Candaule

Part 7

Chapter 73,720 wordsPublic domain

Dopo qualche po’ tornò a sedere.

Allora s’appressarono.

Il dottore disse sottovoce alla madre:

— Parlategli.

Ella crollò il capo grigio, poi disse con una passione immensa:

— Zaverio, Zaverio! figliolo mio.... non mi sentirai dunque mai.... mai, creatura mia?

L’infelice le diè appena un’occhiata e alzò le spalle infastidito.

— Vedete? sclamò Donna Elvira, non mi conosce.

E si ritrasse desolata.

Ciò accadeva ogni giorno — ma tutte le volte era per lei una trafittura.

— Non ravvisa alcuno? le chiese il dottore.

— Sì, una sola persona, ed è ancora una ingiustizia di Dio, perchè colei è la causa della nostra disgrazia.

— È qui? domandò vivamente il medico.

— Sì, essa rispose con amarezza, ella è qui, e mi ruba gli ultimi resti della sua povera intelligenza.

Un’avversione profonda traspariva dalle sue parole.

— Eppure, soggiunse, bisogna rassegnarsi; se non la vede egli soffre e deperisce.

— Si potrebbe parlarle?

Donna Elvira lo ricondusse in sala e fe’ chiamare donna Vittoria.

Ma questa mandò a far le sue scuse, dicendo che non era vestita.

— Bene, noi l’aspetteremo, disse donna Elvira con un gesto d’impazienza.

Il dottore non volle la si incomodasse.

Egli doveva recarsi a Lugano: al ritorno sarebbe ripassato.

Ma quando egli tornò, donna Vittoria si sentiva poco bene, s’era buttata sul letto e dormiva.

Donna Elvira trattenne a stento la collera.

— Concetta, disse, avvertite donna Vittoria che il dottore deve parlarle senz’indugio; se ella non può scendere verremo noi da lei.

La cameriera stava perplessa.

— Avreste delle osservazioni? le domandò burbera; andate.

Poi aggiunse:

— Saremmo dunque a’ suoi comandi?

Due minuti dopo entrò donna Vittoria.

Camminava a stento e sembrava un’ombra, tanto era diafana, assottigliata; appena rimaneva in lei tanto di corporeo da albergare il dolore, unico alimento, tirannia suprema della sua vita.

— Il dottore è venuto per Zaverio, disse donna Elvira; gli occorrono degli schiarimenti che voi sola potete dargli. È necessario ch’egli sappia tutto. Vero? soggiunse rivolta al medico.

Questi fe’ cenno di sì.

— È necessario, capite? ripetè donna Elvira.

Il viso smorto della giovane donna si contraeva paurosamente: ella vacillò e dovette sostenersi ad una sedia.

Donna Elvira non si commosse e soggiunse:

— Capivo il vostro riserbo finchè non si trattava che della mia ansietà materna; che importano a voi le mie pene? Ma se è vero che vogliate bene a Zaverio....

Donna Vittoria ebbe uno sguardo di angoscia così intensa che il medico ne fu scosso.

Ma la vecchia signora proseguì inesorabile:

— Se è vero che v’interessiate a lui, dovete dir tutto al medico.

Vittoria ebbe un lampo di collera; un baleno solo; poi chinò gli occhi e mormorò:

— Sta bene....

— Dunque parlate.

Ma ella non poteva parlare.

E donna Elvira stava per prorompere.

Ma il medico s’interpose.

— Per ora non occorre; comprendo il turbamento della signora. Ella mi farà poi, con calma, le sue confidenze. Solo, poichè ella ha qualche influenza sull’animo dell’infermo, la pregherei di accompagnarmi da lui e di assistere alla mia visita.

Donna Vittoria si alzò allora e, senza dir parola, lo condusse di nuovo nella camera di Zaverio.

La madre li seguì.

L’infelice passeggiava ancora a capo chino.

Voltandosi, vide Vittoria: le venne incontro, la guardò in viso attentamente, poi disse:

— Sei sempre in collera?

Ella trovò nel suo turbamento il coraggio di sorridergli, gli prese la mano e rispose:

— In collera, no. Tu sei tanto buono.

Zaverio stette un po’ soprapensiero, poi crollò il capo.

— Tu sei in collera. E sai che non l’ho fatto apposta. E’ lui che l’ha voluto. Oh quell’uomo è pazzo!

Egli sembrava desolato.

— Perdona, perdona, sclamava.

Repentinamente ritrasse la mano; si scostò da lei, e gridò:

— No, no: ciò che tu vuoi è orribile.... io uccidere il mio re?... orribile, orribile!

Giungeva le mani, se le torceva convulso, sembrava un uomo posto alla tortura, che supplica il suo aguzzino.

Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e, carezzevole, cercava di calmarlo:

— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!

— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.

E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.

La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:

— Dio mio! Dio mio!

Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle parole.

— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu a Milano.

— E non le dice che a donna Vittoria?

— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.

Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.

Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito, e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di svolgerlo; ma inutilmente.

XIV.

L’indomani il tempo era brutto; cadeva una acquerugiola minuta minuta, avanguardia dell’autunno imminente.

Il dottore non uscì dall’albergo. Passò la sera davanti alla scrivania leggendo e fantasticando e grogiolandosi nel lume temperato, nel dolce tepore della sua camera, mentre la pioggia spinta dai radi buffi di vento veniva a picchiare piano piano nei vetri della finestra nera per le tenebre esteriori.

Sul tardi il cameriere venne ad avvertirlo che una donna chiedeva di lui mostrando una gran premura di parlargli.

— Una donna! e che vuole? sclamò indispettito al solo pensiero che lo si volesse far sortire a quell’ora e con quel tempo.

Tuttavia consentì a ricevere l’ignota visitatrice.

Il servo l’introdusse senza cerimonie. Essa indossava un ampio vaterproof scuro: poteva benissimo esser presa per una serva. Il cappuccio rialzato celava i lineamenti del viso. Ma il dottore riconobbe subito donna Vittoria.

Fe’ un passo avanti e s’inchinò profondamente.

Quella donna così severa entrò senza peritanze, senza inquietudine di trovarsi sola e di notte nella camera di un uomo elegante e ancor giovane.

Era tutta fradicia e aveva i piedi e il lembo della veste lordi di fango.

La sorpresa permise finalmente al dottore di ricordarsi i doveri dell’ospitalità. Egli gettò della legna nel caminetto, accese egli stesso un po’ di fuoco, tirò vicino una poltrona, vi fe’ adagiare la signora.

— Voi venite da Gandria, a quest’ora? le chiese.

— Sì.

Il medico la guardava sempre stupito.

— Sola?

— Ah, sclamò subitamente donna Vittoria, con Gabriele il mio servo. Egli è rimasto fuori. Chiamatelo.

Il dottore andò alla finestra, vide sul piazzaletto dell’albergo un uomo che aspettava ritto al buio, senza curarsi della pioggia che continuava a cadere.

Lo chiamò per nome.

Il vecchietto entrò poco dopo. La signora gli indicò l’angolo della finestra, egli vi si ritirò, sedette sopra uno sgabellino, chinò la testa fra le ginocchia e rimase là immobile colla docilità di un cane di guardia.

Il dottore, in piedi davanti la signora, aspettava ch’ella parlasse.

— Ho dovuto venir di notte, mentre Zaverio dorme; io non l’abbandono mai, — e sono qui per lui. Voi avete detto ieri che, per curarlo, vi bisognava saper tutto e ciò che ho da dirvi non potevo dirlo che a voi da sola a solo.

Il medico indicò con un cenno del capo Gabriele.

— Oh! egli sa che il suo dovere è di non sentir nulla.

La camera era del resto abbastanza vasta perchè non si capisse da un capo all’altro quel che si diceva.

Il medico prese una sedia e le si pose di fronte.

La baronessa gli raccontò rapidamente, senza troppi particolari, le strane circostanze in cui aveva conosciuto Zaverio, — e, più laconicamente ancora, il come egli si fosse appassionato per lei. Poi s’interruppe e soggiunse frettolosa, come la parola le scottasse le labbra:

— Una notte mio marito fu trovato morto nella sua camera.

Il medico che l’aveva ascoltata con grande attenzione la guardò fiso e domandò:

— Morto? come?

Vittoria abbassò ancora la voce e, in modo appena intelligibile, rispose:

— Si constatò il suicidio....

— Signora, disse severamente il medico, signora, voi avete promesso di dirmi tutta la verità; io non son venuto a chiedervela, voi l’avete promesso, siete venuta per dirla — altrimenti a che servirebbe la vostra visita?

Donna Vittoria si strinse le tempia fra le palme e lasciò sfuggire un gemito angoscioso.

— La vostra curiosità, disse con amarezza, non ne ha abbastanza?

— Io non so spiegarmi perchè vi siate rivolta ad un uomo che non onorate della vostra fiducia.

E, dopo una pausa, rabbonito, proseguì:

— Una volta si diceva che non giova ingannare il confessore; e la sentenza è anche più giusta per il medico. Capirete anche da voi stessa che dal vostro racconto non appaiono le cause sufficienti della infermità. Se vostro marito, perdonate se insisto, se vostro marito... si fosse suicidato....

— Ebbene, l’interruppe Vittoria levando il viso in atto di sfida, violento, quasi feroce, l’ho ucciso io.

Il dottore diè indietro; una convinzione invincibile gli si levò subitamente nell’animo.

— No, sclamò con fermezza, l’ha ucciso Za....

Donna Vittoria gli si gettò ai piedi in ginocchio, e, colle mani tese, lo supplicava di tacere.

Il medico, turbato, la rialzò e le sussurrò nell’orecchio:

— Rassicuratevi, il mio ufficio è tutto di salute.

Ella gli volse uno sguardo di riconoscenza ineffabile.

Poi una nuova inquietudine la prese.

— Nessuno ci sente qui?

— Nessuno, vi do parola.

Si lasciò ricadere affranta nella poltrona: nascose il viso fra le mani. L’emozione violenta piegava quella sua fibra d’acciaio.

Il medico la guardava impietosito. Dei brividi strani le scorrevano le membra. Il lume della candela cadeva su quel capo curvato dal dolore: ella aveva dei capelli bianchi!

Il fuoco s’era spento: la pioggia picchiava sempre nei vetri. L’orologio del caminetto battè la una.

Vittoria si rianimò finalmente.

— Voi lo guarirete? chiese.

— Faremo tutto ciò che sarà possibile: voi mi aiuterete, avrete confidenza.

— Sì, ascoltate, voi dovete saper tutto.

Il medico voleva, per riguardo, risparmiarle allora quello strazio: la pregò di differire ad altro momento il suo racconto.

Ma ella insistè, disse che il più tosto era meglio, che non sapeva quando avrebbe potuto parlargli liberamente. E soggiunse vivamente:

— Oramai non si tratta più di me.

Riprese il suo racconto, e coraggiosamente, con altrettanta franchezza quanta era stata prima la sua esitanza, gli ritessè le scene del dramma funesto svoltosi due anni innanzi nel villino a Mergellina.

Quando, nel riandare le tristi memorie della sua alterezza fatale, il rammarico le dilaniava troppo crudelmente il cuore, ella si fermava un minuto a pigliar forza — un minuto solo e proseguiva.

Fe’ intera la confessione; inesorabile per sè, indulgente e generosa per Zaverio; attenuò, palliò, giustificò le debolezze, le colpe di lui, ma fu senza pietà per le proprie; accusò senza reticenze e di tutto l’accaduto la propria superbia; denunciò le insidie, gli incitamenti, le provocazioni e l’ultimo tranello per cui aveva spinto lo sciagurato giovane all’omicidio.

Non disse affatto i proprii affanni, le proprie torture dopo la catastrofe; e certo non era la parte meno interessante della lugubre storia.

XV.

Il dottore seppe poi questo da Concetta.

Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva, ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non spento.

Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?

Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva incatenato alla propria vendetta: che era venuta la sua volta d’essere dominata e sottomessa.

E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.

La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.

Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere, distruggere.

Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.

Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia, il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di trovare un domatore che la valesse.

Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso — riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza limiti e senza confronti.

Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.

Non era possibile che l’avesse scordata.

Fosse morto?

Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.

Ripartì pel continente; venne a Reggio.

Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano. L’avevano dimenticata.

Finalmente un vecchio portinaio le disse che la duchessa viveva col figlio in campagna.

Corse al luogo indicato: seppe, arrivando, che Zaverio era malato di una malattia misteriosa e che sua madre non lo faceva vedere da nessuno.

La condussero ad un abituro appena decente. Là chiese invano d’essere introdotta.

Non si disanimò per questo: andò a smontar ad un’osteria dei dintorni; più tardi si ripresentò. Fu di nuovo respinta.

Allora sedette sopra un banco di tufo accanto alla porta, risoluta di non muoversi di là finchè non la facessero entrare.

Spirava un vento freddo e gagliardo che le gettava nel viso delle folate di polvere: ella rabbrividiva, non s’accorgeva di nulla.

La sua persistenza sortì l’effetto.

Finalmente la porta si riaperse, ricomparve la vecchia che per due volte le aveva rifiutato l’ingresso e stavolta le fe’ segno d’entrare.

Una vecchia signora, nella quale Vittoria riconobbe subito la madre di Zaverio, la ricevette in un tinello a terreno; non le disse di sedere, la lasciò appena varcar la soglia, le chiese bruscamente il suo nome.

Donna Vittoria glielo disse.

— Insomma che volete? domandò la duchessa con subito cipiglio.

— Parlare al duca.

— Non si può: mio figlio è malato.

— Gravemente?

Donna Elvira chinò il capo sopraffatta da una immensa amarezza.

— Oh mio Dio! mormorò Vittoria.

— Potete dire a me quel che avete a dire.

— Non ho nulla da dire.

— Dunque!

Aspettò inutilmente una spiegazione.

— Lasciate che io lo vegga, disse poi Vittoria.

— Perchè?

— Bisogna che io lo vegga, è necessario.

L’ansietà traspariva dal tremito di tutta la sua persona.

La duchessa la squadrava con diffidenza.

— Non serve; egli non conosce nessuno.

Vittoria impallidì spaventosamente e ripetè:

— Dio! Dio!

La duchessa osservava il suo turbamento. Ad un tratto parve prendere una risoluzione.

— Venite, le disse, voi lo vedrete.

E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento terreno. La casa non aveva che un piano.

Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.

Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.

Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.

Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere, irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza che ne uscisse alcun suono.

Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzava passandogli la mano sulla fronte sguarnita di capelli.

L’infermo non diè segno d’intelligenza.

Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai piedi gridando:

— Zaverio! Zaverio!

Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche e tremanti balbettarono fievolmente:

— Baronessa!

Vittoria ebbe un lampo di gioia insperata, ineffabile:

— No, così! essa gridò. Vittoria! Vittoria!

Zaverio tese ambe le braccia e si lasciò cadere su lei, che ebbe la forza di sostenerlo: le loro fronti si urtarono, i loro volti rimasero l’uno contro l’altro.

Un tremito convulso agitò le membra del giovane; egli ripetè con un filo di voce:

— Vittoria.... Vittoria....

Poi lo sforzo si allentò; egli ricadde nel seggiolone, spossato, affranto.

Donna Elvira prese pel braccio la baronessa, la tirò fuori della camera e con grande violenza le disse:

— Voi siete dunque colei che me l’ha così ridotto!

E senza darle tempo a rispondere, le gridava:

— Uscite!... uscite!...

Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.

Ma là si volse e ritornò indietro.

— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?

Per la prima volta in vita sua diventava umile.

— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia vita.... Accettatela.... almeno per lui.

La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.

E Vittoria dovette uscire.

Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.

Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: — ch’egli la cercasse, che egli la volesse.

Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.

E Vittoria chiedeva ad alta voce:

— Ma perchè?

Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:

— Eccomi.

Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.

Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.

Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione: risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.

Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.

Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.

Subito egli si accasciò: i suoi occhi stralunati, rotearono, s’infossarono nelle occhiaie livide e cave e alla vampa fugace del volto sottentrò un pallore cadaverico.

Vittoria tremò che spirasse in quel punto: ritta in piedi, attonita lo guardava, non osava toccarlo e inconsciamente mormorava:

— Gesù!... Gesù!...

Ma Zaverio rinvenne: la passione, capace di uccidere un cuore presente a sentirla, si ammortì nella sua densa melensaggine.

Per più ore Vittoria stette al suo fianco, immobile, senza dir motto. Ed egli non si accorse più di lei.

Poi si addormentò profondamente e non si risvegliò che il giorno dopo.

La madre non assistè a quella scena: un’acuta gelosia veniva ad aggiungersi alle sue pene.

Appena Zaverio fu assopito entrò e fe’ cenno a Vittoria d’uscire.

Ella non oppose resistenza; soltanto disse:

— Se mi lasciaste passar la notte qui nella stanza vicina?... Se mi volesse, io sentirei.

Donna Elvira acconsentì.

Vittoria da quel momento non lasciò più Zaverio.

L’indomani egli la ravvisò di nuovo e le disse qualche parola timida e riguardosa, come nei primi giorni della loro conoscenza.

Egli s’immaginava d’essere venuto a visitarla in casa sua, come allora usava fare.

Di tratto in tratto si guardava intorno; pareva un po’ stupito.

Nei dì seguenti fu più sereno: discorreva ad intervalli; la chiamava baronessa.

Vittoria sperò di guarirlo: e un giorno, nella gioia di questa illusione, fu sublime di tenerezza.

Gli si buttò ai piedi, gli baciò le mani furiosa, e gli gridò:

— Son tua, son tua!

Ma egli si turbò forte; pareva per un momento che un qualche pauroso ricordo balenasse nel suo spirito, un grande sgomento gli stringesse il cuore.

— È troppo presto, pensò Vittoria.

E impose freno alla propria passione; per una settimana si mantenne tranquilla e riguardosa, secondandolo con prudenza. Quando lo sforzo le diventava troppo grave usciva dalla camera.

Zaverio la salutava e le diceva:

— Buon giorno, baronessa.

Una sera — egli era stato più espansivo del solito — Vittoria, non potendo contenersi, s’alzò, ed egli, con rincrescimento, le domandò:

— Mi mandate via? Oh rimanete qui; vi voglio tanto bene!

Vittoria non resse più.

— E anch’io t’amo, sclamò delirante d’amore, e resteremo sempre insieme, sempre, sempre, se tu vuoi io sarò la tua donna.

— La mia donna! sclamò Zaverio sbarrando gli occhi.

Essa gli buttò le braccia al collo; allora egli la respinse.

— La mia donna? ripetè atterrito, e il barone?

A Vittoria questo nome diede un tuffo nel sangue.

Zaverio ebbe un accesso di frenesia che durò parecchie ore.

Ella fu più cauta in seguito.

La mente di Zaverio, arretrandosi davanti all’omicidio da lui commesso, s’era rifiutata di conoscerlo. La sua vita morale era stata sbarrata a quel punto da un orrore insuperabile — di cui aveva smarrito le cause, ma che sussisteva intero negli effetti.

Bastava il più piccolo tentativo di spingerlo oltre quella cerchia che l’istinto s’era fatta, perchè egli si turbasse e ricalcitrasse.

Vittoria fu costretta a pesare tutte le parole, a secondarlo in tutte le illusioni che erano per lui un mezzo necessario, a vivere con lui in un mondo di fantasmi divenuto per lui il solo mondo reale possibile.

E com’era sottilmente permaloso e sofistico! com’egli sconcertava tutte le frodi pietose per tirarlo di là!

Per lui ell’era tuttavia la moglie del barone e viveva in casa propria dov’egli veniva solo a trovarla.

Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!

Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a trattenerlo.

Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.

Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè, smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.

Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar noia ai cittadini.