Part 9
Il parroco gl’insegnò a leggere e scrivere, il maestro di scuola a sonare il violino e a fare da cantore. Il medico, incontratolo un dì sulla sua strada, lo richiese d’aiuto per _operare_ un povero tagliapietre; e lo trovò così fermo, così attento che gli propose di insegnargli la flebotomia.
Siro accettò senz’altro; perchè non avrebbe fatto anche il flebotomo?
L’affare conveniva a tutti due. Il ragazzo salì in condizione: il medico si sgravò di tre quarti delle sue fatiche. Quando venivano per lui, mandava innanzi Siro colle sue lancette. La cosa passò in consuetudine; tantochè la gente prima chiamava il flebotomo; questi poi avvertiva il dottore.
Al Bisagno non c’era oramai chi lo valesse: i suoi compaesani egli li faceva ballare alla festa, li divertiva sani, malati li salassava e ventosava, morti cantava loro l’uffizio. Egli non aveva bisogno di anima al mondo. Fu questo per molti anni il suo orgoglio. Colla fortuna gli erano sbucati fuori anche dei parenti; ma egli era rimasto solo.
Quanto a prender moglie, disse per un pezzo: — la mia casa è piccina e tranquilla: forse dopo la troverei angusta e fastidiosa; perchè il dì delle nozze è sempre bello, l’indomani non tanto. Eppoi c’è tempo.
Così non si impegnava neppur a restar scapolo: «c’è tempo». Qualche volta scherzando diceva che per il matrimonio bisogna essere _chiamati_: — e ch’egli non aveva mai inteso nulla. — «Provate a chiamarmi forte,» diceva alle ragazze della sua età.
Ma il fatto è che nessuna delle sue birichine compagne d’infanzia con cui aveva giuocato a caponascondere e alle _rametta_, nessuna di quelle birichine a cui aveva date tante noci, tanti pomi, poi, più grandicelle tanti fiori, aveva pensato a «chiamarlo».
Sonando il violino nell’orchestra festiva o cantando sulla tribuna dell’organo egli potè vedere annodarsi l’idillio di ciascuna; poi era intervenuto alle nozze di tutte loro l’una dopo l’altra. L’ultima contava ventisette anni, e nel salutarla dopo la cerimonia gli parve di staccarsi dalla propria gioventù.
Quel dì rientrando si guardò nello specchio: fu pochissimo soddisfatto della propria persona, si trovò il viso troppo scarno, il naso storto, la bocca troppo grande.
Ma presto si diè pace; tornò allegro, scapato, e contento.
Non pensò più a quelle malinconie fino al giorno in cui si maritò la figlia d’una delle coetanee. Era una nuova generazione che arrivava con tutte le sue petulanze. La sposa fu irriverente al punto da non voler ballare la vecchia contraddanza e bisognò lì per lì strimpellarle un tempo di polca.
L’avvertimento era stato grave.
Siro si trovò il naso più storto, la bocca più grande; qualche ruga di più, qualche ciocca di meno.
Aveva quasi quarant’anni. Non monta, comperò un nuovo violino e studiò polche, mazurche e valzer.
Ma, se le ragazze lo trascuravano, cominciavano a badargli le mamme più accorte.
Siro non era più un giovane (non era mai stato un giovane) ma era diventato un _partito_, il miglior partito dei dintorni: col mezzo dell’ago, della lancetta e specialmente del risparmio s’era messa insieme una discreta sostanza e si chiaccherava di ciò che possedeva e, anche più di ciò che non avea. Si cominciò a buccinar del gruppetto, poi si sussurrò che aveva le _genove_ a rotoli, a mucchio, — finalmente una disse «a cappellate» e cappellate rimasero. Non si può essere ricchi con meno.
E non si può restar scapoli con tanto.
Tutte quelle figlie indifferenti avevano delle mamme implacabili.
Se Siro resisteva, l’assedio sarebbe durato forse un mezzo secolo: ma, al primo assalto, si arrese. Veramente non poteva essere più formidabile: poichè Irene era la più leggiadra e sua madre Tonia la più scaltra delle bisagnine.
E quella mattina fatale vennero insieme.
Dimoravano contro le mura della città a tramontana nel sobborgo degli Incrociati, luogo natio della madre di Siro. Dall’alto del bastione Gerbino il loro orticello appariva in mezzo al grigio chiaro della pietraia come un fazzoletto stampato a scacchi verdi e bianchi con qualche fiorame di rosso.
Le due ortolane guadarono il fiumicello tenendosi per mano: vestivano gli abiti e la pezzuola della festa benchè fosse dì di lavoro; i loro scarpini di vernice dalle fibbie d’argento luccicavano saltellando sui pietroni.
Il flebotomo si lisciava alla finestra quando le vide venire; il sole non saettava più vivo degli occhi di Irene: e i rigagnoletti che serpeggiavano sotto i loro piedi non erano più machioni dei sorrisi di Tonia.
Parevano due quaglie che piano piano traggono al richiamo: colla differenza che stavolta le quaglie venivano loro ad inretir lo zimbello.
Fecero al flebotomo la riverenza e gli presentarono una focaccia ripiena e un mazzo di garofani perchè, se non lo sapeva, quello era il giorno di San Siro benedetto, che gli desse cent’anni riposati, felicità a sacca e l’allegria per colmatura.
E poichè il buonuomo si confondeva in ringraziamenti, e voleva proprio sapere il come ed il perchè; Tonia gli stillò nell’orecchio che il pensiero era stato tutto dell’Irene la quale, da quando il sor flebotomo l’aveva guarita della slogatura alla caviglia, aveva appuntato con uno spillone il giorno nel lunario per mostrargli la sua riconoscenza.
Inaffiati i complimenti con due dita di vin bianco e, cresciuta la dimestichezza, le due donne avevano poi frugato tutta la casa ch’era grande ed ariosa e tutto, ma era «una chiesa senza santi.»
— Senza madonne, corresse Siro ridendo.
Tonia notò i ragnateli, scrisse col dito sui mobili polverosi: che peccato, che peccato! come tutto ciò chiedeva il soccorso di una mano ravviatina!...
Discese nell’orto col flebotomo: gesumaria era un vero flagello: i pomidoro stesi a terra, riarsi, la lattuga rosa dai bacherozzoli, la salvia sterpata, e quante ortiche fra la cicoria! orsù bisognava ch’ella venisse una domenica o l’altra a dare una ripassata.
— Venisse! venisse pure!...
Tonia gl’indicò la facciata della casa: — come sarebbe più appariscente se ci fossero le tendine ai vetri, e una cassetta di garofani sul davanzale e sopra, fra gli steli fioriti, quand’egli tornava dalla sua visita, un visino impaziente!.. eh?
Irene era rimasta sopra alla finestra e li guardava ridendo.
— Siro era impensierito.
— Non era per saper i suoi affari, ma non aveva mai pensato a fare il nodo?
Siro, per una vecchia abitudine, svettò il capo da destra a sinistra, ma non finì di tentennare.
Stavolta non poteva dir di no. Ci aveva pensato sì... senza pensarci... e da un pezzo...
— Dopo tutto è ancora il meglio: si fa la vita più assestata, si desina in casa, non si sta fuori la sera colla rugiada: si chiudono fuori i capricci; e ci si grogiola fra le dolcezze... massime quando si ha quel che bisogna.
Siro fermò Tonia pel braccio a metà della scala.
— Chi volete che mi pigli?
— Oh il matto! oh il matto!
— Ho quarant’anni, sapete....
— Ma giusto... siete sul vostro _buono_.
— Dite sul serio?
— E tò....
Mezz’ora dopo, le due ortolane, tenendosi per mano, riguadavano il Bisagno: gli occhietti d’Irene saettavano, i sorrisi di Tonia erano più machioni di prima: gli scarpini luccicavano al sole, — le gonne di bordato scodinzolavano allegramente.
Siro le guardava dalla finestra.
Le due quaglie uscivano dal paretaio, avevano acchiappato lo zimbello e se lo portavano.
Era il cuore che Siro s’aveva lasciato rubare.
Siro non rivide l’Irene fino al primo lunedì d’agosto, due settimane dopo. La incontrò per via e la pregò di passar da lui a prendere il piatto della focaccia.
Quando ebbe chiuso l’uscio la pigliò per le due mani, e, risoluto, in poche parole senza rifiatare, le chiese se lo volesse per marito.
La fanciulla non si sbigottì punto, lo guardò in faccia, poi arrovesciò indietro la persona e sparò una risatina sonora.
Ella non aveva quel dì il suo vestitino di bordato ma, così dimessa, era molto più vaga; un fazzoletto rosso, incrociato sulla camiciola bianca, le copriva a stento le spalle e il seno: il sottanello cortino disegnava le anche snelle e baldanzose.
Siro la teneva sempre per le due mani come volesse ballare il trescone; — tremava — balbettava:
— Di’, vuoi?
E sporgeva il suo naso come un punto interrogativo.
Irene diventò seria ad un tratto e disse franca e superba:
— Sicuro che voglio.
Il poveretto fu per stramortire dalla piena.
Ritrasse riverente le mani, le congiunse in atto di adorazione innanzi a quell’angiolo di sedici anni che faceva a lui, al povero Siro, al reietto di due generazioni, il dono della sua giovinezza fiorente, della sua splendida aurora.
Tanta liberalità lo confondeva: come ricambiarla?
Irene rifece il giro della casetta, stavolta da padrona che visita il proprio dominio, esaminando, rovistando ogni cosa.
Siro le veniva dietro umile, premuroso, spiando i suoi sentimenti, coll’ansia di vederla soddisfatta, col timore ch’ella non ci trovasse il conto suo. Le sue approvazioni lo rendevano felice.
— Era lei che era buona a contentarsi di poco! —
Egli accettava, ad occhi chiusi, le sue proposte, i suoi desideri: — facesse — dicesse lei; comandasse lei.
L’inventario era quasi finito: Siro andò poi allo scrigno, un vecchio scrigno, regalo del dottore.
Lo aperse: nel mezzo del piccolo tabernacolo stava una ciotola da droghiere piena colma di monete d’oro: le _savoie_, le _genove_, gli scudi del _sole_, i napoleoni alla rinfusa.
La fanciulla rimase abbagliata; poi, presa da un indefinibile capriccio, cacciò ambe le mani dentro a quel piccolo tesoro, rimuginandolo per sentirne il contatto pieno di delizie nuove, mai più provate.
Siro le numerava tutte le cose che con quel denaro si sarebbero potute avere, orgoglioso di poter in tal modo salire nella sua stima.
Ed Irene, prese a manciate le monete, le lasciava ricadere e ne ascoltava il tintinnio, cogli occhi chiusi, estatica di cupidigia.
Poi Siro prese una _savoia_ fiammante, la bucò con un chiodo, l’infilò in un cordoncino di seta e gliela pose al collo come caparra dell’impromessa.
Ed ella uscì (fidanzata del bel mucchio lucente) stringendo sul seno ansante quello strano amuleto.
Quando fu a casa e la madre, intendendo lo sposo, le domandò se le piacesse: — ella, assorta nella sua visione, non comprese; fe’ coppa delle palme e disse: — vedi, grande così!
L’affare fu presto conchiuso: — la cerimonia fissata per il principio di settembre. Il mese fu tutto occupato dai preparativi: la casa fu tutta ripulita da cima a fondo; ridipinta con certi colori delicati, rosa di fuori, turchinetto, gialdolino, verdello di dentro; verniciate le imposte: l’orticello rimutato in giardinetto per l’occasione. I mobili vecchi ristaurati, cambiati, accompagnati. La notte Siro e Tonia la passavano gran parte in progetti e alla punta del giorno correvano a comunicarsi, a vagliare, a discutere, a concertare i nuovi disegni.
Irene rideva, cantarellava, e sospirava il bel mucchio d’oro.
Finalmente il bel nido fu allestito: terso, lucido, soffice: pronto ad accogliere la colombella, com’esso, nova, immacolata.
Tonia diceva ammiccando al genero:
— Avete mai intravista una innocenza compagna?
E lui, rimescolandosi tutto, scotendole con effusione la mano, rispondeva:
— Lo so, mamma benedetta, lo so....
II.
Alla vigilia del gran giorno, Siro era stato nel pomeriggio a ritirare le carte di stato libero, alla Curia, poi aveva sbrigate alcune faccende in città.
Passando innanzi alla bottega di un orefice sull’angolo di piazza Banchi vide esposto nella vetrina una meraviglia di monile d’oro; fatto di grosse piastrelle legate con un finissimo lavoro di filigrana, congiunto in mezzo da un cuore da cui pendeva una crocetta.
Egli aveva presentati già i suoi regali alla sposa: però lo vinse la tentazione di farle una nuova sorpresa e comprò il monile, disegnando di buttarglielo al collo per tutto saluto, quando l’indomani mattina sarebbe venuto a levarla di casa.
Ma poi ebbe un pensiero: se andasse dritto dritto a portarglielo?
È vero che congedandosi dalle donne aveva detto che per quella sera non sarebbe tornato, ed esse avevano, per riguardo alle molte faccende, approvato la sua discrezione. Si vergognava un poco di tornar loro innanzi. Ma, tutto calcolato, la premura di farle vedere la nuova compera era un fior di pretesto.
Egli era uscito di porta Pila, e, perplesso fra le contrarie ragioni, aveva preso macchinalmente la strada del Bisagno.
Alla fine il desiderio prevalse: l’indomani il suo regalo sarebbe rimasto, fra tante emozioni, inavvertito: l’Irene gradirebbe certo l’attenzione e avrebbero passate insieme alcune di quelle ore eterne; già egli non sapeva come passarle.
Ma, giunto al Beviò, voltò indietro, ridiscese nel letto del fiume ed essendo tardi, prese le scorciatoie a ritroso della corrente. Camminava spedito, balzava di pietra in pietra coll’agilità dei suoi quindici anni.
Nel cuore, liberato dalla oppressione della molesta impazienza, — due sirene, la speranza e la fantasia, alternavano le loro canzoni gioconde.
Chi ha detto che non c’è felicità al mondo? Non è punto vero: egli l’aveva pur trovata e senza fatica, quasi senza cercarla; — l’aveva raggiunta, tirando dritto e piano per la sua strada. Una strada senza inciampi, senza agguati, appena un po’ di polvere, qualche po’ di fastidio, di noia, del resto liscia come un olio.
Ora quella serena esistenza saliva al suo meriggio e la gioia gli avrebbe sonato il _benedicite_. L’indomani era l’assunzione di Maria.
Alla festa di Siro avrebbe fatto cornice il giubilo della terra e del cielo.
Egli avrebbe condotta la sua Irene, vestita di bianco, coronata di candide rose, nella chiesa parata a solennità coi drappi pomposi a frangie d’oro innanzi all’altare tutto in gala rivestito di broccato d’argento, ghirlandato di fiori, coperto dal baldacchino dai pennacchi bianchi: l’avrebbe sposata al suon delle campane, a’ piedi della madonna che vestiva l’abito nuziale di sua nonna. Poi sarebbero usciti colla processione, allo sparo dei mortaletti, al canto dell’_ave maris stella_ per le vie cosparse di fiori, — egli felice nel tripudio di tutti.
Poi l’avrebbe ricondotta a Santa Zita e là si faceva un grande, un famoso banchetto; tutto il paese era stato buono per lui, tutto il paese doveva venire a fargli dei brindisi, alla tavola d’onore doveva sedere il vecchio medico, il decrepito, il canuto maestro, il maniscalco, cui aveva tirato i mantici, il tessitore cui spartiva i fili. Lo speziale era morto, ma sarebbe venuto suo figlio: tutta la sua vita passata doveva essere testimonio della sua contentezza presente. Poi si sarebbe cantato, ballato: questa volta non era più nell’orchestra: — ciascuno a sua volta — poi era tutta una felicità inenarrabile....
Siro chiudeva gli occhi, allargava le braccia come per abbracciar l’universo quasi impaurito di tanta fortuna; gli venivano sulle labbra cantici e salmi gaudiosi.
Si voltava a guardare il suo villaggio; la sua casetta attillata luccicava all’ultimo raggio del sole che tramontava sui murazzi di Carignano e dietro ad essa salivano nuvoli bianchi o dorati come una vasta aureola, lieto pronostico del suo lieto avvenire.
Ripigliava il cammino di corsa; i ciottoli smossi rimbalzavano con schiocchi giulivi; e il mormorio dell’acqua rispondeva. Poi all’intorno scoppiava uno scampanio festoso da Staglieno alla Foce, dai lontani casali dei monti, dai campanili invisibili di Genova: la campanella delle Anime gittava in alto mare, sul piano terso dell’onde, alle navi che si dondolavano sull’orizzonte cilestrino i suoi squilli acuti, argentini, come per annunziare la festa del domani.
La gran festa di Siro.
Imbruniva; dagli spalti alti di Genova l’ombra si stendeva oltre il letto del Bisagno, risaliva sulla riva opposta e la copriva tutta quanta.
Il flebotomo andava dritto alla sua meta a una meschina casetta raccolta in una piega del bastione.
L’entrata era sulla strada, dall’altra parte. Arrivando dal fiume, Siro dovette fare il giro dell’orto rasentando l’alta siepe di sambuco; andava lesto e riguardoso perchè il terreno era scosceso e appena ci si vedeva.
Le frasche, le bacche gli frustavano qualche volta duramente il viso, bisognava rimuoverle ad una ad una; badare ai piedi ed alla testa. Egli si godeva di tutte queste preoccupazioni che gli davano l’aria di un amante furtivo, e aguzzavano la sua gioia, legittima e bollata da tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, col piccante dell’avventura. Era un gusto che il povero Siro si procurava per la prima volta.... e per analogia.
All’angolo i sambuchi, più fitti e frondosi, facevano, dentro all’orto, una specie di pergolato dove le donne avevano messo un banco per sedervisi a meriggiare: di fuori i rami sporgevano molto in là sul dirupo.
Siro si chinò per passare, poi si fermò di botto.
Aveva intesa la voce d’Irene che parlava nell’orto a due passi da lui: se le due donne erano lì, egli avrebbe fatto loro un’improvvisata. Tenne il fiato e si pose in ascolto.
Ma la sorpresa l’ebbe lui pur troppo. Irene non discorreva con sua madre, poichè diceva:
— È miracolo se stassera ci possiamo parlare. Sii buono; se sapessi cos’ho fatto per serbarti questi pochi momenti! Dunque ascolta: per qualche tempo non ci dobbiamo rivedere; ma tu, per cosa che senta dire, pensa che il mio bene è per te, che sono tua e voglio ancora e sempre essere tua....
E ripeteva carezzevole: — sempre... sempre... — con voce soffocata come se le sue labbra non fossero libere.
Seguiva una pausa.
Il povero Siro, stupidito pensava:
— Ella è sua... ed io?
Irene ripigliava:
— Ti farò avvertito io quando possa venire; sai, col solito mezzo: ed ora va, la mamma può rientrare, — e schioccava un bacio sonoro.
— E ricordati di ciò che ti ho detto, addio.
E poi altri baci frettolosi, furiosi sonarono dietro la siepe: le foglie del sambuco si agitavano tutte come prese dal rovaio, e sbattevano sulla fronte di Siro il contraccolpo di quelle tenerezze.
Una voce d’uomo rispose:
— Addio.
Fu l’unica parola dello sconosciuto.
Un gran fruscio nella siepe, un rovinìo di scheggie giù per la ripa... una pedata leggiera nell’orto.
E fu finito.
III.
Siro risalì anch’egli sul sentiero.
Era buio: appena si distingueva nelle tenebre un’ombra più scura che s’allontanava; l’ombra dello sconosciuto amante di Irene.
Ella gli aveva detto — son tua, tua per sempre — dunque colui portava seco ogni cosa, tutto il suo tesoro, tutta la sua vita.
E Siro lo seguiva: come un ragazzo tien dietro a uno che gli tolga un qualche prezioso balocco.
Lo seguiva, tramortito, sbalordito, senza pensare a nulla, senza sapere il perchè.
Aveva una grande confusione nella testa, un profondo schianto nel cuore.
Sentiva una grande stanchezza, aveva le gambe rotte, barcollava — ma camminava.
Camminava gemendo, esalando l’inconscio lamento della natura che soffre, il lamento che mandano i malati quando sono fuori di sè stessi.
Il suo villaggio appariva dall’altra parte del Bisagno nel barlume scialbo del crepuscolo; qualche rara finestra era illuminata. La casetta del flebotomo, squallida, d’un grigio terroso sporco sporgeva sull’altre. Dietro, l’aureola bianca e dorata di un’ora innanzi s’era cambiata in un nuvolone scuro, in un nero cumulo che pareva volesse schiacciarla.
Sotto, i pietroni del fiume avevano l’aspetto di ossami in una fossa di cimitero.
In fondo, verso San Francesco, una fila di lumi che parevano torcie di sepoltura.
Siro ripassò davanti a Porta Pila.
Lo sconosciuto proseguì ancora verso il Rubado, ma repentinamente piegò a sinistra, varcò il fiume sul ponte di Santa Zita, e prese la strada di San Pietro alla Foce. Rasentò il cantiere, passò davanti il casotto della dogana.
Siro conosceva il comandante della stazione; una volta veniva spesso alla sera a giuocare la partita a tarocchi e facevano insieme un gran sparlar delle donne e del matrimonio; — egli fu lì lì per cedere all’abitudine e svoltar nella porta.
Ma rivide quell’altro, dimenticò ogni altra cosa.
Attraversarono il sobborgo della Foce.
Era oramai notte fatta.
Degli usci aperti apparivano nei casolari le placide faccende della cena.
I pescatori più poveri mangiavano seduti sullo scalino della soglia.
Qualcuno, ravvisando Siro, lo salutava e si voltava a guardare dov’era diretta a quell’ora la visita del flebotomo.
Riuscirono fuor dalle case.
Lo sconosciuto andava più lesto, si sprofondava nell’ombra.
Finalmente Siro lo perdette di vista.
Allora si sentì smarrito.
Una gran tenebra si addensò intorno a lui; una tenebra fitta di paure, di chimere invisibili, di minaccie incomprensibili; — immagini e voci del nulla. Come quando era ragazzo.
Egli avrebbe seguito quell’uomo indefinitamente: era una guida, uno scopo vago che lo attirava. Non già che sentisse il desiderio della vendetta.
Se colui si fosse voltato e gli avesse chiesto: — che vuoi? — egli si sarebbe forse buttato piangendo ai suoi piedi...
Ma invece era scomparso come un fantasma: tutto ciò aveva l’aria d’una beffa atroce, misteriosa del destino.
Egli rimaneva solo, perduto, oppresso da un’angoscia infinita e inesplicabile.
IV.
Si guardò intorno atterrito.
Si trovava a pochi passi dalla spiaggia.
Le ondate vaste, scialbe, plumbee, si abbattevano sulle arene. Nel cielo galoppavano i nembi ad ignoti assalti. Un sordo muggito usciva dall’abisso.
Al fioco barlume volteggiavano in mare dei neri profili, salivano in groppa ai cavalloni, sprofondavano, riapparivano.
Uno strido acuto di alcione dominò per tre volte il cupo fragore.
Le nere forme, simili a grossi mostri, si lanciarono innanzi: scivolando sull’onde approdavano rapide e silenziose. Dell’ombre saltavano sulla spiaggia; pareva un ritrovo di spiriti. Venivano alla sua volta.
Siro fu preso da un istintivo sgomento, si volse, corse barcollando. Cadde supino sopra i gradini di un pilone. Si alzò, si rifuggì dentro alla cella, vi restò ginocchioni, le mani aggrappate alle grosse sbarre della grata, la fronte sulla pietra del davanzale.
Poco a poco cominciò a raccappezzarsi, riconobbe il luogo: al tempo beato della sua infanzia, in una delle sue corse, aveva sostato al pilone, e, addormentatosi, s’era svegliato poi nel cuor di una notte come quella.
Lo ripresero gli sgomenti d’allora.
Egli aveva sempre sentito una grande avversione per il mare — orizzonte troppo vasto per i suoi desideri limitati — per il buio, per il vago, l’indefinito. Indole sensibile e timida, amava il sole, la compagnia, la vita di tutti i giorni, le rotaie dell’abitudine. Era una di quelle fibre docili, buone a nulla da sole, ma che la disciplina può spingere magari anche sino all’eroismo.
Orfano, esposto dalla sorte a tutte le tentazioni della licenza, del disordine, era stato dal suo carattere avviato all’ordine, al dovere: il vagabondo si era trasformato in operaio laborioso, in borghese assegnato: aveva combattuto assiduamente, sotto tutte le forme, l’incertezza; s’era fatto con grande sforzo una casetta sua, solida, comoda, vi aveva adagiati i suoi piccoli ideali, le sue dolcezze tranquille: — egli avrebbe dovuto tenervele ben chiuse, custodite. Invece aveva aperta la porta a una grande speranza, a un’illusione unica nella sua vita ed ecco che questa gli aveva tutto rapito!
Ora egli non rimpiangeva tanto i suoi sogni di pochi giorni, quanto la quiete di tanti anni.
Sbattuto fuori dal suo solco, non si sentiva più sicuro di rientrarvi: questa era le sua disperazione. Si trovava di fronte degli ostacoli insormontabili: il ridicolo sovratutto.
L’indomani, fra poche ore, lo aspettavano per la cerimonia; la sposa, il curato, i testimoni, la banda, il villaggio tutto in aria per lui — e lui che avrebbe fatto? Cosa pensava di fare?
Pensava, pover’uomo, che sarebbe stata una grazia di Dio, il poter sparire, sfuggire al mondo e sopratutto a sè stesso, — alla tortura di dover pigliare una risoluzione.
Si contorceva, singhiozzava, e il rombazzo del mare lo scherniva.