Part 13
Gustavo, stanco e un po’ stordito, a tavola parlò poco: invece parlò per due il cugino, che, come tutti gli uomini attivi, provava un forte bisogno di discorrere di sè e delle cose sue. Egli contò tutti i suoi affari e i suoi progetti. Peyrat aveva gran copia degli uni e degli altri. Egli era uno dei più belli esempi di quella pertinace operosità e intelligenza pratica dei montanari, che, se la lasciate fare, ha per meta sicura la ricchezza: prima lavorante, poi assistente, poi imprenditore di strade ferrate, aveva ammassato una considerevole fortuna. E non aveva scordato il suo paese: i montanari non lo scordano mai; il loro sogno è di finir ricchi la vita nel paese, e, se è possibile, nella stessa casa, dove poveri l’hanno incominciata.
La signora Edvige era il vero ritratto fisico e morale di suo padre, a cui serviva di confidente e di segretario privato. Essa s’intendeva quanto lui di gradi di inclinazione e di sussidi chilometrici, e quando parlava era per rettificar qualche cifra e mettere qualche data alla lunga enumerazione di contratti che quella sera snocciolò il signor Peyrat. Del resto era una figura comunissima; alta, bionda, di fattezze regolari, ma senza leggiadria: di colorito sano e giovanile, — tutto sommato, un buon temperamento.... e nulla più.
La Krimilth non venne a tavola e nessuno parlò di lei.
A sbrigar l’affare per cui Gustavo era venuto occorrevano certi istromenti; e bisognò mandarli a prendere fino ad Aosta e aspettar che venissero: il giovine dovette dunque trattenersi.
Egli non era troppo soddisfatto. Per sottrarsi alla monotona loquacità di Peyrat e ai misurati commenti dell’Edvige faceva delle lunghe passeggiate nei dintorni: e in queste corse solitarie pensava con viva curiosità alla Krimilth; — da cinque giorni non aveva inteso nulla di lei. Aveva tentato di chiederne alla fantesca, ma questa non aveva risposto altrimenti che con un sospiro che esprimeva il più profondo rincrescimento di non poter dir nulla.
Lo accompagnava per la montagna Karl, una specie di fattore del signor Peyrat, un giovinotto sui venticinque anni, alto, biondo e taciturno. Una volta Gustavo gli fe’ parola della fanciulla misteriosa, ma egli o non intese o non volle rispondere.
Però l’indomani fu assai più cortese. Erano andati insieme al laghetto di Gabiet: lasciato il sentiero, discesero per un dirupo sulle sponde del piccolo bacino, che è incavato nel sasso vivo ed ha le rive nude dappertutto fuorchè dalla parte di tramontana dove il torrente che scende dal ghiacciaio di Cappa ad alimentarlo ha formato un sedimento argilloso, qualche pertica di terreno vegetale che si copre nei mesi d’estate d’erba minuta ed aromatica: è, a guardarlo dall’alto, un piccolo tappeto verde chiuso in giro da una zona di rododendri e incorniciato più su da una rada fila di neri abeti delle Alpi. La riva è colà un po’ paludosa e vi crescono dei giunchi e delle piante palustri. Alcune ninfee schiudevano i loro primi fiori, delle grandi stelle candidissime.
Il montanaro Karl era disceso nel pantano per raccoglierli, ma Gustavo, fu lesto a tirarli a sè coll’uncino del proprio _alpenstok_ e li prese lui.
Quando si furono rimessi in cammino, Karl disse a Gustavo:
— Dateli a me per la Krimilth, le dirò che voi gli avete colti e le farà piacere.
Gustavo acconsentì di buon grado e mise a profitto la viva riconoscenza del montanaro per parlargli ancora della giovinetta e chiedergli il perchè la si tenesse a quel modo nascosta.
— Il signor Peyrat e la Edvige vestono fino, ma hanno intelletto grosso, non conoscono punto la Krimilth e n’hanno vergogna.
— Vergogna, perchè?
— Perchè le fan torto.... ella ha la disgrazia d’esser cieca....
— Cieca! — sclamò Gustavo, e rammentandosi del breve colloquio della prima sera con lui stupì grandemente.
— Ell’è nata così, — riprese Karl.
Gustavo era certo che gli aveva parlato del sole.... aveva detto che «abbagliava». Come poteva saperlo lei questo?
