Capelli biondi

Part 15

Chapter 153,838 wordsPublic domain

Detto addio alla mamma Valentina, il conte se ne andò perchè bisognava andarsene, tornò a casa sua perchè bisognava tornarvi....

Seduta in una poltroncina del salotto, una donna l’aspettava da due ore.

— Agnese!

Egli si trattenne sul limitare, oppresso da un’improvvisa, inesplicabile angoscia.

XXXIII.

In cui si apprende che cosa avesse Agnese.

Non aveva aperto bocca; solamente lo guardava con quella espressione indefinibile di tenerezza paurosa, di desiderio e d’affanno, che si era già tante volte proposta a Corrado come un enigma.

Ella non si mosse; egli le venne presso, quasi riluttante, le sedette vicino, e dopo aver cercato qualche cosa da dire, chinò il capo sul petto mormorando: «Grazietta! Grazietta!».

Ma il suo pensiero era lontano dalla povera morta. Dov’era? Non lo sapeva egli medesimo. Aveva paura — di che?

A un tratto due braccia gli avvinghiarono il collo, e una bocca ardente cercò la sua bocca per imprimervi un lungo bacio. A quella stretta, al fuoco di quelle labbra, Corrado tremò tutto.

— Che hai? balbettò, cercando di sprigionarsi dolcemente.

— Nulla, lasciami stare, voglio sentire come ti batte il cuore, sta zitto.

E abbassando il capo per appoggiarlo al petto del conte, scivolò ginocchioni a terra. Corrado provò a rialzarla.

— Lasciami, lasciami, ripetè Agnese.

Stette così a lungo senza mostrare il volto; nel profondo silenzio, si udivano le sue lagrime cadere ad una ad una sul mosaico del pavimento. Alla fine rizzò il capo: «Ho pianto, disse, mi ha fatto bene.»

— Povera Grazietta! mormorò Corrado, non sapendo che dire — e aveva l’occhio sbarrato, il cuore stretto da uno strano sgomento.

— È morta! disse Agnese rialzandosi bruscamente; lo sai? è morta, proprio morta e sepolta, non soffre più. Io vivo e t’amo.

Quest’ultima parola scoccò come una minaccia, e Corrado l’udì come un’ingiuria; si fece pallido.

— Sì, t’amo, rispose Agnese con voce aspra; non te ne sei accorto? A me stessa pareva impossibile, e pure è così; sono ben sveglia, e proprio io ti parlo, e non è delirio il mio — t’amo! Questo amore ha poco più di due mesi, non ne ha ancora tre, ma si è fatto già grande, e lo sento crescere ogni giorno. Chi m’avrebbe detto quando facevo la vanerella per ridere, quando ti tormentavo per compiacermi della tua debolezza, e quando mi davo a te con indifferenza, chi mi avrebbe detto che dietro a tanti giorni di beffa, di trastullo, di dispetto, uno dovesse venirne per incominciare ad amarti tanto? Potevo mai credere quando t’incoraggiavo a sposar Grazietta, che dopo essermi sentita spezzare il cuore alla sua agonia, dopo aver seppellito con lei una parte di me stessa, dovessi rallegrarmene quasi? Sì, perchè vedi.... se ora Grazietta tornasse in vita, io, che avrei accettato la morte in vece sua, sento che ne sarei gelosa, che non potrei darle un affetto puro.... È odioso, mi faccio orrore io medesima; ma che ne posso io se t’amo tanto?

— Che significa questo? interruppe Corrado; e provò a rialzarsi, ma quelle braccia d’alabastro, che gli facevano un laccio intorno al collo, avevano ora nervi d’acciaio.

— Oh! non mi parlare così, disse la bella, pigliando l’accento soave dell’adorazione, non essere duro con me. Corrado mio! Se sapessi! ho tanto sofferto, soffro ancora tanto! E tu pure soffri! un gran dolore è lì, in faccia a noi, per ripigliarci appena usciti dall’ebbrezza del nostro amore.... Ma io posso darti una gran gioia, una gioia immensa; via, guardami in faccia.... così; non leggi nulla? Ascolta come batte a me il cuore.... non senti nulla? Sei cieco e sordo, povero amor mio! indovina dunque, indovina!....

Corrado riuscì a rizzarsi in piedi, e scostando la seggiola con una mano, disse freddo:

«Il momento è scelto male per una commedia; che significa questo?

— Significa — balbettò Agnese con un filo di voce, guardandolo paurosamente negli occhi — significa che io sono la madre di tuo figlio.

