Capelli biondi

Part 6

Chapter 63,722 wordsPublic domain

Grazietta non rispose, ma levò gli occhi sbigottiti e li fissò in volto a Corrado con una serenità non scevra di baldanza; quello sguardo lungo diceva: «A sedici anni l’avvenire è un bel sogno che non fa paura. Non mi toccate l’avvenire.» Ma Corrado non seppe leggere in quello sguardo. Componendo il volto e la persona alla massima gravità, chiese titubando:

— Dubita forse di me?

— E perchè dovrei dubitare?

— Grazie; non mi dica altro; prima di accettare, bisogna che anch’io sappia che cosa proporle.... Addio.

— Verrà ancora?

— Probabilmente no.

— No?

— Ma penserò a lei.

— Era questo che aveva a dirmi?

— Questo. Ah! mi dimenticavo di ringraziarla del mazzolino....

— Gliel’hanno dato?.... Ha capito che erano mie le viole?

— Ho riconosciuto i suoi capelli....

Grazietta si fece rossa.

— L’ho legato così per farmi conoscere.... e poi perchè i miei capelli erano suoi.... sono suoi — aggiunse sorridendo — quando li voglia, non ha che a dirlo.

— Per ora mi basta questo; disse Corrado, e curvandosi sulla leggiadra testina, pose sulle treccie d’oro un bacio casto.

Poi scese le scale con una nuova festa nel cuore. Solo allo svoltar della via, poichè fu certo che nessuno poteva vederlo, si volse a guardare la nota finestra. Fra le violeciocche era ancora il bel viso baciato dal sole.

XI.

La signora Valentina fa gli onori di casa sua.

Corrado non sapeva ancora il come, ma era saldo sul che e sul quando: collocare Grazietta in qualche buona famiglia, dove stesse come figliuola, e ciò il più presto possibile.

Di buone famiglie egli ne conosceva poche, ma bastava una. La doveva essere una famiglia senza figli, di gente sul tramonto, che si sentisse allegrare il cuore tirandosi in casa una cara fanciulla di sedici anni, l’aurora; sopratutto, non ci dovevano bazzicare nipoti bruni, di primo pelo, per far girare la testina bionda.

Cercava, cercava, e non trovando nulla, pur sorrideva fra sè e sè come un fanciullo al quale venga proposto un quesito difficile, di cui abbia la chiave un babbo sorridente, che s’arrenderà alla fine. Già, siamo tutti fanciulli dinanzi al destino, ed è sempre un babbo arrendevole, quando si tratta di lasciarci fare il bene, quel destino tanto calunniato dai poeti. A Corrado, giunto appena in casa sua, la testa canuta del vecchio servitore fece svegliare una memoria addormentata.

— Dimmi un po’, Antonio; tu avevi una sorella una volta.... disse egli con accento ilare.

— Ce l’ho ancora, rispose Antonio, considerando l’ilarità del padrone colla diffidenza d’un servitore che sa il fatto suo.

— Quanti anni ha?

— È stagionata; la vien giù dalla cinquantina, ma senza fretta.

— E si chiama?

— E si chiama Valentina.

— Un bel nome.... ed ha marito?

— L’aveva, le è morto.

— Figli?

— Nemmeno l’ombra.

— Non le piacciono dunque i figli?

Quel _dunque_ fece balenare sulla faccia del vecchio un sorriso discreto, che subito si cancellò; come per correggere la mala impressione che poteva destare una simile debolezza nell’esercizio delle sue funzioni, il servitore rispose gravemente in chiave di basso profondo:

— Non è dipeso da lei il non aver figli; è anzi appassionata per i fanciulli.

— E vive sola?

— Sola.... coi gatti, col cagnolino, coi passeri, colle tortorelle....

— E dov’è la sua arca?

Questa volta non solo era lecita una risata, ma sarebbe stata insubordinazione non ridere. Antonio rise.

— In capo al mondo; all’estremità di Porta Vittoria, in due scatolini da zolfanelli, che chiamano camere.

— Due camere sono poche: dovrà averne almeno quattro.

Antonio sbarrò tanto d’occhi.

— E come vive tua sorella?

— Ha una pensioncina, perchè il marito buon’anima era militare; cuce colla macchina, guadagna i suoi trenta soldi al giorno, e siccome lavora anche la domenica, la può scialarla.

— E una volta veniva a trovarti, non è vero?

