Part 3
— Permettete che io chiami la vostra cameriera.
— No, nessuno deve trovarmi qui: ciò vi potrebbe forse accomodare a voi, non a me...
Fe’ uno sforzo violento: si rizzò: entrò nel bagno e chiuse la porticina.
Quando il barone risalì con l’Assante, trovò Zaverio nella serra, seduto sugli scalini del suo appartamento, pallido, stravolto. Riscosso dallo stupore disse che gli era venuto un capogiro, ma soggiunse che era nulla e, ringraziato il barone che voleva trattenerlo, uscì.
Ci pose più d’un’ora a tornare a casa. Egli abitava una piccola casetta ai piedi di Castel Sant’Elmo, dove la sua compagnia stava aquartierata.
Da molto tempo non rientrava così tardi. Trovò sua madre che l’aspettava e appena lo vide sclamò a mani giunte:
— Zaverio, figliolo mio, che la Vergine ti benedica, tu ci se’ tornato!
— Dove?
— Là dove se’ stato tre mesi addietro, quella brutta notte: allora quella cera avevi.
Egli l’abbracciò con maggior tenerezza del solito e senza dir nulla si ritrasse nella sua camera.
IV.
Per parecchi giorni egli non discese in città. Verso il fine della settimana toccò alla sua compagnia il turno di onore al palazzo reale: entrato, dopo il cambio della guardia, nel Caffè d’Europa per desinare, intese a dire colà che la baronessa Di Ruoppolo era ricaduta gravemente ammalata: Don Primicile ne presagiva una seconda crisi di temperamento.
Quella notte trovò più duro del solito il suo letto di campo. L’immagine di quella donna non lo lasciò quieto un minuto.
L’indomani, smontata la guardia alle quattro, ricondusse la compagnia a Sant’Elmo, poi subito, appena fu libero, discese a Mergellina.
Bussò alla porta di Casa Ruoppolo.
Il barone non c’era; — chiese della signora.
Il portinaio gli disse che donna Vittoria aveva avuto febbre e delirio tutta notte.
Stava per ritirarsi quando sopraggiunse la cameriera della baronessa e, a nome della padrona, lo pregò di salire.
— La baronessa è alzata? domandò il capitano stupito.
— Resti servita in sala, disse la ragazza evitando di rispondere, ella verrà.
Ella venne diffatti — dopo mezz’ora — vestita, come dovesse ricevere una visita di cerimonia, d’un grand’abito di raso bianco che mal dissimulava il pallore del suo viso.
Si reggeva a stento. Appena entrata, dovette abbandonarsi sopra una sultana, ma vi si adagiò con una gran dignità e domandò a Zaverio:
— Perchè siete venuto? che volete?
— Io? nulla, fuorchè chiedere notizie della vostra salute.
— Troppo bono, esclamò asciutto asciutto la baronessa. Vi preme tanto la mia salute?
— Molto, signora; disse semplicemente e con una certa premura il capitano.
— Ah! non ne dubito, soggiunse ironica donna Vittoria, non ne dubito, e perciò ho voluto darvela io stesso la notizia: come vedete, sto benissimo.
Zaverio non osò contraddirla, solo diè involontariamente un rapido sguardo di sincera e penosa sollecitudine a quel viso disfatto, a quegli occhi sbattuti.
Donna Vittoria strinse le spalle.
— Dio bono, nulla più di quelle frequenti e moleste infermità che noi donne siamo avvezze a sopportare in silenzio, per non infastidirvi voi altri.
— Ma, soggiunse poi, la vostra visita ha certo un altro motivo; non pretendo tanta franchezza; ve lo dirò io. Ecco. Voi avete ragionato così: — io sono riuscito, comunque sia, ad interessare quella donna; nella sua solitudine ella avrà pensato a me, non bisogna mai trascurare un’avventura — perciò dopo un sapiente e calcolato indugio, stamane, rannodandovi la cravatta, avete esclamato: — andiamo oggi, chissà, mi vedrà volentieri. — Avete ragione, ho pensato a voi in questi giorni, disse poi corrugando la fronte.
— Voi siete implacabile, mormorò addolorato il capitano.
