Part 5
Uno sgomento, un terrore vago tormentava Zaverio quando non era con la baronessa: l’immagine di lei, ingrandita e crucciosa, lo perseguitava — bella ma terribile, e gli dava la notte degli incubi strani, delle visioni paurose.
Intanto la tristezza che dalla sua malattia in poi non l’aveva più abbandonato si faceva più cupa, e sua madre, che lo amava teneramente, come le donne amano i figli dell’uomo che le ha rese infelici, s’era accorta di qualcosa.
Ella lo aspettava di nascosto tutte le sere e lo spiava attenta; spesso, di notte se lo sentiva agitarsi e parlare nel sonno, balzava dal letto e veniva pronta, in punta di piedi, ad origliare all’uscio della sua camera.
Ella aveva perciò scoperto, a un dipresso, il suo segreto.
Una mattina Zaverio, ch’era rientrato tardi e più oppresso del solito, fu sorpreso di vederla, svegliandosi, seduta al capezzale.
La povera donna aveva passato la notte al suo fianco; egli aveva avuto la febbre e si sentiva debolissimo.
— Povero figliolo mio, ella gli disse ninnandolo sul guanciale come un bambino, tu vuoi bene a qualche donna cattiva che ti tormenta e che ti fa impazzire.
Queste parole rimescolarono il sangue a Zaverio che non ebbe cuore di negare.
Oramai egli non poteva vivere senza andare ogni giorno al villino di Mergellino e senza vedere quella donna. Lontano da lei egli dimenticava tutto il mondo e vicino a lei dimenticava anche sè stesso.
Non l’amava: le apparteneva.
Egli faceva in tutto la sua volontà e questa volontà egli non la discuteva — non la conosceva. Qual era l’intento di colei? schernirlo, tormentarlo soltanto? innamorarlo per respingerlo senza speranza? perchè ella non gli permetteva la più leggera dimestichezza? Eppure passavano delle lunghe ore insieme da soli.
Il marito si era di nuovo ecclissato. La baronessa non gliene parlava più e Zaverio era quasi riuscito a dimenticarlo.
Eppoi il sentimento di gratitudine si attutiva, si irruginiva sotto l’azione di un sentimento più possente.
Non aveva forse ragione donna Vittoria? Egli non toglieva nulla a quell’uomo volgare e materialone.
Un giorno intese replicati colpi di pistola e chiese che cos’era.
— È il barone che si esercita al bersaglio nella serra, rispose la baronessa guardandolo fiso. Perchè poi? soggiunse alzando le spalle. Vi sembra possibile che un uomo come quello si batta? Se mi dicessero che egli ha assassinato, lo troverei più credibile.
Quella libertà, grave di pericoli e di minaccie, simile alla calma prima del temporale, creava intorno a Zaverio un ambiente irritante.
Se il barone fosse rimasto tranquillamente, dissimulando la diffidenza, a far da terzo nei loro colloqui, la sua presenza avrebbe mantenuto la conversazione sul terreno delle piccole realtà, delle ciarle senza conseguenza. Le volgarità del marito, avrebbero, alla lunga, nociuto nel concetto di Zaverio anche alla moglie. Se invece egli si fosse ecclissato interamente, questa sua fiducia dignitosa e generosa avrebbe tenuto in rispetto Zaverio che già gli era obbligato. Ma il marito aveva scelto di tutti i partiti il peggiore e il più odioso: quello di far sentire, di minacciare tacitamente la propria gelosia senza imporla. Si era nascosto quanto occorreva per lasciar libero il campo alla sua accusatrice implacabile, non abbastanza per affermare la propria autorità sopra di lei. La sua assenza tradiva una vigilanza meschina, sospettosa. A poco a poco Zaverio si avvezzò a considerarlo nei giudizi e coi criteri di donna Vittoria, a partecipare un poco al suo disprezzo: quell’uomo che davanti alla sua donna non era buono di tener alta le fronte e che la insidiava di soppiatto — che se n’era impadronito di sorpresa e la padroneggiava ora nell’ombra — gli diveniva increscioso — la sua custodia gli sembrava una bassa tirannia. Certi momenti sentiva un vivo prurito di andar dritto da lui a provocare il suo risentimento, a gettargli in viso il proprio; certi altri la dolorosa passione di quella donna lo indegnava e la pietà prendeva in lui una violenza così simile a quella dell’amore che avrebbe voluto, a costo della vita, strapparla a quel giogo indegno di lei e portarla lontano — in luogo dove potesse essere donna e madonna.
