— È stato Arturo; era in cima alla gabbia, ha sognato di volare ed è venuto giù; non si è nemmeno svegliato.... Il tuo Mario dorme; dormono tutti.... dormi anche tu.... Buona notte!
— Buona notte.
Alcuni istanti dopo il lume della stanza vicina fu spento; Grazietta non aveva voglia di cacciarsi in letto, si accostò alla finestra sulla punta dei piedi, ed appoggiando la fronte al vetro gelido, stette un pezzo a guardare l’immensa campagna, che si perdeva nelle ombre della notte. Aveva il cuore pieno di gratitudine, la mente popolata di sogni, di fantasie serene; vedeva nel buio tre faccie buone che le sorridevano: Agnese, il signor Corrado, sua madre; udiva mille parole confortatrici, e dicendo a sè stessa che il mondo era bello, e gli uomini buoni, e preziosa la vita, sollevava gli occhi al cielo per ringraziarlo di averla fatta così felice.
Poi pensava alla sua condizione di prima, alla solitudine delle sue camerette, al vuoto melanconico che la circondava; e vedendosi ora fatta centro di nuovi affetti, oggetto di tanti pensieri delicati, castellana vezzeggiata in quella casetta gentile, libera di correre nell’orto, di sedersi nel prato di là dall’orto e di spadroneggiare cogli occhi per l’ampia campagna di là dal prato, fino alla linea dei monti, si domandava se tutto ciò non fosse sogno della sua fantasia od opera d’un incantesimo.
Si volse a guardare nella cameretta, e vedendo il lume che ardeva ancora, si affrettò a spegnerlo per non far scialacquo. E allora — proprio come nei palazzi incantati — un raggio di luna entrò nella camera perchè la fanciulla non andasse a letto al buio.
La festa ricominciò all’alba, e furono i canarini a darne il segnale. Subito Grazietta si svegliò, si rizzò a mezzo il corpo, si vide in uno specchio e sorrise; già faceva per levarsi, dimenticando la raccomandazione della signora Valentina, quando costei per l’appunto apparve, più serena, più beata, più tonda della vigilia — così sembrava alla fanciulla — recando una chicchera.
«Il caffè! esclamò Grazietta, ma io non ne piglio mai.
— E tu piglialo ora; ti scalderà; è il mio vizio, sarà anche il tuo, così non sarai perfetta nemmeno tu e non mi farai arrossire.
— Non sono ancora le sei, soggiunse la buona donna, e la _giornata_ non comincia che alle nove; ho tre ore per dar sesto alla casa....
— Ed io che ho da fare?
— Quello che ti piace; intanto che ti vestirai, darò il miglio ai canarini.
E sparve. Poco dopo Grazietta udì una voce che chiamava: «Arturo», e subito uno sbatter d’ali ed un gorgheggio rotto.
«Vediamo, di che umore sei stamane? Hai appetito? Mi canterai l’arietta? Lo piglierai il miglio sulle mie labbra?
Quest’ultima interrogazione pareva fatta a denti stretti, e il canarino, che aveva avuto risposta pelle precedenti, per questa non ne ebbe.
«Edmondo!» Nuovo sbatter d’ali e nuovo gorgheggio; e la signora Valentina colla stessa inflessione di voce:
«Come stai? Bene, anch’io. Sei di buon umore? Tanto meglio; la canterai l’arietta? Lo tirerai su il secchiello? Vediamo....
La curiosità vinse la fanciulla; mezzo vestita com’era, s’affacciò al vano dell’uscio e vide la signora Valentina seduta, con Arturo sull’omero, e vide Edmondo tutto intento a tirar su col becco un secchiolino pendente fuor della gabbia, e vide all’interno altri sette canarini, che si tenevano in fila sopra un bastoncello, aspettando in silenzio d’essere chiamati a nome.
La signora Valentina attendeva a quelle funzioni colla massima gravità.
«Eugenio!» Un altro uccello si staccò dalla schiera, venne sull’usciolino aperto e di là sul petto della signora.
— Bello! Bello! esclamò Grazietta; oh! come ha fatto ad educarli così?
— «Come hai fatto?» — si dice.
— È vero.
— Dillo.
— Come.... hai fatto?
— Semplicemente considerandoli come personcine, che hanno cervello, parlando loro sul serio, in modo chiaro, pacato e logico....
— La comprendono?
— «Ti comprendono?» devi dire....
— Sì.... Ti comprendono?
— A meraviglia, lo vedi tu stesso.... «Viola!»
E Viola venne anch’essa sull’uscio, poi sull’omero della dispensatrice del miglio.
— Fa pietà, soggiunse la signora Valentina, vedere come gli uomini trattano gli animali: a gesti, a grida senza senso — bisogna pigliarli sul serio, far loro dei ragionamenti chiari, pacati e logici, allora stanno attenti e capiscono.
Grazietta uscì a ridere; non era persuasa.
— È qui lei? disse Valentina, si faccia innanzi, si stirerà le braccia poi, signor poltrone.
Il gatto nero, così interpellato, continuava a stirarsi allungando il corpo, e non si dava pensiero di affrettare; ma finalmente venne, diede un paio di capate contro le gambe della signora e le si accosciò ai piedi. Allora la signora battè le mani, e subito Arturo, Eugenio, Edmondo, Viola e gli altri vennero con un ciaramellio allegro a svolazzare intorno al micio, che neppur si mosse.
La fanciulla ripeteva: «oh! bello! oh! bello!» e l’educatrice, non punto tronfia dell’opera sua, si rizzò in piedi lasciando cadere una manata di miglio per terra e dicendo che se l’erano meritata. Il gatto nero si scosse, le si attaccò ai calcagni e l’accompagnò in cucina.
Che avrebbe potuto fare Mario, povero ignorantello, in mezzo a quella turba di dotti? Per questo forse, quando Grazietta gli aprì la gabbia, non volle uscire, accontentandosi di beccare il miglio sulle mani della padroncina.
«Tu non sai tante belle cose, le imparerai anche tu, diceva Grazietta, imitando senza volere il tono della signora Valentina.
E parve proprio che Mario avesse capito, perchè rispose, salvo errore: «Io so cantare!»
E cantò così bene, in un tono acuto, un’arietta tanto allegra, tempestata di gorgheggi così difficili, che la fanciulla battè le mani. Gli altri canarini si provarono a fare altrettanto, ma la vocetta di Mario sorpassava tutte le altre.
Poi Grazietta finì di vestirsi, scese in cucina, aiutò la _mamma_, e finalmente aprì l’uscio, che metteva nell’orto, e spinse gli occhi estasiati nell’immensa campagna.
XV.
Visite.
Verso il mezzodì venne Agnese.
Venne a piedi, vestita d’abiti modesti, col velo sugli occhi, col cuore agitato; attraversò la via deserta a passo frettoloso, guardandosi intorno; all’atto di passare sul ponticello, che metteva nel prato, alcune donne, che risciacquavano dei panni, non sollevarono nemmeno le faccie bronzine. Allora si lanciò a correre.... eccola all’uscio di casa, in salotto, nelle braccia della sorella.
«Nessuno mi ha visto! le disse fra due baci. Come stai?
— Benissimo rispose Grazietta, se sapessi come è bello qui.... Vuoi venir di sopra nella mia camera?.... vuoi vedere i canarini?....
— Sì, vengo....
— Non ti dispiace che la signora Valentina sappia che sei qui?.... domandò la fanciulla titubando....
— E perchè mi dovrebbe dispiacere?....
— Non so.... entrando hai detto: «nessuno mi ha vista;» sei venuta in segreto?
— Pazzerella! Signora no, non sono venuta in segreto.... ma quando ho infilato la via Lesmi, vedendo che non vi passava anima viva, ho cominciato a dire: «scommetto che non passerà nessuno prima che io sia giunta al portone,» e poi ho detto: «ah! se passasse qualcuno, quale disgrazia!....» Mi pareva di essere il tuo innamorato e che dovessi venire a donarti un bacio di nascosto, come nei romanzi.... Vediamo, non sei tu il mio amore, non son io il tuo innamorato? Rispondi.
— Ecco, rispose Grazietta, e sollevandosi sulla punta dei piedi scoccò un bacio sulle guancie vermiglie della sorella; poi le buttò un braccio al collo e la trasse su per le scale. Sul pianerottolo si sciolse dal nodo amoroso, sorrise e disse: «la spensierata che sono!....»
Non altro. La sorella comprese, titubò.
«Che fa ora la signora Valentina?
— Lavora.
— La disturberemo, disse Agnese.... e ci disturberà; stiamo da sole finchè è possibile, scendiamo in cucina, andiamo nell’orto, fa un bel sole.
Grazietta trasse un lieve sospiro.
— Torneremo su dopo, aggiunse Agnese in risposta a quel sospiro, voglio conoscere i canarini....
— Sì?.... allora tanto meglio, scendiamo pure nell’orto, vedrai, vedrai....
Scesero nell’orto.
Febbraio era stato mite, e negli ultimi giorni anticipava alla campagna i tepori di marzo; la natura, già uscita dal sonno invernale, aveva aperto lo scrigno inesauribile; ogni pianta mostrava le sue gemme, nei solchi, fra due filuzzi di neve scintillanti al sole, si affacciava il primo verde.
Era vasto l’orto, il prato era immenso, e più oltre la campagna, solcata da filari di olmi o di gelsi, pareva uno scacchiere infinito; più lungi ancora, dietro un velo di vapori, i bei giganti canuti! Quale incanto! Grazietta aveva passata l’infanzia in un ammezzato, e quasi non credeva che da Milano si potesse godere uno spettacolo così bello. E chi l’avrebbe detto che in Via Lesmi c’era un paradiso simile?
Agnese imitava la fanciulla, chinandosi a guardare un insetto, un filo d’erba, un germoglio, cercando anch’essa colla medesima curiosità ingenua..., che cosa?... ed era bello veder quelle due teste bionde riavvicinate, quei due volti così diversamente leggiadri, animati dallo stesso affetto.
«Ah!
— Che è stato?
— Una viola!
Grazietta, che l’aveva trovata, era nel suo diritto mettendola fra i capelli della sorella. «Stanno bene le viole nei capelli biondi.» Agnese lasciò fare, lasciò dire, e sorrise melanconicamente.
«Come sei bella!» esclamò Grazietta.
Fecero il giro del prato, tornarono all’orto.
«Vedi, disse Agnese; fra tre settimane al più avrai di bei fiori.... vedi....
— Vedo.... sono giacinti che spuntano!
— Sicuro, sono giacinti!
— Signora no, sono cipolle, disse una voce all’improvviso.
D’onde veniva quella prosa? da un luogo degno: da un filare di cavoli.
Le giovinette risero dello sbaglio, intanto che un omicciattolo, ridente anch’esso, faceva la riverenza.
— Sono l’ortolano, disse; il signor conte, vedano, mi ha dato ordine di fare un giardinetto dinanzi alla casa, e un padiglione in fondo, con un sentiero in mezzo al prato per andarvi.... ne metteremo dei giacinti se ne vogliono, ma quelle lì, vedano, sono cipolle.
Un giardino, un padiglione! Grazietta ebbe la forza di trattenersi dinanzi al _suo_ giardiniere, ma trasse seco la sorella rapidamente per dirle colla felicità negli occhi:
«Un giardino! un padiglione!
— Quanto è buono il signor conte, soggiunse dopo breve silenzio. E come fa ad indovinare ciò che mi dà piacere?
Una nube passò sul volto di Agnese.
— Non è stato qui ieri?
— No, non è stato.
— Non ti ha mai detto nulla?
— Di che.... Ah! sì, mi ha chiesto come facessi a conoscerti; gli ho risposto.... non gli ho risposto.... non ha insistito. Ma giusto, se mi domanda ancora?....
— Puoi dirgli tutto.
— Davvero!.... Anche alla signora Valentina?.... È tanto buona!
— Anche a lei.
— Grazie; così almeno parlerò di te, e non dovrò farmi rossa.
Agnese pose il braccio della fanciulla nel suo, senza dir parola; ma Grazietta era indocile, ogni tanto si fermava, e sprigionando il braccio o costringendo la sorella a curvarsi, si piegava ad esaminare un filo d’erba, un insetto.
«Un bozzolo! esclamò ad un tratto; ed Agnese ripetè:
«Un bozzolo!»
— No, disse Grazietta, non è un bozzolo; vedi, è tondo, è piccino, è bruno.
— No, non è un bozzolo, fece eco Agnese.
— La signora Valentina deve saperlo, andiamo da lei.
— Andiamo da lei....
E via di corsa tenendosi per mano.
— Venivamo a cercarle, disse la _mamma_, che scendeva appunto le scale, ci è una bella visita!....
— Il signor Corrado! esclamarono le due sorelle, e si arrestarono entrambe.
Corrado scese gli ultimi gradini, e venne a stringere la mano alle giovinette, dicendo non so che, ammirando senza averne coscienza la bellezza di quelle due teste bionde, che per la prima volta sembravano proporsi ad un confronto.
Fu Grazietta a rispondere.
«Signor Corrado, disse ella, signora Valentina....
— Lascia stare le _signorie_, di’ Valentina crudo crudo....
«Signor Corrado,.... Valentina, ripigliò scherzosamente la fanciulla, ho l’onore di presentare.... si dice così?.... la signora Agnese, mia sorella.
Non vi era pericolo che Valentina si meravigliasse troppo; essa fece: _oh!_ appena appena; e se vi sono cento modi di fare: _oh!_, la flemmatica signora ne adoperava uno solo per tutti i casi della vita.
Questa meraviglia temperata e pur genuina ebbe virtù di temperare la falsa meraviglia di Corrado. Anch’egli fece _oh!_ appena appena.
— Sissignori, è mia sorella, soggiunse Grazietta, e se non l’ho detto prima, è perchè la cattivella me l’aveva proibito.... Siamo sorelle, ma non abbiamo avuto la stessa madre; per questo essa non porta il lutto, però voleva bene anche lei alla mamma.... Oh! che volevo dire?.... Ecco: Agnese ha uno zio ricco, molto ricco, e molto avaro, e molto cattivo, di cui essa ha paura; questo zio le ha proibito ogni rapporto coi parenti di nostro padre, che era solo un pittore, mentre sua madre era di famiglia nobile.... dico bene Agnese?
Agnese chinò il capo e non lo rialzò.
— Mi spiaceva avere un segreto con lei, signor Corrado; lo conserveremo egualmente bene in tre.... perchè non bisogna che alcuno sappia.... Agnese dice che è meglio, sebbene non vi sia alcun male. Giusto, signor Corrado, lei non sapeva tutto, ma che Agnese ha uno zio lo sapeva.... Lo conosce anche.... Non è vero che è brutto da far paura?
— L’hai visto? domandò Agnese sollevando il capo.
— Una volta, su per le scale.... almeno ho immaginato che fosse lui.... un uomo alto, magro, brutto e vecchio.... non è così?
— È così! rispose Agnese con un filo di voce.
— Che è questo? Lo sa? disse Grazietta a Valentina mostrandole il bozzolo raccolto.
— «Lo sai?» così devi dire, e allora, se io lo so, rispondo.... ma non lo so.
— È un bozzolo, rispose Corrado.
— Un vero bozzolo?
— Sì, lo guardi attraverso la luce....
— Ci è dentro una cosa nera....
— Un bruco.
— Ah! esclamò Grazietta, e fece atto di lasciarlo cadere.
— Una farfalla! corresse Corrado ridendo.
Anche Grazietta rise, poi corse nell’orticello, andò a deporre il bozzolo nel fesso da cui l’aveva staccato, e fu di ritorno in un attimo. Visitarono il salotto e la cucina, poi salirono le scale. Giunti dinanzi alla gabbia dei canarini:
— Vedrai, Agnese, vedrai; disse Grazietta.
Arturo, Riccardo, Viola, Edmondo, Rosa, Eugenio e gli altri vennero sull’omero, sulla mano, sulla testa della signora Valentina, tirarono su il secchio, cantarono o stettero zitti; e la savia educatrice ottenne ogni cosa coll’adoperare la forza persuasiva del suo linguaggio pacato, chiaro e logico.
«Che nomi! disse Corrado.
— Li ho scelti io, rispose la signora; così avrei chiamato i miei figli se ne avessi avuto. Un bel nome non costa nulla; i figli dei poveri non dovrebbero mai chiamarsi Bartolomeo, nè Grisostomo, nè Pancrazio, nè Biagio.... Non ho ragione?
Ne aveva cento delle ragioni, aveva sempre ragione; e poteva mai aver torto una donna così ragionatrice come la signora Valentina?
Un’ora di ciancie passa presto. Agnese doveva andarsene, e non avendo Corrado alcun motivo di rimanere, le si offrì cavaliero, salutarono insieme, ed insieme uscirono. Una carrozza aspettava; Corrado l’offrì alla sua dama, entrarono, fecero un addio colla mano a Grazietta, che affacciava la bella testina da una siepe, e via di galoppo.
— Siete contenta? domandò Corrado con un accento straordinariamente giocondo.
— Contentissima, e voi?
— Lo vedete, felice.
Tacquero.
Corrado si dondolava con vezzo, correggeva le pieghe del panciotto, si lisciava i baffi, si chinava a guardare dallo sportello — adorabilmente fatuo e disinvolto. Agnese ne seguiva ogni movimento, ma era distratta.
— Bel sole oggi! disse Corrado.
— Magnifico!
— Si può dire che siamo di primavera.
— Proprio.
Tacquero.
— Sapete che cosa si dovrebbe fare noi due? disse Corrado con fatuità sempre crescente.
— Che cosa? domandò Agnese, figgendogli in volto gli occhioni sereni.
— Darci un bacio.... per suggellare l’opera compiuta insieme.... e poi, me l’avete quasi promesso.
— Quando?
— Promesso no, veramente; ma me ne avete fatto venir la voglia dicendomi.... vi ricordate?... «e poi venite da me, e vi darò un bacio se lo vorrete....» Oh! se lo vorrei!...
Rideva.
Anche Agnese rise forte, poi gettando indietro il corpo, in modo che il volto rimanesse quasi nascosto nell’ombra, disse:
— E se qualcuno ci vede?
— Peggio per lui.... ma la carrozza va di galoppo, non ci vedrà nessuno.
Corrado si curvò, raggiunse colle labbra il bel volto e vi stampò un bacio, uno solo. Poi di nuovo uscì a ridere. Agnese rimaneva col corpo nascosto nell’ombra.
«Vi siete fatta rossa, le disse il conte guardandola fisso. To’, ecco che vi fate più rossa ancora!...
— È strano! rispose Agnese.
Tacquero.
La carrozza si fermò all’improvviso; entrambi, tolti dalla scossa alla loro distrazione, si strinsero la mano.
— A rivederci, disse Agnese, e sempre così allegri.
— Sempre....
Corrado stette a guardarla come trasognato, poi la carrozza si mosse.
Il vecchio Antonio, contro l’abitudine, era sul pianerottolo; faceva non so bene che cosa — nulla, mi pare — e non aspettò che il padrone avesse salito le scale per rivolgergli la parola.
— Mi era parso di sentir suonare, corro ad aprir l’uscio.... nessuno.... sto ad ascoltare e la intendo venir su, e per questo sono rimasto sul pianerottolo.
Corrado entrò nelle sue camere senza rispondere; il vecchio non gli si sapeva staccare dai calcagni....
— Vossignoria ha un’aria contenta oggi.... non l’ho vista mai così.... E sì che....
— È vero, Antonio mio, sono proprio contento.... Che cosa stavi dicendo?...
— Che cosa stavo dicendo?...
— Dicevi: «e sì che....»
Antonio guardò il soffitto, poi implorò la misericordia del suo tiranno: «se n’era dimenticato.»
Corrado si spogliò senza dir parola, fermandosi ogni tanto, distraendosi orribilmente; certo senza l’aiuto di Antonio avrebbe infilato la veste da camera al rovescio. Vedendo che non ci era verso di farlo parlare, il vecchio ricorse ad un mezzo eroico:
— «E sì che....» ora mi viene.... se vuole che lo dica, lo dico....
— Dillo.