Al suono di quelle parole Corrado stette inebetito, poi, come se tardi gli si rivelasse il significato, diè un grido di belva ferita:

— Pazza! pazza! pazza!

Volle dir altro, non seppe; riuscì a vincersi, sorrise del proprio terrore medesimo, ed accostandosi ad Agnese, la quale continuava a guardarlo con occhi spalancati:

«Pazza! ripetè, ma con voce raddolcita, quasi carezzevole; — è uno scherzo, non è vero? Hai tanto sofferto in questi giorni, povera Agnese!

Costei, ingannata da quell’accento, spianò la fronte e sorrise melanconicamente.

«Corrado mio!» disse.

Non altro. Egli le prese la mano, aspettava che parlasse; impazientito, l’abbandonò; ma l’altra gli afferrò i polsi e li tenne stretti.

«Lascia che ti guardi bene — voglio che ti somigli, che sia il tuo ritratto.... Ma perchè non mi dici nulla? Come mai non mi guardi? Perchè non mi chiedi di lui? Vuoi che ti narri tutto quanto mi ha fatto soffrire, che ti dica i suoi capricci, le sue impazienze? Qualche volta non mi dice nulla, e allora mi pare di averlo perduto.... come te; poi si adira e lo ritrovo, e mi fa soffrire nelle sue collere amorose.... come te....

Un riso sguaiato, un riso atroce svegliò la povera madre dal suo sogno.

— Vediamo, disse Corrado; tu sei madre, è cosa intesa.... e che devo io fare?

— Sono venuta a chiederti il diritto di vivere onesta fino....

— Fino a quel giorno, e poi, e sempre — è cosa intesa; pagherò — ora lasciami.

— Mi mandi via, gridò Agnese, mandi via la madre della tua creatura!

— Taci sciagurata! disse il conte avvicinandosi, qualcuno ti potrebbe udire.

— Che importa? Non lo nascondo, mi odano pure tutti!

Una fitta dolorosa le mozzò la frase con un gemito; Corrado le stringeva i polsi.

Scioltasi da quel laccio, la poveretta, come istupidita, guardò le lividure delle braccia senza piangere.

— Pazza! disse Corrado con voce sorda.

— Sì, pazza, rispose la povera donna, pazza perchè ti disprezzo e non so cessare d’amarti.

Succedette un silenzio straziante.

Agnese aveva nascosto la faccia fra le mani per non vedere l’amaro riso del conte.

Finalmente costui le si fece presso, le toccò un braccio; la povera donna fu in piedi di scatto.

— Sono stato duro.... le disse Corrado; sì, hai ragione, sono stato crudele; che vuoi farci? non ho più cuore; me l’hanno lacerato e rapito e sepolto. Quando ti accusavo di fare una parte di commedia, ero ingiusto; perdonami. Sei invece un’illusa, una povera illusa, null’altro.... perchè, via.... pensaci, tu madre di mio figlio! non è vero che è impossibile? Il destino non può volere una cosa simile!....

— Il destino l’ha voluta, rispose Agnese melanconicamente; ma tu hai ragione, non ci pensavo.... è per te orribile questo che a me è tanto caro!.... Bisognerà rimediare.... me n’andrò lontano, e ti darò tuo figlio, per morire poi se vorrai; vivrò in qualche solitudine ignota agli uomini, se mi dirai di vivere.... il mondo è grande, cercheremo un nascondiglio in cui io possa celare il mio amore di madre.... purchè egli sia felice con te.

Corrado ascoltava come chi creda di udire gli accenti del delirio, crollando il capo ad ogni frase, ma senza dispetto.

— E chi ti assicura?..... disse, ma si trattenne.

— Chi me l’assicura?.... E puoi credere che una madre s’inganni? Ho tanto sofferto, soffro tanto, ed è lui che mi fa soffrire!

— Chi ti assicura, riprese Corrado con riluttanza, chi ti assicura che sia mio figlio?

Ad una ad una, lente, inesorabili, caddero le parole spietate sopra la povera donna, la quale barcollò e venne meno sopra una seggiola. Un istante il conte, cedendo ad un improvviso orrore di sè medesimo, volle buttarsele alle ginocchia, ma corresse subito quell’impeto generoso, rimase immobile a contemplarla.

Provò la tapina a rizzarsi in piedi, e ricadde sulla seggiola; provò ancora, radunando tutte le sue forze, e quando si sentì salda:

«Una volta non ero così debole, disse; è per causa di lui.... Addio Corrado....

