Part 4
— Non supporrete mica che io abbia bisogno della custodia di mio marito. Sarebbe un custode sì poco sicuro! Confesserete che le riserve non sono venute da lui....
Ella si staccò da Zaverio, si fermò un momento come per aspettare una risposta, poi riprese il suo braccio e fecero qualche altra diecina di passi.
— Quanto tempo è, disse poi, che venite da me?
— Quasi due mesi.
— E in tutto questo tempo voi siete venuto quasi tutti i giorni e vi ho ricevuto da sola, eppure non avete pronunziata una sola parola di quelle che io non soglio permettere. Siete sicuro d’aver detto sempre tutto quanto il vostro pensiero?
— Sono sempre così poco soddisfatto di me, che mi guardo bene dallo scrutare così addentro ai miei pensieri.
— Il contrario di me: io fo tutti i giorni l’esame di coscienza: io, dei miei pensieri sono perfettamente sicura. Se qualcuno credesse cogliermi in fallo si sbaglierebbe.
Rizzò alteramente la persona, poi domandò:
— Dunque perchè siete venuto da me?
— Perchè, mormorò Zaverio, lo sapete; ve l’ho detto la prima volta che mi faceste l’onore di ricevermi. Sentivo di avere con voi dei gran torti, volevo ripararli.
Donna Vittoria rise superbamente.
Zaverio continuò:
— .... poi desideravo riconquistare la vostra stima.
— Non è mica poco.
— Oh lo so!
— E.... credete esserci riuscito?
— Non oso neppure sperarlo. Un momento mi sono lusingato che la lealtà, la franchezza, nel riconoscere i miei torti potessero aver qualche valore. Mi sono ingannato; non bastano — lo so anch’io.
— Duca, voi non siete sincero.
— Lo sono, vi do parola, lo sono.
— Sareste dunque diverso degli altri? mormorò la baronessa, facendosi pensierosa e appoggiandosi con qualche abbandono al braccio di Zaverio.
Dopo una pausa più lunga riprese colla prima amarezza:
— Ci sono delle donne che accettano sul serio le gentilezze di voi altri, le vostre proteste, le vostre dichiarazioni, le belle commedie dei vostri complimenti. — I vostri complimenti! Dio bono, che cosa scipita e comune. Qual’è la donna che non possa averne a sazietà ogni giorno e da chicchessia! Non ho io inteso farne delle dozzine alla moglie del mio tutore? La buona donna non aveva che cinquant’anni. Si scopriva il seno e coloro, giovinotti brillanti, come vagheggiavano quell’.... audace supposizione! Oh, siete molto compiacenti e punto schifiltosi voi! Prodigate la vostra adorazione con mirabile generosità — è vero che non vai nulla!
Per la prima volta il suo sarcasmo lasciava intravvedere una tristezza vera e profonda.
— Ah che delusione! sclamò. E dire che noi fanciulle si trema pensando all’uomo, e ce lo immaginiamo un eroe, un essere più elevato, più fulgido e si arrossisce di non esserne degne, non si ardisce guardargli in viso, e non ci pare mai soverchia l’umile verecondia dinanzi a lui, si cacciano dal cuore tutti gli affetti della terra per farne un cielo per lui.... Eppoi, Dio mio, che fantasie sciupate! Quando quest’essere superiore, che per lunghi anni non vi bada affatto, un bel giorno, vedendovi le gonnella lunghe, si accorge che siete una donna e vi fa l’onore di credervi matura ai suoi desideri; e si degna rivelarvisi — che rivelazione!.... lo sentite meschino, cupido e più ancora, vano; desideroso non tanto di possedervi quanto del vanto di possedervi. Le sue parole sono nobili talvolta, i suoi desideri mai. Egli vi dice le cose più lusinghiere, vi onora delle adulazioni più pompose, e noi si crede al suo rispetto, alla sua riconoscenza, ne pare in buona fede d’essere innalzate sopra un altare e invece lui non vuole che mettervi le mani addosso per trascinarvi.... molto più in giù del fango. — Che grandi e superbe frasi per chiedervi una cosa piccola e laida, quanti complimenti alla donna. — Come abbietti, come infami!
