Capelli biondi

Part 7

Chapter 73,889 wordsPublic domain

«Ricco e miserabile.... portate in petto la tomba d’ogni vostra illusione.... siete un vecchio che si nasconde dietro la scorza del giovinastro.... solo, senza affetti, stanco delle belle, nauseato dell’orgia, affamato di bene — un fenomeno in una parola. Devo aver letto in qualche luogo che i buoni sentimenti sono piante, che si acconciano ad ogni terreno e crescono anche sulle tombe; sì, devo aver letto questo in qualche libro, non so quale.... sono contenta di vedere che, almeno qualche volta, i libri non mentiscono. Li credevo essi pure, come gli uomini, come le donne, come la vita, come me stessa, una bugia.

E rialzò il bel capo, avventando il suo sorriso mordente.

Corrado protese le mani innanzi, la guardò negli occhi.

«Guardatemi, le disse, se mento, se le mie intenzioni non sono pure, se io nascondo l’ombra di un solo pensiero indegno di quell’innocente....

L’altra lo interruppe ridendo.

— Non state ad invocare un fulmine; sono provinciali, anzi campagnuoli i fulmini, dopo l’invenzione dei parafulmini; ah! ah!.... scusate se scherzo.... ma è un fatto che in Milano si arrischia poco a chiamare sul proprio capo la folgore; ah! ah! anche quando non si sia in febbraio e non faccia il bel sole d’oggi.... Scusate, se rido.... sono in vena. Del resto, soggiunse con accento serio per temperare la durezza della beffa, non avete bisogno di giuramenti; alle vostre intenzioni pure io ci credo; voi me ne assicurate, ed a me basta guardarvi in faccia.... così.... per non poterne dubitare.

Sotto quello sguardo fascinatore Corrado sentì un brivido lieve corrergli per tutto il corpo.

— Dunque?.... balbettò.

— Dunque?.... rispose Agnese con indolenza.... Dunque mi avete capito e non volete convenirne.... Parlerò più chiaro.... Signor Corrado, voi che avete più esperienza di me (badate non parlo al vecchio che si nasconde, ma al giovinastro che si lascia vedere); voi che avete più esperienza di me, avete trovato molto spesso nella vita, in voi ed intorno a voi, che le opere corrispondano alle intenzioni?.... Io no, e sono persuasa che non vi è birbonata grossa o piccina, la quale non sia incominciata col proponimento contrario. Ho le mie idee sulla volontà umana, sissignore, mi permetto il lusso d’aver le mie idee, non ho altro di mio....

Corrado ascoltava estatico, non trovando parole per interrompere quel cicaleccio tra fatuo ed amaro.

— Gli atti virtuosi e le azioni nobili, tutto ciò che ci dà il paradiso nell’altro mondo e la contentezza in questo.... va bene così?.... tutte queste belle cose, se si vuol proprio farle, non bisogna mettersele in capo. Il giorno che voi a voi stesso ponete innanzi una buona azione da compiere, voi in voi stesso attizzate una guerra in cui avete la massima probabilità di perdere. Io conosco della gente, che passa la sua vita proponendosi di cambiar vita.... Non ne conoscete voi, signor conte?.... Non credete che vi siano atti niente affatto nobili, niente affatto generosi, che si facciano senz’utile, senza desiderio quasi, unicamente perchè non bisogna farli?.... Qualcuno deve aver scritto questo, io l’ho pensato.

Agnese sembrava mettere una cura burlesca nel misurare le parti del suo periodo, disponendo le antitesi, scegliendo le parole, facendo sentire i punti e le virgole, proprio col tono d’un dialettico dei tempi andati; il che in lei, come ogni altra cosa, era vezzo. Quella ciancia aveva uno scopo; forse ne aveva uno anche l’insistenza dello sguardo, anche il molle abbandono del corpo. Corrado non comprese che a metà, ed appena la bella ebbe taciuto, la ricondusse a parlare di Grazietta.

— Se vi ho ben compresa, volete dire che Grazietta in mie mani sarebbe in pericolo? Non lo nego io stesso, e pure giuro, non a voi, ma a quella che fu mia madre e che non conobbi, giuro che rimarrebbe pura; tale non la crederebbe il mondo, e basta....

— Manco male; ne convenite? È la domanda che mi faccio: che mai potete fare per una fanciulla di sedici anni, voi, povero vecchio nascosto dietro un giovinastro? Adottarla forse?

