Capelli biondi

Part 9

Chapter 93,725 wordsPublic domain

— Bevi, Antonio, bevi, e poi sappimi dire che cosa capisci nel mio volto.... Come credi che abbia occupato il mio tempo prima di desinare?... Non lo indovini? Lo credo io!... A piangere.

— Che!

— Proprio; tu dirai: «Alla sua età!»

— Non dico questo....

— Lo pensi, non lo negare.

Prima di rispondere, Antonio vuotò il bicchiere per farsi forza:

— Non lo nego, poichè me l’ordina; ma se non me l’ordinasse, lo negherei, sissignore lo negherei.... Alla sua età io era un ragazzo.... e non piangevo. Alla sua età.... Vediamo, che età è la sua?... Lei è nato....

— Lascia stare; non importa; hai ragione tu, sono un ragazzo, ed ho pianto perchè ero troppo felice.... Sicuro.... le grandi gioie hanno bisogno di lagrime; quando ho letto questa idea la prima volta, l’ho creduta una corbelleria.... ora mi pare un articolo di fede.

— Scusi, ma è un articolo bugiardo, si affrettò a dire Antonio; mi lasci dire, è un articolo bugiardo; io mi ricordo quando mi furono appiccicati, dinanzi alla compagnia, i galloni di caporale.... nel campo.... in faccia ad una batteria.... era una gran gioia, le pare?... Ma non ho pianto.... e che figura avrei fatto a piangere?

Corrado rise forte, si alzò da tavola e battè sull’omero del vecchio....

«Hai ragione,» gli disse.

«Ha torto, disse quando fu solo; non ho io morsicato il guanciale, non ho bagnato una pezzuola di lagrime, e non sono forse straordinariamente felice? Dunque ha torto. Sì, le grandi gioie hanno bisogno di lagrime. Vi è qualche cosa che fa nodo qui, qualche cosa che si scioglie qua, così nei dolori come nel piacere, quando soverchiano la fibra; la natura si comporta allo stesso modo.... deve essere così.... è così certo.

Corrado parlava forte, come ad un invisibile interlocutore, ed alle parole aggiungeva il gesto.

Finalmente si fermò dinanzi allo specchio, e levando in alto l’indice:

«Corrado! Corrado!» disse; poi rise, poi si fè serio, ed aggiunse con una singolare gravità d’accento: «Il valpolicella proprio quando si deve supporre che abbia fatto giudizio, lo fa perdere agli altri.»

Si tolse di botto la veste da camera, indossò altri abiti, e fuggì di casa come uno scolaro.

«Glie l’ho fatta, disse scendendo le scale; ora Antonio va nella mia camera per portarmi il caffè, non mi trova, domanda a quel melenso di Proto se mi ha visto.... non mi ha visto.... gliel’ho fatta.»

«Ah!» esclamò forte, giunto sulla via, e siccome qualcuno si voltava, proseguì abbassando la voce:

«La tua buona azione ce l’hai, nessuno te la toglie, ora puoi ridere delle tue ubbie; peccato che non nevichi per beffarti anche della nevicata! Hai avuto il capriccio di un’opera santa, non ti manca più nulla; spero bene, Corrado mio, che in avvenire farai senno e non seccherai gli amici e non sbadiglierai baciando un calice colmo di sciampagna od una guancia tinta.... Bella sera! a quest’ora Grazietta guarda le stelle dalla finestra o fa la lezione al suo canarino. Lasciamo Grazietta; che fa a quest’ora la vezzosa Agnese?... perchè è proprio vezzosa Agnese; ha due labbra, che sembrano di corallo, e due guancie fresche e morbide come velluto.... non se le tinge.... me ne sarei accorto baciandola.... e non si sarebbe fatta rossa.... Perchè si è fatta rossa?... basta, è proprio bella Agnese.... Lasciamo stare Agnese.... Al Circolo ci saranno tutti: Filiberto, Domenico, Felice; è un pezzetto che non mi vedono; mi assedieranno di _che_, di _come_.... mi par di sentirli.... ed io muto come una sfinge, beffardo come una maschera. Aniceto è capace di dirmi che a lui l’essere stato otto giorni senza lasciarmi vedere sembra la cosa più naturale del mondo, perchè, avendo perduto il _cor_, devo essere diventato _rado_.... Ne è capace; ha avuto una settimana per pensarci....