— Vi pare?
Un sinistro sorriso le contrasse le labbra.
Zaverio disse:
— Donna Vittoria. Vi assicuro che, dopo quella tal sera, io non avrei mai osato ricomparirvi dinanzi....
— Vi ho tanto spaventato?
— Voi mi avete fatto entrare: cacciatemi adesso se credete.
— Ah! voi siete davvero troppo umile — siete così anche cogli uomini? coi vostri nemici?
Il capitano rispose senza la menoma spavalderia:
— Nessuno di loro mi ha mai fatto un simile elogio.
Poi s’alzò e s’inchinò profondamente per sortire.
— Rimanete, disse imperiosa la baronessa.
Il capitano si trattenne ma rimase in piedi.
Donna Vittoria soggiunse:
— Difatti voi avete fama di coraggioso. Ma si sa, noi donne non ci fate degne del vostro orgoglio. Siete tutti vili con noi. Ma i vostri riguardi mi sembrano impertinenze quanto e più delle vostre audacie: tanto come dirci: non vi temiamo. — Povero pretesto per arrogarvi il vanto di forti! Ma credete, sul serio, che siamo deboli? Badate, capitano, potrebbe darsi che voi vi trovaste ora di fronte una nemica formidabile; se mi saltasse il ticchio di castigarvi?
— Accetterei il castigo.
— Vedremo, sclamò la baronessa, rizzandosi d’un balzo contro Zaverio e saettandogli un’occhiata che lo fe’ rabbrividire. E, dopo una pausa:
— Sapete almeno quello che dite?
Si faceva notte, il raso della tappezzeria cangiava la sua tinta azzurra in un nero cupo sul quale i filetti d’oro lucevano come sopra le paramenta di un mortorio.
Donna Vittoria era ricaduta spossata sul divano ma teneva gli occhi sopra il capitano.
— Che fate lì in piedi? Accomodatevi. Non siete voi un amico del padrone? non vi ha egli ammesso nell’intimità della casa?
— Nessuno può darmi il diritto d’infastidirvi.
— Andate dunque!...
In quella, Concetta recò il lume e venne a dire che il barone chiedeva notizie della signora.
Donna Vittoria gli fe’ rispondere che restasse servito e chiese a Zaverio se egli ci teneva molto a far credere al marito che lo sfuggiva. E Zaverio si trattenne ancora.
Il barone fu sorpreso di trovare la moglie alzata e d’incontrare il capitano da lei.
Era la prima volta ch’ella riceveva un uomo nel proprio appartamento.
— Il capitano è stato cortese, disse donna Vittoria; a differenza degli altri vostri amici, egli si è ricordato del suo dovere ed è venuto a visitarmi.
Il marito fu molto discreto; salutò garbatamente Zaverio; solo osservò alla baronessa che ella si strapazzava un po’ troppo.
— Oh se non fosse stato lui, una persona così intima vostra, non l’avrei ricevuto in questo stato; ma ero tanto aduggita, abbiamo chiaccherato un poco e mi ha fatto bene. Il capitano discorre piacevolmente; egli ha avuto di così bizzarre avventure!
Zaverio la guardava stupito ed inquieto, ma non aperse bocca.
— Ah! sì? che senta anch’io... continua pure, soggiunse il marito.
Il capitano non sapeva che dire; per levarsi d’impiccio osservò che la signora doveva essere stanca.
— Ho capito, vi lascio in libertà di farvi le confidenze, sclamò la baronessa ironicamente, e levatasi rientrò nelle proprie stanze.
I due uomini rimasero impacciati l’uno in faccia all’altro un qualche minuto; poi Zaverio, tanto per far qualcosa, salutò il barone e prese congedo.
Il barone lo accompagnò fino sulla soglia dell’anticamera e con un — arrivederci — asciutto asciutto, lo lasciò.
Mentre Zaverio stava per scendere le scale, s’aperse un usciolino sul pianerottolo e ricomparve la baronessa: la quale gli disse sottovoce con una certa vivacità:
— Io ho detto che eravate venuto a farmi visita: ciò non è vero: perchè non avete protestato?
— Non è mia abitudine contraddire le signore, rispose Zaverio.
— Oh molto galante! credereste per caso, di avermi compromessa?
— Nè lo credo, nè lo crederò mai...
Donna Vittoria parve scossa, lo guardò fisso.
— Meno male, disse poi, e soggiunse: tornerete?
Il capitano esitava a rispondere, ma donna Vittoria non gliene diè il tempo e riprese risolutamente:
— Tornate domani; è necessario. Ricordatevi che mi dovete sempre una riparazione. A domani dunque.
Il giorno dopo alla stess’ora Zaverio era alla porta del villino ed era subito introdotto, ma stavolta, nella gran sala di ricevimento.
Donna Vittoria gli venne incontro sorridendo.
— Bravo! siete stato di parola.
— Non mi avete voi detto di venire?
— Chissà cos’avrete pensato!
— Nulla, non ho pensato che ad obbedire.
— E che mi chiederete in compenso di questa vostra devozione?
— Oh, se ne fossi degno, vi chiederei il vostro perdono e un po’ di stima.
— Duca, voi volete confondermi. Vi sorprende ch’io sappia il vostro titolo? Piuttosto dovrei maravigliarmi che voi lo nascondiate.
— Non lo nascondo affatto; solo non ne faccio uso. Quel titolo nobiliare è quasi l’unica eredità che gli antichi signori di Stigliano abbiano lasciato a me loro discendente. E mi vergogno di trascinarlo nelle angustie delle mia vita di povero ufficiale.
— Siete solo?
— Ho mia madre.
— E, mi hanno detto, fra breve una sposa.
— Sarebbe questo un desiderio di mia madre.
— E che vi impedisce di soddisfarlo?
— La donna ch’io dovrei sposare....
— Vi spiace?
— No; essa è gentile e buona, ma...
— Non vi ama?
— Non le sono increscioso....
— Dunque?
— Ma è molto giovane, è orfana, non ha nessuno che la consigli; non vorrei ch’ella potesse accusarmi un giorno d’aver abusato del suo abbandono, della sua inesperienza, dell’amicizia che lega le nostre famiglie... Ella ha qualcosa.
Donna Vittoria aggrottò la fronte e mormorò dispettosa:
— Colei ha dunque incontrato un uomo onesto. Capitano, disse poi, voi vi ricordate di essere un gentiluomo.... qualche volta.
Zaverio piegò il capo sotto il rimprovero della baronessa, la quale soggiunse bruscamente:
— Non so perchè facciamo questi discorsi.... che m’interessano a me?
Zaverio le domandò perchè gli avesse dato appuntamento per quel giorno.
Allora la baronessa mutando umore ad un tratto gli disse che non voleva nulla, che era stato un capriccio, per inquietarlo e per cimentare la sua pazienza, ed aggiunse con bonarietà:
— Voi dovete attribuire alla febbre le esagerazioni e le stravaganze dei giorni scorsi. Stavo tanto male! Ora sto bene, non pensiamo altro a quelle malinconie.
Il capitano, commosso della insperata indulgenza, voleva ringraziarla; lo trattenne il timore di risuscitare ricordi sgradevoli. Con impeto tutto meridionale, si chinò, prese il lembo dell’ampia veste di lei e la baciò.
Poi, subito, uscì discretamente.
V.
Donna Vittoria sul punto di salutarlo gli aveva detto:
— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi terrete compagnia.
E Zaverio tornò verso il fine della settimana e poi prese l’abitudine di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.
Il suo contegno era stranamente ineguale.
Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta, dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso interrotto.
Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata, rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile. Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...
Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:
— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!
E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi della sua pena.
— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.
Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito:
— No, no, state lì e parlatemi di cose allegre; raccontatemi qualcuna di quelle spiritose indiscrezioni di cui vi deliziate tanto voi altri uomini.
Sedeva anche lei, ricomponeva il volto ed era capace di chiaccherare un’ora di seguito, della casa, del suo paese, di usanze, di interessi volgari.
E non poteva dirsi leggera. Affatto.
La sua mobilità non era capriccio: vi si sentivano invece le ribellioni di una volontà tenace, imperiosa, indomabile.