— Oh! raramente....

— Mal fatto.... dovrebbe venire spesso.

— Se il signore lo comanda, verrà; la non chiede di meglio, sebbene il giorno in cui viene lei, non guadagni che venti soldi.... per questo alla domenica ci vo io.

— Oggi è sabato, e ci vai.

— Ci vado....

— Ed io ti accompagno.

Vedendo lo stupore del vecchio, Corrado gli battè sull’omero amichevolmente a rischio di dargli scandalo.

E Antonio, senza aprir bocca, senza fiatare nemmeno:

«Caro fanciullone! è proprio di buon umore: ne vuol fare qualcheduna delle sue!.... ha tanto di cuore questo ragazzo!»

— Hai capito? domandò Corrado.

— Ho capito.... e....

— E che cosa?

— Se il signore me l’ordina, lo dico.... non ho capito.

— Non importa; fai preparare il calesse e si va da tua sorella; il resto lo saprai dopo....

E Corrado uscì ancora a ridere, da quell’allegro fanciullone che era sempre stato.

Antonio non aveva esagerato nulla; la signora Valentina, cucitrice, viveva come in due scatolini da zolfanelli, chiamati _camere_ per una di quelle iperboli audaci che i padroni di casa spacciano agl’inquilini sbigottiti. Il primo scatolino faceva uffizio di salotto, di camera da pranzo e di cucina; conteneva una tavola a tre piedi, quattro sedie, l’embrione d’un divano, e dietro un paravento, un fornelluzzo; nella strombatura d’una finestra era una gabbia troppo piccola pel numero sterminato di uccelli che la popolavano; sopra gli sporti dei due usci si tenevano quasi sempre immobili due copie di tortore, e nelle ore di ricevimento, riparato fra le gambe di questa o quella sedia, un gatto pensoso della sorte minacciata alla sua coda. L’altro scatolino conteneva un letto derivato in linea retta da quello di Procuste, un canterano, una poltroncina imbottita, due quadri, uno specchio ed una macchina da cucire.

Peccato che l’abitatrice dei due scatolini non avesse quella natura fosforica che avrebbe fatto tanto onore alla similitudine del suo signor fratello! Era invece una donnetta tonda, grassoccia, vispa negli occhi, ma nelle parole, nei modi placida, solenne. Veniva giù dalla cinquantina, proprio, come aveva detto Antonio, senza fretta; non rotolava a precipizio, non faceva gli scalini a quattro a quattro, e non si arrabbiava nemmeno, come certune, puntellandosi alla balaustrata per non staccarsi dal pianerottolo; scendeva un passo dietro l’altro, colla faccia liscia e lucida, rallegrata dal sorriso bonario.

Antonio avrebbe voluto che lo stupore della sorella per la visita del signor conte fosse all’altezza dell’avvenimento straordinario; ma sapendo che Valentina era capacissima di non stupirsi menomamente, s’era fatto ordinare dal padrone di andare innanzi ad avvertirla, «perchè non perdesse la testa,» diceva lui.

Giunto innanzi all’uscio, nell’atto di afferrar la maniglia, si fermò udendo la nota voce della sorella. Con chi parlava essa? Pareva facesse un discorsetto, e lo rompesse ogni tanto con interiezioni e con interrogazioni che non avevano risposta; il tono d’amorevole rimbrotto, le inflessioni della voce, davano a credere che parlasse ad un fanciullo imbronciato, il quale si puntigliasse a non rispondere.

Diceva:

«Ha lasciato la zuppa per rubare la carne: peccato doppio: ghiottoneria e ladroneccio; non mi fiderò più di lei, signorino. Ha capito? Non finga di non badare, li apra un po’ bene quegli occhi furbi, mi guardi in faccia se osa.... Ah! non osa, si vergogna.... tanto meglio....

Antonio era lì lì per indovinare qual fosse l’interlocutore mutolo della sorella, quando udì su per le scale il passo del padrone; allora spinse l’uscio e penetrò come una bomba nel primo scatolino.

La signora Valentina levò gli occhi senza scomporsi, e un gatto nero, che le stava sulle ginocchia, approfittò di quella distrazione per balzare a terra e porsi al sicuro tra le gambe d’una seggiola.

«Qual buon vento? domandò Valentina sorridendo al fratello.»