Costui non fece un passo per trattenerla, e la disgraziata attraversò la sala barcollando; sulla soglia si fermò, si volse, tenne a lungo gli occhi stanchi sopra il suo amante, che chinava la testa come un colpevole.

«Mi fai pietà! disse con voce sorda — e sparve.

Il conte ascoltò i passi che si allontanavano, e quando più nulla si udì, venne alla finestra per vederla ancora.

La vide — vestita a bruno, pallida, patita e bionda.... come Grazietta!

XXXIV.

Qui Aniceto fa un altro bisticcio.

Corrado stette lungamente nelle sue camere, solo, vagante come uno spettro; e quando Antonio venne ad avvertire con voce sospirosa che il desinare era pronto, prese il cappello ed uscì. Andò prima al Circolo, sebbene non fosse l’ora, poi al caffè, dove solevano radunarsi gli amici; chiese dei cibi che assaggiò appena — e di nuovo stette come trasognato.

Finalmente qualcuno venne — Filiberto; e subito Corrado gli troncò le ciancie in bocca, sciorinando un’infilata d’interrogazioni.

— Come stai? È un pezzo che non ci vediamo! Barbara e Fanny che fanno? E che fa Aniceto?

— Non sai nulla?

— Di che?

— Della sua gotta; da alcuni giorni non esce di casa.... ha sloggiato. Ora sta in via Castelfidardo, dove abitava una volta.

— Andrò a vederlo.

— Gli farai piacere; è sempre di buon umore; fa ancora dei bisticci.

— E dov’è Felicino?

— Sulla cattiva strada, in quella che finisce dinanzi al sindaco od all’assessore — è innamorato sul serio....

— Questo lo sapevo.... non ci è altro?

— Ci è che ha peggiorato — ci è che le pubblicazioni se non le ha fatte, le sta per fare. La ragazza è bellina.... egli la trova bellissima.... finchè non sarà sua moglie.

— E Domenico?

— Eccolo.

Infatti, il Domenichino entrava allora colla sua cascaggine solita; girò uno sguardo spento intorno, non vide gli amici, che lo guardavano sorridendo, e vista invece una poltrona che pareva invitarlo a fare nelle sue braccia un pisolino, vi si lasciò cadere di peso.

Allora i due risero forte; Domenichino alzò gli occhi, li indovinò se non li vide, e fece cenno venissero da lui.

Vennero.

— Ed ora parlaci di te, disse Filiberto; ti vedo di buon umore; segno che sei fuor di pericolo.... Hai potuto uscire dalla rete della biondina?

— Sì, rispose Corrado con voce sorda, abbuiandosi in volto.

— Come lo dici? ti sarebbe scappata lei invece?

— Sì....

— Lo diceva Aniceto che quell’innocentina era capace di fartela.... e che....

— Taci.... interruppe Corrado.

— E che....

— Taci, ti dico.... è morta!

Filiberto e Domenico si guardarono in viso e non aggiunsero parola. L’allegria falsa si spense.

— Vado da Aniceto, disse all’ultimo il conte — ed uscì solo.

A Filiberto e Domenico non venne nemmeno in capo di cercare d’accompagnarlo.

Un amaro riso si era posto sulle labbra di Corrado, e non se ne staccava un istante; beffardo e cinico, egli aveva l’aria d’assistere alla parodia d’un dramma, che si rappresentasse nel suo cuore.

Affatto uscita di mente eragli Agnese; solo passando in via Solferino, egli alzò il capo e disse dentro di sè: «Bisognerà ricordarmi di lei — farò un nodo al fazzoletto.»

Aniceto, rivedendo il «suo caro, il suo migliore amico,» ebbe uno slancio di tenerezza, e volle balzargli nelle braccia; ma la gotta lo tirò per un piede e lo costrinse a ricadere sul seggiolone. Allora disse:

— Non l’ho ancora domata, ma la domeremo; non è la prima volta — ti ricordi, quando stavo in questa stessa casa, che ebbi male a un piede, e lo credevo un reuma?... era invece la gotta.... Non è vero, Martina, che era la gotta?... non me l’avevano detto per non farmi paura....

Martina, un gran pezzo di donna sui trentacinque, ferrea, angolosa, si accontentò di crollare il capo senza dir parola e senza muoversi.

— Sono venuto qui, soggiunse Aniceto, perchè Martina mi ha curato la prima volta a meraviglia — la gotta e lei si conoscono.