Due passanti, vedendo un uomo elegante che borbottava fra sè e sè, lo guardarono fisso; Corrado ammutolì affrettando il passo; un momento dopo ripigliò:

«Sì, sono contento, sono felice; ho fatto una cosa che nessuno dei miei amici ha saputo fare, una cosa che a me stesso non era mai riuscita prima d’ora.... È bello poter dire: «siamo scioperati alla superficie, sotto siamo filantropi;» è bello pensare che mentre beviamo lo sciampagna, qualcuno ci benedice.... sì, è bello. Non bisogna però dirlo a Filiberto ed a Felicino; essi sono nell’età in cui dinanzi al bicchiere colmo un po’ di cinismo fa buona figura, portano seco l’avvenire, lo scialacquano.... ma è una miniera. Noi siamo i viaggiatori svaligiati, e ci tocca far le spese del buon umore se non vogliamo farci scorgere.... Oggi sono in vena, li farò ridere.... li ho seccati tanto l’altra volta!...

Giunse al Circolo, si guardò in uno specchio dell’anticamera, ed attraversò le note sale; l’ultima, dove la comitiva soleva raccogliersi, era ancora deserta. Aveva preparato le parole, il contegno, e non si aspettava questo contrasto; aspettò; pareva fatto apposta, nessuno veniva. Corrado contò coll’occhio gli scacchi del tappeto dalla sua poltroncina fino alla parete: _tredici_.... tenne gli occhi fissi nella parete, il pensiero nel numero. Un orologio, che prima era stato zitto, ora incominciava a battere i secondi, ed il suo accento monotono pareva nel silenzio acquistar forza sempre nuova; da lontano giungeva ogni tanto il rumore delle palle del bigliardo. Suonarono le 8; Corrado rialzò il capo, tese l’orecchio.... nessuno. Passò un’altra mezz’ora, poi si udì nella vicina sala un rumore di voci. Il conte fu in piedi d’un balzo.

«Finalmente!» disse. Ma Aniceto e Filiberto si erano arrestati dinanzi all’uscio e sembravano discutere.... E Corrado, mutando improvvisamente proposito, si guardò intorno, aprì un usciolino in fondo alla camera e scese le scale. Sulla via respirò libero.

«Meglio così, disse, non ero in vena di ciancie. Non so che m’abbia oggi, qualche cosa mi manca, ci è un vuoto qua dentro.... E poi bisogna pur rispondere a chi domanda: «che hai fatto in questi giorni? — Mi sono fatto una nuova innamorata!» così bisogna rispondere.... E dove la piglio io l’innamorata?...

Corrado dirigeva i passi verso la via Solferino: giunto al numero 9, quasi quasi infilava il portone sbadatamente. Si fermò in tempo, e facendosi addosso al muro dirimpetto, guardò alle finestre illuminate del secondo piano.

«Rapirla a quel vecchio avaro non deve essere difficile; io non sono vecchio..., nè avaro!»

Se ne andò a passo lento; alla svolta della via, fermandosi, diede un ultimo sguardo alle finestre e disse come in risposta ad una domanda segreta:

«Agnese è più seducente, più leggiadra, più bella.... sì, più bella!»

XVII.

Agnese.

Il giorno successivo, verso il mezzodì, Corrado si levò da letto, si lasciò cadere sulla poltrona e volle che gli si radesse la barba. Antonio non riceveva mai quest’ordine, che gli toccava trasmettere a Proto, senza arrabbiarsi della propria ignoranza: gli piangeva il cuore di vedere quel ragazzaccio melenso cacciar le dita nel collare del padrone, piantargli le manaccie nel viso senza ombra di riguardo, tanto più che Proto non si accingeva mai all’ufficio delicato senza fare un sorriso di compiacenza, che gli fendeva la faccia in due, e senza dire all’orecchio d’Antonio: «State a vedere con che grazia lo piglio per il naso.»

Il vecchio avrebbe dato non so che per non vedere un orrore simile, ma non si sapeva staccare dalla camera, e sol che potesse, faceva da testimonio. Allora Proto insaponava il volto di Corrado, poi si scostava per affilare il rasoio, per toccar qua, là, senza far nulla, sempre colla sua faccia melensa spartita in due dal sorriso di beatitudine. Qualche volta diceva:

«Antonio, fatevi in là, mi togliete la luce.

Antonio obbediva senza fiatare, aspettando che Proto avesse finito per pigliarlo in disparte e dirgli a quattr’occhi con un accento solenne: «Canaglia, tu finirai male.»