Vittoria aveva da giovinetta sfogliato alcuni vecchi poemi e rammentava volentieri le storie di donne prigioniere dei mostri nelle quali trovava analogia con la propria.
Un giorno accadde a Zaverio di sclamare:
— Ma quegli eroi là erano ben fortunati al nostro confronto: era possibile allora essere un eroe.
— Perchè?
— Perchè bastava uccidere il mostro, mentre adesso....
Donna Vittoria lo guardava con grande attenzione.
— Mentre adesso?
— Adesso il mostro è intangibile, un articolo del codice....
Discendendo dalla mitologia nel reale parlavano poi del divorzio.
Donna Vittoria s’interessava moltissimo all’argomento: ella patrocinava, col calore delle donne offese dal matrimonio, questa liberazione legale.
— Ma se una donna, chiese, andasse nei paesi dove il divorzio è permesso, potrebbe approfittarne?
Zaverio aveva, per curiosità, consultato un avvocato.
— No pur troppo, rispose.
— Perchè?
— La legge d’origine la seguirebbe pertutto.
— Ah! è un’infamia! — sclamò la baronessa, — gli uomini hanno fatto la legge per loro.
— Ebbene, aggiunse dopo un po’ con una serietà che scosse Zaverio, essi hanno giustificato la disperazione, non hanno lasciato altra uscita che il delitto. Essi sono responsabili se alcuna è costretta a servirsene. No?
Zaverio non prese alla lettera la domanda.
— Certo che non si può dar colpa alla donna che, trovando troppo grave la catena, vi si sottrae... se, spinta dal naturale suo diritto, sfugge alla legge...
— Come?
— Trasgredendola, sagrificandola agli impulsi del suo cuore.
Donna Vittoria s’era appressata.
Zaverio soggiunse con voce malferma:
— Essa può dimenticare nella sua rivolta il divieto del codice e chi gliel’ha imposto.
— No, disse la baronessa tentennando il capo, sarebbe sempre una vigliaccheria. Eppoi bisognerebbe ancora fidarsi di un uomo.
— Oh gli uomini sono più costanti di quel che si crede... Io vi assicuro... per me il consacrare la vita a una donna che mi avesse tutto sagrificato mi sembrerebbe poco.
Il discorso aveva recato fra loro una certa intimità. Zaverio teneva, per distrazione, la propria mano sopra quella di lei.
Ad un tratto essa la ritrasse e disse senza asprezza:
— Difatti non potreste mai restituirle il rispetto di sè stessa.
IX.
I rabbuffi di donna Vittoria s’erano fatti più radi: ella si abbandonava con maggiore confidenza alla conversazione; trattava Zaverio amichevolmente e il suo linguaggio non rifuggiva da quelle vivacità che hanno un’intonazione molto simile alla tenerezza.
Il suo contegno era sempre irreprensibile, severo: ella non era disposta ad accordar delle licenze — e tanto meno a tollerarne. Ma la sua fierezza aveva delle distrazioni, commetteva delle inavvertenze.
Come tutte le donne veramente caste non sentiva la necessità di vegliare su sè stessa e di prevenire le tentazioni che la sua bellezza doveva suscitare. Certo ella non era complice della imprudenza con cui il suo piedino irrequieto spuntando improvviso rialzava le gonne e scopriva una caviglia perfetta — e neppure della fedeltà con cui la sua veste disegnava le forme elette della sua persona.
Ma a Zaverio ne fremevano i polsi.
Ed ella, che con uno sguardo sapeva reprimere la sua adorazione, non si curava di evitarla; soltanto gli faceva morire sul labbro le parole che gli traeva dal fondo del cuore.
Tutta la sua persona comandava l’amore: il suo cipiglio lo vietava.
Ma un dì che Zaverio s’era trattenuto un po’ tardi e la baronessa s’era dimenticata di domandare il lume, — il silenzio che durava da un pezzo lasciando libero il freno alle provocazioni della fantasia, l’aria tepida e profumata, l’aspetto di quella bella donna, di cui il barlume del crepuscolo carezzava misteriosamente il viso bianco — l’intimità di quell’ora e di quell’abbandono fecero girar vertiginosamente la testa al giovane che, spinto da passione violenta, le prese ad un tratto la mano e la coperse di baci.
La baronessa balzò in piedi fieramente corrucciata.
— Ah dimenticavo, disse con voce tremante dalla collera, che voi siete incapaci di aver amicizia per una donna. Peggio per voi che me ne avvertite.