Quando pareva più angustiata, accasciata, sopraffatta da una lotta superiore alle sue forze, si calmava repentinamente e prendeva un tuono di sfida e di sicurezza, un sorriso superbo che non esprimeva la rassegnazione stoica, ma la vittoria.
Tanto è che Zaverio non le resisteva, la subiva con un certo sgomento; e non tentava neppure comprenderla.
Non era minimamente entrato nella sua confidenza: dopo sei settimane, ancora era allo stesso punto.
Egli usciva di là sbalordito, malcontento, irritato — ma ci tornava perchè ella lo voleva e perchè egli non sapeva sottrarsele.
Quando la baronessa lo vedeva entrare aveva sempre l’aria di domandargli:
— Siete lì di nuovo?
Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva crudelmente:
— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?
Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.
Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:
— Arrivederci domani.
Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.
Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.
Era un tormento divenutogli necessario.
La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.
Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla paralisi nell’antico seggiolone dominicale onde i suoi avi davano il loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni, in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.
Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.
Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.
I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con dei criterii tanto bizzarri ed originali!
Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.
Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.
In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro fronti pallide.
Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida, unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi. Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente coprivano.
— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio e indicandogli il canotto.
Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria, seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro gli aranci del capo.
Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro Sant’Elmo.
La baronessa soggiunse:
— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.
Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donna sbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.
Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.
— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al picchio dei pugni: sempre.
Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella mai.
Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.
— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.
Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.
Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuò tranquillamente il suo discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano, nella casa paterna.
Soltanto aggiunse freddamente:
— Ma il barone qui non mi lascia far nulla.
Egli prese la cosa per il suo buon verso e, rasserenandosi, tutto ringalluzzito:
— Oh, io lo confesso, sclamò, non so come si possa farsi servire da una donna — e non ammetto che la si faccia lavorare — se stesse in me proibirei a tutti i poveri di prender moglie.
— Che ne dite? domandò la baronessa a Zaverio con uno sguardo indefinibile.
Egli non rispose.
Da quella sera in poi Zaverio incontrò quasi sempre il barone: od era già in sala quando egli entrava o veniva poco dopo.
Singolare però: la sua presenza non che aumentare, scemava il riserbo di donna Vittoria. Dava più che mai in istravaganze, ella si faceva col capitano più espansiva, quasi cortese. Gli rivolgeva sempre la parola, lo ascoltava con attenzione e gli rispondeva con premura senza ombra d’ironia.
Ma, a quattr’occhi, tutte queste garbatezze cessavano e tornava il primo rigore, i modi bruschi, i sarcasmi.
Soli, del resto, non restavano più che assai raramente.
Il barone tentò di rinnovare il suo crocchio: ricondusse il cavaliere Russo, don Primicile e l’avvocato Varriale, ma quando essi vennero donna Vittoria non uscì dalle proprie stanze.
Gli invitati compresero il latino e spulezzarono ancora.
Allora il barone si piantò regolarmente in sala per tutto il tempo che durava la visita del capitano.
E donna Vittoria pareva lo facesse apposta; tratteneva Zaverio con ogni sorta di pretesti.
Una sera che la cosa era andata estremamente in lungo, uscito Zaverio, il barone s’arrischiò a dire:
— È noioso quel capitano; non vi pare?
— Chi l’ha condotto qui? rimbeccò aspramente la baronessa.
— Fastidioso e indiscreto.
— Il Duca di Stigliano mi sembra persona ammodo, un cavaliere compitissimo.
— Duca! sclamò con gesto sprezzante il marito — si sa almeno chi sia questo Duca?
— Ah voi date del tu a della gente che non conoscete? e la menate in casa. Io vi assicuro — e me n’intendo — che il duca è un gentiluomo davvero: per caso ce n’è uno fra i vostri amici — per puro caso. Però farete bene a metterlo alla porta. Provate.
E lo lasciò con un riso di scherno.
VI.
