Capelli biondi

Part 14

Chapter 143,785 wordsPublic domain

Il conte scese alcuni scalini, non sapendo che rispondere, poi si volse.... la desolata donna lo guardava con espressione d’amorosa pietà.

— Che hai? insistette.

Nessuna risposta. Ed egli allora, incapace di reggere oltre, col cuore oppresso da una nuova angoscia senza nome, scese gli ultimi gradini, nè più si volse; uscì, corse a casa sua e si buttò nelle braccia di Antonio lagrimoso. Un’ora dopo tornava a contemplare a ciglio asciutto la sciagura a cui aveva fatto un nido degno della felicità.

XXX.

Dinanzi alla finestra.

Il giorno successivo Grazietta volle levarsi da letto, perchè era forte, perchè si sentiva benissimo.

Invano la mamma Valentina ed Agnese provarono a trattenerla, almeno fino a tanto che fosse venuto il medico.

— Non temete di nulla — rispondeva la fanciulla — non mi farà male.

Parlava con una singolare sonorità d’accento, ed alle parole aggiungeva l’atto di levarsi; le si leggeva in viso una volontà ribelle, quasi volesse trionfare del male in una disperata lotta.

Si vestì in silenzio, radunando tutte le forze nel suo proposito, arrestandosi sfinita ad ogni istante, ma senza mai darsi vinta; all’ultimo scese dal letto, barcollò, fu seduta in un seggiolone. L’ansia le mozzava il respiro, la febbre le arroventava le membra.

Le fu porta una vesticciuola bianca, ma ella volle la sua d’ogni giorno, quella da lutto; poi si fe’ spingere dinanzi alla finestra aperta e stette a contemplare in silenzio il giardino.

Agnese e Valentina non le si staccavano dal fianco.

Poco dopo la fanciulla, vedendo in un vetro della finestra l’incerto riflesso del proprio volto, disse sorridendo:

— Lo vedete, guarisco....

In vero, a vederla così, colle guancie accese dalla febbre, poteva ingannare la pietà ed il desiderio.

Non s’ingannava Agnese, non s’ingannava Valentina. «È vero!» dissero allo stesso tempo, e si scambiarono uno sguardo desolato.

Di nuovo la fanciulla s’immerse nella contemplazione, da cui man mano passò alla pace del sonno. Le due donne non la lasciarono. Non altra cura aveva il mondo per esse, tranne Grazietta; da molte settimane vagavano per le camere visitate dal dolore, come due spettri, silenziose, dimentiche di sè stesse.

«Signora Agnese, diceva talvolta la mamma Valentina; bisogna mangiare qualche cosa.

— Non ho fame.

Altra volta era Agnese che diceva:

— Mamma Valentina, non fate colazione?

— Non ho fame.

E in quel silenzio d’agonia squillavano ogni tanto le vocette allegre degli uccelli abbandonati nella gabbia; allora Valentina scivolava nell’altra camera, e distribuiva malinconicamente il miglio e qualche parola buona ai poveretti.

I canarini moltiplicavano le seduzioni, le moine, tentavano di tutto per trattenerla — invano; era scomparsa la festa dalla casetta bianca. Una volta la febbre dell’inferma era stata più forte, e la mamma Valentina aveva detto seria seria ai suoi dozzinanti: «Pregate, domani non avremo più Grazietta.» Ma i canarini avevano pregato tanto e così forte, che Grazietta vinse la febbre.

Da alcuni minuti la fanciulla pareva dormire, quando a un tratto aprì gli occhi e stette in ascolto.

Ascoltarono anche le due donne, e nulla udirono — ma un istante dopo un passo leggiero salì le scale.... Agnese e Valentina si volsero — era Corrado. Grazietta non si era mossa per salutare il nuovo venuto, ma gli sorrideva nel vetro della finestra.

— Alzata! esclamò il conte con un tremito nella voce, facendosi presso; dunque sta meglio?

— Sì, sto meglio, sto bene, rispose la poveretta guardandolo senza titubanza, fisso e lungamente.

Poi volse di nuovo lo sguardo alla campagna, e dalla aiuola lo spinse via via nel prato, oltre la siepe, nei campi d’oro, fino ai giganti canuti ed all’azzurro dell’orizzonte.

La mattina era splendida, il sole già caldo non era giunto ancora alla finestra. Le cicale appese agli alberi empivano l’aria del loro stridìo, per tacere a un tratto se un passero si posava sul loro ramo; ogni tanto una farfalla danzava dinanzi alla finestra, come per posarsi, poi spiccava il volo diritto e diventava un punto bianco nell’azzurro. Una volta si posò. E finchè stette là, colle ali tese come una vela, sul davanzale, immobile, Grazietta non ne staccò gli occhi; quando ebbe spiccato il volo, e, dopo una breve danza, fu prima diventata un punto bianco nel cielo e poi scomparsa — allora la fanciulla mormorò: «non la vedrò più.»

— Perchè dice questo? chiese Corrado con accento d’amorevole rimprovero.

— Perchè non tornerà più, rispose Grazietta semplicemente.

E per diradare del tutto la mestizia cagionata dalle sue parole, disse, curvandosi a fatica sul davanzale della finestra:

«Come è bella la nostra aiuola! signor Corrado; e il viale come è bello! e il padiglione!....

Ma le vennero meno le forze e cadde sulla spalliera. Ansimava.

Un soffio, prima leggiero come l’alito d’un bambino, poi più forte, venne a lambire la fronte della fanciulla.

— Le farà male stare esposta all’aria.

— Mi fa bene, mi fa pensare.... indovini a che cosa?.... indovinalo tu Agnese.... mi fa pensare all’osteria del _Piccione_, laggiù, in mezzo ai campi ed ai canali.... questo stesso venticello che mi soffia sulla faccia, perchè sa che ho caldo, fa dondolare l’insegna sull’asta irruginita.... Che bel giorno quello! Se ne ricorda, signor Corrado?

Parlava con gran fatica, ma la voce nello sforzo le veniva fuori limpida e forte.

— Sicuro che me ne ricordo, disse Corrado per farla tacere.... alla mattina la passeggiata, cianciando, per dimenticare l’appetito, poi la colazione....

— Non si ricorda bene.... e le due ghiandaie che passarono sul nostro capo; e il Martin pescatore che radeva le acque del canale....

— E il picchio, disse Valentina.

— Sì, il picchio che batteva all’uscio di casa sua, e il merlo che zufolava come un monello....

— Poi si giuocò a nasconderci, poi si raccolsero i fiori, proseguì Corrado.

— Sì, sì, e il ritorno, e gli ippocastani del bastione.... allora come erano puliti, se ne ricorda! L’altro giorno li ho riveduti; quanti seccumi, quanti ragnateli!

Fece colle labbra una smorfietta di disgusto e disse: «non voglio bene ai ragni!»

Tacque.

Il sole allungava ora un raggio fino ad accarezzare la manina dell’inferma; senza far rumore, Corrado, assicuratosi che Grazietta dormiva, socchiuse le imposte, poi si ritrasse in un canto della camera, dove lo seguirono gli occhi ardenti di Agnese. Da principio il conte non vi pose mente, poi si avvide di quell’occhiata intenta, profonda, che ora gli pareva tenera, ora feroce; da ultimo con un cenno chiamò a sè Agnese. Costei obbedì senza far rumore, senza staccar gli occhi da lui, come una sonnambula.

— Che hai?

— Nulla, Corrado, nulla.

E l’accento di queste parole era carezzevole.

— Non è vero, tu mi nascondi qualche cosa.... parla....

— Ora no, rispose Agnese bruscamente e gli volse le spalle.

Venne il medico, esaminò l’inferma, le toccò la fronte e i polsi senza svegliarla, si fece gravemente presso al conte, e guardandosi intorno per assicurarsi che non l’udissero le due donne rimaste immobili come due statue, aprì bocca per dire....

Corrado ebbe paura di quelle parole, ed impedì la confidenza chiedendo con accento angosciato:

— Ha voluto levarsi da letto, vuol stare dinanzi alla finestra, dobbiamo lasciarvela?... non le farà male?....

Il medico guardò in volto l’uomo che così gli parlava; comprese:

«Non le farà male, disse melanconicamente; e fece per andarsene.

— Tornerà stasera? chiese il conte facendo un passo dietro di lui.

— Stassera.

Ricominciò il silenzio della sciagura.

Verso il mezzodì Grazietta mandò uno di quei lunghi sospiri, seguiti da un silenzio lungo, che gelano il sangue di chi assiste ad un morente.

Le due donne e Corrado le vennero al fianco.

— Che vuoi?

— Nulla, rispose Grazietta.... cioè sì, voglio qualche cosa.

— Che cosa? lo dica....

— Non so.

E curvò la testa per pensare.

— Ah! disse, ho trovato.... vorrei delle ciliege.

— Poveri noi! disse Valentina; non ce n’è più....

— Non importa, rispose Grazietta sorridendo.

— Pensi qualcos’altro....

— Sì, pensa qualcos’altro.

— Ci penso.... non trovo.... ah! mi pare che vorrei di quel pane nero da contadini.... ma che fosse duro e dovessi rammollirlo nel latte appena munto.... e poi correre, correre....

L’ansia le tolse la parola, poi disse:

— No, non è nemmeno questo — non trovo nulla.... non voglio nulla.

Alcune ore dopo, il sole lasciò la finestra di Grazietta; si potè riaprire le imposte, lasciar entrare il canto degli uccelli e l’aria ed il sentore dell’ampia campagna. Era una festa inesauribile per la fanciulla, la quale, cogli occhi vaganti, guardava tutto, volendo abbracciare un’ultima volta la terra ed il cielo che le avevano sempre sorriso.

Quella giornata trascorsa dinanzi ad una finestra aperta sulla campagna immensa riceveva vita da cento piccoli episodii; la nuvola bianca, che passava nel cielo, svolgendosi come un velo da sposa, la quaglia, che ripeteva le sue tre note nei solchi, la falce d’un contadino che balenava al sole lontanamente, ogni cosa aggiungeva una strofa al canto soave della natura che la morente leggeva con occhi innamorati.

Una volta una specie di palluzza cadde dall’alto della finestra e si arrestò di botto nel vano, appesa ad un filo. Grazietta, che l’aveva creduta una gocciolina nera, riconobbe uno degli animali a cui non voleva bene — un ragno.

Non ne ebbe però ribrezzo, lo guardò a lungo, curiosamente, lo vide attorcigliare il suo filo, risalire e ridiscendere rapidamente come un acrobata, e quando fu scomparso nella sua buca, lo aspettò sperando che discendesse ancora — finalmente disse: «poveretto! nessuno gli vuol bene!»

Più tardi, quando il sole gettò i suoi raggi radendo terra, Grazietta disse sospirando: «se n’è andato.»

— Non ancora, rispose Corrado affacciandosi alla finestra.

— Io non lo vedo più.

E pregò cogli atti che la rizzassero in piedi, per vederlo ancora, e lo vide, e gli sorrise.

Poi venne la sfinge, poi un pipistrello audace.

— E Mario? domandò Grazietta; dov’è Mario, Agnese?

La povera donna uscì senza dir parola.

— La mia cara Agnese! disse la fanciulla, quanto è buona! Non è vero che è buona, che merita d’esser felice?....

— È un angelo, rispose la signora Valentina.

Corrado non disse nulla.

Tornò Agnese colla gabbia di Mario.

— Poveretto! Ti ho abbandonato? Non mi conosci più? Canta, Mario, canta!

E perchè il canarino non volle cantare, Grazietta disse: «non mi conosce più!....»

Incominciò il silenzio del tramonto, poi si svegliarono ad uno ad uno i concertisti della notte: i grilli nelle siepi, le rane nel canale, l’allocco colla sua nota lunga e melanconica; ogni tanto si udiva il riso sguaiato e chiassoso del pavone d’una lontana fattoria.

Poi il cielo si fece bigio, apparve una stella.... tremolavano ancora nell’aria gli ultimi raggi della luce diffusa....

Un istante dopo Corrado socchiuse i vetri, perchè l’aria della notte non battesse sul viso di Grazietta, e si ritrasse in punta di piedi.

Venne il medico; si fece presso alla fanciulla; curvandosi a guardarla, tratteneva quasi il respiro.... A un tratto fu in piedi, le toccò la fronte, le sollevò bruscamente un braccio e lo lasciò ricadere, accese un zolfanello. L’improvvisa luce illuminò tre spettri, ritti ed immobili in diversi punti della camera.

Il medico avvicinò la fiammella alle labbra di Grazietta — poi si scostò senza dir parola.

I tre astanti gli vennero accanto come automi; solo i loro occhi interrogavano nell’ombra — e il medico, allargando le braccia e stringendoli come in unico amplesso: «Coraggio» disse.

XXXI.

Una strofetta di Mario.

Scese la notte nera; non lagrime, non singhiozzi per le camere silenziose. La Giovanna, una povera vicina, avvertita della sciagura, pianse e venne; lungamente le tre donne si aggirarono come ombre intorno al cadavere. Ogni tanto, Valentina interrogava paurosamente il volto di Agnese, che, impietrito dal dolore, nulla rispondeva, mentre Corrado, addossato alla parete, seguiva le tacite movenze, con occhio indifferente, quasi curioso.

Quando la cameretta fu pronta e il letto preparato con lenzuola candidissime e bisognò adagiarvi la bella fanciulla che avea sposato la morte, le donne si fecero presso a Grazietta, e una, la Giovanna, le toccò un braccio, che cadde e spenzolò lungo il fianco.

Stettero un istante dubbiose.

Fu Agnese la più forte; ella fece il giro del seggiolone, venne a porsi in faccia alla morta, e i tre astanti la videro sorriderle. Si accostarono tutti; fu sollevato il corpicino, e trasportato nel lettuccio — poi ognuno si allontanò a ritroso.

La mamma Valentina disse qualche parola in segreto alla Giovanna, trasse da un armadio una veste bianca e la depose sopra una seggiola — all’ultimo, fe’ cenno a Corrado ed Agnese di venir via.

Sul limitare dell’uscio, che metteva in giardino, tutti tre sollevarono gli occhi al cielo, che era purissimo e scintillante di stelle, e stettero così lungamente. A un tratto, la mamma Valentina ruppe con un singhiozzo la barriera delle lagrime — andò in cucina a piangere; Agnese e Corrado rimasero a ciglio asciutto, come assorti in una visione.

Poi la mamma tornò, si fece presso ai due, e solo quando fu scomparsa ed Agnese le fu andata dietro su per le scale, Corrado sentì che gli era stato detto:

«Lei rimanga.»

Rimase; si rifece a guardare una stella più fulgida delle sue compagne, ad ascoltare un soffio lamentevole che passava ogni tanto per la pianura, svegliando le erbe ed agitando le piante nere.

Quanto tempo stette egli, senza pensiero, senza altra sensazione della vita fuorchè uno stupore di morte? Un tempo lungo.

Poi tolse l’occhio dal cielo e vide la tenebra immensa — si mosse, si addentrò nel viale, aggiunse un’ombra vagante alle ombre immobili.

E quanto tempo così? Un tempo lungo.

Impallidivano le stelle, l’alito fresco ed umido dell’alba correva per la campagna, quando il conte tornò alla casicciuola biancheggiante nel fondo bigio. Salì le scale; sul pianerottolo trattenne il respiro, quasi aspettando che si aprisse l’uscio per lasciar passare un caro fantasma.

Spinse la porta, che girò con lieve cigolìo di lamento — entrò, fece un passo innanzi.... La luce di una candela illuminava una visione.

Non era vero che Grazietta fosse morta; aveva solo smesso il lutto per vestirsi come una sposa, poi le era venuto il capriccio di buttarsi ancora una volta, prima di andare a nozze, sul suo letto di fanciulla, e quivi il sonno ingannatore le aveva irrigidito le membra e chiuso gli occhi, non le labbra, che sorridevano ancora alle lusinghe dell’avvenire. Una treccia le cadeva lungo il pallido viso; l’altra, scendendo giù pel capezzale, quasi toccava terra, ed era tinta di riflessi di fuoco e d’oro dalla luce della candela e dell’alba pallida, che si affacciava ai vetri della finestra.

Corrado, immoto dinanzi al lettuccio, rivedeva un’altr’alba, che gli aveva mostrato la cara visione, e là, nella bottega del parrucchiere famoso, il medesimo contrasto di luci intorno alla testina di neve.

Dov’è una prigione al pensiero? La sciagura stessa non l’ha. Ritto innanzi al cadavere gentile, Corrado fece in un attimo un gran viaggio con lei viva, e sorrise e rise con lei, dimentichi entrambi della morte.

Tornando nella cameretta, ritrovandosi dinanzi a quel corpicciuolo stecchito, a quel visino bianco — «non è vero che sia morta, pensò; doveva andare a nozze, ha avuto il capriccio di buttarsi così vestita nel suo lettuccio da fanciulla per aspettarmi.... si sveglierà or ora.» —

E fece un passo innanzi, e radunò tutta la sua potenza visiva in uno sguardo, che era un amplesso: parevagli che sotto quella forza magnetica il corpo di Grazietta tremasse, e quando la fiamma mal ferma della candela gettava sulla faccia della morta un’ombra mobile, pensava: «ora si sveglia!....»

A un tratto, dalla parete a cui il conte volgeva le spalle, si staccò un corpo, e si fece innanzi senza rumore.... Corrado si volse senza sgomento.

Era la mamma Valentina che il sonno aveva vinto sopra la seggiola.

«Signor Corrado.... disse ella.

— Zitto, ripetè il conte con un filo di voce, ora si sveglia....

La povera donna lo guardò crollando il capo.

Ancora un passo riluttante, e Corrado fu al capezzale della morta.

— Grazietta! Grazietta! mormorò come pazzo — svegliati, Grazietta....

Tacque, poi soggiunse con voce sommessa:

«Non lo sai tu quanto io t’amava? Nessuno mai te l’ha detto? Oh! quanto t’amavo, Grazietta! Se è vero che tu pure mi amassi e che un conforto ti è mancato, sappilo ora: io t’amava tanto! Mi ascolti tu? Sono io, il signor Corrado.... sono io!.... Sorridimi.... così.... guardami per l’ultima volta, sono io....

E cedendo al suo delirio sollevò colle dita tremanti le palpebre gelide della morta, e curvò il capo per ricercarne lo sguardo vitreo.... L’orrore lo vinse; cadde egli in ginocchio al capezzale, domandò perdono a Grazietta, e pianse.

Pochi minuti dopo si rialzò; raccolse la treccia su cui luccicavano alcune lagrime, la compose melanconicamente intorno al viso gentile. Era grave, solenne....

Intanto, la signora Valentina, fattasi innanzi come un automa, aveva spento il lume, e allora — o vista! — alla luce dell’alba la morte apparve in tutto il suo orrore; la faccia bianca di Grazietta si trasformò a un tratto, divenne di cera. Corrado, che ancora la guardava, fece per allontanarsi a ritroso, ma la signora Valentina lo trattenne.

— L’altro giorno la poverina mi parlava della sua prossima morte — a me sola ne parlava, credendo la poverina che io l’amassi meno — e mi diceva: «Mamma Valentina.... (ora nessuno mi dirà più mamma!) mamma Valentina, mi diceva, quando sarò morta, ricordati che mi devi tagliare i capelli e darli al signor Corrado. Sono suoi.... proseguiva, e mi farà piacere che qualche cosa di me non scenda in sepoltura.» La poverina diceva così, niente di più o di meno.... Veda, par proprio che sorrida perchè non ho cambiato una parola....

— No, disse Corrado con voce tremante, no, povero angiolo, portala teco la tua ultima bellezza.

Allora squillò una nota — si volsero entrambi. Accanto alla finestra, dal cantuccio dove era stata dimenticata la gabbia, Mario salutava il mattino a modo suo. Diceva:

«Grazietta! Grazietta! buone nuove! il buio è scomparso, sono rinati gli alberi, è tornato il verde, è tornato l’azzurro; svegliati, Grazietta, ecco il sole!»

XXXII.

Scene ultime.

Le molte veglie trionfarono della volontà — Agnese dormì un lungo sonno. — La mamma Valentina aveva avuto la precauzione di chiudere le imposte delle finestre, e la poveretta si svegliò ad ora tarda. Entrando nella camera mortuaria, guardò istupidita le candele che ardevano presso al lettuccio, impallidite dalla luce viva del giorno — e interrogò Corrado, il quale si ribellava al sonno per assistere con un’amara curiosità alle ultime scene della commedia umana.

— Che cosa hanno fatto? chiese sottovoce.

— È venuto un medico; lo ha mandato il municipio per dare un nome diverso alla malattia che ha ucciso Grazietta; ora la cosa è in regola; è venuto un prete per dirle delle parole latine; anche questo è in regola.... sono venuti altri due a prenderle la misura: non si è fatto altro.

E senza batter ciglio, Corrado continuò a tener lo sguardo fisso nel lenzuolo, che ricopriva il corpo e la faccia della morta.

— Hai dormito? gli domandò Agnese.

— Sì.... no.... non ho sonno.

La povera donna gli diede un’occhiata lunga....

— Vorrei vederla, disse poi con un tremito nella voce; è ancora bella?

— Guardala....

E facendo un passo, Corrado scoprì la faccia della fanciulla.

Agnese diede un grido.

— Vieni, soggiunse con voce carezzevole, non rimanere qui; ti farà male.... vieni, Corrado, vieni.

Pigliandolo per mano, lo fece scendere nel salotto, lo costrinse a sedere sul canapè, lo circondò di silenzio e di tenebre — finchè il sonno l’ebbe preso a tradimento.

Risvegliandosi verso il tramonto, Corrado balzò in piedi, aprì le finestre, e vide, seduta presso al divano, Agnese che lo guardava con una strana espressione di tenerezza e di angoscia. — Le si avvicinò commosso.

— Perchè mi guardi così? che hai?

— Nulla.... nulla....

— Non è vero, — ripetè Corrado; ma senza darsene ragione, non osò insistere, e volgendole un’occhiata paurosa, uscì da quella camera.

Agnese gli venne dietro.

— Grazietta?... chiese il conte volgendosi.

— Domani.

Venne il domani; una salmodia nota attraversò la via deserta; poi fu un bisbiglio delle donnicciuole del vicinato, e un gran silenzio — e di nuovo la salmodia e il canto limpido delle orfanelle che andò lontano pei campi — all’ultimo uscì Grazietta nella sua piccola bara, coperta di fiori; dietro a lei Agnese, la signora Valentina, Antonio, la Giovanna, qualche vicina e molti poveretti — si udirono singhiozzi soffocati; il breve corteo sparve dietro la cantonata. Pochi minuti dopo una carrozza da nolo, uscita dalla casetta bianca, s’avviava al cimitero. — Corrado giunse in tempo a veder da lontano la bara che veniva calata sotterra; quando la folla fu lontana ed egli ebbe visto Agnese cedere alle insistenze di Valentina e di Antonio ed andar via anch’essa a ritroso, si fece innanzi, prese il suo pugno di terra e lo buttò sulla fossa ricolma.

Teneva il capo chino sul petto, ma non piangeva. Risollevandosi, vide all’opposto lato della tomba un giovine alto, bello e lagrimoso — lo riconobbe. E sentì un desiderio ardente di farglisi presso, di stringergli la mano, di piangere con lui, di chiamarlo amico e fratello....

Si sarebbe sentito consolato, si sarebbe stimato di più, facendolo; non lo fece — lo ripigliava il mondo.

Geloso delle lagrime di quell’ignoto, della sua preghiera muta ma fervida, finse di allontanarsi, vagò fra le tombe, e quando lo sconosciuto fu scomparso, egli venne un’altra volta alla fossa, cadde in ginocchio, ed appoggiò le labbra al suolo per bisbigliare alla povera morta queste parole: «Io t’ho amata più di lui! più di tutti!»

Raccolse alcuni ciottoli, e li dispose sulla fossa in modo da scrivere; «addio!» poi girò uno sguardo intorno per accertarsi che nessuno lo avesse visto, e si allontanò a passo rapido senza voltarsi. Oltrepassando la cancellata, che separa la città dei vivi dalla città dei morti, disse con un ghigno amaro: «La commedia è finita!»

Ma perchè dunque rifaceva la strada percorsa dal funebre corteo? Qual fascino lo attirava in via Lesmi? Qual parte di Grazietta era rimasta nella casicciola bianca?

Aveva non so quale bisogno di risalire quelle scale, di rivedere la cameretta della fanciulla.

Giunse ed entrò; volse prima lo sguardo tutt’intorno poi lo tenne lungamente sul lettuccio, facendosi forte per cancellarne una faccia cadaverica e collocarvi un sorriso fra due guancie rosate; e quando fu riuscito, e Grazietta gli riapparve bella, palpitante, innamorata, allora sorrise. Ma ogni tanto si ricompiaceva nell’immagine scarna della morta e la rievocava paurosamente per ribellarsele tosto.

Si fece alla finestra aperta, guardò al cielo che Grazietta aveva guardato prima di morire: non aveva più le stesse nuvole, non era più lo stesso. Allora spinse l’occhio nella campagna rimasta tal quale.

Assorto nella contemplazione, udiva ogni tanto alle spalle un passo, quello della signora Valentina, e si ricordava d’Agnese. Dov’era Agnese?

A un tratto, vide innanzi a sè cadere una palluzza nera appesa ad un filo: era un ragno. L’istinto fu di ucciderlo, si trattenne, gli vennero in mente queste parole: «Poveretto, nessuno gli vuol bene.» Pensò: «Questa meschina creatura, che Grazietta ha compassionato, è ancora piena di vita, va su e giù per le sue scale e si prepara ad un’impresa gigantesca, a tessere dinanzi alla finestra una tela colossale che deve assicurargli una virilità piena di piaceri, una degna vecchiaia....»

Poi disse forte:

«Grazietta! povera Grazietta!»

Era il mezzodì, Agnese non veniva.... Dove era Agnese?