Come se questa idea le paresse la più pazza che le fosse venuta in mente finora, Agnese uscì in una risata più sonora delle precedenti.

— Adottarla, no; rispose Corrado, non sono vecchio abbastanza.... la legge non lo permetterebbe....

— La legge è piena di buon senso; osservò la bella ricomponendosi ad una serietà burlesca.

— Ma se non è concesso a me d’adottarla, posso darle una famiglia di gente povera ed onesta, in cui trovi le cure materne, la compagnia d’un lavoro che non manchi mai, una vita senza i pericoli della solitudine, senza l’incertezza del domani, senza i terrori delle malattie.... più tardi un bravo giovine laborioso, che l’ami e meriti d’essere amato. Ho la famiglia, ho la casa; datemi Grazietta e la farete felice.

E siccome l’altra non rispondeva, aggiunse queste parole che avevano quasi l’accento d’una preghiera: «Non contrastate ad un uomo che vuol compiere una buona azione.»

La cortigiana sollevò gli occhi senza muovere il capo, e piantandoli in viso al suo visitatore, disse:

— Non conoscete altra buona azione che questa? Si vede che non ci avete pratica. Anch’io non ci ho la pratica, ma ho la teorica: leggo tanto, vedo tante buone azioni nei libri!.... Volete che cerchiamo insieme? Ci deve essere una scuola per gli spazzacamini, in cui quelle povere creaturine affumicate ricevono l’alfabeto nei giorni feriali, una pagnotta alla domenica, una vesticciola nuova ed un desinare alla fine del corso.... Questa scuola ha dei protettori; fatevi protettore anche voi. Ci devono essere società filantropiche per mandare gli scrofolosi ai bagni di mare, per allevare i bambini lattanti, per curare i rachitici, per cento altre miserie.... Alcune di queste società emettono delle azioni; molti che, come voi, hanno bisogno d’una buona azione, acquistano una di quelle; non rendono nulla in questa terra, ma costano anche poco. Non vi garba fare quello che fanno tanti? E allora, uscendo di qua, fermate sulla via il primo monello cencioso che scivoli sul ghiaccio, domandategli se ha sua madre — l’ha — tenetegli dietro; egli corre, si ferma dinanzi alle vetrine, beffa, zufola, canta, schiamazza — in capo a quell’allegria nervosa d’un monello che ha quasi fame c’è una povera donna che ha fame propriamente. Datele una casa, delle vesti e del lavoro; poi tornate da me, vi darò un bacio se lo vorrete.... No? non vi garba nemmeno? E allora non so proprio che farci....

Corrado si levò in piedi e disse freddo queste parole:

«Grazie signora, vedrò io Grazietta.

Agnese non si mosse.

— Volete che venga essa stessa qui a dirvi che non può nulla accettare da voi, che voi nulla potete fare per essa?

Il conte non rispose, e l’altra con dolcezza:

«Mi fareste pensare che i vostri sentimenti generosi non sappiano manifestarsi se non a pro’ d’una fanciulla di sedici anni.... ma rispetto la carità anche quando mi sembra capricciosa; preferisco credere che vi stia a cuore la sorte di Grazietta. Ebbene, rassicuratevi, penserò io a Grazietta.

— Voi! esclamò Corrado volgendosi di botto; e nell’atto, nell’accento, nello sguardo era palese il disdegno.

— Io, ripetè Agnese freddamente, io la cortigiana! Vi stupisce? L’uomo, il quale confessa d’aver sciupato la sua gioventù, invidierebbe una buona azione ad una donna che incomincia appena la carriera dell’orgia? Avreste torto, soggiunse mutando accento, perchè io più di voi ho diritto a fare un po’ di bene. Sono novizia e voi provetto, ma a voi è rimasta qualche cosa nel mondo, a me nulla; in faccia alla nostra coscienza siamo pari; gli occhi degli uomini mettono un abisso fra l’uomo che ha pagato per far la vita del vizioso e la donna che si è fatta pagare per fare l’istessa vita. Ed è giusto. Chi può pretendere che il mondo sia più generoso della sorte?.... Mi favorite una sigaretta?.... Grazie.... E se il diritto, che vantate sacrosanto, deve essere un compenso alle pene maggiori, chi credete che abbia sofferto di più, signor Corrado, voi l’annoiato, la cui vita fu uno spasimo dolce ed amaro, o la bella di cui avete comperate le carezze? Rideva essa, è vero, ma non poteva fare altrimenti: avevate pagato perchè ridesse; le sbadigliavate voi sul viso, ed era il vostro dritto. Quale ha più sofferto, signor Corrado? Dei due a chi spetta ora la buona azione?.... Avete un fiammifero?.... Grazie.