— Non è un vento, è il mio padrone che mi ha detto: «va innanzi, io ti seguo»; egli mi segue, capisci, egli vien su per le scale, egli è qui.... eccolo....

Chi sa! forse si sarebbe stupita la buona donna se gliene avessero dato il tempo, perchè tutto è possibile a questo mondo, ma quando Antonio diceva «eccolo», il signor conte appariva sul limitare; dunque la padrona di casa si rizzò in piedi, dissimulando benissimo la commozione, se ne aveva, per dire col più amabile sorriso:

«Signor Corrado, si accomodi....»

Antonio guardava la sorella collo sbalordimento con cui si guarda un fenomeno.

Corrado sedette, ma Antonio no, non ci fu verso di farlo sedere: e quando la signora Valentina ebbe insistito con grazia, senza accalorarsi troppo, per fargli prendere una seggiola, la si lasciò andare sulla sua dichiarandogli che era padrone di stare in piedi, se così gli piaceva.

Il vecchio aguzzava lo sguardo e lo piantava in faccia alla sorella; ma invano la punzecchiava cogli occhi, invano la copriva di pizzicotti colla sola forza della volontà; la signora Valentina non gli badava, tutta intenta a far gli onori di casa.

«Il signor Corrado, a sentir lei, doveva aver qualche gran cosa a dirle, poichè s’era incomodato a salire tante scale; se il signor Corrado l’avesse mandata ad avvertire, sarebbe subito venuta lei in casa del signor Corrado....»

Ogni volta che la sorella pronunziava il nome di Corrado, buttandogli sopra quel cencio di signore che sta sulle spalle di tutti i mascalzoni, Antonio sentiva lui uno di quei pizzicotti che avrebbe voluto dare alla sorella. Al terzo pizzicotto, non seppe resistere, si fece innanzi dimenticando ogni regola di disciplina domestica, a costo di farsi schiacciare sotto un’occhiata severa del tiranno, e non interrogato entrò a dire:

«Il signor conte, mio padrone, ha avuto il capriccio di salire le scale; volevo venire io solo ad avvertirti, ma il signor conte aveva detto «vengo,» ed è venuto; il signor conte quando dice non disdice.

Il signor conte dentro di sè rideva. Antonio tacque, ma non staccò gli occhi dalla sorella. Quell’occhiata lunga, insistente, ma dolce, voleva dire: «Cara mia, scusami se ti ho mortificata, ma mi ci hai tirato pei capelli, le fai tanto grosse!.... da brava, bada a quello che dici.»

«Signor Corrado.... ripigliò a dire la buona donna.

La risata, non più trattenuta, balzò dalle labbra del conte; il vecchio servitore lasciò spenzolare le braccia lungo i fianchi; Valentina ammutolì un istante, guardò l’uno e l’altro, e quand’ebbe domandato che c’era da ridere, senz’ottener risposta, riattaccò il filo:

«Signor Corrado, sono contenta di vederla di buon umore; segno che quello che ha da dirmi non le fa pena e non mi farà pena; tanto meglio.... e suvvia, lo dica pure, disponga di me; se è cosa possibile, faccia conto che le abbia detto «sissignore;» si sa, al mondo siamo in tanti per farci servizio a vicenda....

Questa volta ciò che era scritto negli sguardi di Antonio, commentato ed esplicato dai moti convulsi del suo corpo, raggiungeva quasi l’evidenza; ma la signora Valentina non aveva stima della mimica, ed era d’opinione che la lingua ci fu messa in bocca perchè ce ne abbiamo a servire nelle occorrenze più dilicate.

«Mi guardi, stringi le spalle, crolli il capo, fai segnucci e segnacci.... non ci capisco nulla, disse ella, oh! perchè vuoi che il tuo pensiero ti esca dagli occhi e dalle dita, mentre non hai che ad aprir la bocca?.... To’! eccoti immobile, ora.... la mi faccia la grazia, signor Corrado, gli dica un poco di parlare come lei ed io.

Antonio volle resistere, non ci fu verso; poichè anche il suo padrone pigliava la cosa ridendo, bisognava ridere.

Quando la signora Valentina ebbe ottenuto questo risultato coll’uso savio della propria lingua, tacque per non abusarne.

E Corrado, premettendo che la domanda che stava per fare alla signora aveva bisogno d’esser preceduta da una storiella, narrò ad un ascoltatore sempre più sbigottito e ad una ascoltatrice inalterabile, tutto l’episodio di Grazietta.