Quel giorno adunque, verso il mezzodì, Corrado si fece radere da Proto, poi stette una buona ora allo specchio, adoperò acque, unguenti, spazzole e spazzolini, infilò guanti freschi ed uscì.

«Scommetto che vuol farsi una nuova innamorata! osservò Proto.»

Il vecchio rispose con un’occhiata severa, senza riuscire a chiuder la bocca all’impertinente.

E l’impertinente aveva ragione. Corrado quella notte aveva patito d’insonnia, si era domandato invano per qualche lunga ora che cosa mai gli mancasse, ed aveva finalmente risposto che gli mancava l’innamorata, che il posto occupato dalla bruna Fanny era vuoto, e da otto giorni almeno non doveva essere, e che Agnese era bionda e superlativamente bella.

Andò dunque difilato in via Solferino, N. 9, salì le scale, entrò; gli fu detto d’attendere in salotto; attese.

L’ampia camera era tutta illeggiadrita di fiori; pareva un tempio preparato per un rito amoroso; vi erano due camelie bianche nei vani delle finestre, giacinti in fiore sulla caminiera, e sulla tavola di mezzo un vaso di porcellana con una ghirlanda di puttini, che mettevano insieme tutte le loro forze per reggere un enorme mazzo di viole mammole. Che voluttuoso languore nella luce temperata, nel contrasto delle tinte, nelle varie onde di profumi che s’incrociavano nell’aria!

Fu ben altro quando la cameriera venne a dire a Corrado che, per non fargli perdere la pazienza, la signora lo riceveva nella sua camera da letto. Il signor conte Germinati aveva provato altre vòlte brividi simili a quello che gli corse per tutto il corpo a tale notizia; nè nuovo era per lui lo spettacolo che gli si offrì quando fu giunto nel santuario della bella donna: un volto da serafino, che gli sorrideva di mezzo ai lunghi capelli cadenti giù per le spalle — un bocciolo di rosa in una nicchia d’oro.

Pur Corrado, il quale era entrato quasi saltellante, da uomo pratico, si sentì inchiodare da un fascino a cui non seppe resistere, e nello stringere la manina bianca, che gli veniva offerta, la tenne nelle proprie come uno smemorato.

Fu Agnese la prima a parlare: stando seduta innanzi allo specchio e sollevando gli occhioni in faccia al visitatore, ella si scusò se ricevevalo in quel luogo, a quell’ora; aveva patito d’insonnia, si era levata da letto più tardi del solito, la sua giornata cominciava appena.

«Se non vi spiace di far quattro chiacchiere intanto che la Nina mi pettina....

— Sì, mi spiace, rispose Corrado scherzosamente; vorrei star mutolo per ammirarvi.

— Grazie, disse Agnese, e provò a fare un inchino, ma si sentì tirare per i capelli e fece: _ahi_!

— Ahi! ripetè scherzosamente Corrado, Nina vi raccomando.... Nina!....

La ragazza rise forte.

— Siate testimonio, disse Agnese dopo un breve silenzio, che non porto capelli posticci....

E soggiunse voltando il bel viso: «che non metto cinabro alle labbra, che non do lo smalto alle guancie, appena appena un po’ di _veloutine_ che io non posso soffrire; ma è indispensabile; se non sembriamo fatte di bambagia, se non siamo vaporose, non vi si piace più.... Ed ecco come si fa a diventar vaporose per piacere a lor signori....

Prese allora essa medesima un piumino, lo cacciò in una scatola di polvere bianca e toccò leggerissimamente le guancie, il mento, la fronte; poi agitando la testa vezzosa, accese mille riflessi d’oro, ed apparve un istante come circondata da un tremolìo di raggi, diafana, morbida al pari di una creatura sognata.

«Vi piacio così, signor conte?

E rise.

Il signor conte non ebbe parole per rispondere, e la Nina riafferrò i capelli stentando a tenerli tutti nel pugno, poi li spartì col pettine in due porzioni eguali, e disse: «tenga questi.» Fingendo di pigliar l’istruzione per sè, Corrado si affrettò a _tenere_: la Nina lo guardò sorridendo, Agnese disse grazie, e allora il signor conte si levò un guanto coi denti e cambiò di mano il suo tesoro per sentirne tutto il valore. Come erano morbidi quei capelli! Ecco che, invece di tenerli semplicemente, li accarezzava, lasciandoseli sfuggire un attimo e riafferrandoli tosto, finchè la Nina venne a riprenderli.

«Starò così, disse poco dopo Agnese, tirando le due treccie intorno al viso e annodandole sotto il mento, sto bene?

Si guardò nello specchio, esclamò che era un orrore, che pareva un mostro, sciolse il bel volto da quel laccio — si levò in piedi.

Ed era un vezzo ogni movenza.

Corrado guardava estatico, trovandola ora più bella di poc’anzi, oggi più bella di ieri, e sempre senza paragone più bella di Fanny, di Candida e di tutte le altre fanciulle del suo martirologio.

«Starò così, ripetè Agnese, rivolgendosi direttamente alla Nina; e significava: «non ho più bisogno di te, vattene.» La cameriera se ne andò. Subito, come se altro non aspettasse, la bella buttò le braccia al collo di Corrado, e gli scoccò un bacio abbandonandolo a sè stesso. Costui barcollò come un ebbro, e Agnese ridendo:

«Come vi siete fatto pallido! signor conte.

— Mi sono fatto pallido? rispose Corrado.... è strano!

— No, non è strano; avete avuto paura che vi volessi mangiare.... ecco.

Poi apri l’uscio che metteva nel salotto ed entrò, aspirando il profumo delle viole e dei giacinti colle nari dilatate. Il conte le veniva dietro; ancora non si riaveva dallo stupore per l’accoglienza che gli veniva fatta; era venuto per porre un assedio da burla ad una fortezza smantellata, si aspettava resistenze fiacche, ripulse, moine, vezzi, civetterie tolte a prestito alla virtù per far più bello il piacere; trovava ben altro; non l’opposto, ma ben altro e peggio, l’incomprensibile.

Non sapeva come interpretare quei modi familiari, quel sorriso, quel bacio; ed ora si lusingava d’aver ispirato ad Agnese una _passione_, ora se ne atterriva, ora si accusava d’essere vanitoso e sciocco.

Agnese andava in giro per la sala, guardando i giacinti ad uno ad uno, dando ogni tanto un’occhiata fuggevole al conte, determinata evidentemente a non aprir bocca, se costui non le diceva qualche cosa.

«Come siete bella oggi!» sospirò Corrado.

— Che bella giornata oggi! rispose Agnese.

E non si volse nemmeno.

Poco dopo, venne a sedersi presso a Corrado e ripetè:

«Che bella giornata oggi!

«Come siete bella oggi! rispose l’altro serio.

— Ah! vediamo, vi ho offeso? La mia osservazione vale la vostra. «Bella giornata oggi! Come siete bella oggi!» Quale differenza fate? Ditemi qualche cosa d’altro... posto che siete venuto. Per esempio: perchè siete venuto?

— Per vedervi, per dirvi....

— Che cosa?

— Che sono innamorato di voi.... l’ho detto.

Agnese non rispose; erasi rivolta a guardare verso la finestra.

— Ci è un filo d’aria.... disse poi.... lo sentite? e pure è tutto chiuso.... Dicevate?

— Dicevo che sono innamorato di voi.

— Davvero?

— Davvero; vi stupisce?

— Tutt’altro; lo sapevo anzi, — a tutti gli uomini che ho conosciuto è capitata la stessa disgrazia, e non vi è amica mia, che non abbia avuto la stessa fortuna....

— Canzonatemi pure, ma ascoltate.

— Vi ascolto, ma prometto di non credere una sillaba....

— E allora taccio.

— Anche tacendo non sarete sincero; la sincerità è impossibile ad un uomo come voi posto in faccia ad una donna come me. Vediamo; vorreste essere schietto almeno una volta?...

— Come devo fare?

— Venite dietro come un’eco; dite così: «Io sono venuto a farvi la mia dichiarazione.»

— «Io sono venuto a farvi la mia dichiarazione.»

— «Perchè ho il cuore disoccupato....»

— «Perchè ho il cuore disoccupato....»

— «Perchè mi piacete.»

— «Perchè mi piacete tanto, tanto, tanto....»

— «Perchè mi pare che passerei bene il mese di marzo con voi, e parte dell’aprile....»

— «Perchè sono sicuro che passerei bene il mese di marzo con voi, e parte dell’aprile...., e il resto dell’aprile e dell’anno e della vita....»

— Siete un’eco infedele e chiaccherone.

— «Siete un’eco infedele e chiaccherone....»

Risero forte.

— Finisco: «E perchè vi ho creduta e vi credo ancora innamorata di me.»

Corrado balzò in piedi, e pose la mano sul cuore a protestare che questo non lo voleva proprio ripetere, perchè non era assolutamente vero.

— È vero, disse Agnese.

— Sarò schietto; è vero per metà; cioè vi ho creduta un momento solo innamorata di me; ora non lo credo più.

— Ah! il signorino confessa! esclamò Agnese tra la beffa ed il riso; e perchè lo aveva creduto? per uno dei miei baci che non seppi nè rifiutar nè concedere senza farmi rossa, dopo essermi per un’ora creduta un’altra donna dando altri baci alla mia Grazietta! Mi sono vendicata; poc’anzi non avete voi impallidito ad uno dei miei baci?... Avrei diritto di credervi innamorato pazzamente di me.

— Oh! ve ne scongiuro, credetelo.

— Non lo credo.

Ebbe un istante di serietà bizzarra, poi mettendo le due mani in quelle di Corrado con un vezzo irresistibile:

«Non inganniamoci a vicenda; siamo tutto il meglio che possiamo essere: buoni amici; marzo porterà le primule, aprile le pervinche, maggio i mughetti e le rose, giugno, luglio ed agosto i fiori di mille colori, come dicono i poeti, che non sono mai usciti di casa, sinchè dicembre riporterà i giacinti primaticci per inghirlandare un’amicizia, che potrà sfidare il tempo. Mi avete detto un’altra volta che non vi credete nulla di più di me, che al vostro confronto io sono una vergine, che avete anche voi in cuore un po’ di scetticismo, un po’ di nebbia nella testa, e che vi sono quarti d’ora in cui la nausea della vita piglia voi come me; se tutte queste non sono parole, non sdegnerete la mia amicizia schietta. Il mondo, che non pensa come voi, vi crederà il mio amante; non me ne importa.

Corrado non rispose subito, pareva distratto; poi disse:

«Che cosa crederà Grazietta?

— Che vi passa per il capo?... non so.... nulla probabilmente, essa sa che siamo amici, e non le sembra strano, come sembra al mondo.

— Come sembra.... Dunque?...

— Mi avete fatto tre visite in pochi giorni; ce n’è più del bisogno; voi passate fin d’ora per il mio innamorato agli occhi del portinaio.... che incomincia e rappresenta il mondo.

— E non vi duole questo?

— Niente affatto.... sono libera di ricevere chi mi pare e piace.

— Ricevete molti?

— Nessuno, tranne voi.

— E....

— Già.

— Non è geloso?

— No.

— Somiglia al ritratto che ne ha fatto Grazietta?

— Somiglia.

— Come si chiama?

— Corrado, amico mio, vi avverto che vi distraete troppo.

— Scusate, disse Corrado ridendo, è vero.

Tacque un istante; poi ripigliò:

— Come si chiama?...

— Ricominciate?

— Finisco. Come si chiama?

— Non lo posso dire; non vuole che si sappia, è l’unico vincolo che m’impone lui, gli altri me l’impongo io stessa.

— Quali?

— Rispettarmi, rimaner donna perduta, senza diventare donna viziosa; mi piace il lusso, l’agiatezza, la pace; mi si dà tutto questo — mi basta.

— Non è dunque avaro?

— È avaro; ma è innamorato.... a suo modo; si accontentava di un terzo, d’un quarto, d’un sesto del mio amore, per fare economia; non potendo, si è sagrificato: l’ha preso tutto.

— E che rispondete a chi vi dice: vi amo?

— Secondo i casi....

— Vi adoro!...

— Bugiardo!

Uscendo da quelle camere, da quel fascino, Corrado sembrava aver dimenticato ogni cosa; camminò un tratto per la via, misurando le lastre di granito del marciapiedi, poi si ravvide, si volse. Era certo di vedere Agnese alla finestra — non vi era.

«Non mi ama ancora!» disse e tornò a misurare le lastre del marciapiedi.

Nello stesso momento Agnese, dopo essere andata in giro per la stanza guardando con occhio sbadato i giacinti, le camelie, le viole, si arrestava dinanzi allo specchio e mormorava fra sè e sè: «Non mi ama ancora!»

XVIII.

Nel circolo e nel prato.

Quella sera il conte Germinati tornò al Circolo; non vi era alcuno. Si buttò in un divano ed attese fumando. Aveva il riso sulla labbra, l’arguzia pronta, una strana luce negli occhi.

Venne Aniceto.

«Ti trovo invecchiato, gli disse Corrado.

— È vero, rispose l’altro senza scomporsi, ho compito domenica passata i quarantasette anni; fino a sabato potevo dire di non avere che quarantasei suonati; in un giorno sono invecchiato d’un anno.

Venne il Domenichino.

«Come sta Fanny? domandò Corrado.

— A meraviglia.

— E tu patisci sempre l’insonnia?

— Sempre, rispose l’altro sbadigliando.

Venne Filiberto, vennero altri ed altri; a ciascuno Corrado diceva la sua; invece di esporsi bersaglio a motteggi, ad illusioni, preveniva gli amici. Si fu d’accordo nel risalutare in lui il Corrado dei tempi migliori, lo si paragonò alla pecorella smarrita della parabola, e l’ovile non fu mai così chiassoso.

Era già notte tarda, ed uno ancora mancava — Felice.

— Manca Felicino; osservò Corrado.

— E non verrà; gli è bastato sapere che tu eri innamorato per credersi in diritto d’innamorarsi anche lui; si è accorto che ti serbavi fedele alla tua Grazietta, ed egli argomentò che era lecito a lui pure essere fedele! Disse a sè stesso: «Felice! se _fé_.... _lice_, tu sei felice!» Deplorabile virtù del mal’esempio!

Tutto intento a guardarsi intorno per raccogliere il prezzo del suo bisticcio, Aniceto non vide l’improvviso pallore, che coprì il volto di Corrado, nè la premura con cui cercò di nasconderlo gettandosi innanzi due buffi di fumo.

Diradatosi il nugolo, Corrado riapparve sereno come prima.

— Aniceto, tu mi regali un’innamorata; non so che farmene.... ma dove sei andato a stanarla questa tua.... come la chiami?....

— Statelo a sentire l’ingenuo! Non ci hai forse contato tu stesso la storiella dei capelli biondi nella bottega del parrucchiere famoso? Non ce l’hai dipinto tu stesso il visino da madonna di Grazietta?...

— To’! È vero! esclamò Corrado battendosi la fronte. Bravo Aniceto! Vai perdendo i capelli, ma ti rimane la memoria....

Aniceto non l’udì nemmeno; il genio dei bisticci lo baciava in fronte.

— Peccato! esclamò all’improvviso.

— Che cosa? disse Corrado.

— Peccato che la tua Grazietta non si chiami Crazietta o Cristina.

— Davvero?

— Davvero; perchè nel tuo nome avresti potuto leggere il tuo destino: Corrado — «adoro Cr....»

— Buona! disse Corrado, ma è venuta troppo presto — bisognava aspettare che m’innamorassi d’una Cristina. Oh! Aniceto, perchè non dai retta al tuo nome? perchè non li conservi i tuoi bisticci? Oh! Aniceto, perchè non li metti _in aceto_?

Risero tutti, tranne Aniceto, il quale venne a stringere la mano di Corrado e ad assicurargli che aveva fatto un capolavoro.

Mezz’ora dopo, scioltosi dagli amici, Corrado si diresse a casa sua; ma andò oltre il portone, attraversò quella via ed un’altra, a passo prima spedito, poi man mano più lento, finchè giunse nella via Lesmi; allora, scavalcando una siepe, si cacciò in un campo. Stette in ascolto: non passava nessuno; non si udiva alcun rumore. Rasentando il muricciuolo, fece il giro del recinto, si arrestò dinanzi ad una piccola cancellata e pose la testa fra due sbarre. A poco a poco distinse gli alberi ancora nudi, un sentieruolo, in fondo in fondo la casa biancheggiante ed i vani neri delle finestre del primo piano. Una luce mobile balenò all’improvviso in quei vani; qualcuno saliva dal piano terreno, poi la luce divenne più viva e si fissò come una stella nella camera, poi sparve dietro ad un corpo, che gettò un’ombra lunga nel prato. Quel corpo venne alla finestra per chiuderla, stette alquanto, si ritrasse, chiuse; lungamente il lumicino brillò attraverso i vetri, si spense. Il conte, dimentico di sè stesso, continuava a spingere l’occhio nel buio.

XIX.

Festa intima.