Part 10
Poi veniva la stanchezza; ricadeva sopraffatto nello stupore di prima, uno stupore pieno di amarezze, d’inquietudini.
Chiudeva gli occhi, ma un sussulto lo obbligava ad aprirli, a tenerli spalancati.
Un filo di luce rossiccia attraversava le tenebre e si posava in alto nella parete di rimpetto.
Si volse e vide dietro alle sue spalle un crepaccio luminoso.
Vi appressò l’occhio e scorse una scena singolare.
Il foro si apriva in alto sotto una tettoia di pescatore a cui il pilone era addossato. Una stuoia grossolana di canne allacciata da un pilastro all’altro serviva di riparo verso il mare. Delle reti, delle nasse coprivano le tre pareti.
Vi stavano riunite in crocchio dieci o dodici persone: gente di diversa condizione ed età in abito borghese, in camiciotto di marinaio, in casacca di montanaro, alla rinfusa.
Facevano circolo intorno ad uno che, ginocchioni innanzi allo scanno in mezzo, leggeva a mezza voce: costui appressava al lanternino i fogli di carta sottile: colla destra accarezzava il calcio d’una pistola deposta innanzi a lui.
Di quando in quando s’interrompeva alzando il capo: e un lieve mormorio sorgeva nell’assemblea.
Appena qualche frammento di quella lettura arrivava all’orecchio di Siro, e pareva più che altro una nota di negozi falliti.
Si sarebbe detto fosse una congrega di contrabbandieri.
«.... Datteri di Palermo avariati.... ripreso lavoro di paste napoletane.... paglia di Firenze stenta.... segala di Piemonte atterrata dal vento.... si spera lanciar fondi di magazzino fine stagione.... provviste verranno per la via dei monti...»
Una frase lo colpì.
«Ritardate ancora spedizione coke da Marsiglia.... sospendete le vendite.»
Alcuni mesi prima Siro era andato per incarico del dottore Vaccarezza suo benefattore, a Sampierdarena a chieder conto di un certo affare a un navigante di cabotaggio; e questi gli aveva risposto con le stesse parole. Il dottore lo aveva poi mandato in giro per la riviera di levante sino a Portofino a ripetere la notizia a parecchie persone con tali raccomandazioni di segretezza che egli aveva sospettato si trattasse di qualche mistero politico.
Aveva fatto altre volte ambasciate di quel genere. Un giorno, venuto a Genova, a cercar certi campioni di zuccheri, gli avevano consegnato un pacco contenente dei libri. Il dottore (egli sapeva le sue cose) non negoziava punto: invece egli era, come allora si diceva in Piemonte, _costipato_ di politica. Senza fargli confidenze, gli parlava spesso dell’antica Repubblica di S. Giorgio, della scaduta grandezza ligure, dell’Italia, degli sforzi eroici, dei tentativi infelici, delle speranze sempre vive dei patrioti..... Quando Siro gli mostrava riconoscenza dei suoi benefizi, gli dava sulla voce dicendo: — sta queto, verrà forse giorno ch’io ti chiederò ricambio molto maggiore. — Il giugno precedente, quando era avvenuto il triste caso del povero Ruffini, che credendosi tradito dai suoi, si segava per disperazione la gola, — il vecchio dottore eragli parso esaltatissimo e s’era lasciato andare a parlargli di misteriose vendette, di prossime ribellioni.
Il lettore ripeteva a ogni momento: _sospese vendite, sospendete vendite_, e a queste parole, che parevano la chiusa d’ogni foglietto rabbuiavansi dolorosamente i volti dei compagni.
Finito ch’egli ebbe domandò:
— Non occorre altro?
— No! rispose un vecchietto; tutti hanno capito, vero?
Chinarono il capo in silenzio.
Allora l’altro aperse il lanternino, accostò i foglietti alla fiammella, vi appiccò fuoco e depostili sullo scanno li voltò e rivoltò con cura, finchè l’ultimo minuzzolo fu ridotto in cenere.
Tutti s’erano raccolti intorno al vecchietto canuto, per il quale pareva avessero un grande rispetto: gli chiedevano schiarimenti, egli rispondeva, sentenziava con vivace fermezza; tutti annuivano reverenti.
Poi egli domandò:
— Liberio.
Un giovinotto vestito da marinaio, alto, svelto, di elette fattezze si fe’ innanzi.
— Avete inteso, lo rampognò severamente il vecchio; la vostra imprudenza può costarci caro. Chi v’ha detto di chiamare le vendite?