— Mi pare di volerle bene a quella povera creatura.... disse Valentina.

— Io non dovrei parlare perchè non c’entro, s’arrischiò ad osservare Antonio, ma sono sicuro d’adorarla.

Non ci fu bisogno di negoziazioni per il rimanente. Ecco le idee del signor conte approvate senza discussione:

«La signora Valentina doveva lasciare i due scatolini per andar ad abitare una casetta, rustica ma pulita, che Corrado possedeva in via Lesmi, in mezzo alle ortaglie: due camere al primo piano, la cucina ed il salotto al piano terreno, l’uso del giardinetto, il godimento dell’orto. Grazietta sarebbe venuta a stare colla signora Valentina; la fanciulla doveva credere di guadagnarsi la vita lavorando; in realtà, il signor conte avrebbe provveduto ad ogni cosa....

Solo quest’ultimo periodo non pareva chiaro; la signora Valentina era certa che il signor Corrado aveva intenzioni onestissime; non già lei gli avrebbe posto ostacolo a fare una buona azione, di quelle che spalancano le porte del paradiso.... ma.... ma non sapeva se.... come.... insomma, voleva pagar la pigione.

— La pagherà! disse Corrado, io stesso le farò la trattenuta sullo stipendio....

— Quale stipendio?

— Quello di governante di Grazietta.

— Le pare? mamma sì, governante no; e le mamme non pigliano salario.

Le parole erano scelte senza cautele, ma il tono le faceva dolci come tutte quelle che uscivano dalla stessa bocca.

Quando ogni cosa fu intesa, Antonio, il quale guardava paurosamente le labbra della sorella, che gli pareva dovessero da un momento all’altro schiudersi per lasciar venir fuori un’_impertinenza_ più grossa delle precedenti, respirò come un mantice e scese le scale col cuore leggiero.

Il giorno dopo la casetta in via Lesmi era pulita come uno specchio e non aspettava più che i nuovi inquilini.

E Antonio, incaricato dell’ambasciata solenne, si diresse verso l’abitazione di Grazietta. La confidenza del suo padrone gli toglieva dieci anni di dosso; camminava dritto come ai bei tempi in cui era caporale.

Giunse innanzi alla casa indicatagli, ne riconobbe le finestre, la porta, l’androne scuro, le scale, il pianerottolo.... si fermò un istante incerto, poi picchiò ad un uscio.... Ma invece della testina bionda, se ne affacciò una canuta e rugosa.

— La signorina Grazietta?

— Era l’altr’uscio.

— Grazie....

— Era l’altr’uscio, era, ma non ci sta più; ha sloggiato stamane all’alba.

— Stamane! balbettò Antonio sbigottito ed incredulo.

— Provi a bussare, provi e vedrà.

— Oh! quando me l’assicura.... E dove è andata a stare?

— Non l’ha lasciato detto.

Appena la vecchia ebbe rinchiuso l’uscio, Antonio andò difilato a quello dirimpetto e picchiò una volta, due.... Nulla. Allora si curvò a guardare dalla toppa. Non altro vide che la finestra disegnata obliquamente dal sole sull’ammattonato. Picchiò di nuovo e stette ad ascoltare.... Silenzio perfetto.

XII.

Una partita di scherma.

Corrado lesse una brutta notizia sulla faccia del vecchio amico, e non trovando parole per interrogare, arrischiò collo sguardo una domanda muta, a cui il servo fece una risposta muta, spenzolando le braccia lungo i fianchi.

— Non vuol venire? domandò Corrado strascicando le parole.

— Così immagino....

— Avrei dovuto aspettarmelo.... ha messo amore alle sue stanzuccie, e non le piace cambiare.... e mi ringrazia tanto.... È così, non è vero?

— Nossignore.

— Che cosa t’ha detto?

— Nulla.

— Nulla?

— Nulla. La signorina Grazietta ha sloggiato stamane.

— Ha sloggiato! esclamò Corrado accendendosi in volto.... e perchè non me lo dicevi?

— Perchè non me lo chiedeva.

— Sta bene, la troverò; quante ore sono?.... poco manca alle due.... la troverò; mi dai il pastrano? no, me lo piglio da me....