— Mio Dio, che uomini avete conosciuti voi?
— Tutti ad un modo. Vorreste dire che ce ne sono degli altri? ah!
Si raccolse un momento; pareva commossa.
— Perchè non li ho incontrati io se ve ne sono? disse aspramente: perchè quando era ingenua, candida, nessuno si è presentato? perchè sono diventata la baronessa di Ruoppolo?
Avevano fatta una buona metà del viale.
Donna Vittoria volle tornare indietro e prendere una scorciatoia per ritornare alla villa.
Imboccarono uno dei sentieri che s’insinuano lateralmente fra le macchie.
Zaverio era troppo distratto per potersi orizzontare.
Si smarrirono.
La baronessa se la pigliò con lui e lo rimbrottò quasi l’avesse fatto apposta.
Per fortuna si trovavano vicini all’uscita.
Dopo brevi ricerche riuscirono in capo al viale.
La baronessa smise l’idea di visitare il palazzo.
Disse ch’era stanca, che aveva mal di capo, voleva rincasare.
Tornarono alla carrozza che aspettava sullo stradone.
Il barone non s’era visto ancora. Il podere era lontano di là quasi tre quarti d’ora.
— Mi accompagnate? chiese donna Vittoria.
Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di proseguire la conversazione.
Ciò servì ad entrambi.
Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.
Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad entrare.
— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.
E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad accettare.
Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel salotto.
Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.
Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano. Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.
Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma con maestà antica e quasi sempre di chiaro.
Zaverio era irrequieto.
— Il barone è tornato? chiese.
— Vi preme saperlo?
E con grande indifferenza donna Vittoria tirò il cordone del campanello.
Venne Concetta e disse che il barone non era rientrato ancora.
— Bene, quando viene, fallo avvertire che lo aspettiamo a pranzo.
— Eccovi soddisfatto, disse poi a Zaverio.
Egli tacque.
— Vi ho compromesso con l’amico vostro, soggiunse donna Vittoria, ve ne rincresce? — Diffatti egli è stato con voi tanto generoso!
— Oh sì....
— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la parola sul labbro.
Poi aggiunse con un sorriso:
— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.
Poi mutò discorso, e tono:
— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile, lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando, — cosa dicono? devono avere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.
— Nemmeno io.
— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.
— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho sempre avuto paura d’incontrarlo.
— Perchè?
— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.
— Meno male che finora siete riuscito ad evitarlo.
Poco dopo entrò il barone e si servì il pranzo.
La baronessa prevenne il suo malumore e lo rimproverò del ritardo.
Ell’era gaia, briosa, costrinse il marito e il capitano a parlare insieme; non lasciò languire il discorso un minuto.
A quella donna così ignorante, così imperiosa e, si può ben dire, cattiva, non si poteva resistere: la scherma dell’educazione, della coltura, delle belle maniere era inutile con lei.
Imponeva le sue leggerezze sforzate, in grazia delle qualità che celavano: come un liquore che, infortito, conservasse tutto il suo alcool.
Dopo il caffè il barone uscì un momento ed ella pure.
Zaverio si ripose alla finestra.
Era notte fatta e gli alberi disegnavano sulla ghiaia fina del giardino delle grandi ombre fantastiche.
Anche stavolta donna Vittoria gli arrivò alle spalle inosservata. E gli disse:
— Che incanto! che scena per i colloqui da romanzo! Le foglie che stormiscono, il mare che geme, la luna che splende — e due che si amano!
I suoi occhi scintillavano.
Il barone rientrò: ma la conversazione cadde.
Zaverio si sentiva soggiogato dagli sguardi della baronessa; ed era più che mai a disagio.
Verso le dieci il marito si ritirò ed anche Zaverio.
Sul pianerottolo si trovò al buio. La baronessa s’era dimenticata di avvertire i servi.
Scese a tentoni la scala.
In fondo la porta di strada era chiusa; era accostata invece quella del giardino.