— Credevo... rispose l’altro dimessamente.
— Non si crede, si domanda, si eseguisce, ma sopratutto si obbedisce....
Seguì una pausa, il vecchio riprese:
— Qual era il vostro pensiero?
— Di prevenire, affrettando, gli effetti del «vento.»
— E il vento rischia pigliarci tutti in mare: da tre giorni soffia dal Piemonte! tutta la pula è in aria: in questo momento noi siamo tutti sotto il colpo.
Si guardarono attorno inquieti.
— Voi risponderete di tutto, è il fatto vostro. — perchè ci avete chiamati?
— Per rassegnare la commissione alla maestranza.
— E io vengo a riprenderla in suo nome. Ora sentite i suoi ordini. Per quando è fissato il mercato?
— Per domani notte.
— Bisogna disdirlo prima del mezzodì. Non manderete altri commessi, farete da voi. Compiuto il giro, rimetterete il sacco al trafiliere di Santa Zita e partirete per Marsiglia senz’indugio. Troverete colà le credenziali. Siamo intesi? Qua la mano per il segnale.
Il giovinotto, tutto sommesso, piegò il capo altero davanti a quell’omino; stese la palma destra.
Il vecchio vi pose su la propria, tracciò ripiegando il dito medio alcune linee invisibili e soggiunse:
— Andate.
Poi, uscito il marinaio, raccolse gli altri intorno a sè.
— Ausonio; è necessario avvertire entro la giornata il trafiliere di Santa Zita.
Siro ascoltava con ansietà grandissima: quel nome voleva dire il dottore Vaccarezza.
— Andate dunque da lui e ditegli...
Delle strida di falco lo interruppero.
— Silenzio! due, tre, quattro, cinque, sei.... dalla terra.
Un grido breve d’alcione, come quello che Siro aveva già udito, rispose.
— Il mare è libero. Spegni il lume.
Un leggero calpestio di gente che camminava al buio — poi silenzio.
Siro, senza quasi saper perchè, si trovò fuori del pilone. Camminava a gran passi: gli parve tutto un brutto sogno, si stropicciava gli occhi per isvegliarsi. Risaliva la costa.
Soffiava un libeccio gagliardo; il cielo era coperto, il mare procelloso.
Siro tirava innanzi a caso, alla meglio, incespicando, barellando.
Di repente si sentì pigliare di dietro pel colletto.
Una voce disse: — e due!
Siro si voltò e scorse un grosso omaccione.
Costui, sempre tenendolo fermo, aperse una lanterna cieca che teneva in mano, glie l’accostò al viso.
— Vediamo che smorfie giacobine mi fai....
Poi subitamente lasciandolo libero, fe’ un passo indietro e sclamò maravigliato:
— Tò, il flebotomo.
E diede in uno scoppio di risa. Era il brigadiere dei doganieri suo amico.
— Scusate, egli riprese, v’avevo preso per un congiurato.
E rise più saporitamente di prima.
— Avete dei malati alla Foce?
Lo prese a braccetto e lo menò seco.
Qualche passo più in là incontrarono due guardie doganali.
Il comandante si appartò un minuto, diè loro alcuni ordini a bassa voce.
Le guardie si allontanarono frettolosamente discendendo la costa.
Egli riprese il braccio del flebotomo.
— Sicuro, v’ho preso per un carbonaro: ma dopo tutto non sono malcontento d’avervi acchiappato. Voi avete dei conti da rendermi. Sapete, corpo d’una pipa, che non ci vediamo da un mese? È un mese vero?
— È vero, rispose Siro distratto.
— E mi dovete anche una rivincita.
Erano arrivati alla porta del casotto di guardia.
— Venite, disse il comandante; a proposito, avremo forse bisogno dell’opera vostra.
E, prima che Siro pensasse ad opporre resistenza, lo trascinò in una vasta stanzaccia che come dimostravano, da un lato, una rastrelliera per fucili, dall’altro un banco da scrivere e una stadera, serviva ad un tempo di ufficio per le denunzie e di corpo di guardia.
Un doganiere e un carabiniere stavano di fazione.
Il comandante domandò a quest’ultimo:
— Il vostro sergente?
— È uscito con tutta la pattuglia.
— Voi, restate a custodia dell’arrestato. È ferito costui?
— Pare, la mia baionetta nella baruffa deve essergli penetrata nella pelle; ha il camiciotto insanguinato, ma non vuol saperne di nulla.
— Eh diavolo, non è mica per lui!... sclamò il brigadiere stringendosi nelle spalle. — Siro, voi avete le lancette?
A un suo cenno il doganiere prese la lanterna, spiccò una grossa chiave da un chiodo e aperse una porta in fondo.
Entrarono in un locale vasto quanto il primo, un deposito di contrabbandi sequestrati, convertito per l’occasione in carcere provvisorio.
La vista del prigioniero scosse il flebotomo dal suo stupore: egli ravvisò in lui il Liberio del misterioso ritrovo sulla spiaggia.
Stava buttato sopra un saccone in un angolo, fra una botte e un mucchio di involti, di cassette, di fucili alla rinfusa.
— Su, disse il brigadiere, e fate vedere al signor flebotomo la graffiatura che avete.
Non si mosse; col capo appoggiato alla mano gli diè un’occhiata di superba indifferenza.
— Su, ripetè il brigadiere impazientito.
Siro s’interpose, dicendo che non occorreva, ch’egli poteva ben visitarlo a quel modo. S’inginocchiò dinnanzi al saccone; aperse il camiciotto, tagliò il corpetto di lana, la camicia colle sue forbici da chirurgo ed esaminò la ferita. Era proprio una graffiatura.
La medicò alla svelta, vi applicò la filaccia e lo fasciò.
Il prigioniero lasciò fare come non fosse cosa sua, non aprì bocca.
La nobiltà dei suoi lineamenti, le fattezze del suo volto imberbe, la sua pelle bianchissima, la finezza della camicia tradivano in lui una condizione che il grosso abito da marinaio dissimulava a stento.
Il brigadiere condusse poi il flebotomo in uno stanzino che gli serviva al tempo stesso di scrittoio e di tinello.
— Non fate mica conto d’andarvene con questo tempo?
Pioveva a dirotto.
Lo fe’ sedere davanti a una scrivania coperta di un marocchino vecchio, sul quale certi occhielli violacei mostravano che colà dentro usava molto più il bicchiere del calamaio.
— Corpo d’una pipa, mi tocca fare anche il tirachiavistelli; state lì, mi terrete compagnia e una buona bottiglia ce la terrà a tutti e due.
— Che ha fatto? domandò Siro.
— Chi? quel ragazzaccio? Carbonerie, giacobinerie, balordaggini, canagliate, chessoio.... Poh! gente che piglia il cervello a pigione dai Francesi. E sì che ci hanno cavato un bel frutto di quella gramigna che succhiava loro fino alle midolle; quand’era tempo di cacciare i ladroni essi stavano zitti, ora che noi si fa il loro bene rimettono il ruzzo. Non c’è che un mezzo....
— Come l’hanno arrestato?
— I carabinieri di ronda l’hanno trovato presso il cantiere e riconosciuto ai connotati.
— E sanno d’onde veniva?
— Pare. Dunque non c’è che un mezzo.... e il mezzo, secondo me, è quello di mettere due da sessanta a San Giorgio e giù pillole sulla topaia! Domando se non è cosa....
Siro lo interruppe:
— E quale sarà la sua condanna?
— Eh... ammenochè non sia persona di condizione, il remo se canta.... altrimenti un raso di corda e il benservito.... Ma lasciamo le malinconie da banda, parliamo di noi.... oh giusto, volevo domandarvi.... me n’hanno detta una bella; che voi pigliate moglie.... è vero?...,
Siro diè un guizzo; tentennò il capo.
— Volevo ben dire.... guardatevi Siro, se non volete incorrere nella mia maledizione! — disse il brigadiere, minacciandolo burlescamente colla palma tesa sovra il suo capo. — Sul serio, avreste finito questa dolce viterella da Michelaccio....
E soggiunse, arricciandosi i suoi mustacchi ritinti, in atto vanesio:
— Il matrimonio è una cosa eccellente.... per gli scapoli eh! eh!....
Anche Siro sorrise a fior di labbra levando uno sguardo smarrito, desolato. Poi chinò il capo.
Il brigadiere, avviato sul suo tema favorito, tirò innanzi a sentenziare, ad argomentar per esempi, per aneddoti rifritti tante volte che cominciava ad abboccarli per veri egli stesso.
Siro lo interruppe ancora una volta.
— E quando lo meneranno? domandò.
— Chi? chi? sempre colui? fra qualche ora, subito magari, appena torni la pattuglia, ma sentite, vi debbo dire che siete seccante....