Zaverio intimidito, mortificato, balbettò qualche parola e si scostò.
Seguì un lungo e molesto silenzio.
La baronessa non chiamò neppure allora la cameriera. Si ritrasse lentamente nel vano della finestra e voltò le spalle in fuori.
Zaverio provava un gran bisogno di dir qualcosa pur di parlare. Egli disse poi:
— Era meglio che non fossi mai venuto. Ve l’ho detto la prima volta che voi mi riceveste, di mandarmi via. Perchè non l’avete fatto?
Egli non poteva scorgere il viso della baronessa che rimaneva nell’ombra.
Ripetè:
— Perchè non l’avete fatto?
— Ah, rispose cupamente donna Vittoria, ve lo dirò un dì o l’altro.
Ella soggiunse con accento di dolore:
— Peggio, peggio per voi... Voi volevate meritare la mia stima!...
Zaverio ammutolì: preferiva la sua collera. Egli rimase là inchiodato nel suo angolo, col capo fra le mani.
Finalmente fe’ uno sforzo, s’alzò e s’inchinò profondamente.
La baronessa riavendosi da una penosa meditazione disse, come le altre sere:
— Arrivederci.
Zaverio fe’ naturalmente i più solenni propositi di non tornar più al villino: ma ci venne l’indomani stesso.... e ricadde negli eccessi della vigilia.
Ella forse lo presentiva e stava in guardia. Lo salutò freddamente senza porgergli la mano. E non sedette.
Ma questo suo contegno provocò più violenta la tempesta:
— Voi mi avete permesso di tornare, mormorò Zaverio.
— Sì, capitano, rispose alteramente donna Vittoria, era necessario che vi persuadeste della inutile sconvenienza di certe scene, che forse sono per voi un sistema calcolato d’insidie... ma che appena meritano la mia pietà.
— Donna Vittoria, se la vostra pietà è questa, vi prego di essere con me crudele.
— Non potrete oramai vantarvi d’aver turbata la serenità del mio spirito. Non so quali pazze speranze abbiate concepito, nè voglio conoscerle: certe offese non esistono se non quando si raccolgono. Voi non siete del resto peggiore degli altri e non è colpa tutta vostra se non potete capire da voi certe finezze che forse non siete avvezzo a trovare troppo spesso nel mondo da voi frequentato. Io però debbo assicurarvi che una Tizzano non si piegherà mai, qualunque sia la violenza delle circostanze e per quanto scabrosa sia la posizione in cui il destino l’ha messa. — Una donna per rispetto a sè, non si sottrae agli obblighi che s’è assunti, neanche se il suo assenso le fu carpito colla frode: — o li adempie o li spezza...
Zaverio si alzò agitatissimo.
Ma la baronessa lo costrinse con un cenno a sedere.
— Ascoltatemi, disse, spero riconoscerete che io non vi ho dato alcun diritto — l’errore è tutto vostro.
— Vi scongiuro, donna Vittoria, poichè io non ho forza di andarmene da me, cacciatemi.
— Perchè? la vostra presenza non è punto un pericolo.
— Ma io soffro, impazzisco... io vi amo.
E chinò il capo aspettando che lo sdegno provocato scoppiasse.
Niente.
Donna Vittoria disse soltanto:
— Andate dunque, chi vi trattiene?... siete libero.
Un triste sorriso le errava sul labbro.
Zaverio ebbe un lampo di speranza.
— Non posso, sclamò, lo sapete bene... non posso!
— Ah se il barone, l’amico vostro vi sentisse!
— Per carità non me ne parlate.
— Il solo suo nome vi ributta — e me! non debbo io sopportar la sua presenza, vivere sotto lo stesso tetto con quell’uomo che ha scroccata la mia gioventù, s’è impadronito della mia vita, ha ucciso il mio cuore — mi ha rubato per sempre la libertà di pensare, di amare!...
Il suo viso sfavillava di un odio ineffabile, il suo sguardo abbacinava quello di Zaverio.
S’interruppe: aspettava forse una risposta.
— Capite? riprese dopo un po’, voi mi parlate di tormenti; ne avete che valgano i miei?
Zaverio la guardava sbalordito.
— Avete ragione, disse.
— Ah grazie! ho ragione; lo so io! voi vi degnate di riconoscerlo? quanta generosità. E per conforto mi offrite il vostro amore!
Gli si avvicinò e disse con un singolare tono di voce.
— Bisognerebbe, perchè almeno valesse qualcosa, che potesse cancellare il nome che porto.
— Ohimè, pur troppo questo è impossibile.
Donna Vittoria rise amaramente.
— È impossibile, vedete?
Tacquero: il coraggio, l’impeto di Zaverio erano svaniti ad un tratto: gli avvinghiava il cuore uno strano malessere.
Sua madre, quando egli tornò a casa, si avvide, dal suo pallore, che qualcosa di penoso gli era accaduto. La poveretta non aveva più pace. Essa studiava dì e notte il modo di strappare il figliuolo a quel tormento che glielo consumava.
Da qualche mese egli le aveva promesso di accompagnarla a Reggio, suo paese, e differiva sempre la partenza.
Quella sera tornò a rammentargli il progetto ed ebbe la consolazione di trovarlo insperatamente arrendevole.
Quand’ella gli fe’ osservare che anche lui aveva bisogno di svago, rispose:
— È vero, è vero.
E senza farsi pregare, le assicurò che avrebbe affrettato il viaggio divisato.
X.
Una di quelle sere, tardi, verso le due dopo la mezzanotte, il barone entrò improvvisamente nella camera della moglie.
Donna Vittoria era ancora alzata. Avvolta in un ampio accappatoio di mussola, stava davanti alla finestra col gomito appoggiato al davanzale e guardava fuori e fantasticava.
Non mostrò sorpresa dell’atto insolito del marito, non si voltò neppure.
Egli si fermò sulla soglia. Si guardava intorno come cercasse o temesse di trovare qualcun altro.
Fe’ poi qualche passo innanzi; balenava un poco, era visibilmente inquieto. Si lisciava con mano febbrile le rade basette rossiccie.
— Non è venuto.... il capitano? domandò.
— Probabilmente sì, rispose fredda la baronessa.
Il marito guardava con diffidenza una poltrona messa là di contro a quella della moglie.
— Ed è.... uscito?
— Pare, ammenochè non sia qui nascosto.
E questa volta ella gli volse di sbieco uno sguardo provocante.
Il barone stornò il viso. Si avvicinò e sedette nella poltrona vuota, ma si levò subito come se ne sentisse scottato.
Misurò la stanza a gran passi.
— Capirete, riprese con isforzo, se ve lo chieggo gli è che ci ho le mie ragioni.
— Perchè non interrogate i miei servi? Non è questo il vostro costume? È cosa ugualmente ignobile, ma meno imprudente.
— Vi prego, moglie mia....
Un gesto sdegnoso di lei gli mozzò la parola sul labbro.
— Vi prego, baronessa, di rammentarvi, per un momento, chi sono....
— Credete che ciò vi giovi?
— Vi prego di riflettere che chi ha il diritto adesso di alzare la voce non siete voi....
— Siete voi?...
— Non posso permettere che tutto il mondo entri qua dentro....
— Uscitene dunque....
— Voi sapete ch’io mi sforzo di essere tollerante — sono uomo di mondo.
La baronessa fe’ un riso sibilante. — Il barone continuò:
— Voglio essere indulgente e....
— Abbietto!
— Voglio essere indulgente, sta bene; ma citrullo, no.... vi avverto di non fidarvi troppo della mia pazienza.
— Oh io son certa che è senza limiti.
— Non ve ne fidate.... e sopratutto sarà bene che smettiate di ridermi in viso a quel modo.... perchè!...
Donna Vittoria si levò d’un balzo, chiuse la finestra e venne a piantarsegli in faccia.
— Perchè? disse imperiosa.
Il barone rimase sconcertato.
— Il capitano era qui! diss’egli.
— Egli vi dà fastidio? un uomo che non sia proprio un lazzero ed abbia le buone ragioni che voi dite, non si contenta di sbravazzare con una donna; corre dall’uomo da cui si crede offeso e.... lo affronta e si vendica....
— Io lo farò.
La baronessa rise forte.
— Io lo ucciderò, colui, disse cupamente il marito.
— Sarei curiosa di sapere come ve la prenderete....
— Voi lo vedrete.
— Ah io non so se voi ardirete solo dirglielo in faccia. Bisogna che siate persuaso ch’egli non vi senta. Forse il vostro furore si quieterebbe se temeste vi sentisse.... se fosse lì dietro....
Ed indicò l’uscio dello spogliatoio.
— Egli è là, disse il barone a denti stretti, egli è là.
Donna Vittoria strinse le spalle.