Ed infilò l’uscio. Antonio stette immobile ad aspettarlo, e quando se lo vide ancora dinanzi, col pastrano abbottonato ed il cappello in testa, gli piangeva il cuore di dovergli sfrondare la generosa baldanza. Ma bisognava pure risparmiargli una camminata inutile ed un altro disinganno più amaro del primo; si fece forza.

— Padrone, la signorina Grazietta ha sloggiato.

— Me l’hai detto.

— Ma nessuno sa dove sia andata a stare.

— Lo so io, disse Corrado, già fuor dell’uscio.

Sulla via un cocchiere di cittadina, vedendolo camminar frettoloso, gli offrì i suoi servigi; egli rimase un istante incerto, poi rifiutò con un cenno, e invece di affrettare, rallentò il passo — aveva bisogno di radunare le idee.

Passò di mezzo al via vai della folla, giunse nella via Solferino, infilò la porta al numero 9, e salì le scale come un sonnambulo. Solo dinanzi all’uscio noto parve svegliarsi.

Suonò il campanello, gli fu aperto, venne introdotto nella sala.

Vedendosi un’altra volta in quel luogo olezzante d’un profumo acuto di narcisi e di giacinti, sentendo intorno a sè la presenza della bellissima donna, che là, in quel vano, eragli apparsa come una visione, non venne meno nel suo proposito; voltandosi a un tratto, e vedendo lei, lei stessa, la vaga creatura, fece un inchino troppo profondo, ma fu l’unica sua debolezza. Riacquistò subito l’imperio di sè stesso, sorrise a lei che sorrideva, e come la vide seduta, sedette egli pure. Agnese sorrideva sempre, e Corrado pensò che era quello un cattivo artifizio per nascondere l’imbarazzo.

Gli bastò un’occhiata per comprendere che la bella aveva un disegno; per sgominarlo più sicuramente, ricorse alla botta improvvisa.

«Signora, egli disse garbato ma freddo, la prima volta che venni da voi a nome di Grazietta, era un pretesto; questa volta vengo a domandarvi di Grazietta.

— Ed è un pretesto....

— Nossignora; vengo proprio per chiedervi: «dov’è Grazietta?»

— Ecco, rispose Agnese, dopo un istante di stupore, che pareva genuino — ecco.... poichè m’interrogate, lasciate fare una domanda a me pure.... ma promettete di rispondermi.... promettete?....

Lo canzonava. Come dubitarne?

— Chi è questa signora Grazietta, che vi sta tanto a cuore?

Agnese, dopo aver messo innanzi la sua trincea, si credette probabilmente al sicuro, e per confondere meglio l’avversario fece la sbadata, seguendo colla punta del piedino il contorno d’un arabesco del tappeto. Ma quando ebbe finito e rialzò il capo, vide gli occhi di Corrado così ostinatamente scrutatori, che fu costretta a chinare i suoi ed a guardare qua, là, non sapendo dove metterli.

— Voi sapete meglio di me chi sia Grazietta, disse Corrado lentamente; Grazietta è qui.

Agnese scosse la testa con un atto dispettoso e piantò uno sguardo sfacciato in volto all’importuno. Ma questi, forte del suo proposito:

«Siete schietta, ve lo leggo in faccia, mal sapreste dissimulare; non lo negate dunque, Grazietta è qui.

— E perchè dovrei negarlo? domandò Agnese con accento fiero.

— È quello che dico anch’io, perchè dovreste negarlo? È inutile cercar di nascondere una cosa che cento bocche mi sveleranno, sol ch’io interroghi. Vedete un po’: posso piantarmi alla vostra porta o metterci in sentinella una persona fidata per scoprire ogni vostro passo, per vedere chi entra e chi esce; sarebbe una noia per voi, ve lo assicuro, ma nessuno me lo può impedire. Posso anche far parlare il portinaio o la cameriera — vi sono argomenti a cui le cameriere non resistono ed i portinai nemmeno — lo sapete — e sapete anche che non bisogna mai metterci a rischio di dover licenziare una brava ragazza che ci serve bene.

Diceva queste parole scherzosamente, e intanto seguiva cogli occhi il piedino della bella, che, uscito un’altra volta dal suo baluardo di sottane, contornava l’arabesco.

Agnese, senza smettere dalla sua occupazione, e coll’accento pacato e monotono d’uno ch’abbia preso una determinazione irremovibile, rispose:

«Ebbene, sì, non lo nego; Grazietta è qui. Che volete da Grazietta?