Zaverio rimase un po’ perplesso; il sangue gli montò alla testa.
Uscì in giardino e si nascose nell’ombra di un ciuffo di lilla.
Vide i lumi spegnersi a poco a poco nella casa.
Trascorse un quarto d’ora. Che aspettava?
Finalmente intese il rumore di una pedata leggiera e il fruscio di una veste femminile.
Una figura bianca si appressò pianamente al cespuglio, gli passò davanti e gli fe’ cenno di seguirla.
Le tenne dietro. Ed ella lo ricondusse così nell’atrio; quivi aperse la porta di strada e allora, al raggio della luna che penetrò nell’atrio, Zaverio riconobbe Concetta.
— Buona notte, gli disse, tornate domattina alle dieci.
Egli uscì — ella rinchiuse.
Zaverio se n’andò trasognato. Era un appuntamento o una canzonatura?
Parlava per sè o per incarico?
Gli parve sentire dietro di sè delle risa represse.
VII.
Contuttociò l’indomani mattina, alle dieci in punto, Zaverio arrivò al villino di Ruoppolo — come un buon soldato smanioso di affrontare il pericolo. E spingeva la bravura fino a parere un dappoco.
Concetta gli aperse prima ch’egli tirasse il campanello e lo menò dritto nel salottino della baronessa — che si faceva pettinare.
Donna Vittoria lo ricevette freddamente; lo invitò a sedere e stette silenziosa, ammantata nell’accappatoio, fiera come un’antica matrona.
Concetta terminò di annodare le treccie della signora e poco dopo uscì.
Rimasero soli.
Zaverio domandò:
— Volevate parlarmi?
— No.
Parve a Zaverio di sentir la voce del barone.
S’alzò inquieto; uno strano sospetto lo prese.
— Vi fidate voi della cameriera? disse.
— Sì, rispose donna Vittoria.
E, stringendo alteramente le spalle, soggiunse:
— Del resto non ho nulla da nascondere io — e voi?
— Non vorrei.... — mormorò il capitano a mezza voce.
— Di solito, egli soggiunse, il barone a quest’ora è fuori.
La baronessa fece un gesto d’indifferenza.
Zaverio sedette.
— Voi non mi aspettavate? chiese poi.
— No.
— Ah!
Dopo una pausa, durante la quale il volto della baronessa rimase impenetrabile, bruscamente ella gli domandò:
— Voi siete molto affezionato al barone?
— Ve l’ho detto; egli mi fece un grande servigio.
— Ah già! vi ha imprestato del denaro, suppongo.
— Mi ha salvato la vita e più che la vita, esclamò premuroso il capitano.
— Ah! ah! è una storia interessante? Sarei curiosa, per la novità, di conoscere questa sua azione generosa.
Zaverio disse:
— Una funesta passione pel giuoco fu la rovina di mio padre e della nostra casa: il pover uomo morì desolato di lasciarci nella miseria confessandomi fra i singhiozzi la fatale sua debolezza e scongiurandomi di schivare il suo esempio. — Mia madre, che aveva portato con alta rassegnazione il suo dolore, abbracciandomi nell’angoscia di quel lugubre momento, mi disse: — tu sei oramai il mio solo sostegno, figliolo mio, e conosci la causa delle nostre disgrazie che ti ho sempre celata; per amor di Dio, non te la scordar mai. La povera donna era tormentata sempre dal presentimento di veder rivivere in me l’inclinazione maledetta. E quando le dicevano che io somigliavo a mio padre, ella che pure adorava la memoria di lui, si scolorava in viso e tremava. Non mi perdeva d’occhio un minuto: la mia educazione mirò non tanto ad insegnarmi molte cose quanto a distogliermi da una, da quella. Ebbene quell’unica, verso cui il divieto appuntava continuamente la mia attenzione, mi attirava. L’orrore che mi inspirava si mutava in fascino. Fors’anche avevo nel sangue il mal germe della passione paterna. Certo è che, sempre quando la mia volontà s’addormenta esso si risveglia; — è la risultante di tutte le mie debolezze. Sempre una qualunque disobbedienza, ai consigli materni prima, e poi alla disciplina del reggimento, mi ha spinto sulla soglia di una casa di gioco. Ho passato dell’ore palpitante sull’uscio della bisca. Ed ho lungamente lottato: mi pareva un delitto, poi tutte le volte che ci fui ne uscii con qualche disgrazia, tutte le mie sventure escono di là.
— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.
Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:
— Sì.
La baronessa rise.
Zaverio s’interruppe:
— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.
— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando, l’anno passato, venni di guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente sotto il malaugurato predominio. Una sera al _Club Sebeto_ perdetti certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade, una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club: dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai, certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io sarei disonorato. — E mia madre?... Ero solo; là dentro nessuno badava a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine che vi accomoda. Accettai e....
— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi sempre i diritti intangibili della galanteria.
Ella domandò poi:
— Voi avete restituito?
— Sì.
— Così il barone ha comprato, a buon mercato, un amico.... come egli ha sempre comprato tutto.... anche la moglie.
Zaverio non potè trattenere un gesto di stupore.
— Comprenderete che nel turpe contratto non ci fu da parte mia nulla di spontaneo.
Gli raccontò la storia del suo matrimonio.
Un ignobile intrigo.
Morto il vecchio principe di Tizzano, ella che aveva appena diciasette anni era stata posta sotto la tutela di un vecchio parente materno, povero ed avido, che si buttò sulla sua sostanza col fermo proposito di farsene una propria o, almeno, di camparci su il più lungamente possibile. La nascose in un villaggio della Basilicata facendole intorno una custodia tanto rigorosa da sottrarla ad ogni onesto partito; e la cedette poi al barone, cui un vivo desiderio e un passato ben poco onorifico facevano arrendevole alle sue avidità, e che, diffatti, gli pagò il suo consenso con un regalo che equivaleva almeno alla metà della dote.
Il Di Ruoppolo era un fattore, arricchitosi sposando segretamente la ganza del padrone, alla quale questi, stretto dai creditori, aveva fatto una finta cessione, che il Di Ruoppolo si diè cura di tenere per vera. La moglie aveva avuto la discrezione di non fargli attender troppo la vedovanza liberatrice.
Queste cose Vittoria non le seppe che dopo: quando il tutore le aveva presentato il barone, ella, ignara del mondo, senza predilezioni, lo credeva un gentiluomo; ed era poi tanto aduggita della casa dove viveva, che il solo levarla di là era già per lei un beneficio.
— Così, ella sclamò con una collera che cinque anni di sofferenze non avevano potuto minimamente attutire, così fui consegnata dal venditore al mio compratore e un baro acquistò il diritto esoso di infliggermi per tutta la vita il suo nome e la sua vergogna.
Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto — ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare neppure a sè stessa.
— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.
Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.
— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico, suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.
— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.
— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.
Zaverio la guardò stupefatto.
Ella dovette leggere nel suo pensiero.
— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto; posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io rivelare la mia onta ad un giudice, ad un uomo che mi avrebbe forse respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.
— È vero! disse tristamente Zaverio.
— Ma voi — non sapete consigliarmi nulla?
— Io?... no....
— Ecco come sono questi uomini, disse amaramente la baronessa, pronti ad adorarvi in ginocchio, a dare, a parole, tutto il loro sangue per voi — ma metteteli al punto di mantenere le loro promesse, fate appello al loro aiuto, vi rispondono: — io?... no.
— Baronessa, disse dimessamente ma fermo il capitano, io non vi ho promesso nulla.
— Sta bene, mormorò fra i denti la baronessa.
Poi, con uno di quei suoi repentini mutamenti si rasserenò e, alla fine la sua conversazione diventò tanto tranquilla e sensata quanto era stata in principio penosa e violenta.
VIII.
Per parecchi giorni, il capitano non venne, trattenuto dal servizio. Dopo, alla prima visita, Donna Vittoria lo accolse con singolare cortesia. Gli venne incontro premurosa contro il suo solito, gli stese la mano e la lasciò fra le sue qualche minuto. Nel suo sguardo brillava una visibile contentezza.