Karl soggiunse:
— Ella è cieca, ma vede più in là di noi: molto di più, molto di più. Credo che veda colla mente. Ci sono dei giorni che cammina come noi senza la guida di nessuno. Quando i suoi parenti sono via, va certe volte per il paese, di casa in casa, soccorre tutti e sa se siete sani od infermi e vi scorge nel cuore, e sa quel che vi accade e se siete tristi o lieti. Poi sa indovinare il tempo. — Alla fine della bella stagione una mattina si fa condurre fino a quella punta che vedete sotto il ghiacciaio a sinistra e sta là accoccolata delle ore intere, — finchè sulla Betta Furca compare una nuvoletta grigia che ingrossa minacciosa e comincia a scendere; allora scende anche la Krimilth e vien giù la neve. — Se le parlate di lei e le fate qualche domanda indiscreta, non risponde mai, ma però vi legge un cattivo pensiero fino in fondo all’anima: guai a dirle una bugia, vi pianta in volto quei suoi occhi bianchi e stralunati e vi dice secco secco: «non è vero». Poi ella vi conta delle cose strane, maravigliose, che vi mettono i brividi addosso, — soggiunse Karl con voce profonda e tremula per la commozione: — ella vede di là e di su.
— Come? — domandò Gustavo.
Karl innalzò la mano:
— Di là.... quello che non è più, e molto su.... perciò i suoi, che non sono buoni di comprenderla, dicono che è matta, e se ne vergognano e la tengono qui nascosta.
— Ella sta qui tutto l’anno?
— Non s’è mossa di qui dacchè è nata. Parecchi mesi prima che nascesse, sua madre (chissà cosa le han fatto!) era caduta in una gran malinconia: salì quassù sulla montagna qualche giorno prima della neve e non si mosse più. Appena venne al mondo la Krimilth, ella se n’andò. Mia madre buon’anima allevò la bambina, ella la capiva; prima di morire la raccomandò a mia sorella ed a me; noi non la lasciamo mai. Per delle settimane sta chiusa in casa, non parla, non si lagna.... e dopo, esce, gira pei monti.... ed io la seguo e veglio su lei che non le incolga qualche disgrazia. Qui tutti le vogliamo bene perchè è buona, buona come il sole.
Erano, così discorrendo, arrivati presso a casa, e Karl non disse altro.
L’indomani, quando Gustavo venne a cercare di Karl per farsi accompagnare, lo trovò tutto afflitto e gli disse che la Krimilth era malata — che egli non poteva muoversi di casa. Poi per parecchi giorni non lo vide più.
Le carte erano in questo mezzo arrivate da Aosta. Ma il cugino volle trattenere Gustavo, ed egli vi rimase; non poteva suo malgrado spiccarsi di là, ogni sera proponeva di partire l’indomani e la mattina poi non sapeva risolversi; una mestizia voluttuosa, invincibile lo legava a quei luoghi; girovagava nei dintorni non troppo lontano dalla casa.
Andava spesso dalla parte di Gabiet, e una mattina si incontrò con Karl; il montanaro era mezzo nascosto fra una macchia di larici con l’aria di chi osserva qualcuno e non vuol farsi scorgere. Quando si accorse di Gustavo che scendeva alla sua volta gli fe’ cenno di tacere.
Gustavo accostatosi vide allora un guarnellino rosso che appariva e scompariva dietro le rupi che costeggiavano il torrente. Poco dopo, a uno svolto, ravvisò la Krimilth.
Veniva su lentamente, ma franca e disinvolta pel sentiero tortuoso e dirupato e non metteva piede in fallo.
Karl disse sottovoce:
— Zitto! a disturbarla ne’ suoi pensieri, c’è rischio di darle le convulsioni e farla precipitare.
La fanciulla continuò a salire.
Gustavo la vide allora in viso per la prima volta: poteva avere sedici anni al più, una copiosa capigliatura fina, d’un rosso pallido, scendeva a riccioloni, a cannoncini ad incorniciarle la faccia bianca, un po’ lentigginosa; aveva fattezze irregolari, sottili, la fronte alta, angolosa; graziosissime invece le curve della bocca e del mento, — uno strano contrasto di delicatezza e di forza, di bontà e di fermezza, e, cosa singolarissima, in cambio della stupida esitanza dei ciechi, una singolare espressione, una grande risolutezza. C’era nel suo portamento la sicurezza inconscia del sonnambulo.
Quando li ebbe oltrepassati, si fermò e stette un po’ sopra di sè; poi disse nel dialetto germanico del paese:
— Fratello Karl, chi è con te?