Agnese aveva pronunziate queste parole con una fatuità in cui entrava un po’ d’affettazione e di dileggio. Corrado la guardava, cercando di leggere nel bel volto, che sparve dietro un nugolo di fumo, — poi spinse la seggiola più presso alla vezzosa, e tornò a sedere.

«E quali sono, le disse, le vostre intenzioni riguardo a Grazietta?

— Farne una donna che non mi assomigli, rispose Agnese freddamente.

— E con quali mezzi? Che sorta di potere avete voi su quella fanciulla?

— L’amo e m’ama.

— E vi stima?

Nessuna risposta.

— E vi stima? ripetè Corrado.

— Mi stima.

— E quando avrà cessato di stimarvi, credete che la vostra scuola potrà ancora essere efficace?....

— Signore.... balbettò Agnese....

— Signora, soggiunse Corrado con dolcezza, è inutile illudervi, Grazietta cesserà di stimarvi il giorno in cui il caso, o la sua malizia naturale, o qualcuno le abbia appreso....

Un picciolo grido gli ruppe la frase a mezzo. Uscendo dalla nuvola di fumo, la bella testa della cortigiana apparve impallidita, cogli occhi spalancati, colle labbra dischiuse e tremanti.

Corrado, che aveva cercato di temperare coll’accento la durezza delle sue parole, non sapeva comprendere l’improvviso terrore di Agnese; la quale parve lottare dentro di sè un brevissimo istante, poi con voce rotta dai singhiozzi:

«Signor Corrado, balbettò.... non le direte nulla, le fareste troppo male.... non le direte nulla, non è vero?.... perchè.... se sapeste!.... oh! sappiatelo.... Grazietta è mia sorella!

XIII.

Una volta ci era....

La rivelazione inaspettata tenne Corrado mutolo alcuni istanti. Perchè questa idea, che ora sembravagli tanto naturale, non gli si era mai affacciata alla mente? Guardò Agnese. Era trasformata, pareva oppressa dal peso di quella confessione, se ne rimaneva là, immobile, cogli occhi fissi a terra, immagine viva dello sconforto. Corrado si levò in piedi.

«Perdonate, signora.... i vostri diritti sono sacri.... io non ho più nulla a fare.... non farò nulla....

E soggiunse con dolcezza: «non dirò nulla....» Stette ancora un istante a guardarla in silenzio, poi disse «addio,» e si mosse per andarsene; un _no_ supplichevole lo trattenne. Agnese fissava in lui gli occhi inumiditi di pianto.

— Fermatevi, disse la cortigiana con voce determinata, sono io che ora ho bisogno di voi; con una parola avete rianimato tutte le mie titubanze: è vero, non mi è nemmeno concesso di fare il bene, d’essere la protettrice di mia sorella! Pensavo io pure a trovare una casa solitaria e della buona gente, per dare a Grazietta un tetto sicuro ed una famiglia onesta.... ma non potete credere quanto sia difficile questa ricerca ad una donna.... come me. Voi avete trovato, dite — ebbene mi fido di voi, dirò a Grazietta di accettare.... purchè ella non sappia....

— Grazie di tanta fiducia, interruppe gravemente Corrado; il vostro segreto è come sepolto. Grazietta non saprà nulla.... Ma sa essa che siete sua sorella?

— Lo sa, rispose Agnese stupefatta di quel dubbio. Ah! comprendo, Grazietta vi ha detto che le do del lavoro, che mi ha conosciuta quando viveva sua madre.... È la storiella che le ho suggerito io e che essa non ha ancora imparato a ripetere senza farsi rossa. Non si sa persuadere che vi sono delle bugie necessarie, dicendo le quali non si fa peccato; ho un bel dirle che senza le bugiuzze innocenti il mondo sarebbe dei curiosi e degli sfacciati.... Non mi dà retta.

Agnese, parlando della sorella, raddolciva la voce e la modulava come una carezza.

«Che pensate? domandò a Corrado, il quale la guardava fissamente.

— Cercavo una somiglianza....