Lo rimproverò dolcemente della sua assenza.
— Perchè mi abbandonate? gli chiese, voi siete l’unico amico che io mi abbia e nel quale io possa confidarmi.
Ma non gli parlò di sè, anzi evitò con cura i discorsi delle altre volte.
Solo vi fe’ indirettamente allusione per iscusarsene.
— Me ne accorgo anch’io, sono monotona, lugubre, e voi non avete torto di spendere il vostro tempo in modo più gradevole.
V’era nelle sue parole un accento di sincerità che scosse Zaverio.
Però non era modestia.
Ella non apprezzava punto le finezze e le dolcezze piccanti della conversazione. Ripugnava al suo ingenuo e incolto positivismo questa delicata e vana ginnastica di parole. Per lei il discorrere era aver qualcosa da dire, da confidare — almeno da raccontare. Tirava diritto all’argomento sempre. Se si accorgeva d’essersi inoltrata in un terreno scabroso, se si trovava di fronte al pericolo di commettere un’imprudenza, invece di girare le difficoltà si fermava immantinenti e taceva. E il suo silenzio pieno di pensiero, era singolarmente eloquente: una tristezza profonda velava il suo volto scultoreo, e gli dava espressione.
— Quest’ozio vergognoso mi pesa. Volete credere? Questa casa dove tutto si amministra a mia insaputa, dove non ho nulla da fare nè da pensare, mi ha l’aria di un albergo. Oh! io era nata per la vita di famiglia, sclamò dolorosamente e, vedete, fui condannata alla solitudine. Della mia famiglia non conobbi che due moribondi, mio padre e mia madre, e non avrò mai figliuoli. Però meglio così.
Le sue stravaganze lasciavano più che mai trasparire la vera sua indole, il suo carattere fiero e ostinato — ma in fondo buono ed amorevole; le traccie di una primitiva rettitudine, di una coscienza disorientata, di un sentimento nobilmente altero, che l’odio aveva avvelenato, non inaridito.
Certe volte si commoveva, s’impietosiva per le cose più comuni, per le più piccole disgrazie: certe altre mostrava una durezza, tanto grande che non poteva essere naturale.
I suoi due servi Gabriele e Concetta l’adoravano.
C’era in lei un tesoro d’affetto ch’ella non aveva potuto collocare degnamente e che ella sembrava nascondere persino a sè stessa. Si sarebbe detto che si vergognava di essere buona. Qualche malefico proposito vegliava sopra i moti del suo cuore per reprimerli. — Una tirannia implacabile che tuttavia si addormentava qualche momento — e allora il solito sussiego svaniva e appariva l’anima oppressa, non soggiogata. Lampi rari e fugaci ma luminosi che rivelavano la virtuale potenza delle passioni buone in lei che non ne aveva mai provata alcuna.
Davvero, non ostante il suo scetticismo ombroso e permaloso, ella aveva un’illibata verginità di cuore.
Una donna che non ha mai amato, un fiore non sbocciato, luce misteriosa dell’alba, purezza inesplicabile, fascino irresistibile!
Al quale Zaverio cedeva inconsciamente — e tremando; perchè una fatalità crudele, senza riparo, gettava sopra le gioie, che il desiderio gli rivelava sommessamente, l’ombra bieca di una catastrofe inevitabile.
I tristi ricordi delle sue sventure soggiogavano il suo spirito a una superstiziosa idiosincrasia, a un lugubre fatalismo. Spesso una disgrazia che si teme è una disgrazia cui si va incontro: i casi esteriori si modellano spesso sopra i presentimenti.
In quei giorni donna Vittoria fu eccezionalmente cortese con lui; gli mostrava maggiore famigliarità e i loro discorsi piegavano spesso a una vaga e dolce malinconia; ma, ad un tratto un pensiero sinistro sorgeva, inesplicabilmente, fra loro; e i loro sguardi si sfuggivano e sembravano entrambi impauriti di trovarsi insieme — inconsolabili di essersi trovati troppo tardi o troppo presto.