Qualche giorno dopo, Zaverio, arrivando al villino, vide sulla porta di strada il calesse della signora. In sala trovò il barone in abito di passeggio che si accomodava la cravatta davanti ad uno dei due grandi specchi, e senza voltarsi, gli disse trionfalmente:
— Caro mio, ti chiediamo perdono, siamo sul punto di fare una giterella piuttosto lunga. Io devo recarmi dietro Capodimonte a visitare certi poderi che comprai e la baronessa ha la bontà di accompagnarmi.
— Ma il duca potrebbe venire con noi, disse la baronessa uscendo frettolosa dalle sue stanze con una sollecitudine che fe’ inarcare le ciglia al marito.
Poi, senza dargli tempo a rispondere, disse a Zaverio:
— Non ricuserete, spero, di farci compagnia; favorite, soggiunse dandogli ad abbottonare il suo guanto.
E mentre il capitano stringeva, guardandolo con timida riverenza, il suo polso rotondo e vigoroso, ella volgendosi al barone:
— Pregatelo dunque voi di venire.
— Certamente, balbettò con una smorfia il barone — se può.... se vuole....
— Volentieri, rispose Zaverio offrendo il braccio alla baronessa, che lo prese e vi si appoggiò per scendere in istrada.
In carrozza il barone dovette per convenienza cedergli il posto d’onore alla sinistra della moglie. Era vivamente contrariato.
Discesero al Leone, percorsero la riviera di Chiaia, Pizzofalcone, Santa Lucia, piazza del Plebiscito, Toledo — sempre in silenzio.
Dei tre, la sola baronessa era all’agio suo, rannicchiata in fondo al mantice, distratta, meditabonda, pareva non accorgersi dei compagni.
I quali, invece, si occupavano molto di lei.
La carrozza andava di carriera: pure la strada sembrò loro interminabile.
Ai piedi della salita incontrarono una lunga fila di carri che scendevano dall’altura e sollevavano un fitto polveraccio.
Donna Vittoria propose di far a piedi la salita attraversando il piccolo square.
Riprese il braccio del capitano e s’avviò innanzi con lui mentre il marito si trattenne a dar gli ordini al cocchiere.
Camminava spedito su pei sentieruoli premendo più dell’usato la breve manina sul suo braccio.
Non parlavano nè l’una, nè l’altro.
La signora lo guardava di traverso con una curiosità sdegnosa: egli non ardiva levarle gli occhi in viso.
Arrivati in cima domandò:
— Aspettiamo il barone?
— Aspettiamolo pure, rispose beffarda la baronessa.
Il barone sopraggiunse trafelato al passo di corsa.
— Per bacco, sclamò sbuffando, come correte!
— Voi avete corso! rispose donna Vittoria.
Poco più in là ella propose un emendamento radicale al programma della passeggiata.
Non era mai stata alla Villa Reale. Mostrò una grande curiosità di visitarla. — Il barone facesse pure il commodo suo, andasse a vedere il fondo — tanto ella non poteva intendersene.
Il marito rimase perplesso; die’ un’occhiata diffidente a Zaverio che non era meno impacciato di lui.
Donna Vittoria, tutta ilare, pareva divertirsi molto del loro imbarazzo.
— Il duca — oramai davanti al marito lo chiamava sempre così, — il duca mi farà da guida e da cicerone.
Il barone cercava un ripiego; andar solo non gli garbava; mosse qualche obbiezione, poi si mostrò disposto a venir anche lui con loro. — Al podere andrebbe dopo.
Ma la baronessa non voleva far troppo tardi.
Quasi quasi il barone voleva rinunziare al proprio progetto: sarebbe tornato un altro giorno....
Ma la signora non lo permise: l’affare premeva. — Dunque? — Dunque andasse....
Poteva resistere il barone? egli non l’osò, temeva il ridicolo. Si rassegnò ad andar solo.
— Non vi fate aspettare, raccomandò la baronessa.
Ed entrò con Zaverio nel parco reale.
Presero il gran viale.
Il custode li lasciò andare soli.
Avevano ammutolito di nuovo: camminavano nella verde e fresca penombra.
— Non dite nulla? domandò finalmente donna Vittoria, vi annoiate di star con me?
— Anzi!
— Anzi? così va bene!
— Sono orgoglioso della prova di fiducia.
Donna Vittoria l’interruppe: