Part 13
Quel giorno, andando a far visita alla fanciulla, Corrado trovò appostato sulla via, cogli occhi fissi nella casetta che biancheggiava in mezzo al verde dei gelsi e delle acacie, un giovine, un bel giovine, quasi più alto di lui, snello, ma robusto, dalla faccia schietta adombrata da poca barba e più da una lieve tinta di melanconia.
Fingendo di non vedere, il signor conte aveva visto tutto ciò ed indovinato il suo rivale. Egli tirò diritto senza impaccio; l’altro finse di guardare di qua e di là, ma non si mosse. Nell’atto di sparir dietro la siepe, Corrado volse il capo e vide che il giovine ignoto aveva chinato la testa sul petto e non si moveva.
Un quarto d’ora dopo il conte diceva a Grazietta, pigliandole le manine bianche perchè non gli sfuggisse:
«Signorina, c’è un giovine, un bravo giovine, che le vuol bene, e che vorrebbe....
Non seppe andare innanzi. La fanciulla provò a svincolare le mani, ma non le riuscì, e disse, facendosi rossa: «vorrebbe che cosa?....
Allora Corrado ripigliò, con un tremito strano nella voce:
«Signorina, ci è un uomo, un po’ maturo, ma un brav’uomo.... almeno mi pare — che le vuol tanto bene e che vorrebbe....
Così dicendo, aveva allentato la stretta; la fanciulla ne approfittò e fuggì via, come un uccelletto. Tornò poi, canticchiando, col volto illuminato da una segreta gioia; corse pel viale, si cacciò nell’erba, evitando però di rimaner sola col conte. Costui s’era fatto buio in volto, seguiva con occhi spenti le movenze della poveretta, evitando anch’egli di rimaner solo con lei. Poi si accomiatò bruscamente.
E Grazietta, punto sbigottita di quei modi, si buttò nelle braccia della signora Valentina, dicendo: «quanto sono felice oggi!»
— Davvero! e perchè oggi più d’ieri?
— Non so, balbettò la fanciulla.
Aveva un segreto!
Il giorno successivo, Corrado, mentre attraversava la via, sentì alle spalle un passo frettoloso e il suo nome pronunziato una volta, due — era Filiberto.
— È un secolo che non ti si vede, gli disse il giovinotto con un lievissimo accento di canzonatura, mentre gli stringeva forte la mano; hai abbandonato gli amici.... già tutti così voi altri....
— Voi altri.... che cosa?
— Voi altri innamorati.... scusa sai?... ripeto quel che si dice, e con ragione, mi pare — perchè non ci è che l’amore, anzi non ci è che un amore come il tuo per dar di simili sassate all’amicizia....
— Ah! si sa che io sono innamorato? chiese Corrado, ritrovando il tono beffardo con cui era solito sgominare le ciancie dei suoi buoni amici.
— Si sa, si sa....
— E si sa che sorta d’amore è il mio?
— Si sa.... si sa tutto; un amore puro, di quelli che si sognano a sedici anni per una fanciulla, la quale ancora non ne ha diciasette....
Corrado ebbe la forza di sorridere, facendo cenno all’amico di proseguire.
— La tua innamorata è bionda, questo si sapeva da un pezzo, è bella — nessuno ti ha mai fatto il torto di dubitarne — ma vi è un guaio.
— Sentiamo il guaio....
— Un grosso guaio.... è una ragazza purissima, per giungere alla quale bisogna passare per le forche caudine — o tutta la vita o niente....
— Diancine! e allora?
— E allora.... bada.... non sono io che ti calunnio, è il mondo — e allora tu te la sposi. Felicino è già stato due volte al Municipio per vedere le pubblicazioni — non ci sono ancora....
— Come! non ci sono ancora?
— Dunque te la sposi, lasci strillare il parentado e ne fai una contessina magnifica, e te la porti via.... La contessina Grazietta sarebbe il gioiello delle nostre sale — ma non puoi stare a Milano per causa di sua sorella....
Il conte non seppe reprimere un atto di stupore; lo dissimulò alla meglio dicendo:
— Grazietta ha una sorella?
— Pur troppo!.... una sorella niente affatto pura, che si fa mantenere — una bionda meravigliosa, appartenente alla famiglia delle _aristocratiche_, come le chiamiamo noi.... Questa bionda meravigliosa è il punto nero dell’idillio; essa è innamorata pazzamente di te, odia sua sorella; ci sono state scene di gelosia terribili — di’ un po’ che tutto questo non è vero?
— È verissimo; ne dubiti forse?
— Io sì, ma il mondo no.... e le nozze quando?
— Fra una settimana.
— E dove andrai a stare?
— In cima ad un monte; ho comperato un castello forte in rovina, lo faccio rimettere a nuovo senza guastarne l’orrido — ci sarà il suo ponte levatoio, e un trombettiere per dar l’avviso quando verranno gli amici..., ci verrai anche tu.... Mi compongo una felicità medioevale; vedrai, vedrete.... Dove sei diretto?
— Veramente.... in nessun luogo....
— Addio, Filiberto; tante cose a quei cari matti.
E Corrado piantò l’amico, il quale per lo stupore rimase alcuni istanti nel mezzo della via.
— Signorina, disse Corrado a Grazietta con un’insolita gravità di modi; ieri mi è sfuggita sul meglio d’una rivelazione, oggi mi deve ascoltare....
— Una rivelazione?.... balbettò la fanciulla provandosi a sorridere....
— O meglio un’ambasciata.... Prometta di starmi a sentire.
La fanciulla chinò gli occhi a terra e disse con un filo di voce: «Glielo prometto.»
— Ci è un giovine, un bel giovine, ventiquattro anni al più.... che si è innamorato di lei e le vuole un mondo di bene.... non l’ha mai visto lei quel giovine?
Grazietta aveva curvato la testina sul petto — non rispose. E Corrado coll’accento affannoso:
— Quel bel giovine è anche un bravo artista, laborioso, onesto; vuol farla felice.... e la domanda in isposa....
Per un istante non trovò più parole....
— Che risponde? disse poi.
E insistè:
— Non bisogna dirgli di no....
E siccome la fanciulla taceva sempre, Corrado, ponendole una mano sotto il mento per rialzarle il volto, sentì il caldo di due lagrime silenziose. Si curvò allora a guardarla, ma Grazietta ruppe in un singhiozzo e fuggì. Il conte appressò la mano alla bocca ed asciugò colle labbra la traccia di quelle lagrime. Un pezzo stette così, immobile; poi, obbedendo ad un’improvvisa idea, fuggì, attraversò molte vie a passo frettoloso, salì le scale note, e giunto alle spalle d’Agnese: «Eccomi!» disse.
La bella lo guardò nello specchio prima di voltarsi; e a Corrado parve d’udire questa esclamazione inesplicabile: «Peccato!»
XXVII.
Partenza.
Aveva detto bene Agnese: accettare l’amor suo era rinunziare a quello di Grazietta. L’angelica figura della innocente sparve nel buio d’una lontananza senza misura. Fu per alcuni giorni come se la fanciulla non avesse esistito, e solo più tardi il pensiero di lei tornò a Corrado come quello d’una cara defunta. Poi venne il lutto, poi la doglia cocente, immediata, che succede alle lagrime versate per una sepolta. In tutti i modi, Grazietta per Corrado era morta, proprio morta.
Il primo ritorno a lei come a creatura viva fu il pensiero del doverla un dì o l’altro rivedere, di dover fissare riluttante lo sguardo nel volto bianco e virginale, e sentire un impaccio nuovo dinanzi all’azzurro di quell’occhio terso e lucente.
Quel dì venne, e Corrado si stupì molto di non provare tutto quanto immaginava; l’impaccio della fanciulla sciolse il suo, e la titubanza di lei a fissarlo in volto, diede animo a lui di guardarla fisso ed a lungo. Ah! era pur bella Grazietta!
Le chiese come stava: «Benino». Dunque non benissimo, si vedeva. S’era di nuovo buscata un’infreddatura stando alla finestra di notte a guardar le stelle, aveva la voce un po’ velata ed un tantino di tosse. E Corrado, stupito della propria disinvoltura crescente, le ordinò di curarsi, di stare a letto, e si fece promettere obbedienza assoluta.
Del giovine pittore, che la voleva in moglie, non fu fatta parola, ma prima che se ne andasse, la mamma Valentina venne a dirgli in segreto che ancora Grazietta non aveva risposto nulla, e che quel povero giovane continuava a passare mattina e sera, sospirando come un mantice: «E finchè soffierà così da lontano, osservò giudiziosamente, c’è poca speranza che la piccina pigli fuoco — dico bene?»
Una smorfia di Corrado significò che diceva benissimo.
Fatta la prima prova, non vi era proprio alcuna ragione per troncar le visite, tanto più che la cara fanciulla non stava molto bene. Corrado volle ripigliare le abitudini di una volta, e il dì successivo tornò alla casetta in via Lesmi. La prima persona, che incontrò mettendo piede sulle scale, fu Agnese, che lo precedeva.
— Tu qui? gli disse costei volgendosi.
— Ti stupisci? balbettò il conte vincendo a stento l’impaccio; come sta Grazietta?
A questa parola seguì un rumore sul pianerottolo; Corrado alzò il capo, Agnese si volse; altro non videro che il lembo d’una veste nera che spariva nel vano dell’uscio.
Si guardarono in silenzio.
— Ci avrà intesi? disse il conte impallidendo.
— Che importa?
— Come le spiegherai...?
— A modo mio.... con una menzogna: le dirò che tu m’ami, che io t’amo, che ci siamo fidanzati e ci sposeremo.... forse; i fidanzati si danno bene del _tu_....
— Ah! non le dire questo.
— E perchè di grazia? domandò Agnese con un sorriso in cui entrava un po’ di beffa.
Un istante dopo apparve sul pianerottolo Grazietta; fece essa un atto di stupore, e scese le scale sorridendo per venire a baciare sulle due guancie la sorella.
Corrado le porse la mano, ma la fanciulla non vide l’atto, crollò la testa in modo vago, disse: «Buon giorno, signor conte» e scappò in giardino tirandosi dietro Agnese. Costei la guardava con occhio indagatore.
— Come stai oggi? le disse.
— Oggi benissimo, e domani e sempre starò benissimo; non mi voglio più ammalare; va bene così?
Quell’allegria toccava il cuore.
Quando fu l’ora del tramonto, la mamma Valentina entrò a dire: «bisogna rientrare in casa, signorina, e mettersi a letto....»
— Già, rispose Grazietta, e dormire fino a domattina come una marmotta.... signora no.
— Se non vuoi andare a letto, starai su a leggere, ma non devi rimanere all’aperto; le sere sono fredde, e un malanno si fa presto a pigliarselo.... hai la tosse....
— Hai la tosse?...
— Non le dar retta; non ho nulla io.... sto bene.
Agnese pareva agitata da uh pensiero; più volte guardò il conte con una segreta impazienza, poi si accommiatò bruscamente.
Corrado le venne dietro a malincuore.
Ah! Grazietta non esisteva più per lui!
Per via non aprirono quasi bocca; e l’uno interrogò, e l’altra rispose a monosillabi; e sull’uscio di casa della cortigiana, si fermarono entrambi come per tacita intelligenza.
— Sono stanca, disse Agnese.
— Mi aspettano, disse Corrado.
Si toccarono la punta delle dita. «A rivederci.»
Mezz’ora dopo, Corrado giungeva a piedi nella via Lesmi. Alla luce scialba del crepuscolo vide giungere per l’opposto verso una carrozza, che si arrestò dinanzi alla nota casa; si aprì la portiera, ne uscì una donna — Agnese.
Costei vide subito Corrado, e in vece d’infilare il portone, gli mosse incontro determinata.
«Abbiamo voluto ingannarci a vicenda, disse con un accento strano; il nostro amore non incomincia con molta schiettezza; può essere che appunto perciò duri di più. Avevo bisogno di trovarmi sola con mia sorella, e tu pure, mi sembra. Posto che non ci è riuscito, vieni in carrozza meco, parleremo.»
Corrado obbedì come un automa, e quando la carrozza si mosse, egli si affacciò a guardare la casetta biancheggiante, che sembrava fuggirgli dinanzi per nascondersi nell’ombra.
Salirono le scale in silenzio — giunto nel salotto, Corrado si buttò sopra il divano; Agnese sciolse le briglie del suo cappellino, e senza levarlo sedette sull’orlo d’una poltroncina. Stettero un tratto immobili e silenziosi. Alla luce fioca, che penetrava dalle finestre, entrambi parevano due ombre.
— È inutile domandare dei lumi, disse Agnese; tu devi preferire di stare al buio.
Corrado non rispose.
— Perchè tornavi da Grazietta? soggiunse la bella con accento di dileggio.
Nessuna risposta.
— Non lo sai tu stesso — te lo dirò io: tornavi a lei perchè l’ami o perchè almeno così t’hanno detto i tuoi sensi; circondato dall’aureola d’innamorato, tu ti santifichi, diventi incapace di male e speri di commetterlo involontariamente.... come vuole il destino. Leggo io bene nel tuo cuore?
Nessuna risposta.
— Questo non accadrà, ripigliò a dire Agnese, abbassando la voce ma senza ira: dovessi ucciderti, dovessi uccidere lei stessa, tu non giungerai fino a Grazietta.
— Come sei gelosa! esclamò Corrado amaramente.
— Ti duole che non lo sia?
— Non hai tu detto d’amarmi?
— L’hai tu creduto?
Le tre ironie s’incrociarono fredde, inesorabili. Agnese proseguì:
— Ti conosco troppo; troppo è in te della mia stessa natura, in me della tua. Ebbene, sì, ho mentito.... Che importa? Non è tutta la mia vita una menzogna? Non ho di mio che il cuore, perchè non fu mai di nessuno — no, non ti amo, non potrei amarti. Te ne duole forse?
Corrado era rientrato nel suo mutismo.
— Potevi far te e lei felice, soggiunse Agnese dopo breve silenzio — ora è tardi — può un conte essere l’amante di una donna come me — ciò è lecito, è decoroso, è bello anzi — ma non può farsi sposo di una creatura povera e santa come Grazietta. Hai scelto d’essere mio amante, tutto è finito fra te e lei.
Corrado si rizzò all’improvviso, e pigliando le mani della cortigiana, le disse con gravità:
«Ho giurato di rispettare l’innocenza di tua sorella e non l’ho offesa con una parola — domani all’alba partirò.
— Per tornare....?
— Quando il matrimonio di Grazietta sarà compiuto.
Scattando come molla, Agnese suonò il campanello e chiese i lumi; poi disse:
— Voglio guardarti in volto ora....
Alla luce di un candelabro, la cortigiana fissò gli occhi nella faccia mesta di Corrado.
«Sei bello, disse, sei generoso. Peccato che io non sia innamorata di te! E d’altra parte, che fortuna!
— Perchè?
— Perchè il mio amore non potrebbe renderti felice.
Poi lo baciò e gli disse «buon viaggio.»
Il giorno successivo, quando credeva Corrado partito, Agnese se lo vide venire dinanzi all’improvviso: impallidì.
— Che significa?
— Significa che non parto, che non posso partire; sono stato a dire _addio_ a Grazietta — sarò pazzo, sarò sciocco, ma credo che la poveretta mi ami.... ridi pure, sì essa mi ama! ne sono sicuro — rimango.
Agnese stette un istante dubbiosa, poi, cedendo ad un’improvvisa idea, pigliò le mani di Corrado nelle proprie, e piantandogli in volto gli occhi sfavillanti:
— Sì, disse, Grazietta ti ama! — Ebbene.... sarà un’onta di più nella mia vita, ma non importa — sposala! Credevo che l’amore d’una cortigiana potesse essere un inciampo — vedo bene che non lo è mai; sposala, e falla felice — io partirò, andrò lontano perchè non giunga fino a voi l’ombra della mia vergogna. — Nessuno saprà mai che la contessa Germinati ha una sorella come me.
Il conte teneva il capo chino a terra, e a queste ultime parole disse, come parlando fra sè: «Lo sa Filiberto, lo sanno gli amici del circolo, tutti lo sanno!»
E tacque.
Agnese si era lasciata cadere sopra una seggiola, teneva gli occhi fissi a terra. Lungo silenzio.
— Parto, disse Corrado.
Uscì. Agnese non si mosse, non sollevò lo sguardo — pareva la statua della sciagura.
XXVIII.
Ritorno.
Corrado partì. Scrisse prima a Grazietta: una menzogna per legittimare la sua assenza, un augurio, un addio — poche parole in tutto. Mandò alla mamma Valentina alcuni biglietti da mille franchi, perchè servissero di dote alla fanciulla, raccomandò che le nozze si compissero presto, presto, presto, che gli sposi abitassero la casicciuola in via Lesmi.... E partì.
Andò, senza saper dove, prima a Torino, poi nella Svizzera, poi in Germania, da ultimo a Venezia — passarono così venti giorni. Nell’atto di tornare a Milano, pensò che venti giorni erano pochi, che tutto non era forse finito, che bisognava viaggiare e divertirsi ancora.
Tornò a Trieste, a Vienna, poi di nuovo in Isvizzera, e poi di nuovo a Torino, fermandosi negli stessi alberghi, andando a vedere le stesse meraviglie.... Passò un altro mese — e allora disse a sè stesso che era tempo di tornare a Milano, e non l’ebbe detto, che già il convoglio ve lo portava.
Per via aveva avuto la febbricciatola d’impazienza e di desiderio che dà il ritorno; aveva pensato a Grazietta; ma per quanto avesse fatto prova di ricomporsela in mente tal quale l’aveva lasciata, non gli riuscì. E costretto a guardare faccia a faccia il nuovo stato di cose, aprì gli occhi e li tenne per tutto il viaggio fissi nel fantasma diverso ma tuttavia caro. Vide Grazietta al fianco di quel giovine poc’anzi ignoto interamente a lei ed ora tanta parte di lei, la vide sorridente, felice, con una malizia pudica nello sguardo, fiera e semplice, e bella di una bellezza nuova. E s’immaginava giunto a Milano, nella viuzza deserta, in faccia al nido silenzioso d’una felicità nata or ora; si arrestava titubante, porgeva orecchio alle voci della natura, dolci come l’eco d’una gioia tranquilla, poi udiva un’altra voce che chiamava forte un nome, un nome ignoto che gli faceva battere il cuore.... e vedeva farsi alla finestra lei, Grazietta, bionda e splendida come un raggio di sole.... poi scendere le scale e buttarsi nelle braccia d’un uomo felice quanto un nume.
A questa visione succedeva come un buio del pensiero; dinanzi alla bella immagine passavano tante ombre nere — era il dispetto, era il rimorso, era una gelosia ingiusta e crudele, era il pauroso riflesso dell’avvenire — ma a poco a poco tornava la luce, tornava la figurina gentile di Grazietta, ricominciava la visione di quella felicità semplice ed innocente.
Giunse a Milano, e prima ancora di tornare nelle sue stanze, volle correre in via Lesmi. Era l’ora più calda d’un giorno caldissimo di luglio, e per la viuzza nota non passava anima viva. Corrado si arrestò un istante, spinse l’occhio innanzi a sè, lo girò tutt’intorno — nulla era mutato; le stesse acacie ombreggiavano lo stesso canale, d’onde partivano ogni tanto col rumore dei panni battuti le ciancie rotte e sommesse delle lavandaie che non si vedevano; in un punto la siepe si curvava facendo un vano, proprio come una volta; quel pioppo, quel gelso, quei ghirigori di carbone fatti da un monello sulla muraglia, erano lì, dinanzi a lui, come se da ieri appena li avesse lasciati. Solo nella casa dirimpetto, fra gli otto vetri luccicanti al sole, uno ve n’era tenuto insieme da una striscia di carta bianca. «Qualcuno l’avrà rotto stamane,» pensò involontariamente Corrado. E non trovando linee mancanti al quadro che egli portava con sè, sentì entrargli in petto una baldanza ed affacciarglisi alla mente un’idea, che in due mesi non eragli mai venuta, idea che a un tratto divenne dubbio, speranza, certezza. «Lo vedi, disse a sè stesso, nulla è mutato, Grazietta è ancora fanciulla.» Si mosse, affrettò il passo, e solo sul primo gradino della scala si fermò — gli batteva il cuore forte.
Non gli veniva incontro nessuno, non si udiva un accento; gli ripugnava muovere un passo, se prima non fosse rotto quel silenzio di sepoltura. A un tratto una voce eccheggiò come un saluto, una vocetta allegra, squillante, quella di Mario. Corrado salì le scale.
Per far l’improvvisata più bella, non sapeva se affacciarsi alla stanza della fanciulla o chiamare facendo il vocione. Ma ecco un corpo apparve senza rumore nei vano dell’uscio — la mamma Valentina.
Vide costei il conte e lo guardò senza meraviglia, con occhio istupidito; solo quando Corrado aprì le labbra per parlare, gli fe’ cenno di star zitto e s’inoltrò sulla punta dei piedi. Il conte dietro come un automa.
Grazietta era là, dinanzi a lui, colle lunghe treccie cadenti sulla faccia bianca e scarna, cogli occhi chiusi.... immobile sul suo lettuccio di fanciulla.
— Morta!
E la signora Valentina con voce spenta: «Non ancora!»
Queste parole svegliarono una dormente — Agnese, la quale, cedendo alla stanchezza della veglia notturna, aveva preso sonno sopra una seggiola. Anch’essa era patita; si rizzò in piedi, si stropicciò gli occhi, vide Corrado, e corse a buttarglisi nelle braccia e come a morderlo con un bacio selvaggio. Poi si staccò senza dir parola da lui, che, trasognato, barcollante come un ebbro, ripetè parlando a sè stesso: «morta!»
— Non ancora! disse Agnese; e andò a sedersi nel suo cantuccio, dove stette a lungo, cogli occhi stranamente fissi in volto a Corrado, pallida e silenziosa, viva immagine della sciagura che abitava in quella cameretta.
XXIX.
Al capezzale.
«Non ancora!»
Nessuno gli aveva detto altro, nè altro egli aveva chiesto; tutta la storia di due mesi era in queste parole.
La mamma Valentina, seduta al capezzale, Agnese colle braccia penzolanti dalla spalliera della seggiola, collo sguardo intento e come sprofondato in una visione — aspettavano.
Corrado non ebbe la forza di staccarsi dal limitare — aspettava anch’esso.
A un tratto un brivido corse per quelle tre creature desolate.... Grazietta esalò un sospiro lungo....
Non era l’ultimo. Le fanciulla aveva aperto gli occhi, mandava in giro come a fatica uno sguardo spento, in cui all’improvviso balenò una gran luce.
«Signor Corrado!» disse con voce sonora.
Lo sciagurato si fece presso al letto, strinse nelle proprie la mano scarna e febbrile che gli venne offerta, allacciò paurosamente un suo sguardo desolato con quello della fanciulla, che nulla più aveva della terra — non disse parola.
— Come sta? interrogò Grazietta.
— E lei, signorina? rispose Corrado assottigliando la voce e modulandola come una carezza — e lei, come sta? Ah! perchè ammalarsi quando io era lontano, perchè non farmelo sapere?
— Sto bene, balbettò la fanciulla, sto tanto bene.
Si sciolse dalla stretta amorosa che le teneva le mani, ed abbassando la voce a guisa di chi fa una confidenza:
— Voglio guarire, disse, ora chiederò di guarire.
E chiusi gli occhi, mosse le labbra senza parlare — poi volse il capo in atto di ascoltazione, finchè ricadde nel sopore.
Lungamente il conte stette al capezzale — guardava le trecce lunghissime e due ricciolini ribelli, che ponevano una cornice d’oro sulla fronte diafana e bianca come alabastro.... Era bella Grazietta fin tra le strette della morte; la febbre aveva avuto pietà della sua avvenenza, e sulle guancie disfatte aveva steso un velo incarnato, che ne cancellava i solchi e le ombre.
All’ultimo Corrado si scostò dal lettuccio; sul limitare si rivolse ancora una volta, e stringendo disperatamente la fronte fra i pugni chiusi, uscì dalla camera.
Agnese si era rizzata come un automa, senza togliergli di dosso gli occhi; quando fu uscito, gli venne dietro. Erano sul pianerottolo in faccia l’un dell’altro. Corrado guardò una crocetta nera che aveva visto al collo della fanciulla ed ora stava infranta sulla soglia; finalmente disse, parlando fra sè medesimo: «Povera Grazietta!»
Agnese l’udì, e non rispose; lo contemplava estatica. Tutto il suo volto patito era un gran dolore e una gran tenerezza, in cui balenava ogni tanto una strana luce. Strana davvero l’espressione di quel viso; parve a Corrado di leggervi una nuova sciagura e non seppe sprigionarsi dallo sguardo profondo.
— Che hai?
— Che ho? rispose Agnese, ponendogli le due mani sugli omeri e dandogli un brivido con quel contatto — e soggiunse con accento tenero e dolce come una musica: io nulla, Corrado, nulla....
Poi disse: «Grazietta muore!»
— Qual’è il medico?
— Il dottor B.
— E dice?
— Che non vi è rimedio, che Grazietta muore.
Agnese staccò finalmente gli occhi dal volto di Corrado e li fissò rincupiti al suolo. Si udiva la sua respirazione affrettata, si vedeva il suo seno sollevarsi ed abbassarsi. «E lo sa Dio, mormorò con voce sorda senza batter ciglio, e lo sa Dio se sarei morta con gioia per far lei felice! Ora è troppo tardi! Grazietta muore....»
Rizzò ad un tratto il capo, sprigionò dagli occhi un gran baleno, e profferì con accento intenerito queste parole feroci: «meglio che muoia, povera Grazietta!»
Corrado la guardò in volto, la credette impazzita; e certo il suo dubbio gli apparve sulla faccia, perchè Agnese, leggendolo, sorrise melanconicamente.
«Mi credi pazza? balbettò....