— Perchè? non gliene avete voi dato il diritto?.... l’avete condotto voi!
— Ora lo sapremo.
Il barone esasperato s’avanzò verso lo spogliatoio.... e poi fermandosi si pose una mano sulla fronte.
— Voi non entrerete, disse la baronessa.
— Chi me lo impedirà?
— La prudenza, — perchè, aggiunse donna Vittoria ridendo a quel suo modo sprezzante, egli è un gentiluomo davvero e potrebbe castigarvi della vostra petulanza.
Il barone infuriato entrò nello stanzino: non c’era nessuno.
Tutto confuso, stava per tornare indietro quando notò che la porta della scaletta era aperta e corse da quella parte. Sul pianerottolo sostò un minuto.
Poi discese precipitosamente mentre la baronessa gli ripeteva:
— Guardatevi...
Entrò nel camerino del bagno; nessuno neppur là; ma anche la porta del giardino era socchiusa.
Risalì nella camera della moglie.
— Qualcuno è uscito di là, le disse.
— Non gliene avete voi insegnato il modo? rispose la baronessa.
Egli comprese allora quanto ridicolo egli fosse in quel mentre, non aggiunse parola ed uscì.
XI.
Zaverio fu di parola: chiese un congedo di due mesi e, mentre aspettava la decisione dei superiori, si astenne dal tornare in casa di Ruoppolo.
Ma, ottenuto il congedo e fissato colla madre il giorno della partenza, parendogli d’essersi irrevocabilmente impegnato e premunito contro ogni possibile pentimento, corse da donna Vittoria.
La trovò in giardino.
Era pallidissima e parve turbata dal rivederlo.
— Che vi è accaduto? gli domandò quasi con premura.
— Sono stato malato.
Era vero: egli aveva avuto la febbre tutti quei giorni.
— Voi partite?
— Chi ve lo disse?
— Lo so.
— Vi rincresce? domandò Zaverio con ansietà grandissima.
Ella non rispose; stornò il viso.
A Zaverio il cuore batteva con tanta violenza che gli toglieva il respiro. Egli dimenticò d’un tratto tutti i suoi propositi, spezzò tutti i ritegni; una speranza gli accendeva il sangue.
— Ditemi di rimanere — io rimango.
La baronessa stette immobile e, con un filo di voce, però con fermezza disse:
— Rimanete.
— Ah! sclamò con impeto Zaverio, voi mi amate!
Donna Vittoria si voltò e rispose ferma:
— No.
Il giovane piegò come gli avessero data una mazzata sulla testa.
Poi l’orgoglio stimolò il suo amore alla ribellione.
Egli afferrò la mano della baronessa e stringendola forte, disse:
— Dunque?
Era la prima volta che manifestava un volere innanzi a lei.
Ma bastò uno sguardo di donna Vittoria per fiaccare il suo coraggio.
— No?... perchè, egli aggiunse supplichevole, perchè mi tormentate?
— Ah perchè? sclamò la baronessa inarcando le labbra a un sinistro sorriso, voi non avete punta memoria. Perchè vi siete voi intromesso nella mia vita? È mia colpa se quando vi vedo, il sangue mi si rimescola dallo sdegno?
— Perchè mi trattenete dunque? Io non mi sarei mai appressato a voi se voi non l’aveste voluto.
Donna Vittoria tacque ma il suo volto prese una fiera espressione di minaccia.
— Sentite, disse poi Zaverio, la mia colpa è grande, ammetto. Ma per quanto grande ella sia voi mi avete duramente punito. Oh, credetelo, le mie sofferenze valgono oramai le vostre. Ebbene mi sono lagnato mai? Potevo essere più sincero, più sommesso? non vi ho consacrata tutta la devozione di cui uomo sia capace?
La collera di lei si riaccese.
— La vostra devozione! ma che volete che io ne faccia? La vostra devozione! può forse liberarmi dal purgatorio in cui vivo, dalla vergogna del nome che porto?
Questa volta fu lei che prese la mano di Zaverio e scotendola vivamente aggiunse a denti stretti:
— Se potesse far questo miracolo io la ricambierei con tutta la mia riconoscenza.
E lo fissava cupidamente e aspettava ansiosa la sua risposta.
— Ah! sclamò Zaverio, se voi mi voleste il bene che io vi voglio!...
— Ebbene?
— Noi andremmo tanto lontano dove la vostra vita presente non potrebbe raggiungervi.
— Oh, disse la baronessa, respingendo con sprezzo la sua mano, caro duca, bisognerebbe volervi bene davvero... e molto!
Poi si alzò e si ritrasse in casa.
L’indomani il barone venne dalla moglie e le porse un biglietto di Zaverio, che gli annunziava la sua partenza per Reggio, senza dir l’ora. Il biglietto recava la data della sera prima.
Lo sapevate? le domandò.
— Sì, disse la baronessa conservando una gran calma.
— Ed è partito?
— Credo.
— E perchè se n’è andato? aggiunse per una delle solite sciocche curiosità dei gelosi.
— Il povero duca si è stancato di aspettare le vostre vendette.
Lo sforzo che in quell’ora fece donna Vittoria per contenersi fu veramente straordinario. Appena rimase sola diè in ismanie da non dirsi. Poi chiamò l’un dopo l’altro, Concetta e Gabriele, i ministri passivi della sua volontà e diè loro alcuni ordini.
XII.
Zaverio aveva anticipata di due giorni la propria partenza. L’ultimo colloquio colla baronessa l’aveva persuaso dell’urgenza di sottrarsi a una passione per cui provava una ripugnanza di poco inferiore all’attrattiva.
Perciò aveva pregato sua madre — la quale figurarsi se accondiscese — di trovarsi pronta per la sera seguente.
Il battello partiva alle dieci e intanto, per togliersi, nella giornata che gli restava, ogni possibilità di tornare al villino di Ruoppolo, aveva scritto quel biglietto al barone.
La giornata gli parve interminabile. Non uscì di casa; ma era sulle spine, aveva la febbre. La madre se ne accorse ma non gli disse nulla. Comprese lo sforzo ch’egli faceva, rispettò il suo dolore — solo cercò di confortarlo raddoppiando le sollecitudini e le tenerezze.
Finalmente la sera s’appressava.
Zaverio s’affacciò alla finestra, volse uno sguardo al piano liscio del golfo che fra poco egli avrebbe solcato, poi un altro più lungo e più penoso al villino di Ruoppolo che spiccava bianco fra gli alberi e mormorò:
— È finito.
E questa parola di rassegnazione suscitò tutta la sua passione, più formidabile, più irresistibile che mai.
Egli rinnegò, maledisse i suoi propositi!
Lo riscosse dal tormentoso soliloquio il passo di qualcuno che entrava.
L’ordinanza veniva a dirgli che un uomo da basso chiedeva dì lui.
— Sai che non ricevo nessuno, rispose bruscamente.
Il soldato uscì.
Dopo mezz’ora egli lo richiamò e chiese chi fosse quell’uomo.
— Un barcaiolo, mi pare, il quale disse aver cose di premura da riferirvi.
— L’hai rimandato?
— Sì, capitano, ma egli non vuole andarsene.
— Dov’è?
— Sulla porta di strada.
Zaverio discese.
Diffatti l’uomo era là ancora.
Appena lo vide, si avvicinò e gli disse sottovoce:
— Eccellenza, la principessa vi vuole.
Riconobbe Gabriele il giardiniere. Egli dava sempre alla padrona il titolo paterno anche dopo il matrimonio.
— Perchè? domandò Zaverio, le accade qualche disgrazia?
— Forse.
— Cos’è stato?
— Non so, ella ha bisogno di voi. Venite?
Il capitano rimase un po’ perplesso.
Quell’uomo aggiunse con una impazienza, singolare per uno della sua condizione:
— È necessario che io vi conduca da lei.
Parlava come uno che ha un mandato preciso e che è ben fermo di eseguirlo. Un soldato che osserva la consegna non è più risoluto. Zaverio non badò a quella stranezza.
— Vengo, disse, aspetta.
Rientrò in casa per avvertir la madre; sulla scala trovò l’ordinanza, e pensò essere più spiccio, incaricarlo lui dell’ambasciata.
— Di’ alla signora ch’io esco di casa e che fra due ore al più sarò tornato.
E tornò fuori frettoloso, tremando di essere richiamato.
— Andiamo, andiamo, disse a Gabriele.
Più in là, alla cantonata, vide che invece di scendere verso Chiaia, prendeva la strada della città. Lo fermò.
— Dove vai?
— Bisogna che andiamo al villino per mare, disse il giardiniere, voltandosi di malagrazia.
— Sta bene, disse Zaverio.
E, senz’altre obbiezioni, lo seguì per chiassoli e vicoletti e gradinate in piazza del Plebiscito.
Passarono davanti al caffè d’Europa.