Gustavo pose l’indice sulle labbra chiuse.
— Nessuno, — disse Karl.
La giovinetta crollò lentamente il capo e soggiunse:
— Perchè il fratello Karl non dice il vero? perchè il giovine forastiero si nasconde?
— Egli temeva di far dispiacere alla sorella Krimilth.
— Dispiacere?... — ripetè la giovinetta corrugando leggermente la fronte, — digli che s’accosti.
Gustavo uscì dal suo nascondiglio e salì sul sentiero.
Krimilth gli porse la mano; quando il giovane gli ebbe data la sua, ella la strinse forte e continuò prestamente la sua strada tirandolo con sè.
Poco più in là il sentiero si biforca: da una parte sale dritto al colle di Olen, le cui rupi nude e le cui morene simili a grandi mucchi di pietre chiudono in fondo l’orizzonte; — dall’altro verso cala al laghetto di Gabiet. Quest’ultima era la strada che Gustavo aveva fatta con Karl alcuni giorni prima; per essa lo trasse Krimilth. Scesero sulla riva, proseguirono verso il nord, passarono in mezzo ai rododendri e risalirono qualche centinaio di passi su fra gli abeti. Giunsero così ad un praticello piano, raccolto in una piega del monte, riparato dai venti, dalle bufere di neve che scendono turbinando dai ghiacciai per precipitarsi nella valle, nascosto a tutto l’universo, fuorchè al sole di mezzodì il quale vi getta per alcune ore ogni giorno i suoi raggi fecondi, vi alimenta un’atmosfera tiepida e uguale, un lungo sorriso di primavera dal giugno all’ottobre. La flora montanina vi prodiga tutte le sue ricchezze. In alto gli abeti, più giù i bruni cipressi, i pini nani; tappezzano le pareti della roccia i licheni e crescono nei crepacci i rododendri, le saxifraghe e la minuta progenie dell’erbette filiformi coi fiorellini dai mille colori; al piè della rupe i capelvenere e la immensa, l’antica famiglia delle felci. Un piccolo rivoletto orlato di ciclamini scende obliquamente fra mobili macchie di ontani. Addossata alla rupe dominava questo piccolo paradiso alpestre una capannetta, grande appena alcune braccia. Era opera di Karl; egli l’aveva costrutta di rami di pino ripuliti, disposti con bel disegno e con una diligenza da non dirsi. Era difatti riuscito un piccolo capolavoro nello stile dei mobili da giardino, un grazioso giocattolo.
Krimilth vi condusse Gustavo; doveva esser quella la meta solita delle passeggiate di lei, la sua sosta, il suo rifugio. Dentro alla capannetta non c’era che un mucchio d’erba scelta con cura fra la più minuta e la più profumata.
Sederono sovra un masso quadrato posto avanti alla porta. Poi la giovinetta disse sottovoce al suo compagno:
— Parla dunque, qui non ci ode nessuno; in questo buio fitto che di solito mi circonda ho dimenticato quasi ogni cosa; ma le tue parole mi faranno ricordare. Non dici nulla?
— Non ho nulla da dire, — mormorò Gustavo con una timidezza di cui quindici giorni prima si sarebbe vergognato.
— Nulla! non sei venuto da lontano per parlarmi? Oh io lo so, sai. Senti, in questo esiglio di tenebre io non ho nessuno che mi conosca; e, all’infuori di Karl, nessuno che mi voglia bene; non mi comprendono, quando parlo non mi rispondono, una volta non era così....
— Una volta? quando? — domandò involontariamente Gustavo.
— Non so più, e tu te lo ricordi; certo che sì, perchè allora si viveva insieme. Dunque ascolta; quando qualche tempo fa sentii che tu dovevi arrivare dal paese dove il sole brilla continuamente, io ti venni incontro e ti ho ritrovato. Poi son venuti a separarci, ora però ci lascieranno in pace.
E terminò ripetendo con supplice insistenza:
— Parla.
Gustavo per compiacerla le contò la grata sorpresa del suo incontro la prima sera, poi la lunga attesa, il desiderio di rivederla....
Krimilth l’ascoltava ansiosa ed impaziente; se egli si fermava un momento lo stimolava con un e poi? e talvolta aggiungeva: — ora mi par di ricordare. Se il giovine le chiedeva di che cosa? ella tornava a dirgli: — parla.
Ed ascoltava poi, sempre più avidamente. Corrugava la bianca fronte, come ad aguzzar l’intelletto; un breve sorriso le balenava tra le labbra; poi tentennava il capo e corrugava la fronte ancora.
Ad un punto lo interruppe, gli strinse il braccio con la sua mano sottile:
— Torna da capo; hai detto che mi cercavi e avevi bisogno di trovarmi....
Gustavo aveva detto questo così per dire.
— E poi? — ella domandò.
Egli cercò di chiarire la frase.
— Aspetta — ora ci sono — ah!
Aggrottò le ciglia, ma dopo qualche po’ scosse la testa lentamente e mormorò con rincrescimento:
— Mi pareva di ravvisarti; molte cose si affollavano qui, e sono svanite. Tu perchè non mi aiuti e non mi dici chi sei?
— Sono tuo cugino.
— Cugino? che significa questo? non mi chiamavi così una volta.
Gustavo, confuso, tentò spiegarle la parentela che correva fra sua madre e il padre di lei, Peyrat.
Il viso di Krimilth si abbuiava, ogni lume d’intelligenza era svanito; non appariva più che una povera cieca, un’idiota per giunta. Anche il suo linguaggio aveva perduto la chiarezza. Borbottava:
— Peyrat, non conosco.... padre.... non conosco.
Gustavo tacque stupito.
Ella si levò poi e barcollando, camminando a tentoni, chiamava con voce lamentosa:
— Karl, fratello Karl!
Il montanaro accorse, le passò il braccio sotto il suo.
— Mi sono smarrita, — gli disse con voce stanca, — mi hanno tratta in inganno.
E s’avviarono insieme per la scesa, lui sorreggendola — ella incespicando e tenendosi forte in guisa da sembrar tutt’altra da quella di prima.
Come rimanesse Gustavo a questa scena si può pensare; si persuase come gli altri che fosse pazza, eppure non poteva non riflettere al senso delle sue parole e sentiva il bisogno di trovarcene uno. Sentiva anche una gran pena, una malinconica tenerezza di trovarsi con lei un’altra volta.
L’indomani sera, dopo cena, Gustavo passeggiava nell’orto. Karl gli si accostò furtivo e lo pregò di seguirlo.
Ella lo aspettava.
S’avviarono alla casetta in fondo all’orto, dove abitava la Krimilth col montanaro e con la sorella che le facevano da custodi. Sull’uscio, Karl gli disse con tono in cui il rispetto velava a stento la diffidenza:
— Non la fate inquietare, signore, — ella è tanto cagionevole.
Gustavo entrò che il cuore gli batteva forte.
Krimilth era nella strombatura della finestra in fondo; gli fece cenno d’accostarsi.
S’appoggiarono al davanzale e tacquero entrambi lunga pezza.
Il torrente scorreva mormorando innanzi a loro.
Karl e la sorella stavano in silenzio accanto al fuoco.
Krimilth susurrò nell’orecchio del compagno:
— Senti cosa dice.
Gustavo stette in ascolto: nessun altro suono che il ciangottare dell’acqua di sotto.
— La sua voce non inganna, — riprese Krimilth, — egli narra che è nato su su in alto, sopra le nebbie, sopra le nubi, al sole: era limpido, era fresco, era solo. Perchè non restò sulla sua cima? — Lo sedusse il desiderio dei ciclamini profumati, lo invogliarono le ninfee del lago e l’erbe della valle e discese. Ma i ciclamini e le ninfee e l’erbetta sono forse fatti per lui che non può mai fermarsi? e va ramingo per clivi e burroni senza posa ed è stanco stanco.... ma il suo corso è lungo ancora e travaglioso — la meta lontana lontana.... scenderà; scenderà per altri clivi e burroni, scorrerà per altre valli innumerevoli....
Krimilth tacque — il torrente borbottava lamentevole fra i ciottoli.
La fanciulla era sempre intenta ad ascoltare: di quando in quando rabbrividiva.
Gustavo la prese dolcemente per mano, la tirò indietro, la fece sedere accanto a sè sopra un banco là vicino. Poi le parlò lungamente di cose comuni, di Karl, di suo padre, di sua sorella.
Krimilth gli disse:
— Non capisco bene, ma la tua voce è cara, cara....
Poi chinò il capo sulla sua spalla e, mentre il giovine parlava, si addormentò.
La sera dopo e l’altra, Karl venne a cercare Gustavo alla stessa ora, e si ripetè presso a poco la stessa scena.