Il brigadiere fu punto stavolta nel vivo dalla distrazione poco riguardosa di Siro.
— Comincio a credere al vostro matrimonio, borbottò stizzito.
Poi ammutolì, si aggomitò imbronciato sulla scrivania e asciugò religiosamente il boccale fino all’ultima stilla, per sopire il suo malestro. Non durò troppa fatica: dopo mezz’ora russava e pencolava in ogni verso.
Finalmente, si levò per cercare ai suoi sonni uno stramazzo più comodo.
— Io resto, disse Siro, per medicare il ferito prima che parta.
— Va bene, brontolò il brigadiere: ed entrò per un usciolo in fondo nella sua camera.
Siro s’affacciò alla stanza di guardia; il doganiere dormiva disteso supino sulla panca: il carabiniere, collo schioppo imbracciato, il cappello sugli occhi, si appoggiava alla finestra con un atteggiamento tanto discreto e prudente da rendere temerario ogni giudizio sulle concessioni che il suo pensiero faceva alle volgari esigenze del sonno. Un grosso gatto bianco accovacciato sulla stadera torniva gravemente.
La lanterna a bilico tremolava e scoppiettava.
Siro, colla irriflessione del sonnambulo, attraversò la stanza, prese sul banco la lanterna di servizio, spiccò dal muro la chiave, andò dritto alla porta del deposito, l’aperse, entrò, rinchiuse.
Il carabiniere si scosse, diede un’occhiata indifferente a quest’atto del flebotomo e si ripose a passeggiare lentamente. Il gatto tacque e si lisciò serio serio i mustacchi: il solo doganiere non si mosse.
V.
Siro si fermò sulla soglia.
Dietro la porta nella stanza di guardia il passo del soldato, come oscillar d’un pendolo che si arresta, passò, ripassò, si rallentò, tacque. Il brontolìo del gatto ricominciò. Il temporale era cessato.
Il flebotomo si accostò al saccone.
Il prigioniero era sveglio e lo saettava collo sguardo tagliente della disperazione che non chiede conforto.
Siro depose la lanterna e chinandosi verso di lui:
— Signore, disse con voce rauca, voi non mi conoscete: ma io potrei forse in questo momento esservi utile. Potrei recare a qualche persona gli avvertimenti che vi premesse di fargli.
Aspettò invano una risposta.
S’udiva di fuori il lento e misurato gocciolar delle grondaie.
— Io so, riprese, che la sorte di molta gente dipende da voi; una grave missione vi è commessa, se voi voleste confidarmela io l’adempirei fedelmente secondo le vostre intenzioni.
Il giovine non aperse labbro, non si mosse, solo lo guardò con un superbo, infinito disprezzo.
— Non mi credete capace? ebbene vi posso dire che il dottore Vaccarezza di S. Zita — lo conoscete — mi diè più volte di siffatti incarichi e li ho sempre sbrigati a dovere. Egli potrebbe dirvelo. Anzi, datemi una riga, una parola per lui; io l’avvertirò — egli penserà al resto. Va bene così?
Ma l’altro taceva sempre.
Siro tentennava il capo tristamente.
— Ricusate i miei servigi? pure io ve li offro di cuore; perchè li ricusate? Il vostro silenzio può costare la vita a tanta brava gente.... Io potrei salvarla.... e lo farei tanto volentieri!
Egli si fe’ umile e supplichevole.
— Almeno, soggiunse, ditemi il pericolo che minaccia il dottor Giulio. — Quel bravo signore mi ha fatto da padre; io gli devo tanto, gli devo tutto, se stava in lui io sarei felice.... io non posso lasciarlo perdere.... dite, ditemi il modo di salvarlo.... egli ha una grande famiglia.
E si torceva le mani e parlando singhiozzava....
Il giovane lo lasciò dibattersi e scalmanarsi, lo osservò freddo, impassibile; poi disse:
— Amico, voi avete quasi l’aria di galantuomo, ma il mestiere che fate è tutt’altro....
E atteggiò il labbro a un sorriso di profondo disgusto.
Siro non capiva.
Il giovane soggiunse alzando la voce:
— Voi avete recitata la scena benissimo, e ve ne faccio i miei sinceri complimenti; avete delle belle doti e non mancherete di far carriera. Avete giusto la pieghevolezza del rettile per strisciar lontano. — Però sentite — con me è tempo perso; oramai i vostri padroni, che certo ascoltano dietro quella porta, sanno che voi avete fatto il vostro dovere di spione zelante e fedele.... dunque che volete di più? — perchè mi seccate colla vostra odiosa presenza? — andate e lasciatemi in pace.
Siro colle mani giunte lo pregava:
— Zitto, parlate piano, vi perdete.... signor Liberio, vi scongiuro....
A questo nome l’altro contrasse il labbro a un sorriso di scherno.
— Siete ben informato, e volete negarmi che io vi debba la fortuna di stanotte?
Poi sghignazzò nervosamente e gli voltò le spalle.
Siro continuava a balbettare, a scongiurare. Aveva capito così in nube il sospetto di Liberio; ma, tutto compreso delle sue inquietudini, non ebbe l’animo di offendersene.
Egli non era che immensamente accorato.
Cercava nuovi e più efficaci mezzi di persuaderlo, non ne trovava; si guardava intorno smarrito.
Il temporale ricominciava; in mezzo alle raffiche del vento, un orologio lontano batteva le prime ore del mattino.
Si inginocchiò accanto al letto.
— Sentite, il tempo passa, possono da un momento all’altro venirvi a prendere. Volete voi aver sulla coscienza la disgrazia di quei poveretti, del dottor Giulio?...
Poi si accasciava e mormorava sfiduciato:
— È vero, voi non mi conoscete, non sapete chi sia, diffidate.... ma mettetemi alla prova, signore, trovate voi un altro mezzo.
Inutilmente.
Uno scricchiolio si intese dalla stanza attigua: il doganiere si moveva nel sonno e sospirava.
Siro pose una mano sulla spalla del giovane:
— Sentite, il mezzo c’è. Non volete che faccia io la vostra commissione: ebbene, fatela voi stesso: vestite i miei panni, non vi riconosceranno, uscite. Io resterò al vostro posto: anzi meglio così, è più sicuro: come non ci ho pensato prima?
E mormorò tra sè:
— Io potrei fra qualche ora essere pazzo, chi sa?
Liberio si volse vivamente.
Egli esaminò al chiaror dei lampi frequenti la faccia smorta, sbattuta del flebotomo.
— Presto, presto, il tempo passa, vi dico....
— Dite davvero? domandò il giovine levandosi da sedere sullo stramazzo, voi mi fate il sacrifizio della vostra vita?
— Oh la mia vita, mormorò Siro cupamente, una volta m’era cara, era bella, buona, tranquilla; ma ho tutto giuocato sopra una carta, sopra una persona che mi doveva dare il paradiso e invece mi ha dato la disperazione.... vedetelo.... il destino si è crudelmente burlato di me; la mia disgrazia è una donna; una fanciulla bella, se la vedeste, come una madonnina; io non sono più giovane; ma confidavo nell’innocenza sua. La mia vita, se vi può servire, io ve l’offro; tanto domani non saprei che farne.
Il giovane disse:
— Ebbene io accetto, in nome della santa causa cui appartengo, il vostro sagrificio.
Siro si spogliava i panni in fretta e glie li buttava....
Ma Liberio fu sorpreso da nuova perplessità.
— Ma che fate? non v’è un momento da perdere, sbrigatevi, gli diceva Siro. Vestitevi. — Oh Dio! voi dubitate ancora?
Il giovane lo fissò, gli strinse fortemente la mano:
— Siete sicuro, gli domandò con voce profonda, che nessuno mi seguirebbe nel giro che debbo fare?
— Dio sa, disse Siro scorato, se i vostri sospetti siano ingiusti, egli v’illumini, io non ho altro da dirvi....
E tacque: il nembo scoppiava con nuova furia, suonavano per l’aria scrosci, sibili, che parevano lamenti, grida.
Liberio guardava fuori dall’angusta finestrella il cielo solcato dai guizzi della folgore; egli non era più calmo, rabbrividiva.
L’orologio sonò nuovamente.
Siro trasalì.
— Liberio, disse, fate una cosa, prendete....
Aveva tirato dalla saccoccia un suo coltello, l’aveva aperto, e glielo porgeva.
— Uccidetemi; sarete almeno sicuro; uccidetemi, mi levate un gran peso....
Il giovane fu tocco; respinse la mano di lui e disse:
— Vi credo, vi credo.... voi siete un bravuomo.
— Dunque presto, presto.... vestitevi.
— Sì....