Questa domanda fredda e sdegnosa tolse un istante a Corrado il coraggio di proseguire, rivelandogli a un tratto una volontà di macigno contro cui doveva rompere ogni suo proposito. E fu con palese titubanza che ripigliò a dire:

— Che voglio io da Grazietta? Sentite: quella fanciulla è congiunta alla mia vita di scioperato da un filo purissimo, l’unico.... Sentite: una mattina, uscendo da un’orgia, mi pareva d’uscire da un funerale; la neve sembrava affrettarsi a cancellare i miei passi; mi corse il pensiero ad un’altra neve, a quella dell’età, e mi volsi a guardare la via percorsa, e non trovai nulla, nè un affetto buono, nè una buona azione.... poichè non conobbi i miei genitori, mi morì fanciulla una sorella che avrei amata tanto, e solo mi si offersero amici ed amiche che non mi amarono e non amai. Già quasi arrivato, nulla avevo fatto per via; nessuna delle mie azioni mi accompagnava.... ero solo. Avevo speso l’oro, l’ingegno, il cuore in follie d’un quarto d’ora, finchè era venuta la sazietà e la noia; avevo qua dentro un vuoto, una tomba; ogni sbadiglio vi aveva seppellito un’illusione.... Vidi Grazietta; essa vendeva al prezzo di pochi scudi i suoi capelli, per seppellire sua madre. Vi giuro che, pensando alla moneta di quel mercato, mi sentii povero. Tutte le mie ricchezze non valevano quei pochi scudi.... allora....

— Allora vi mostraste.

— Lo sapete?

— So tutto.

Corrado tacque e chinò il capo; risollevandolo e gettando uno sguardo innanzi a sè, vide che la bella non si era mossa, e ripigliava a contornare col piedino i fiorami del tappeto.

«Che voglio io da Grazietta? — ripigliò a dire con voce lievemente commossa — un gran conforto, quello di saperla felice per opera mia. L’ho promesso a me stesso, l’ho promesso a quella madre che mi ha benedetto morendo — sarò io il padre di Grazietta. Non sorridete. Dietro questa scorza di giovinastro, si nasconde un vecchio che soffre.

Agnese si era arrestata alle prime parole, alle ultime ruppe il sorriso beffardo con una risata, che voleva parer gioconda ed era solo stridula e nervosa.

«Beffatemi, ne avete il diritto; io vi parlo un singolare linguaggio, che deve far ridere le donne.... giovani e belle come voi; beffatemi, ridete; aspetterò che torniate grave e seria, perchè è grave e serio tutto quanto devo dirvi.

Agnese gettò un’occhiata rapida a Corrado, il quale parlava con calcolata lentezza; non lo interruppe.

— Dal giorno che vidi Grazietta compresi d’aver sciupato la mia vita; non cercai di cambiarla, non era più tempo; le abitudini mi avevano legato con cento catene; ero fiacco, irresoluto, fastidioso agli altri, a me stesso; la mia casa mi parve una bella prigione, la mia donna un bel trastullo; e fuggii la casa e spezzai il trastullo come un ragazzo bisbetico. Un solo pensiero rimaneva in piedi fra le rovine di un edifizio di menzogne: quello della mia buona azione compiuta; una sola immagine serena m’appariva fra le cento creature dell’orgia: Grazietta; essa mi stava a fianco, silenziosa nel tumulto, pallida fra tante faccie accese dal vino, vereconda in mezzo all’inverecondia degli atti e del linguaggio. Un giorno la rivedo, no, la ritrovo; perchè, senza averne coscienza, io la ricercava. La ritrovo, ed eccomi altr’uomo; e dico a me stesso che non è tutto tomba il mio petto, se il cuore mi batte in un modo insolito, se la mente risuscita un mondo di fantasime belle. Pensando a tutto il bene che si può fare con pochi scudi, le mie ricchezze non sono che un rimorso, e mi fanno più miserabile. Ho un grosso debito da pagare. Vi domando Grazietta, senz’altro dritto fuor quello d’ogni uomo a fare una buona azione; ma è un diritto sacrosanto.

Riapparve sulle labbra della bella il sorriso beffardo di prima. Senza staccar gli occhi dal tappeto, senza muovere il corpo, crollando solo lievemente il capo ad ogni parola, essa prese a dire con un accento scherzoso in cui tremava un’intima collera: