Capelli biondi

Part 12

Chapter 123,849 wordsPublic domain

«Verissimo, Agnese è Agnese, e Grazietta non ha nulla da fare con lei; ma il mondo non pensa così; però a te non deve importare nè punto nè poco del mondo. Si dica che si vuole, le contessine pure come Grazietta non le trovi a dozzine, anche se abbiano il blasone senza macchia.... L’albero genealogico dei conti Germinati ha larghe braccia e può celare uno scandaluccio, e può ingentilire una donnina plebea, specialmente quand’è così gentile come Grazietta!... Già, la marchesa Felicita e lo zio ambasciadore e gli altri e tu stesso, se non vi fermate a re Pipino, a re Ottone, a Carlomagno, e cercate il germe di quella che ora è una pianta colossale d’orgoglio, trovate, a vero capostipite, un bastardo.

«E poi, se un ramo laterale mette male, lo si recide anche da un albero genealogico — tu sopprimi Agnese. Chi ha da immaginare che l’angelo sia parente della cortigiana, se costei medesima non l’ha detto ad anima viva? Mandi Agnese lontano, o te ne vai lontano tu stesso — si può essere felici da per tutto.

«Felice! sei proprio certo che sarai felice? Quante volte ti è sembrato di doverlo essere! Se questa, che insegui ora e che ti pare la felicità vera, fosse una delle tante larve? Perchè ti batte il cuore, perchè vaneggi, perchè parli a voce alta da solo, perchè insegui le nuvole collo sguardo, ecco, ti credi mutato. Non ti fidare di te stesso: hai fatto così altre volte. Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice? Un giorno, un’ora sì, quanto durava l’ebbrezza del vino e della donna; poi venne la sazietà, poi la nausea, poi lo sconforto, ed ora il più amaro degli scetticismi, quello che ti fa dubitare di te stesso. La tua fibra è forte nel desiderare, debole nel resistere al piacere, e il piacere ti taglia i nervi, ti getta come un cencio nelle braccia della felicità, che non vuol saperne di te.

Corrado veniva ripetendo:

«Hai avuto ricchezze, gioventù, amori, orgie — di’, sapesti mai essere felice?

«La gioventù se ne va, è andata; l’orgia ti dà il mal di capo, il denaro dorme inoperoso nei tuoi scrigni, la felicità è altrove....

«Dov’è?

«Non nelle braccia di Grazietta. La vecchia edera del bosco, che un legnaiuolo ha strappato colla falce agli amplessi dell’olmo poderoso, se si abbarbica al giovine arboscello, lo soffoca. Tu sei l’edera vecchia — il grand’albero delle tue illusioni è caduto; ti sei sentito strappare a tutti gli amplessi vani da un terribile legnaiuolo, da una falce spietata; soffocheresti Grazietta senza far te felice.

«Il bel nodo che vai fantasticando! Stringere l’innocenza e il cinismo, la fede e lo sconforto, l’alba e il tramonto; mandare a braccetto per le vie il reuma ed il lattime e far dire: «Ve’ sono marito e moglie!» Succede ogni giorno, è vero, ma ogni giorno si ride di questi invalidi della vita, che si mettono a riposo sposando una fanciulla di 16 anni. Quanti ne hai tu, Corrado? trentasette, trent’otto, forse più; non lo sai bene. Ma che importano gli anni, se sei forte, se sei sano, se il tuo corpo è giovine? E l’anima, Corrado, quella, intendiamoci, che si chiama così, ed è il cuore, ed è il pensiero, ed è il desiderio, la speranza, la fede? Tutto ciò è vecchio, è moribondo, è morto. Oh! il curioso nodo che vai fantasticando!

«Vuoi farla felice Grazietta? Non te la vuoi sciupare la tua buona azione? Dà retta a quel pittore, giovine, bello, che ha due compagni nella vita: la fede nell’avvenire, il lavoro; fai la dote alla fanciulla, terrai a battesimo un bel maschio.»

Corrado troncò le ciance degli invisibili consiglieri, staccandosi con impeto dalla finestra, e ripigliando a camminare su e giù per la stanza. Avvenne nelle sue idee quel rimescolio che produce il soffio d’un fanciullo in una processione d’atomi lungo un raggio di sole: Grazietta, il pittore, la dote, Filiberto, Felice, la marchesa, e poi Grazietta troppo ingenua, e Agnese, e il mondo, e le beffe, e poi Grazietta che non sa il francese.... e di nuovo Filiberto, Felice e la marchesa.

XXIV.

All’insegna del Piccione.

Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! Sono puliti e baldanzosi come i fanciulli quando hanno indosso la vesticciola nuova. Che bel verde allegro! e come luccicano al sole le nuove foglie che l’altro dì erano gemme! e che susurrìo gentile se l’alito del vento le accarrezza! Sono le prime ciancie dalla stagione, e sono ciancie discrete. Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! La polvere del viale non è ancora giunta lassù ad appannarne la nitidezza, i ragni campagnuoli non hanno avuto tempo di tendere i fili fra ramo e ramo, nè i bruchi di accartocciarne le foglie; sono ippocastani nuovi, sono nati or ora così vestiti!

E Grazietta batteva le mani, e cogli occhi, e col riso e colla vocetta squillante faceva festa allo splendido mattino, che annunziava una giornata splendida.

Agnese e Corrado sorridevano, e la tonda Valentina, la quale s’ingegnava di mettere il passo in cadenza con quello della fanciulla, doveva ogni tanto fare un salto, che richiamava in mente l’ultimo balzo pigro d’una palla elastica.

L’umore giocondo era nell’aria — lo si respirava senza fatica.

Grazietta era guarita, ed ora si andava tutti insieme a scampagnare. Uscir dalle porte, percorrere un chilometro a piedi prima di fermare una carrozza che passi per caso, farsi portare al paesello vicino, non sapere dove, quando e come si farà la colazione ed il desinare, e vagare pei sentieri lungo i canali ombreggiati dalle acacie — queste sono felicità che non si descrivono.

«La troveremo poi la carrozza? domandò la mamma Valentina, che cominciava ad avere il fiato breve.

— Ma!... rispose Corrado.

E rise.

— E se non trovassimo poi la carrozza? ripetè poco dopo la buona signora.

— Che piacere se non la trovassimo! disse storditamente Grazietta.

Ma la carrozza si trovò, alla svolta d’un viale, ferma all’ombra, con due cavalli che scalpitavano impazienti ed un cocchiere sonnecchiante a cassetta — pareva proprio messa lì da una fata.

Dentro tutti, e via di corsa fino al paesello.

All’insegna del Piccione troverete _buon vino e buon ristoro_; ve lo dice un piccione embrionale, che penzola da un’asta irruginita, con una scritta fra le zampe.

L’insegna non è bugiarda; solo che, credendo di parlare unicamente ai borghigiani, sottintende che il _buon ristoro_ si trova alla domenica. Quel giorno era lunedì!

Sopra una faccia tutta beatitudine mettete un risolino che sia una luminaria — avrete la faccia dell’oste ed il suo risolino furbo, mentre egli dava le notizie sconsolanti.

— Dunque? disse Agnese ridendo.

— Dunque? ripetè la signora Valentina senza ridere.

— Dunque, lor signori sanno bene, cioè non sanno.... devono sapere che il lunedì è il giorno disgraziato; a farlo apposta non si può scegliere peggio — perchè alla domenica i miei avventori fanno _repulisti_, come si dice....

E fece seguire alla sua dotta espressione un poderoso soffio sulla palma della mano. Con un commento simile, il latino diventa la lingua più viva e più facile dell’universo.

— Vediamo le bricciole, disse Corrado senza sgominarsi.

— Ecco, disse l’oste (e gli si leggeva sulla faccia la compiacenza d’un filodrammatico, che faccia la sua prima parte in commedia) un po’ di prosciutto l’hanno lasciato, un po’ di formaggio anche.... il vino ci è.... pere e mele ci sono.... basta?... A lor signori non basta.... cercando bene troverò forse delle braciole, non più di quattro però.... e posso mandare a raccogliere i piselli primaticci — ah! dimenticavo un paio di agoni marinati ed un pasticcio di Strasburgo.... e poi se non basta, possiamo torcere il collo ad un cappone....

— No, disse Grazietta, non torciamo il collo a nessuno; basta così; non è vero che basta così?

— Signorina, si consoli, il cappone è morto ieri, ha fatto una morte placida.... e non può avere sepoltura più gentile.

E per non guastare con ciancie inutili il suo complimento, l’oste si volse solennemente a dare gli ordini ad un cuoco e ad uno sguattero di bucato, tanto erano bianchi e puliti da capo a piedi.

La signora Valentina aveva piantato gli occhi addosso a Corrado, e veniva dicendo alla muta: «Ho capito, ho capito!» Finalmente non resistette più e lo disse forte: «Ho capito, signorino!» E il signorino, che prima sorrideva, uscì a ridere forte.

Grazietta intanto aveva attraversato la cucina, si era spinta fino in giardino, ed era tornata saltellando a spingere lo sguardo sull’unica via del paesello, dove l’insolito spettacolo d’una carrozza a due cavalli e di quattro signori della città, faceva accostare, colle mani sui fianchi e facendo le sbadate, le comari del vicinato.

Nei primi momenti d’una giornata di piacere entra forse la dolcezza di tutte le ore liete, che verranno poi. Ogni cosa per Grazietta era festa.

«La sente signor Corrado, diceva, la sente la brezzolina? — che fruscio per le acacie delle siepi!... senta!...

«Guardi! guardi! il piccione dell’insegna pare voglia spiccare il volo.... Ascolti.... peccato, non lo fa più.... Ah! ecco.... lo fa ancora.... sono gli anelli della catena che stridono.... non par proprio il pigolio del piccione? Dica di sì per farmi piacere.

— Sicuro, pare il pigolio del piccione.

Ridevano.

Sulla parete che guardava la campagna, nel vano di una finestra finta, era disegnato un orologio solare colla leggenda: _Stat sol, hora fugit_.

«Che cosa vuol dire? domandò Grazietta.

— Che il sole rimane, ma fuggono le ore.

— Sono le nove! disse la fanciulla; che piacere! abbiamo tutta la giornata per noi!

E attraversò la cucina, il giardino, e aperto l’uscio fatto di sterpi, si slanciò nel praticello come una farfalla.

L’erba folta era ancora umida di rugiada, dove batteva l’ombra dei gelsi, che facevano cornice all’ampio verde dorato dal sole.

Non si poteva giuocare nè sedersi; bisognò andare a spasso, lungo il canale, pel sentieruolo stretto, ad uno ad uno, Grazietta innanzi a tutti, la signora Valentina in coda.

Gli uccelli cantavano nel fitto delle macchie, poi a un tratto tacevano, udendo i passi e le ciancie, e rimasti zitti un istante ad ascoltare, fuggivano con un volo basso per nascondersi meglio.

— Che uccello è? domandava Grazietta senza fermarsi.

— Non so, ripeteva Agnese.

— È un tordo, entrava a dire la signora Valentina.

— E cantava: «buon giorno Grazietta.» Non è vero?

— È vero.

— No, che non è vero, perchè se n’è fuggito.

— Ha avuto paura di me, disse Corrado.

— E quei due che passano in alto, e gridano con quella voce rauca?

— Sono ghiandaie....

— Ci hanno visti, s’innalzano di più, gridano per farsi coraggio.... sono marito e moglie?

— Sicuro, e abitano in quella quercia laggiù al primo piano; al pian terreno sta un picchio verde.... lo vedi appeso al tronco?

— Sì.... sì, lo vedo! È lui che batte col becco? e perchè batte se la porta di casa è aperta?

— Sicuro, perchè batte? perchè suo padre e suo nonno facevano così.

Ridevano.

Poi ad un tratto Grazietta si arrestava, facendo cenno di star zitti, per spiare i voli brevi e splendenti d’un martin-pescatore, che rasentava le acque del canale, o per udire il fischio d’un merlo, che pareva un richiamo umano.

Corrado ed Agnese sentivano a poco a poco dissolversi il gelo che li faceva parer freddi al paragone della fanciulla; quel verde immenso dei campi, quell’azzurro senza macchia, quel contrasto di ombre nere e di riflessi d’oro, quei canti, quei voli, quella pace, tutta insomma l’eterna giovinezza della natura vergine e madre ogni anno, si rifletteva pei loro occhi nel loro cuore. Ascoltavano le parole di Grazietta come una musica nuova; sedotti dal fascino dell’esempio, facevano gara anch’essi d’essere i primi a cogliere una nota od un colore di quella infinita armonia, di quella immensa tavolozza.

Non avevano fatto quattro passi, e già erano le dieci; bisognò tornare indietro ed affrettare per giungere in tempo.

— Il cuoco ha ordine di portare in tavola le braciole alle 10 e mezza in punto — disse Corrado — si tratta ora di giungere a tavola prima delle braciole.... coraggio mamma Valentina.

— È inutile correre, rispose la buona donna, è inutile farsi ingrossare la milza.... Abbiamo impiegato trentacinque minuti a venir fin qua, fermandoci ad ascoltare i merli ed a guardare i martin-pescatori; non ci fermiamo più, ma andiamo dello stesso passo, arriveremo in tempo.

— Se le braciole si raffreddano, le metto sulla sua coscienza, disse Corrado.

— Non si raffredderanno, non si raffredderanno.

E il sole rimane, e fuggono le ore.

— Ha ragione la meridiana! disse Grazietta dopo colazione: è mezzodì! È curioso, qui non si sente un orologio, nè una campana.... ah! eccone una! che vocina modesta!

— Perchè sa di non seccare il prossimo, scappò detto alla mamma Valentina, ma si tappò subito la bocca ed andò a sedere all’ombra dei gelsi, nel prato.

— Che si fa ora? entrò a dire Grazietta ridendo; giochiamo a correre od a nasconderci?

— Giochiamo, rispose Corrado.

— Sì, giochiamo a nasconderci, soggiunse Agnese; ma dove nasconderci?

— Ci sono tante siepi — disse Grazietta — mi nascondo io, lor signori mi cercano e chi mi trova mi dà la penitenza; poi ti nasconderai tu, poi lei.

E dette queste parole, pigliò la corsa; nell’atto di passare dietro la siepe, si voltò a dire «non guardi, signor Corrado!» e sparve.

Alcuni istanti dopo si udì un grido di segnale; Agnese e Corrado, che erano rimasti immobili senza dir parola, si guardarono alla sfuggita e si avviarono per opposte vie.

Fu Corrado che trovò Grazietta.

— La penitenza, egli disse ridendo ma con un tremito nella voce.

— Sì, sì, rispose la fanciulla.

— Mi dia un bacio....

Sopravvenne Agnese.

— Le perdono, disse Corrado, sforzandosi ancora a ridere.

— Che penitenza ti perdona? domandò Agnese.

— Un bacio, rispose Grazietta; ma io non voglio perdoni.... si faccia piccino che glielo dia.

Corrado presentò la fronte, e ricevette dalle labbra verginali quel bacio innocente. Agnese aveva sulle labbra un sorriso da sfinge.

— Ora a te, Agnese.

— No, a lei, signor conte.

— Sì, a lei e si nasconda bene....

Il signor conte si era nascosto bene, si teneva sicuro di far disperare Grazietta — quando a un tratto, vedendo un’ombra dietro la siepe, sollevò il capo con un riso, che subito si spense — gli stava dinanzi Agnese.

Provò ancora a ridere, ma sentiva un impaccio singolare che non sapeva spiegarsi; uscì dal suo nascondiglio e disse:

— La penitenza?

— Per penitenza, rispose Agnese, parlerete a Grazietta di quel pittore che la vuole in moglie.

— Quando?

— Oggi — dovevate parlargliene l’altro giorno, non l’avete fatto — e quel bravo giovine s’impazienta. Grazietta, a una vostra parola seria non risponderà con uno scherzo, come sarebbe capace. La farete la penitenza?

— La farò.

Non giocarono più a nascondersi.

Il desinare però fu lieto; Corrado si credeva in obbligo di tener allegra la piccola brigata, e riusciva a stordir sè stesso. A un certo punto disse a Grazietta, che gli stava dirimpetto: «Prima d’andarmene devo parlarle d’una cosa seria; me lo ricordi, se mai m’uscisse di mente....»

— Una cosa seria! disse Grazietta posando la forchetta sul piatto e fissando gli occhioni stupiti in volto a Corrado.

— Una cosa allegra! corresse costui, vuotando il bicchiere d’un fiato.

E il sole rimane, e fuggono le ore — ha sempre ragione la meridiana.

«Vedete come a poco a poco gli alberi, le erbe, il cielo, ogni cosa si scolorisce, come si allungano le ombre!.... L’allegria sta per finire, cogliamo dei fiori; il prato è un mosaico. Ma perchè sono quasi tutti fiori gialli o bianchi? Perchè non ce ne sono dei rossi come in estate?

E la fanciulla, così dicendo, si curvò sull’erba, e tirando su la veste, ne fece un’ampia tasca che cominciò a colmare. Agnese, obbedendo ad un istinto fanciullesco, tirò su la veste come la sorella, e fece altrettanto, e Corrado, senza saper perchè, lasciata dilungare un tratto Agnese, si curvò anch’egli a raccogliere i fiori del prato. La signora Valentina, unica spettatrice di quell’egloga, seduta sull’erba e col dorso appoggiato ad un gelso, lottò alcuni istanti col sonno, finalmente disse di sì e s’abbandonò con un sorriso di beatitudine nelle braccia del tentatore.

La raccolta dei fiori, cominciata sbadatamente, divenne una gara.

— Ne hai molti? chiedeva Grazietta senza voltarsi.

— Sì, tanti.

— Ne avrò più io.

— Ne avrò più io! disse Corrado togliendosi il cappello e cacciandovi entro la sua manata di fiori.

Fiori gialli, bianchi e rosei, tutta la ricchezza d’aprile; mancavano le pervinche. A un tratto Grazietta ne vide una dietro la siepe e fece il giro per coglierla; Agnese e Corrado, che erano accorsi frettolosi, si trovarono un istante da soli — si guardarono, avevano le guancie accese, provarono ancora quell’impaccio bizzarro di prima. Non dissero parola; Agnese abbandonò i lembi della veste, e Corrado vuotò il suo cappello; i fiori caddero ai loro piedi; cadde con essi la momentanea illusione.

Ma tornò Grazietta, e vista la disgrazia toccata ai suoi rivali, li aiutò generosamente a raccogliere il bottino....

E le ore fuggono, e il sole.... Anche la meridiana è bugiarda; il sole se ne va, se n’è andato, lasciandosi dietro nell’ultimo orizzonte come un tremolìo di raggi d’oro e di fuoco. Laggiù veleggiano alcune nuvole come navi incendiate; il rimanente del cielo è purissimo.

— Signor conte, me la dice ora la sua cosa seria?

Il conte si guardò intorno, come se cercasse uno scampo, poi balbettò:

— Ci è un uomo, un brav’uomo (non diceva un bravo giovine) che le vuol bene, che si propone di fare la sua felicità....

— Questo è il preambolo?

— No, è tutto.... mi pare.

— Se non ci è altro, lo sapevo; e so anche di chi parla?

— Ah! l’ha visto dunque?

— Lo vedo; è lei, signor conte. Chi ci è di bravi uomini che mi voglia bene, se non lei? E non la debbo a lei la mia felicità?

— È vero, disse Corrado; non ne parliamo più.

Il ritorno in città fu mesto; Grazietta soltanto era capace di sentir la gioia passata, essa sola sapeva dire allegramente: «come siamo stati allegri!»

— Domani è l’ultimo del mese, disse Corrado quando fu alla porta di casa di Agnese.

— Diggià! rispose costei — ma v’ingannate, ne abbiamo solo 29.... Avete ragione, aprile non ha che trenta giorni.

— E la mia petizione?

— Quale?.... Ah! sì....

— Mi risponderete in aprile?

— No, in maggio.

Il conte Germinati esalò un sospiro troppo lungo — poi strinse la mano della bella, e s’allontanò a passo rapido e disinvolto.

Alla prima cantonata rallentò l’andatura.

«Ho passeggiato lungo i canali, ho ascoltato il richiamo d’un merlo, ho visto due ghiandaie, un picchio appeso al tronco di una quercia, due martin-pescatori fatti d’oro e di topazio — come sono stato felice!....»

E proseguiva:

«Ho giocato a nascondermi, ed ho raccolto i fiori del prato.... mi sono fatto fare un bacio da Grazietta.... come sono stato felice!»

Il vecchio Antonio gli venne incontro colla sua buona faccia ridente, ma rallegrata più ancora da una compiacenza piena di malizia e di mistero.

Sulla tavola del salotto faceva pompa di sè un enorme mazzo di viole; vedendo la sorpresa che il dì dell’onomastico del suo tiranno aveva prodotto un semplice mazzolino, centuplicando le dimensioni del mazzo, Antonio aveva immaginato di centuplicare le dimensioni della sorpresa.

Invece Corrado stette come istupidito a contemplare.

— Chi ha messo questi fiori qui?

— Io.

— E chi li ha portati?

Bisognava pur rispondere.

— Io!

— E perchè?

— Perchè oggi.... non si ricorda? perchè oggi ha compito gli anni....

— Ah!

— Sicuramente.... proprio oggi li ha compiti i quarantuno!

— Quarantuno!

— Già; è nato nell’anno 18....; faccia il conto.

— È vero, sono quarantuno; grazie, Antonio, grazie.

E strinse la mano al vecchio, il quale se ne andò ripetendo fra sè e sè: «Ottimo ragazzo, ottimo ragazzo!»

XXV.

1. Maggio.

Corrado provava tutte le ansie crudeli di una coscienza che, non avendo mai interrogato sè stessa, sapeva trattare il sofisma come un coltello. Ogni domanda nuova spalancava una voragine, in cui la mente provava la vertigine dell’incertezza. Al termine d’una notte insonne egli credeva d’essersi persuaso che quarant’un anno non sono molti, specialmente quando tutti ve ne danno trentasette; e che la sproporzione d’età negli sposi non è quasi mai cagione di domestici guai. Poteva citare A. B. C. e parecchie altre lettere dell’alfabeto in favore della sua tesi — e non dubitava che colla statistica alla mano si potesse anzi provare questa verità di fede: «per fare un matrimonio felice le migliori condizioni sono che lo sposo abbia passato i quaranta e la sposa non sia arrivata ai diciasette.» Di questo non ne dubitiamo nemmanco noi — perchè qual mai verità di fede non si può provare colla statistica alla mano?

Ma una voce, che invano si era provata a dire, riuscì finalmente a farsi ascoltare:

«A, B, C, sono eccezioni; bada che essi non hanno fatto la tua vita, non si sono logorati nei piaceri, hanno serbata una gioventù: quella del cuore — e una verginità: quella dell’anima. A, B, C, erano buona gente perduta nell’alfabeto del mondo, non fecero mai parlare di sè con uno scandalo, vivevano tranquilli, operosi senza logorarsi la fibra, fantasticando senza lasciare un lembo di fede ad ogni sterpo della vita — erano sani, erano ingenui; se l’età non si misura ad anni, erano giovani. A te invece che rimane? Togli le ricchezze, e di’, qual parte di te credi degna di Grazietta? Oh! se tu le potessi dire: «senti fanciulla mia — un giorno mi trovai dinanzi ad una seduzione, il desiderio mi attirava, ma mi feci forte, trionfai di me medesimo, perchè, senza conoscerti, pensavo a te!» Cerca tra le larve del tuo passato una bella seduttrice respinta.... non ne trovi. E invece a quante tentazioni volgari hai ceduto riluttante! Quanti frutti bacati hai accostato alla bocca nauseata!»

Passò quel giorno, venne il domani. Benvenuto Maggio!

Un’altra corrente afferrò lo spirito vagabondo; il fascino d’un’altra idea lo avvinse; un’impazienza nota gli pose i nervi in sussulto.

Al mezzodì, impotente a resistere oltre, scrisse sopra un suo biglietto da visita — MAGGIO I — e lo mandò per mezzo d’un fattorino ad Agnese.

La risposta fu un’unica parola e cento promesse: «FORSE.»

Corrado volle correre subito, ma una strana riluttanza lo trattenne; il nodo della cravatta riusciva sempre storto, la spartitura dei capelli non veniva mai dritta; spese un tempo prezioso dinanzi allo specchio; senza rendersene conto, coll’aria d’affannarsi a far presto, tirava in lungo; e quando ebbe il cappello a tubo piantato, come si deve, perpendicolarmente sul cranio, andò a buttarsi sopra una poltroncina, da vero sbadato, facendo scendere il cappello sugli occhi e guastando la spartitura.

Finalmente scattò come molla, si mosse, uscì di casa — alla prima cantonata si fermò. Qualcuno gli diceva:

«Ah! se tu le potessi dire: — senti, fanciulla mia, un giorno mi trovai dinanzi ad una seduzione; il desiderio mi attirava, ma mi feci forte, e trionfai di me medesimo, perchè pensavo a te....»

Corrado passò dinanzi alla casa di Agnese, levò il capo a guardare le finestre, andò oltre, e più oltre, e più oltre, finchè fu in contemplazione estatica dinanzi al visino di Grazietta, la quale le parlava dei progressi del suo Mario.

E quel giorno non fu punto audace; non carpì nè un bacio, nè una carezza — poi strinse la manina gentile, disse «buona notte signorina» e se ne andò con una certa solennità.

— Che avrà pensato Agnese? domandò a sè stesso per via.

Agnese aveva pensato:

«Non viene, oggi non verrà; accettare il mio amore significa rinunziare per sempre all’amore di mia sorella; lo sa anche lui — tanto meglio.... Verrà domani....»

Ma anche il domani non venne.

XXVI.

In cui si vede che gli amici del Circolo sanno sempre tutto.