— Cercate pure, disse Agnese presentando il bel viso, non troverete; bionda lei, bionda io — null’altro: Grazietta ha gli occhi azzurri, io li ho castagni — neri, dicono gli adulatori — il naso di Grazietta è affilato, il mio.... non è affilato; ho la faccia tonda e paffuta, Grazietta ha un visino ovale un po’ asciutto.... e più bello.... senza confronto.... oh! no, Grazietta non mi somiglia!

Pose in queste ultime parole un impeto, che rivelava una segreta compiacenza. Quale?

Era tornata alla padronanza di sè, si era a poco a poco rifatta ilare, parlava in modo vivace, accompagnando la parole con attucci da civetta.

«Che pensate? tornò a dire un istante dopo.

— Penso, rispose Corrado, come mai non mi venne in mente che Grazietta potesse esservi sorella, vedendola in casa vostra.

— Ve lo dirò io. Essa portava il lutto per sua madre e gli abiti d’una poveretta, io invece sono una gran signora e non vesto il bruno.... La madre di Grazietta non era mia madre....

— Comprendo....

— Non ho scampo, disse ridendo Agnese; vi debbo la storiella; non è il mio forte contar le storielle, ma se ci tenete, provo.... Una volta ci era.... Che cosa ci era una volta?

— Un follettino di fanciulla, alto così, che si chiamava Agnese....

— Volete che la pigli da lontano. Non importa, correrò di più ed arriverò presto egualmente. Dunque una volta ci era un follettino di fanciulla alto così, che si chiamava Agnese; aveva inteso parlare della mamma buona e bella, che era morta nel metterla al mondo; viveva col babbo, il quale era pittore e le disegnava delle figurine per farla felice. Fra queste figurine ce ne fu una che rappresentava una giovine donna dalla faccia buona e bella — La mamma? — disse Agnese tirando ad indovinare — Sì la mamma, le fu risposto, ma non quella che è morta, un’_altra_. Qualche tempo dopo, l’altra venne. Agnese la guardò bene, la riconobbe — era proprio lei, ma non volle baciarla. Più tardi la baciò, perchè era buona anch’essa la mamma viva. E un’altra volta il babbo mostrò ad Agnese un’altra figurina, ma non dipinta, dicendole: «questa è tua sorella.» — Mia? — Tua. — Ne posso fare tutto quello che voglio?.... Quella figurina, di cui Agnese non poteva fare tutto quello che voleva, era Grazietta. La faccenda delle figurine fin qui andava bene per Agnese e per il babbo, perchè ci erano tanti e tanti fanciulloni colla barba che pagavano caro per avere la propria. — Venne il 59, i fanciulloni cambiarono gioco, ed il povero pittore di figurine fu prima ridotto a mancar di lavoro, poi a mancar di pane. Si accorò tanto degli stenti della sua famiglia, che quando cessò la guerra egli era ammalato; levandosi da letto, si vide in una rete di debiti, di scadenze, di usure.... Per uscirne pensò questa: stemperò una certa sua tinta e la bevve. Alcune ore dopo la piccola Agnese entrava nello studio del babbo.... Che quadro!....

La fatuità, con cui era incominciata la storiella, finiva in cinismo, ed il cinismo in un rantolo.

«La fola non è terminata, ripigliò a dire Agnese; mio padre agonizzava; volli gridare, mi fè cenno di star zitta, mi prese per le mani e me le strinse forte e mi baciò sulla bocca disperatamente e mi disse: «Dirai alla mamma che mi perdoni, e tu pensa qualche volta al babbo; non avevo più forza di vivere.... ed ora mi pare che l’avrei.... ma è tardi!» Non disse altro. Gridai, accorse la mamma colla bambina in braccio: all’orribile spettacolo cadde bocconi sul cadavere. Grazietta le sfuggì di mano, io la raccolsi e come istupidita la cullai perchè cessasse di piangere. Per molti anni vidi pianti e miseria intorno a me; solo io non aveva lagrime; pensavo spesso a mio padre, che aveva offerto dei bei quadri in cambio di pane pella sua famiglia, e che aveva finito col buttar via i pennelli e la vita; e mi pareva quel morto il solo uomo degno di vivere, e della vita di lui ladro ogni altro vivente; e più le altre memorie del passato si cancellavano, e più quella di mio padre si faceva tenace. Grazietta era pallida e patita come sua madre, ma somigliava _a lui_ — l’adorai; avevo nove anni più di essa; quando sua madre stava a letto colla tosse, facevo io la mamma. Si tirava innanzi vivendo di pane e di lagrime — io non piangeva. M’ero fatta grande, mi ero fatta bella; quando uscivo di casa e tutti me lo dicevano, rispondevo «lo so». — Mi piacevano le vesti di seta, i gioielli falsi, gli orecchini di similoro; mi era caro stordirmi, odiavo la miseria, abborrivo un lavoro penoso pagato d’elemosina.... Mi venne offerto dell’oro.... La storiella è terminata. Vi ha divertito?»

E siccome Corrado non fu ratto a rispondere, Agnese ripigliò: «Sbagliavo, ce n’è ancora. La povera vedova, a cui ora mi ripugnava dare il nome di madre, venne in traccia di me; mi scongiurò perchè tornassi con lei; aveva delle ingenuità da fanciulla quella donna, mi parlò della virtù del sagrifizio, dell’amor di Dio e del prossimo — io le parlai di mio padre, che era stato virtuoso ed aveva domandato a Dio di spendere la vita per i suoi figli.... «Grazietta ha 14 anni, le dissi, e il prossimo aspetta solo che ne abbia 16.» Diede un grido, mi guardò con terrore.» Lo vedi, soggiunsi, lo vedi! Ebbene, la salverò io Grazietta; il vizio vuole la decima sulla bellezza coperta di cenci: sono bella, pago io; vestirò io di seta perchè Grazietta porti onestamente i suoi cenci; fra qualche anno non sarebbe più tempo, il mondo ci vestirebbe di seta tutte e due.» Ah! lo sguardo di pietà e di paura che mi rivolse! Non disse nulla, se ne andò stringendosi al petto lo sciallo nero, senza voltarsi. Al domani sloggiò per sfuggire le ciancie del vicinato. Due giorni passati senza vedere Grazietta non mi lasciarono aspettare il terzo. Uscii, cercai di lei, sfidando le dicerie, la trovai. Sua madre mi vide la prima, mi venne incontro, voleva dirmi qualche cosa, ma Grazietta era presente, tacque. Nel baciare mia sorella, il mio unico affetto, la sola cosa santa che avesse per me il mondo, sentii che arrossivo. Mi fece cento domande: risposi cento menzogne: dissi d’essere governante in una ricca casa, promisi di venire a vederla spesso.... Mentivo con sicurezza — era il mio dovere — nello sguardo della debole madre, che tenevo immobile sotto il mio sguardo, lessi una tacita approvazione. Senza dir parola, fu convenuto che io venissi; non sarei stata respinta. Grazietta doveva rimanere innocente; sua madre si faceva mia complice per aiutarmi ad ingannarla. Ad ogni nuovo incontro con mia sorella, erano nuove domande, erano nuove menzogne. La madre mi guardava fisso, senza mai dirmi parola; la sua debolezza divenne la sua forza; a poco a poco, sotto quella ripugnanza implacabile, mi sentii venir meno. «Come stai?» le chiesi un giorno. Non mi rispose. Stava male. — E il dì dopo insistetti: «Come stai?» «Che t’importa di me?» mi disse. Era vero. Che m’importava di lei? Se mi fosse stata a cuore, non le potendo nascondere la mia vergogna come a Grazietta, sarei morta onestamente di fame. Al terzo giorno la povera donna soffriva di più; Grazietta aveva gli occhi rossi, mi disse in segreto che non ci erano denari in casa per una medicina ordinata alla mamma. Le diedi uno scudo. Essa corse nell’altra stanza per mostrarlo a lei; io, temendo che tornasse a restituirmelo, fuggii. Alla sera, coll’ansia che le mozzava il respiro, l’inferma venne da me, mi pose in mano la mia moneta, mi disse «grazie» con un filo di voce. Non feci atto per trattenerla. Quella notte non dormii. Al giorno successivo andai in casa; la mamma era a letto colla febbre; allontanai Grazietta, mi feci presso al capezzale dell’inferma, le chiesi perdono, la scongiurai di lasciarmi venire ad occupare il mio lettuccio di fanciulla. Le feci mille promesse che sapevo di non poter mantenere. Mi guardò, pianse. Il giorno dopo facevo l’infermiera d’una moribonda. L’agonia dei tisici è lunga; le mie vesti ed i miei gioielli — si consumò tutto. Un giorno il medico aveva ordinata una medicina da prendersi al mattino, e non avevamo un soldo. All’alba andai al lettuccio di Grazietta; era uscita; tornò mezz’ora dopo, portava la medicina, era ricca! Narrò che era andata a vendere i suoi capelli, che le avevano voluto dare venti lire e.... il resto. Alcune ore dopo, la povera inferma era morta. Dinanzi a quel cadavere muto, indifferente, sentii una immensa pietà per Grazietta, che piangeva in un canto — io non aveva lagrime.

Tacque; poi ripigliò senza alcun tremito nella voce:

— Era necessaria una nuova menzogna; trovai questa: un parente di mia madre, arrichito nel commercio, mi voleva seco per tenergli in ordine la casa. Grazietta ci crede ancora, non ha mai visto il mio parente e lo benedice. Le ho raccomandato di non dire a nessuno che è mia sorella. Mi ha chiesto perchè; credo d’averle risposto che ciò potrebbe far dispetto all’uomo pietoso che mi ha raccolta. Ci crede? Obbedisce, e basta. Non saprà almeno da altri il mio stato, non cadrà sopra la sua innocenza nemmeno l’ombra della mia vergogna.

— Che fa ora Grazietta? domandò Corrado dopo un breve silenzio.

— È in una camera appartata; mette qualche punto in una veste o legge; è sola.

— Non è esposta ad incontrarsi?....

— Piglio le mie precauzioni....

— La cameriera sa?....

— Non sa nulla. Volete veder Grazietta?

— Non osavo domandarvelo....

— Quel campanello mette nella mia camera; suonate, verrà.

Intanto che la bella si ricomponeva nella sua leggiadra indolenza, Corrado si mosse e premette un bottone. Un istante dopo, una porta girò sui cardini con lieve rumore.... apparve Grazietta, bella e sorridente. Ma allo stesso tempo, nell’uscio dirimpetto, la cameriera si affacciò e scomparve.

«Lui!» mormorò Agnese impallidendo.

— Vostro zio? disse Corrado con disinvoltura; quand’è così me ne vado, gli direte che la sua venuta m’ha fatto scappare.

Agnese, stringendo la mano a Corrado, balbettò «grazie».

— Oh! bella! Il signor Corrado conosce tuo zio, disse Grazietta quando fu sola colla sorella, ed io no!

— Non ci perdi nulla, è un brontolone.

— Dunque me ne vado.... bada che sono stanca di aspettare, il libro che mi hai dato è noioso tanto; se tardi, ti metto sossopra la guardaroba.... E me lo fai un bacio?

— Ora no, disse Agnese sforzandosi a sorridere e minacciandola col dito; ma cambiò repentinamente idea, e gettandosi al collo della fanciulla: è tutt’uno, mormorò, meglio ora che poi.

Mentre attraversava la sala, la cameriera si affacciò un’altra volta.

XIV.

Entrano in iscena Arturo, Edmondo, Eugenio ed altri personaggi.

«Ne vuol fare una delle sue,» aveva esclamato Antonio. Ma l’eccesso di parzialità offende anche quando piglia l’aspetto di virtù, come nel caso d’un servitore, il quale vanti il cuore generoso del padrone. Non sarà dunque inutile il sapere che il buon Antonio era riuscito a poter fare questo vantamento colla coscienza tranquilla, adoperando una sottigliezza filosofica, per la quale tutte _quelle_ che il signor conte era solito fare appartenevano agli altri, e sue erano unicamente quelle che non faceva, ma che si doveva supporre avesse l’istinto, il desiderio, l’intenzione, la buona volontà, il fermo proposito, il bisogno di fare.

Quest’_una_ poi, a differenza delle altre _sue_, pareva così vicina al compimento, che sarebbe stato uno strazio vederla andar a male. Pensate se Antonio si muovesse; mettendocisi mani, piedi ed anima, il giorno dopo verso il tramonto — quando la casetta in via Lesmi ebbe ricevuto i mobili ed il canarino di Grazietta, i mobili, i canarini e gli altri animali dell’arca di Valentina, — potè fregarsi le mani e ripetere tre volte: «l’ha fatta! l’ha fatta! l’ha fatta!» — si sottintende «una delle sue.»

Nelle poche ore passate insieme, Valentina e Grazietta erano diventate amiche; la signora dava già del tu alla signorina, eccitandola a fare altrettanto, e la signorina si provava, sbagliando sempre.