Part 8
Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere, per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi vaneggiamenti.
Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte, s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.
La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte curiosità e molte ciarle.
Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la cui pazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà, il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.
Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano, agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni pericolo.
L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.
Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e ricca baronessa.
La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i segreti motivi; e ne diffidava.
Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e Concetta.
Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un solitario villino sul colle di Fiesole che aveva un padiglione unito al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli saltava il ticchio di recarsi a visitarla.
Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la pace di Zaverio.
Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa: le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio travaglioso della baronessa.
Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.
Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.
I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.
Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.
— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto. Purchè guarisse, purchè guarisse!
Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.
Vittoria non voleva riconoscere questo.
Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta, un furore indicibile.
Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:
— Chi è? manda via, manda via.
L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi, accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.
Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto. Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.
Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne, con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità incredibili.
E Vittoria tollerava tutto.
La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario: che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.
— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.
Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.
La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.
Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.
Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata — fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.
Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.
La madre, livida di collera, soggiunse:
— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.
— Vi seguirò dovunque.
— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi chi siete?
Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò, cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.
E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.
E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci, più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.
Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.
Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si addormentava sul margine della scabrosa _viacrucis_, ella sognava l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e si abbandonava fra le sue braccia.
Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin troppo calmo!
La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.
Ma un caso vi rimenò il temporale.
Un processo clamoroso diffuse per tutta Italia i nomi di due illustri alienisti lombardi.
La duchessa volle consultarli.
E perciò erano venuti a Milano dove presero un quartierino sul Corso.
Dei due medici che cercavano uno era malato, l’altro fuori, a Lugano.
Donna Elvira risolvette d’aspettare.
Zaverio era sempre tranquillo, usciva, seguito da Gabriele, solo o con Vittoria.
Abitavano sopra la Galleria vecchia, rimpetto alla bottega del Dotti. Zaverio, ogni volta che passava, si fermava a contemplare — con infantile curiosità, le stampe nella vetrina.
Una di esse lo colpì. Era una incisione delle più note: la riproduzione del quadro famoso di Gerôme _Re Candaule_. Il grande artista francese ha saputo rappresentare in un punto tutta la sanguinosa tragedia: far capire la stolida vanità del Re lidio che espone la moglie nuda alla curiosità del suo ministro Gige, e la paurosa concupiscenza di questo, e lo sdegno feroce della donna offesa che medita di servirsi, pella vendetta, dell’uomo stesso ch’era stato strumento all’oltraggio.
Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento: più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.
Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la sua presenza non valse a quetarlo.
— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?
Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che sospirava da tanto tempo.
L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne gettando grida insensate.
Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige e Candaule, egli si credette Gige, ma prima del delitto quando lotta fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il possesso della donna bellissima.
Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.
Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e perciò l’aveva mandato a cercare.
XVI.
La baronessa confessò al medico tutte le proprie ripugnanze; ella sola sapeva che Zaverio, guarito, correva un pericolo grave almeno quanto la sua pazzia. Aggiunse che s’era indotta a dirgli tutto, solo perchè Zaverio stava fuori del territorio italiano. Ella ignorava i trattati di estradizione.
L’amore aguzzava la diffidenza meridionale che trapelava dai suoi sguardi profondi, dai suoi gesti, da tutto fuorchè delle sue parole, a cui la volontà imponeva un’intera schiettezza.
Il dottore non se ne adontò: era troppo commosso dei patimenti di lei.
Quando ebbe finito il doloroso racconto egli le fe’ alcune rimostranze; la esortò ad aversi riguardo.
Ella strinse le spalle in atto di noncuranza e disse:
— Guaritemi Zaverio.
Albeggiava; un barlume grigio, sbiadito, traspariva fra le nuvole dense. Aveva ricominciato a piovere.
Vittoria si scosse, chiamò il servo ed uscì dicendo:
— Egli può chiedere di me, bisogna ch’io torni.
Un’ora dopo il dottore vide il canotto che riattraversava bravamente il lago sotto l’imperversare della pioggia. La baronessa e Gabriele parevano due fantasmi impassibili alle fatiche e alla molestie di questo mondo.
Il dottore decise di approfittare della crisi acuta della malattia; ogni speranza di guarigione stava lì.
Affrontò la follia di Zaverio, contrariandola; parlandogli e facendogli parlare il linguaggio della realtà: discorrendogli del barone, dicendogliene un gran male e cercando di persuaderlo che, coll’ucciderlo, egli non aveva fatto che il proprio diritto.
Zaverio dapprima, tutto assorto nelle proprie fantasie, non capiva; poi s’irritò, diede in escandescenze, disse che Candaule gli aveva messo ai fianchi una spia per trarlo in agguato, ma che egli li avrebbe ammazzati entrambi. Non appena vedeva il dottore se gli scagliava addosso e ci voleva tutta la forza di Gabriele a contenerlo.
Le due donne non volevano se gli usasse violenza.
Appena udivano le sue grida accorrevano furibonde e bisognava lasciarlo stare.
Il medico cambiò tattica; provò a togliergli dappresso ogni causa d’eccitamento nervoso, e lasciargli nel silenzio e nella solitudine ottenebrare i fantasmi della sua fissazione.
Chiese a Vittoria un grande sagrificio: l’indusse ad uscir di casa e a pigliar dimora in una casetta vicina e a rimanerci per qualche giorno senza vederlo.
Difatti Zaverio si calmò, ricadde nella torpida malinconia dei primi tempi; poco a poco dimenticò re Candaule e il suo ministro.
Donna Elvira che non conosceva il male ne fu felicissima e riprese le sue prime illusioni.
Il medico non osava disingannarla: ma egli notava con dolore che il povero Zaverio precipitava alla demenza insanabile.
Bisogna fermarlo sull’orlo dell’abisso ove l’intelletto umano affonda irreparabilmente.
Scuoterlo, stimolarlo nel suo amore.
La duchessa se ne dispiacque: aveva sperato, di separarlo dalla baronessa; il dottore dovette parlarle chiaro, dirle tutto, dirle che quella donna era l’unico filo che legasse il suo figliuolo alla vita.
Ella entrò in una gran collera, maledisse Vittoria, imprecò a lui, accusandolo di essersi inteso con lei ai suoi danni. Per un po’ il medico temette che impazzisse davvero anch’essa. Ma donna Elvira si quetò finalmente; l’amore materno riprese ancora in lei il predominio sull’altre passioni: ella lasciò cadere le braccia e con una dignitosa rassegnazione disse:
— Fatela dunque venire.
Però il medico non richiamò allora in casa la baronessa: cominciò a farle scrivere a Zaverio; Gabriele e Concetta ricapitavano le lettere e le ambasciate.
Il sentimento di Zaverio si risvegliò: egli accoglieva i servi con una viva diffidenza, non parlava quasi in loro presenza; qualche volta chiedeva notizie del barone. Da solo nominava, piangendo, donna Vittoria, delirava chiamandola con tenerezza.
Il medico s’era fatto insegnare dai servi il linguaggio del barone di Ruoppolo e gli parlava a quel modo con tanta abilità che a poco a poco Zaverio, piuttosto rispondendo al fantasma della sua mente che a lui, lo pigliava per quello davvero.
Finalmente egli tentò un colpo decisivo.
Una sera mandò Gabriele ad invitarlo a venire dalla baronessa come quella notte fatale onde derivava la sua pazzia.
Il servo con grande precauzione condusse Zaverio per il lago alla casetta dove abitava donna Vittoria.
Quivi ella lo ricevette in una camera che, per consiglio del medico, aveva arredata pressapoco come quella del barone a Mergellina.
Il dottore assistè, nascosto dietro una portiera, al loro colloquio.
Era convenuto che donna Vittoria lo secondasse e ripetesse la scena terribile di tre anni prima.
La povera donna dovette, con che martirio si può pensare, riprendere il suo cipiglio altero, sprezzante d’una volta, maltrattar lui ch’ella adorava disperatamente, frugare nel proprio cuore straziato per cercarvi i ricordi delle proprie pene e strapparli ad uno ad uno.
Ella ebbe la forza di far tuttociò e con tanta bravura che Zaverio dapprincipio s’illuse perfettamente. Egli fu come allora, docile, umile, afflitto e innamorato.
Appena si fosse rivoltato, donna Vittoria doveva cedere, buttarsegli fra le braccia, manifestargli il proprio amore, inebbriarlo di tenerezza.
In pari tempo il dottore, ch’egli scambiava per il barone, si sarebbe mostrato e avrebbe finto di ammazzarsi.
Speravano che la diversa catastrofe avrebbe dato un nuovo corso ai pensieri di Zaverio, e dissipati i suoi rimorsi: questo mezzo doveva servir loro di mezzo per fargli superare d’un balzo l’abisso che era venuto ad interrompere la sua vita intellettuale.
Ma, ad un tratto, Zaverio mutò: invece di ribellarsi, s’intenerì, si gittò ai piedi di donna Vittoria, e la supplicò di non spingerlo al delitto: si rotolò sul tappeto gridando angosciosamente:
— Voi siete il mio mal genio e io vi amo, abbiate pietà di me.... abbiate pietà.
Ciò non era previsto.
Donna Vittoria, smarrita, straziata, non sapeva che fare: cercava invano un consiglio.
Allora il dottore affrettò la simulazione del suicidio; sparò la pistola e si lasciò cadere sul limitare del salotto.
Zaverio balzò in piedi esterrefatto, un tremito convulso gli squassava la persona.
Un lampo d’intelligenza gli balenò negli occhi.
Egli si appressò vivamente al dottore che giaceva immobile a terra, lo guardò attentamente un gran pezzo; si passò la mano sulla fronte come per raccogliere i suoi pensieri, poi, tentennando il capo, disse lentamente:
— Non è lui, non è lui quello che ho ucciso io.
Vittoria gli gettò le braccia al collo singhiozzando.
Egli la respinse e si allontanò dà lei.
Un’altra persona era entrata: donna Elvira che era venuta dietro al figlio ed aveva assistito alla scena dolorosa.
Ella si fe’ innanzi. E Zaverio le corse incontro, e le si abbandonò sul seno, gridando:
— Mamma, mamma!
Erano tre anni ch’egli non la ravvisava più.
La povera donna fu per morirne dalla gioia: lo strinse, lo baciò furiosa, lo levò di peso, se lo portò via di là con uno sforzo sovrumano fino alla vicina sua casa.
Il medico e Vittoria la seguirono; ella lasciò entrare il medico ma cacciò la baronessa gridando:
— Scellerata, vuoi uccidermelo, non t’ha detto che sei il suo mal genio!
Zaverio era svenuto. Mentre il medico gli prestava le cure dell’arte sua, la madre s’inginocchiò al capezzale, pregando, aspettando ch’egli si riavesse.
Ma appena egli ricuperò i sensi chiese di donna Vittoria.
La povera duchessa ebbe un bel chiamarlo per nome e coprirlo di carezze: egli non la riconobbe più.
Dovette permettere, per calmarlo, che l’odiata baronessa ritornasse e riprendesse dominio sulla sua creatura.
Quando donna Vittoria comparve pallida come un cadavere, egli si quetò, le prese le mani in silenzio, se la tirò sul petto e la tenne così abbracciata un gran pezzo.
Poi, subitamente, si scosse, ridiventò inquieto e volle alzarsi.
— Vieni, andiamo, le disse.
Ella pendeva dalle sue labbra, un filo di speranza le rimaneva.
— Che tuo marito non ci trovi più, mormorò a bassa voce Zaverio, andiamo.
La baronessa, presa da violentissima angoscia, vacillò un minuto; poi il sentimento del proprio cómpito la sostenne.
Zaverio volle uscire; bisognò compiacerlo.
Lo menarono, facendogli fare altra strada, alla casa della baronessa.
Quivi, si addormentò fra le braccia di lei.
Ma l’indomani mattina ripetè la stessa scena.
Così nei dì seguenti; salvo le poche ore di riposo che gli imponeva la stanchezza, egli voleva continuamente essere in viaggio per sfuggire alle ricerche del barone che, diceva lui, l’inseguiva per riavere la moglie.
Perciò lo condussero di albergo in albergo, da Lugano a Bellinzona, poi a Vevey, a Ginevra.
Il dottore li seguì alcuni giorni: poi dovette confessare alle due donne che l’opera sua era inutile; la crisi era oltrepassata ed aveva esaurito l’ultima scintilla dell’intelligenza di Zaverio: — il quale oramai si smarriva nella demenza caotica.
Le consigliò di viaggiare all’estero anche per rendere servizio a donna Vittoria.
Egli tornò indietro.
Dopo due anni, in un paesello nei dintorni di Vienna, egli incontrò ancora Zaverio e la baronessa. La duchessa era morta: la madre infelicissima si era lasciata deperire; era spirata un giorno senza che alcuno se ne accorgesse.
Donna Vittoria non era più che uno scheletro. Si capiva che non viveva più che per la sua missione d’infermiera: che quando questa cura le fosse mancata non avrebbe avuto altro che a distendersi nella fossa e chiudere gli occhi: alla vita ell’era morta da un pezzo.
Zaverio s’era quetato. Era persuaso d’aver rapito la moglie al barone e d’averlo sviato. — Solo, a mesi d’intervallo, per precauzione voleva mutar dimora. Egli mulinava di divorziar donna Vittoria dal marito. Cercava per questo un avvocato: vedeva avvocati in tutti gli uomini che lo appressavano. — E la povera donna Vittoria, ella così altera del proprio pudore, ella che aveva a questo sacrificato la propria pace e la vita d’un uomo, oramai si rassegnava ad essere, da colui che ella amava, riguardata come una moglie adultera: quale scadimento morale!
L’espiazione era terribilmente completa!
Zaverio disse al dottore:
— Voi siete avvocato e non sapete trovare un cavillo bono! presto, andiamo, — il giudice mi aiuterà, l’ha promesso — poi anche Vittorio Emanuele mi farà una buona sentenza. — Non ho bisogno che d’un avvocato; volete difendermi bene? — Ecco un cappello da generale per voi — e gli dava la sua berretta. — Avanti, presto, chiamano la causa, andiamo in Tribunale.
Sul punto di salutarlo, donna Vittoria domandò:
— Dottore, non c’è più nulla, più nulla da fare?
Il medico non rispose, allargò le braccia.
La baronessa soggiunse:
— Se guarisce, verremo a trovarvi in Italia.
Ma ella non è venuta — e il medico non l’ha mai aspettata.
VIGILIA DI NOZZE
I.
I processi politici del trentatre a Genova, trassero a galla il nome di un certo Siro Xerega bisagnino, il quale, quantunque indicato dalle Autorità inquirenti come uno dei capi più pericolosi della congiura, non era conosciuto da alcuno dei pretesi suoi complici. Il caso del flebotomo Siro, è, dopo quarantasei anni, ancora un mistero al suo stesso paese.
Se ne sono fatte molte leggende. Al Bisagno il meno curioso di tutti fu il pedone di S. Pietro, il quale, quando, cinque anni dopo, vennero a proporgli da parte di ignota persona in memoria del cugino Siro la scelta fra una condizione onorata a Londra o dieci mila lire una volta tanto, respinse con giusta indignazione il primo partito, osservando che già il suo parente non aveva mai pensato ad altro che a disfarsi di lui — ma accettò le dieci mila lire, che — tò — se gli mandavano era perchè gli erano dovute.
Però nessuno avrebbe potuto coglier nel segno e indovinare da quale improvvisa passione egli fosse spinto al funestissimo passo.
La sorte di Siro Xerega era stata sempre così liscia, così serena, — proprio come una di quelle luminose giornate estive, un po’ monotone, se si vuole, ma in cui anche le ombre hanno il caldo riflesso del sole che invade ogni cosa.
In tutto il suo passato non c’era nè grandi affetti, nè grandi sciagure; e non c’era dunque neppure un serio dolore. Ancora bambino aveva perduto entrambi i genitori: ma, com’egli diceva, Dio glieli aveva tolti presto perchè non dovesse rimpiangerli troppo. E non erano stati surrogati da nessuno. Gli si era bensì nominato un tutore, a cui la Congregazione di carità dava qualche sussidio per il suo mantenimento. Ma fu una tutela poco più che di nome: nella nuova casa v’erano tutt’altri pensieri fuorchè quello di badare all’orfanello. L’omo, pescatore, viveva più in mare che a terra: la moglie aveva il suo da fare a pulire il pesce, a sceglierlo, a marinarlo, a porlo nelle bigoncie, a recarlo sul mercato di Genova.
Il piccolo Siro, intanto, viveva a suo talento, con una libertà, che, tranne quello del suo buon naturale, non aveva confine: girellava a sua posta dal Beviò a Santa Zita, a S. Pietro, a S. Francesco, al Rubado, lungo le rive del fiume, dalla Foce agli Incrociati; faceva i suoi pasti al tagliere più vicino, dormiva un po’ dappertutto. Quasi tutti gli usci erangli aperti, come al genio del buon augurio; e non c’era rondinino più innocente, più allegro, più chiaccherino di lui. Egli non aveva preferenza, non faceva torto a nessuno, neppure al suo tutore.
Passando innanzi alla sua casa, se per caso la trovava aperta, v’entrava; il cane di guardia si tirava un po’ in là e gli faceva posto sul mucchio delle vecchie reti, nell’angolo fra la madia ed il camino. La pescivendola, secondo l’ora gli porgeva una scodella di pasta o un pezzo di pane con companatico, gli dava a tempo perso qualche agucchiata, per amor di Dio: — e i buoni rapporti restavano tali e quali.
Tutti lo accoglievano, nessuno lo tratteneva: una vera cuccagna.
Egli rimeritava tutti con ogni maniera di servigi. Venendo su cogl’anni imparò tre o quattro mestieri; e li esercitava secondo il caso l’uno o l’altro con tutta indifferenza. Allo speziale pestava i coloniali, al tessitore spartiva i fili, al maniscalco tirava i mantici; il più sovente faceva il sarto, occupazione che gli è poi rimasta.