E Siro lo aiutò a mettere i suoi calzoni corti, il suo largo corpetto, la sua marsina nera, gli pose sul capo il suo cappello tondo di castoro: poi corse alla porta, origliò dalla toppa e tornando verso lui:
— Andate, è quasi buio; camminate franco, la porta di strada è a destra; è solo socchiusa, non vi voltate, apritela senza timore, crederanno che sia io.... andate che il Signore v’accompagni.
Lo spingeva verso il limitare.
Liberio si volse, tornò indietro:
— Voi non avete da darmi qualche incarico....
— No....
— Non debbo salutar nessuno? il dottore?
— Oh sì....
— E nessun altro?
— Altro.... non c’è altro, ho voluto tutto il mio bene.... a colei.... ma non gliene importa di me....
Scosse il capo, un singhiozzo gli mozzò la parola....
— Uscite.... uscite, — disse poi....
Liberio lo abbracciò stretto e quei due nobili cuori posarono un momento l’uno sull’altro.
Poi il giovane si spiccò, aperse la porta e mormorò con grande tenerezza:
— Addio!...
Siro balenò, cadde tramortito mormorando:
— Lui!
Egli aveva già intesa quella parola e riconobbe quella voce.
Qualcosa se gli rivoltava dentro: si trascinò fino al saccone e vi soffocò un grido che gli usciva gorgogliando dal petto....
Poi disse: — ebbene che m’importa?
Il temporale s’allontanava.
Un tranquillo crepuscolo penetrava dal finestrello.
Scoppiava uno scampanio festoso dalla Foce a Staglieno, dai lontani casali dei monti e della riviera. Ma la campanella delle Anime gittava i suoi squilli acuti, argentini, di triste augurio e pareva dire che in mezzo a tanto giubilo della terra e del cielo qualcuno soffriva.
VI.
Agli Incrociati, sino dall’alba, tutto il borgo era sossopra per le nozze d’Irene.
La cerimonia doveva celebrarsi di buon’ora, prima delle sacre funzioni.
In chiesa e in casa di Tonia era pronta ogni cosa.
Era arrivata anche la banda di Santa Zita.
Non mancava che lo sposo.
I sonatori erano passati a prenderlo per accompagnarlo in trionfo alla sposa; ma avevano trovata chiusa la casa.
Ora tutti lo aspettavano sul ciglione del torrente.
Intanto il giorno saliva. Il vento che spirava dai monti ricacciava in fondo al mare i nembi che avevano imperversato tutta la notte — e il sole sorgeva dalla parte di Sestri in un cielo purissimo.
Il ritardo di Siro cominciava a diventar incomprensibile.
Finalmente sbucò di mezzo agli orti sul sentiero, dalla parte opposta del Bisagno, il noto cappello di castoro e la notissima marsina nera del flebotomo.
Qualcuna delle ragazze notò che quell’avaraccio non s’era neppur vestito da festa.
Irene avvertì che il flebotomo camminava più svelto del solito e pareva ringiovanito di vent’anni.
Quando fu a un tiro di schioppo i sonatori diedero fiato agli strumenti, i ragazzi batterono le mani, e gridarono viva lo sposo.
Quegli si fermò, parve sorpreso e impacciato di quell’accoglienza.
— Egli scappa, gridò uno.
La marsina era di bel nuovo scomparsa fra le frasche degli orti.
Risero, credettero fosse uno scherzo.
Irene impallidì e balenò come esterrefatta.
Lo sposo non venne.
Dopo una mezz’ora, un giovinotto guadò il Bisagno e venne a cercarlo. Trovò in un cespuglio di sparagi gli abiti del flebotomo laceri e malconci: il panciotto recava qualche traccia di sangue. Nella tasca del vestito c’erano ancora gli atti della curia.
Alcune ore dopo una gran folla attorniava il casotto della Dogana alla Foce.
Un prigioniero arrestato alla notte, vi si era svenato, dicevasi, con una lancetta di chirurgo. E, cosa incredibile, si sussurrava che il morto fosse il flebotomo di S. Zita.
Era venuto da Genova l’avvocato fiscale e il giudice a fare il testimoniale. Finite le formalità, il cadavere fu recato fuori sopra una barella e deposto sotto il portico ad aspettare i becchini.
Un giovane contadino, che nessuno conosceva, si fe strada tra la folla, e accostatosi al cadavere, prese una mano che ne penzolava e la baciò mormorando: — mio salvatore.
La strana notizia si sparse nella giornata per tutta la valle del Bisagno e le ipotesi, nate nei crocchi della sera, erano leggende all’indomani, — leggende cupe e paurose.