Guardandola di nuovo, per poco non parve al conte che la gotta e Martina fossero tutt’uno, e non sapeva quale delle due fosse capace di inchiodar meglio Aniceto. Ma quest’idea, balenata come tante altre nella mente di Corrado, non si fermò.

Aniceto proseguiva, facendo colla lingua tutto il movimento che non poteva fare col restante del corpo.

— Non mi dici nulla; mi hai l’aria buia; smettila; non mi compassionare; non sono ancora seppellito; vedrai che guarirò; e poi anche tu hai studiato, lo sai il detto memorando: «gutta cavat lapidem — la gotta cava la lapide» — e se la cava, è segno che non la mette — è chiara mi pare.

— Bravo!

Parve a Corrado che Martina continuasse a farsi sempre più immobile, solenne, nera e ferrea.

— La signora è la tua padrona di casa?...

— No.... precisamente.... la padrona di casa è una vecchia decrepita.... Martina è la.... capisci....

— Già, disse Corrado forte, la fantesca.

Aniceto sorrise e guardò alla sfuggita verso il donnone che era rimasto impassibile.

Nel ripassare un’altra volta sotto le finestre di Agnese, il conte rialzò il capo senza cancellare il sorriso amaro, e disse:

«A quest’ora aspetta.... aspetterà tutt’oggi, domani scriverà una lettera commovente; la commedia non è finita. Vedrai, Corrado:»

XXXV.

Seconda lettera di Agnese al signor conte.

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano....

(Il signor conte lasciò cadere la lettera, e disse con beffardo accento: «Non si muoverà da Milano.» Fece alcuni passi per la camera, ed arrestandosi dinanzi alla lettera e guardatala un istante, la raccolse e lesse:)

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano. Dove? il luogo non importa — camminerò fino a stancare ogni compagno del mio passato, fino a giungere sola in qualche luogo remoto, in cui la cortigiana possa essere madre senza arrossire.

«Ho pensato molto al tuo destino, al mio, a quello di tuo figlio. Hai ragione: non ho diritto ad essere creduta. E poi, anche volendo, non potresti mai ingannare te medesimo interamente; un velenoso dubbio ti morderebbe il cuore ad ogni istante. Meglio dunque il tuo egoismo della tua pietà.

«Ti lascio senza rancore, perchè ti ho letto nel pensiero, perchè ti guardo nell’anima buona — e poi il cielo mi ha dato un gran conforto, la certezza di poter ridonare un giorno il padre alla mia creatura. Vivi dunque felice ed aspetta; non è lontana l’ora in cui il tuo cuore si aprirà all’immensa gioia che rende indulgente il mio. Tu non hai perduto tuo figlio — sono io, sua madre, che te lo prometto innanzi al cielo — aspettalo.

«Ho nominato due volte il cielo; non ridere di me, povero Corrado; Grazietta ci ha lasciati e penso che verrà un giorno in cui lascieremo nostro figlio — ecco perchè cerco un mondo che non assomigli a questo, dove la bellezza non sia tanto vicina alla vergogna, e la virtù tanto cara alla morte. Di me non ti curare; sono rassegnata nel dolore, tranquilla nell’abbandono; porto meco tutto il mio avvenire, la miglior parte di me, quella che rimarrà in terra quando io avrò raggiunto Grazietta.

«Ho venduto le mie vesti ed i miei gioielli; potrò vivere onesta alcuni mesi — basta.

«Ieri ho fatto un furto nel tuo salotto — ti ho preso un ritratto, che ti fa più brutto, ma che mi guarda coi tuoi occhi buoni di una volta.

«Se tornerai sulla tomba di Grazietta, dille che la sua disgraziata sorella.... No, non le dir nulla — essa non è più là sotto; ve l’avevo lasciata un istante; ora sa tutto e mi vien dietro, mi consola, mi fa guardare in alto. Vivi felice: è tuo figlio che te ne scongiura.

«AGNESE.»

XXXVI.

Vita nuova.

«Non partirà! ripetè Corrado, e soggiunse poco dopo: «facciamo le cose bene; sono ricco quasi quanto Aniceto io.... essa è bene informata.»

Trasse da uno scrigno un mucchio di biglietti, li cacciò senza contarli in una busta, e scrittovi sopra il nome di Agnese, la Via Solferino, il numero 9, chiamò Antonio.

Costui venne: aveva gli occhi gonfi e stentava a tenersi ritto come comandava la disciplina domestica — ma il signor conte non badò a nulla.

— Andrai dalla signora Agnese, in Via Solferino, n. 9; ti diranno che sta facendo le valigie, ma che non è partita ancora....

— Deve partire?

— Doveva. Consegnerai a lei in persona questa busta, e dirai che la mando io con tanti saluti.

Antonio non si muoveva.

— Va, disse il conte.

E Antonio andò.

Mezz’ora dopo, tornava colla sua busta in mano.

— Non ha voluto accettare?

— La busta no; ha accettato i saluti, e....

— Che cosa? chiese Corrado impensierito.

— Era bianca bianca, stava male, e.... «Antonio,» mi ha detto, — «povero Antonio,» mi ha detto, «addio!» perchè mi ha detto: povero Antonio?

— Sta bene, disse il conte; ci andrò....

— Oggi parte....

— Sta bene.

E allorquando fu solo, soggiunse: «Andrò domani; lo sappia almeno che non credo una sillaba, e che il gioco le riesce solo perchè io mi presto da compare.»

Tornò al Circolo, tornò al caffè e stette in contemplazione dinanzi alla faccia sonnolenta di Domenico, immagine viva della noia.

Dopo il tramonto ebbe la curiosità di passare sotto le finestre di Agnese — erano spalancate e buie. Un’idea gli balenò come un sospetto nuovo.

— La signora Agnese?....

— Partita colla corsa delle 7 e 35, rispose il portinaio — Sarà mezz’ora al più.

— Per dove?

— Non l’ha detto.

Una giovinetta, che teneva il capo chino in un canto, mostrò la faccia lagrimosa.... Era la Nina.

Corrado la vide, la riconobbe — ebbe rossore e fuggì.

— Ha fatto sul serio, disse come fu giunto sulla via; chi l’avrebbe mai creduto? Tanto meglio; scriverà; la posta fa le cose benino, risparmia gl’incontri penosi, le parole stentate, le agonie d’un colloquio difficile.

Ma Agnese non scrisse; una settimana, due, tre, Corrado stette in aspettazione; da ultimo pensò che la bella avesse fatto fortuna all’estero e si propose di non voler aspettare più. Aspettò ancora — invano; poi mandò un ghigno all’ignoto indirizzo d’un ignoto signore, probabilmente russo, che gli rapiva l’ultima innamorata, e mise il cuore in pace.

Era tempo di ricostruire sè stesso, di rifarsi una vita, o almeno un’abitudine, e se non una gioia una dimenticanza. Bisognava sgomberare il cuore dai rottami del tempio, dove già aveva annicchiato il suo bell’idolo sepolto; tornare all’orgia, ai baci frequenti del bicchiere e delle belle, alle nebbie del pensiero e dello sigaro — svegliarsi interamente dal sogno fatto ad occhi aperti, e ridiventare quello che unicamente poteva essere un uomo come lui a quarantun’anno: un giovinastro consumato. Rinnovò amicizie logore, ne incominciò di nuove; fu dove erano le orgie più sfrenate, beffardo, sdegnoso, insolente. A quel sarcasmo inquieto nessuno resisteva; la sua barzelletta faceva ridere forte e tremare di nascosto.

Esperimentò più che mai quanta sia la potenza dell’arroganza fra gli uomini; ognuno lo incoraggiava a ferire gli altri per timore d’essere ferito; la sua parola pronta ed aspra era un coltello; un fascino il suo sguardo — il suo cinismo divenne uno scettro. Barbara e molte altre signore che le assomigliavano — Fanny eccettuata — incominciarono un torneo in regola perchè egli si dichiarasse. Non si dichiarò. Un giorno, rimasto solo con Fanny mentre Domenico sonnecchiava al solito, guardò a lungo la sventatella, la quale si turbò, si fece rossa e all’ultimo gli venne incontro.

Ma egli volse il capo da un’altra parte.

Fra i commensali del vizio era un neofito, un giovinetto appena ventenne che Corrado guardava talvolta alla sfuggita con occhio amoroso, ma che beffava ad ogni istante in palese; una volta costui volle ribattere, e sentendo penetrar più addentro l’arme formidabile dell’avversario e gli amici ridere, fece la solita bambocciata di andare in collera. Ne risultò un duello — dopo il quale Angelino portò due settimane più del necessario il braccio destro annodato al collo, e si sentì preso da una riconoscenza viva, da un amore inesplicabile per Corrado, il quale gli permise di dargli del tu.

— Perchè sei venuto a cacciarti in questo branco di scioperati? gli disse un giorno il nuovo amico; non hai una madre tu, non hai una sorella?

Angelino aveva una sorella e la madre.

— Stolto! soggiunse il conte, perchè hai vent’anni ti credi padrone dell’avvenire; ti pare che sia presto; apri gli occhi; sappi che quando hai messo il piede qua dentro era già troppo tardi, se non trovavi me; vattene, sei ancora in tempo.

— E tu perchè ci vieni?.... Io vengo per te....

— Ho una casa, te ne faccio padrone; mi troverai colà; ma lascia queste donne e questi uomini, che non hanno altro che un sesso.

— Te l’ho da dire? ci sono due Corradi in te; uno è piacevole, l’altro è nojoso come un predicatore — voglio bene al primo.

Corrado ammutolì, poi disse:

«Hai ragione: non ti sei accorto che scherzavo?

Ma la «stupida smania» (come la chiamava egli stesso) di correggere Angelino con un sermone gli tornava spesso, alle frutta, in qualche quarto d’ora d’ipocondria, dopo aver tenuta allegra la comitiva; era un’altra stravaganza di cui si rideva più forte che delle facezie. Merito di un certo vino del Reno, si diceva, di quello soltanto; e si proponeva un quesito enologico che rimarrà probabilmente insoluto: «se e perchè il vino del Reno abbia la virtù di sviluppare, per ridere, il senso morale.» Si rideva. Oh! gli stordimenti oratorii! Oh! le barzellette eternamente giovani! Oh! le allegre serate!

A poco a poco Corrado si avvezzò alla nuova vita, fece per abitudine e per bisogno quanto aveva ricominciato a fare per un dispetto amaro contro la sorte. A tutti oramai era nota la sua sciagura: l’episodio di Grazietta aveva però fatto male le spese delle ciancie; chè dinanzi al conte nissuno osava scherzare in proposito, e, assente il conte, nemmeno. Filiberto, il quale si era provato un giorno, aveva ammutolito di botto al sopraggiungere di Corrado; Fanny gli aveva detto malignamente: «tira innanzi Filiberto,» ma costui con una prontezza preziosa aveva parlato di Aniceto, della sua Martina e della sua gotta.

Una volta Corrado tornò sulla tomba della fanciulla; dell’addio che vi aveva scritto non rimaneva più che la prima lettera intatta; ed egli si curvò e raccogliendo altri ciottoli e disponendoli a mosaico, scrisse: Grazietta! Pensò: «Le parrà di sentirsi chiamare!» E un’altra volta egli e la mamma Valentina le portarono i fiori del giardino che le piacevano tanto.

Era rimasto alcuni giorni senza tornare fra gli amici, finchè, ripreso da un’amarezza dispettosa, aveva restituito la sua nota sarcastica indispensabile (diceva Angiolino) alla perfetta armonia dell’orgia.

Tornava ogni tanto nella casetta, ma v’incontrava la melanconia rassegnata della signora Valentina, che lo indispettiva peggio. La pace di quel luogo, l’indifferenza di quegli orizzonti, di quella campagna, di quei fiori piantati per Grazietta e che pure crescevano rigogliosi, parevano al conte le sembianze impassibili d’una forza crudele e capricciosa.

— Devo andarmene? chiese un giorno la mamma Valentina — che faccio ora qui?

— No, rimanga; non l’abbandoni....

— È vero! mi parrebbe proprio di lasciarla sola....

Dopo un breve silenzio disse:

— Della signora Agnese ha notizia?

— Sì.... sta bene.

— Dove si trova?

— Viaggia....

— Viaggia!... ripete Valentina come un’eco.... E lei perchè non viaggia, perchè non si svaga?

— Perchè.... non so nemmeno io....

— Povero signor Corrado! si consoli, il bene che ha fatto è scritto dove non si cancella.

— Ne è proprio sicura?

— Che sia scritto.... ne dubita lei?

— No.... che io abbia fatto del bene? esclamò amaramente il conte; i fiori, le piante, il bel sole, la bella neve — tutto questo è bene, nessuno lo contrasta, e chi lo fa è geloso del bene che possiamo fare lei ed io; — ho fatto morire Grazietta più presto — ecco tutto il bene che ho fatto. Ma stia tranquilla, mi è passata la smania, non mi proverò più.

Tornava agli amici, ai bicchieri, alle follie; non era però guarito: gli mancava sempre una cosa — l’innamorata.