Capelli biondi

Part 16

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Misurato dal falso riso e dall’ebbrezza finta, il tempo pareva un vecchio podagroso a Corrado. Vedendo dinanzi a sè l’immagine viva della noia, e sentendosi stanco dalla veglia, gli pareva talvolta che lo stringesse una malìa; allora balzava in piedi per non cedere al sonno, per non assomigliare nemmeno un istante a Domenichino.

Nelle pareti del Circolo eccheggiò un giorno una risata larga e sincera, a cui si unì Corrado con tutto il cuore — Aniceto era guarito alla meglio dalla gotta, per fare pochi passi e cadere.... indovinate? nelle braccia della severa Martina, che lo strinsero in un amplesso ferreo ed ahi! _legittimo_.

Gli astanti si divisero in due partiti.

— «Meglio la gotta!» — dicevano gli uni — e gli altri asserivano «meglio Martina!» e non vi fu verso di mettersi d’accordo.

E un’altra volta le pareti del Circolo eccheggiarono d’un’altra risata, egualmente larga, ma non del pari sincera: Felice aveva sposato la cuginetta, e — primo atto di giudizio con cui iniziava la sua carriera di patriarca — era venuto a darne la notizia agli amici, ad uno ad uno, perchè li aveva temuti riuniti....

Alla buffa novella Angiolino rise troppo, Corrado niente affatto.

Così si trascinavano giorni _podagrosi_, come diceva il signor conte.

XXXVII.

Terza lettera di Agnese al signor conte.

V*** marzo....

«Da venti giorni sei padre — padre d’una creaturina che si chiamerà Corrado, come te. Mi pareva di desiderare una femmina, perchè avesse della povera morta, che abbiamo amato tanto, almeno il nome — ora sono certa che m’ingannavo, che il mio segreto desiderio era d’un maschio, il quale ti somigliasse. Non ti scrissi prima perchè fui sempre in pericolo di vita. Ho sperato tanto di morire! Il curato di questi monti, che ha l’anima pietosa, ti avrebbe scritto in vece mia — tu non avresti abbandonato tuo figlio alla carità degli estranei, saresti accorso a raccogliere la preziosa eredità d’una sciagurata — ed io mi sarei risparmiato il dolore acuto di doverlo abbandonare ora che l’ho udito piangere, che mi sono sentita accarezzare dal suo alito lieve lieve, e ne ho coperto di baci la faccia di rosa e di velluto. Ma io aveva la febbre, ero una demente; il cielo non ha voluto risparmiare un dolore ed una colpa ad una donna che ha sofferto tanto, che fu colpevole tanto; mi ha lasciata viva perchè oggi ti potessi dire: «Corrado, io sono giovine e sana, ed ho ora un affetto purissimo nel mondo, e sento che amerei la vita — muoio per ridonare il padre a mio figlio.» Sì Corrado, quando tu giungerai fra questi monti più non vi sarà traccia della sciagurata; troverai solo una madre morta, che è cosa santa.

«Nostro figlio — non ti offenda che io così lo chiami almeno una volta — nostro figlio è allattato da una mugnaia della valle della Varaita; tutti ti sapranno indicare l’unico mulino a piedi del monte; tutti conoscono la Narcisa — lo troverai facilmente. Quanto sarei stata felice di allattarlo io medesima! ma ho temuto di non aver poi la forza di strapparmelo dal seno, ho avuto paura di amarlo troppo.... E poi i bambini soffrono del cambiamento di latte, e poi.... è già molto, è troppo, non è vero? che una creaturina abbia avuto la disgrazia di nascere da una donna come me! — La Narcisa è una buona figliola, bella, sana ed onesta. Sei contento così, Corrado? Oh! sì tu lo devi essere tanto, sol che la gioia d’essere padre assomigli lontanamente a quella della maternità; tu devi esserlo tanto, perchè ritrovi tuo figlio.

«Io lo vedo: un dubbio crudele ti ha in ogni ora di questi lunghi giorni trascorsi avvelenato il piacere — il dubbio d’aver respinto una creatura a cui avessi dato la vita. Potevi ben credermi ingannatrice od ingannata io stessa, ma strapparti dalla mente e dal cuore l’ultima ombra d’un sospetto che io potessi essere sincera e sicura, come sono, questo non lo potevi fare.

«Ecco, tu esci da ogni pena, più non ti è possibile temere di una menzogna che mi costa la vita, più non ti è possibile dubitare che una madre abbandoni suo figlio perchè un estraneo lo raccolga e gl’impresti un affetto falso, un nome non suo. Rallegrati. Tu incominci proprio ad esser padre.

«Muoio, Corrado; in questi giorni che la campagna si sveglia, che in ogni zolla freme la vita, io abbandono volontariamente la terra.

«Ho detto che non mi fu possibile scriverti prima d’oggi perchè ero inferma. Sì, ero inferma; ieri e ieri l’altro mi ardeva una febbre ignota e stolta; non avrei saputo morire — guardavo le nevi scintillanti al sole, sentivo i primi tepori di marzo, vedevo i monti aspri e severi, fatti ad un tratto generosi e buoni, prodigare alla valle i loro fili d’argento per fecondare i germi impazienti di nascere, e udivo mille voci chiamarmi a nome; erano gli alberi che mi mostravano le loro gemme, i campi che vantavano il nuovo verde.... i loro figli! — Pensavo al mio, correvo a vederlo, a baciarlo; non avevo forza di dirgli _addio_ per sempre. Ero inferma, come vedi. Ora sono guarita.

«E penso che la mia morte non solo è necessaria alla mia creatura ed a te, ma è utile a me medesima — tu mi potrai ridonare un po’ di quella stima a cui io aveva pazzamente rinunziato nel mondo e che un giorno si riconosce preziosa — tu potrai dire a mio figlio il nome di sua madre, mostrargli le sembianze con cui essa gli avrebbe sorriso se le fosse stato concesso di vivere per amarlo, insegnargli a benedirne la memoria, a pregare per essa. A pregare, Corrado, se anche tu non credi, insegnaglielo; tu non sai quanto bene faccia lo spalancare gli occhi, di notte, nel lettuccio, e guardare nel buio un mondo lontano.

«Insegnagli a non sgomentarsi delle ingiustizie della terra, perchè la giustizia è altrove; digli che coloro a cui la sventura non meritata insegna il dubbio sono pure le tristi creature — meno desolate se apprenderanno la fede da altre sventure, che siano frutto della loro colpa. E digli, oh! digli che fare il bene è un sacerdozio — perciò che non basta volere, ma bisogna anche essere degni di farlo.

«Lo abbiamo provato noi, Corrado; sappiamo ora che una legge austera regola anche le buone opere, e le nega agli indegni, e che questa austera legge è insieme la più generosa, perchè mette il bene di noi stessi a condizione di quello che vogliamo fare agli altri — lo sappiamo, Corrado.

«Per me è tardi; ho camminato troppo apertamente nella via della vergogna — più non mi è lecito ritrarmene; tutto il bene che io posso compiere oramai è di non lasciare nel mondo la mia vita come un inciampo.

«Per te è ben altro; hai errato, anima vagabonda, di piacere in piacere, senza contaminarti interamente; puoi ritrovare più tardi anche il conforto del bene che volesti fare e che non ti fu possibile. È forse questa pure una delle tante ingiustizie che offendono i nostri piccoli cervelli, i nostri cuori piagnolosi e gretti....

«Ma la giustizia è altrove — ed io spero che sarà fatta alle mie intenzioni come se fossero opere.

«Addio Corrado. Del prepotente amore che ti portai per tanti mesi, ancora tanto mi rimane da sentire la melanconica tenerezza di questa parola che ti rivolgo per l’estrema volta: «addio.»

«E tu affretta; il nostro bimbo chiede il mio ultimo, il tuo primo bacio.»

XXXVIII.

Madre e figlio.

Una luce crudele si fece innanzi agli occhi di Corrado; fissò egli lo sguardo nello spazio, e vide, inorridito, Agnese bionda, pallida e santa come Grazietta, fra le braccia della morte, e gli parve d’udire un gemito lontano, come una vocetta che chiamasse la madre muta per sempre e respingesse il padre snaturato.

Poi gli balenò una speranza: «chi sa? tutto non è ancora finito, la sciagura aspetta forse la sentenza d’un giudice temuto.»

Era lui quel giudice!

Obbedendo ad un impulso generoso, mandò questo telegramma urgente ad Agnese, presso il mulino della Narcisa a V***:

«Credo tutto, risparmia una sciagura, un rimorso — io vengo.

«CORRADO.»

Due ore dopo partiva, coll’anima in tumulto. Da principio il viaggio parve lungo al suo terrore impaziente, ma a poco a poco un’idea vecchia, uscendo dalla folla di tante idee nuove, mostrò la sua faccia beffarda al signor conte, il quale volse il capo per non vederla e di nuovo la vide, e non cercò di sfuggirla, e infine la fissò apertamente ricambiandole l’amaro sorriso.

«Arriverai in tempo, diceva quel sorriso amaro, ancora non è morta. Solo hai fatto un’imprudenza mandando un telegramma in cui prometti di venire.... perchè, non si sa mai, se veramente ha _quella_ intenzione, ora che è sicura di te si ucciderà più presto. Per trovarla viva dovevi lasciarla in dubbio, farle credere che hai un macigno nel petto e che, morta lei, suo figlio, _tuo figlio_, non avrebbe più nessuno — ad ogni modo sta tranquillo, ancora non è morta».

Corrado, giungendo a Saluzzo, aveva ricuperato il dominio del suo pensiero: era tornato sè stesso; solo di mezzo alla glaciale indolenza con cui pareva prestarsi allo scioglimento d’una commedia troppo lunga, ogni tanto, obliandosi, scorgeva una sfiducia od un terrore che gli affrettava i palpiti.

La via s’inerpicava con giravolte astute su pei colli, per allungarsi poi come un nastro polveroso nella vallata; quando la diligenza andava su penosamente peggio d’una tartaruga, quando il cocchiere abbandonava le redini, quando i cavalli lasciavano penzolare il capo sfiduciati, allora tornavano i terrori a Corrado, il quale avrebbe voluto scendere a terra e correre. Ma era allora che, giunto in cima all’erta, il carrozzone cominciava a rotolare dalla china, facendo un chiasso assordante, accompagnato dall’ombra che, scavalcando siepi, saltando muriccioli e piante, pareva stentare a tenergli dietro — era allora che il signor conte, annicchiato nel suo cantuccio, udiva distintamente il conforto amaro:

«Sta tranquillo, ancora non è morta.»

Giunse finalmente ad un primo anfiteatro formato dai monti, poi per una stretta gola ad un altro del tutto simile al primo; colà dal verde di un boschetto uscivano poche case ed un campanile — il paesello di V***.

La prima persona, a cui con un tremito nella voce domandò l’abitazione della signora Agnese, gli additò una casetta verde in cima ad un poggio, fiancheggiata da due tugurii fatti di fango.

Il borghigiano gli aveva dato quell’indicazione in modo naturalissimo; solo si era fermato sulla via per guardare il _signore_ sconosciuto, il quale, voltandosi, credette proprio di leggergli sulla faccia lo stesso ritornello che una voce beffarda gli gridava per via: «ancora non è morta.»

Venne innanzi alla casetta verde; gli batteva il cuore forte; una contadina gli si fece presso.

— La signora Agnese?

— Sta qui appunto.... ma non è in casa....

— Ah! non è in casa!

— No.... è uscita stamane di buon’ora, non è più tornata....

Un pallore improvviso coprì le guancie del conte; ma l’altra proseguì:

— Le succede spesso di star via tutto il giorno, ora che ha il piccino a balia dalla Narcisa....

— Ah! le succede spesso....

— Sicuro; se vuole aspettarla, non può tardare ad essere di ritorno.

— Non può tardare, dite?

— No; se poi vuole andarle incontro, la vada al mulino della Narcisa.

— E dov’è il mulino della Narcisa?

— Laggiù, vede.... laggiù.... vicino a quegli olmi, in riva alla Varaita, passato il ponticello di legno.... Ha buona vista lei? Lo vede?....

— Lo vedo....

— Lei è il marito della signora, se non mi sbaglio.... sarà contenta la signora, è tanto che aspetta; lei viaggiava non è così?.... ed ha fatto buon viaggio?....

— Eccellente — grazie. La signora, la vedete ogni giorno?

— Ogni giorno; sono io che la servo....

— E l’avete vista anche stamane?

— Anche stamane....

— Ed era di buon umore, non è vero?

— Mi è parso di sì; molto di buon umore non è mai, ma se ho da dire.... mi è parso sì, che fosse di buon umore stamane.

— Vado dalla Narcisa.

— Vada.... giù, fino alla Varaita, non può sbagliare; passi il ponte di legno.... Vedrà il piccino.... giusto! non mi domanda del piccino?

— È bello?

— Un amore.

— Vado dalla Narcisa.

E volte le spalle alla buona donna, scese giù pel rapido sentiero. Solo quando fu a pie’ del colle, girò l’occhio intorno a sè. Che vago spettacolo! Qui lo sguardo, non imprigionato in una cornice di monti, da due lati almeno seguiva per lungo tratto il corso della Varaita ingrossata dal primo squagliamento delle nevi, che scintillavano al sole del tramonto come caschi d’argento sulle teste severe dei monti. Sopra tutti si ergeva, nascondendo il capo fra le nubi, il Monviso. Nella valle si svegliavano mille accenti sommessi, sui quali dominava lo scrosciare continuo del torrente rigonfio. Incominciava il crepuscolo, che fra i monti è breve — il conte si rimise in cammino ed affrettò il passo.

Giunse al mulino; passato il ponticello di legno, si fermò.... gli era parso d’udire un grido — dove?

Si fece innanzi — un uomo infarinato gli venne incontro ridendo.

— La Narcisa?

L’altro continuava a ridere.

— La Narcisa? ripetè il conte.

— La Narcisa sono io! disse una voce fresca; e allo stesso tempo apparve sulla soglia dello stanzone della macina una contadina giovine e bella, con un bambino addormentato nelle braccia.

— Non badi a Gianni — disse — è un povero.... innocente.... non è del paese.... ma di Brossasco.... sono quasi tutti così lassù.... la Narcisa sono io.... e che vuole da me?... soggiunse con un impaccio bizzarro.

Corrado, senza staccar gli occhi dal bambino, domandò:

«È vostro?»

— No, è di un conte che non mi ricordo.... laggiù di Milano.... si chiama Corrado il bimbo.... un bel nome, non è vero?.... e guardi un po’ come è bellino anche lui!

In così dire si avvicinava, e volgeva lievemente le spalle, perchè l’altro potesse scorgere il visino soave del dormente. Ma invece di guardare il bimbo, Corrado mandava un’occhiata in giro con una specie d’impazienza dispettosa....

— Sì, è bello; disse brusco — e dov’è sua madre?

La Narcisa si fece rossa, non rispose.

Un amaro riso contrasse le labbra di Corrado; il quale, avvicinandosi alla soglia dello stanzone vicino:

— Agnese, disse forte, Agnese, sono io, perchè dunque ti nascondi?

Pallida e bianca come un fantasma, Agnese apparve sulla soglia.

Il conte le si avvicinò e le prese la mano con un atto disinvolto.

La Narcisa, che non comprendeva nulla, sorrideva. Fu lei la prima e rompere il silenzio:

«Si sveglia, disse avvicinandosi — lo guardi ora, signor conte.... scusi sa.... la signora contessa me l’aveva detto che era lei.... lo guardi ora....

Il bimbo, svegliandosi, mandò un grido, che fu subito soffocato nel seno della Narcisa.

— Come poppa! sente!....

— Sento.... rispose Corrado guardando appena, e soggiunse, volgendosi ad Agnese:

— Ti sono passate le melanconie?....

La leggerezza di quell’accento toccò come un pugnale il cuore della disgraziata donna, la quale levò gli occhi pieni di lagrime in volto al conte ed uscì ratta all’aperto.

Corrado, commosso suo malgrado, le venne dietro, lasciando la Narcisa sulla soglia, dove si era seduta perchè il piccino poppasse meglio.

Annottava; i monti biancheggiavano nascondendosi nell’ombra.

I due sciagurati stavano immobili senza guardarsi in volto.

— Agnese....

Nessuna risposta.

— Agnese....

Asciugò costei il volto lagrimoso, poi disse senza amarezza:

— Lo vedi?... lo vedi ora?...

Tacque. Corrado si fece forza, e pigliandole ambe le mani, disse con grave accento:

— Sì, sono cattivo, sono crudele; sento di odiare me stesso; perdonami. Egli ancora è nulla nella mia vita; sarà tutto, te lo prometto — lo adotterò, sarò per lui il migliore dei padri....

— Lo vedi?... lo vedi? ripetè la povera donna.

E dopo un lungo silenzio, ripigliò a dire:

— Lo vedi che la mia morte è necessaria? Ho voluto darti retta, mi sono lusingata un momento.... sono anche stata debole, ho colto il pretesto che mi offrivi per differire di qualche ora.... mi è mancato il cuore di separarmi dalla mia creatura senza averla vista nelle tue braccia.... Vieni — disse con voce ferma — vieni, fa quel che devi....

— Dove?

— Vieni ad abbracciare tuo figlio dinanzi a sua madre; poi tutto sarà finito.... vieni....

— Agnese.... Agnese!

— Sta tranquillo; ora ti pare un estraneo, più tardi l’amerai più di te stesso — sì, sarà tutto nella tua vita il meschinello che hai guardato appena; e non il migliore dei padri per lui, ma suo padre, ecco che cosa sarai.... Vieni....

— Agnese, che vuoi fare? gridò lo sciagurato, trovando un accento di tenerezza sincera.

— La solo cosa onesta concessa alla vergogna — nascondersi. Ciò che in faccia al mondo sarà una buona azione, in faccia a mio figlio ed a te è un dovere.... Vieni....

— No, non vengo; promettimi di vivere, io credo tutto, riconoscerò mio figlio....

— Povero Corrado! rispose Agnese; tu mi credi? tu credi a me?... ah! non credere a te stesso, povero Corrado! Tutta la mia vita non è forse una menzogna? E il mondo, e gli uomini, e il cielo che permette il dubbio, non sono forse un’unica menzogna atroce? La morte soltanto non è bugiarda.

— Credo tutto, credo tutto....

— E allora vieni, disse Agnese baciandolo in volto; sento che ricomincio ad amarti.

Lo prese per mano e lo trasse nell’abitazione, in una stanzuccia dietro al mulino, dove, entro una culla di vimini, giaceva l’amorino cogli occhi chiusi.

La Narcisa cessò un istante di dondolare la culla, e subito il bimbo aprì gli occhi, il che fece dire alla balia: «è pieno di malizia — è un demonietto quest’angelo.»

Agnese non rispose, teneva lo sguardo fisso in volto a Corrado, il quale, obbediente a quello stimolo, si curvò e impresse un bacio lungo sulla fronte del piccino, che rialzò gli occhi.

— Come ti guarda! disse Agnese sotto voce. Poi, piegandosi essa stessa, ingelosita di quell’occhiata lunga:

«Non sono gelosa, no, ma io sono la mamma, la tua povera mamma, che....

Il resto della frase fu mormorato fra i baci.

Mezz’ora dopo, il bimbo dormiva; Agnese e Corrado, scostandosi sulla punta dei piedi, uscirono all’aperto.

Era notte fitta: la luna nascondeva la faccia dietro ad un monte, la vallata era invasa dalle ombre; a quando a quando balenava qua e là, nel buio, il solco luminoso d’una stella cadente. Poche voci d’insetti ha il mese di marzo, pochissime in quelle valli; si udiva solo il rumoreggiar del torrente, che pareva cresciuto d’intensità.

— Come sono felice! disse Agnese, e si avviò a passo lento pigliando per mano Corrado.

Camminarono lungo tratto in silenzio, docile il conte ad ogni capriccio della bella, ella obbediente alle idee che le passavano pel capo, arrestandosi talvolta di botto o camminando spedita.

— Non hai nulla da dirmi, Corrado? non mi parli di questo tempo passato? Non mi chiedi quanto ho patito? Non mi dici se hai tu pure sofferto?

— Perchè amareggiarci invano? rispose Corrado riluttante; il passato non è più.

— Ma noi siamo pure i suoi figli! rispose Agnese con un sospiro.

E quando, dopo una lunga pausa, il conte potè credere che avesse volto il pensiero altrove, la poveretta ripigliò a dire:

«Credi tu che io non sarei capace di soffrire la fame, i cenci, la fatica, tutto ciò che ho tanto temuto finora, per avere ciò che ho tanto disprezzato finora: la stima del mondo? Ma stolti! noi crediamo d’essere soli nella vita, non pensiamo che forse una persona diletta ci accompagna non vista, e che coglierà il pretesto d’un vergognoso piacere se non le daremo un’occasione lecita di venirci a chiedere tutto il nostro amore, ad offrirci tutto il suo.... Ma di’, come la cosa più santa può nascere da una colpa?... Ci hai tu pensato mai, Corrado?

Corrado ci pensava ora; non rispose.

— Lasciamo le melanconie, disse Agnese, e volgeva la faccia biancheggiante verso il suo compagno, come ad interrogarne il silenzio; parliamo del nostro piccino. L’hai trovato bello? non è vero che ti somiglia?

— Sì, è bello.... mi somiglia.... poichè lo dici.... Come vuoi che io faccia ad accorgermene, se l’ho visto appena?

— Sta tranquillo, gli rispose la povera madre con accento singolare, lo vedrai molto e a lungo, e cercherai tu stesso su quel visino d’angelo le traccie del tuo prepotente affetto di padre, e gli parlerai tu pure come ho fatto io senza speranza di risposta.... e spierai, tu spierai sulle sue labbra, con una voluttà più dolce di quante ne abbi mai provato, la prima parola. Quanto sarai felice, Corrado!

Il conte non rispose; provava come un dispetto della propria debolezza, si sentiva vergognoso del sacrifizio che aveva accettato. Aveva voglia di dire: «taci, taci almeno!» Non disse nulla. Volle abbandonare il braccio della sua compagna, e si accontentò di lasciarlo uscire dal suo senza trattenerlo.

Erano giunti in cima ad una via sassosa dominante il torrente che muggiva a molte braccia sotto i loro piedi; nel buio si scorgevano biancheggiare i gorghi schiumosi, e scintillare nell’acqua i riflessi delle stelle.

Lo spettacolo era incantevole; ma Corrado non vi badava: a un tratto si sentì stringere le tempie da due mani calde e tremanti, e sentì sulle labbra il fuoco di due baci, e quest’unica parola mormorata frammezzo: «addio!» E poi un grido acuto.... e poi più nulla.

La disgraziata madre, fattasi sul ciglio della strada, si era precipitata nell’abisso mugghiante.

Corrado corse come pazzo sulla sponda della via, scandagliando cogli occhi l’oscurità; quando gli parve di vedere un corpo più nero nell’ombra nera delle acque, si lasciò rotolare dalla rapida china.

L’impeto del torrente era irresistibile, ma la disperazione centuplicava le forze allo sciagurato; riuscì egli a giungere presso al corpo che le onde trasportavano come in un letto; afferrò coi denti le treccie, che si sciolsero, e con uno sforzo supremo toccò la sponda. Quivi slacciò le vesti madide della poveretta, le toccò la fronte, e ritrasse la mano intrisa. Stette a lungo immoto, trattenendo il respiro, aguzzando lo sguardo per cogliere nel buio una contrazione, un alito, un indizio della vita.

Poi si affacciò dai monti la luna a contemplare il pietoso spettacolo; e all’improvvisa luce, Corrado vide il bel volto insanguinato.

Coi brividi del freddo e del terrore, trasse la pezzuola bagnata, la inzuppò nell’acqua e lavò con essa la bellissima fronte e le guancie e le labbra, fra cui si era fermato un filo di sangue. Agnese si scosse e con voce che non era più della terra:

«Grazie, mormorò — tuo figlio!»

Non altro.

Ed apparve un ultimo sorriso su quelle labbra purificate dal bacio della morte.

XXXIX.

Capelli biondi.

Corrado viaggia; valica fiumi e monti, fugge inseguito da rimorsi senza nome — poi ad uno ad uno i fantasmi neri si stancano e lo abbandonano per via, finchè solo le immagini della sciagura rimangono a contemplarlo con occhio di pietà, mentre egli attraversa pensoso le ultime borgate che lo separano da V***.

E un bel giorno, nell’ora del tramonto, laggiù nella valle della Varaita, dinanzi alla Narcisa che piange, a Gianni che ride e guarda con occhi spalancati, egli se lo piglia nelle braccia, il bambinello, e gli scioglie i nastri della cuffietta bianca, e a lungo, a lungo, accarezza la lanuggine della testina bionda.

È passato un anno.

Altri anni volano e passano. Antonio non è mutato; egli sa di dover rimanere al mondo per servire il padrone, ha promesso a sè stesso di non morire e comincia dal non invecchiare; vedilo ritto sulla soglia, duro, impettito, solenne, quando entra od esce il suo tiranno — è un uomo nuovo, come è nuova la casa, come nuova è la vita in quel paesello svizzero.

Quanto alla Valentina, è tal quale; i suoi canarini vengono e se ne vanno — vengono ignoranti e se ne vanno pieni di dottrina; la mamma li battezza e li sepellisce, ma non muta. E Mario? morto; la buona donna pensa qualche volta che lassù ci deve essere una bella gabbietta anche per lui.

Corrado solo invecchia; si è lasciato crescere la barba, e nessuno gli strappa i fili d’argento dei capelli. Non è allegro, ma è felice; una pace profonda, una contentezza che spicca dal fondo d’un dolore lontano — ecco la sua felicità, la sola felicità della terra.