— E sì che di belle cose ne ha fatte, vossignoria; ma belle come questa, se l’ho proprio da dire, nossignore....
— Ne ho fatto io di belle?... domandò Corrado con un sorriso ironico.
— Altro che!... Ma questa le passa tutte. Mi par di vederla la signorina Grazietta.... come deve essere felice là, coi suoi canarini, col suo orticello, colla compagnia amena di mia sorella!... ride, salta, corre, si fa rossa in viso come una fragola.... La deve proprio star bene là!
A tutte queste interrogazioni indirette, come le suggeriva il rispetto, Corrado rispose:
«Grazietta è felice, tua sorella è felice, anch’io sono felice....
— Ed io.... esclamò Antonio, ma si corresse: ed io non conto.... ma se contassi, sarei più felice di tutti.
— Lasciami ora, mi chiamerai pel desinare, disse Corrado sorridendo al vecchio amico per temperare la durezza dell’ordine.... lasciami....
Antonio, rispettoso tutte quante le ventiquattr’ore, aveva i suoi minuti di tacita ribellione. Non se ne accorgeva lui, ma ce ne siamo accorti noi benissimo: tutta la sua obbedienza non gli impediva di fare sempre a modo suo.
Riuscì dunque a non muoversi, fingendo o credendo lui stesso di affrettare per andarsene. Chi sa? il padrone poteva fare qualche nuova domanda, come talvolta gli era accaduto.... Non ne fece alcuna; e bisognava pur passarla quella benedetta soglia, e chiuderlo quell’uscio benedetto.... Forse no.... di chiudere l’uscio veramente non aveva avuto ordine.... «Devo chiudere?» si arrischiò a domandare.
— Fa come vuoi....
La risposta dava diritto al vecchio di rimanere dubitoso; prima fece per andarsene senza chiudere l’uscio, ma tornò indietro, lo socchiuse, lo riaprì, e finalmente lo chiuse.
Corrado stette ad ascoltare i passi del vecchio, che si allontanava, poi si lasciò cadere sul divano, appoggiò la bocca ad un cuscino, e pianse.
XVI.
Il signor conte di buon umore.
Quando Antonio venne a bussare all’uscio due colpi discreti, e ad avvertire che il desinare del signor conte era servito, da un buon quarto d’ora il signor conte andava su e giù per la camera inseguendo un’idea importuna che non gli riusciva d’afferrare.
«Vengo,» disse, e continuò a fare altri due giri, crollò il capo ed uscì.
A tavola fu di facile contentatura; la minestra era eccellente, il pollo cotto a puntino, i piselli primaticci squisiti, il valpolicella delizioso. Antonio, stando impalato dinanzi alla credenza per ricevere i piatti caldi dalla cucina e servirli al padrone, si affacciava ogni tanto allo sportello per ringraziare il cuoco con un sorriso o con una parola sommessa d’incoraggiamento. Quel desinare fu l’ideale dei desinari, incominciato e finito colla regolarità d’un orologio, senza un intoppo, senza un ritardo, senza una smorfia, e con appetito. Alle frutta Corrado divenne verboso; volle che Antonio bevesse con lui, e Antonio stette sul diniego una volta, due, poi accettò per obbedienza, non senza prima aver chiuso lo sportello perchè gli occhi curiosi del cuoco, fatto ardito dal suo trionfo caldo caldo, non fossero testimoni di una dimestichezza fatale alla disciplina. Davvero il valpolicella era delizioso, aveva sette anni a dir poco, era entrato nell’età del giudizio, e perciò doveva tanto più facilmente farlo perdere alla gente.
Strana cosa! il vecchio servitore fece questa osservazione senza chiederne il permesso, dopo aver vuotato il suo bicchiere d’un fiato, secondo stabiliva il rispetto.
— Bevi, vecchio mio, disse Corrado versandogli altro vino nel bicchiere, bevi....
— Oh!... oh!... grazie.... basta! basta!...
— Bevi, insistè il padrone, oggi non è un giorno come gli altri per me....
— Si vede....
— No, non si vede.
— Cioè non si vede veramente.... ma si capisce....
— Nemmeno....
— Nemmeno....