Soltanto, Krimilth non divagava più, non si occupava che di lui; era docile, e per compiacenza lo chiamava _cugino Gustavo_.
Dopo ch’ella s’era addormentata e che Karl colla sorella l’avevano condotta nella camera, Gustavo usciva di là singolarmente turbato, malcontento di sè; per tutta la notte era perseguitato dall’immagine e dalle parole della povera cieca. — E il giorno non faceva che pensarci.
Si sentiva attirato verso di lei da un fascino penoso e prepotente. Invano cercava divincolarsi e invano per questo richiamava il suo buon umore, la sua gaia spensieratezza di pochi giorni prima. Stentava a riconoscersi: lo assalivano paure e malinconie non mai provate; andava girellando pei dintorni e si chiedeva con sgomento se egli riuscirebbe mai a spiccarsi da quei luoghi; si scostava dalla casa e scendeva a Gressoney fino a Saint-Jean, ma repentinamente provava un grande bisogno, una gran smania di tornar indietro e rifaceva la strada quasi di corsa. Quando arrivava trafelato si sentiva più tranquillo; ma avrebbe voluto essere lontano le mille miglia di là.
Evitò di trovarsi con lei la sera; si trattenne in casa coi cugini. Ma questa risoluzione gli costò uno sforzo immenso, nel quale consumò tutta la sua fermezza.
L’indomani, i suoi propositi erano svaniti: avrebbe voluto correre subito in traccia di Krimilth; gli pareva che la giornata non dovesse mai finire: e passò tutta la mattinata badaluccando intorno alla siepe dell’orto colla speranza di vederla comparire.
Nel pomeriggio era disteso in riva al torrente dietro la casa.
Intese un lieve fruscìo sull’erba.
La Krimilth gli pose una mano sulla spalla dicendo:
— Tu mi volevi? eccomi.
Sedette accanto a lui sul margine e soggiunse sottovoce:
— Il cugino Gustavo vuol lasciare la povera Krimilth — cos’ha fatto la Krimilth al cugino Gustavo?
Gustavo volle negare — la fanciulla ripetè:
— Cos’ha fatto di male la Krimilth a suo cugino? cos’ha fatto di male?
Le lagrime le rigavano le guancie; e singhiozzava ch’era una pena il sentirla.
— No, Krimilth, mia buona Krimilth, voi non mi avete fatto nulla, — disse il giovane per chetarla.
— Tu dici il vero? proprio?
— Ma sì, ma sì....
— Allora, non partirai.
Gustavo non rispose.
— Non partirai più? — insistè la fanciulla.
Perchè ingannarla?
— Pur troppo, — disse Gustavo, — dovrò andarmene fra pochi giorni!
Un sussulto nervoso contrasse i lineamenti di lei, che riprese a singhiozzare.
Il giovane, commosso, esaltato dalla tenerezza che ella mostrava per lui, soggiunse:
— Io devo tornarmene a casa mia, mi aspettano.... ma sentite, non ci potreste venire anche voi?
Ella tentennò il capo desolata.
— Perchè no? perchè fate a quel modo?
— Non mi lasceranno andare, — disse con sforzo Krimilth.
— Ma sì, ma sì, ne parlerò io col babbo: lo pregherò di lasciarvi venire e non me lo negherà; vi condurrò a casa mia.
— E starò là....
— Finchè vorrete.
— Sempre?
Gustavo esitò un poco.
— Sempre? — ridomandò lei.
— Sempre, — rispose lui, — tutto gli sembrava possibile in quel momento. — Ho due buone sorelle, — soggiunse, — quasi della vostra età, avranno cura di voi, vi faranno compagnia, vi vorranno bene.
La fanciulla si rasserenò ad un tratto; una leggera tinta rosea le si diffuse sul viso smunto.
— E il cugino Gustavo starà con me?
— Sicuro....
— Sempre, sempre?
— Sì....
La fanciulla sfavillò di gioia. Poi si rabbuiò di nuovo, gli prese il braccio forte e domandò:
— Non m’inganni, vero?
— No, cara....
Gustavo era sincero in quel momento: non rifletteva più.
Ella appoggiò il capo sulla spalla di lui; era stanca, oppressa dalle emozioni, ma pareva così fiduciosa, così contenta!....
La brezza vespertina sussurrava in mezzo agli ontani e il torrente le rispondeva col suo tranquillo mormorio.
Gustavo discorreva con voce bassa del suo paese, dove voleva condurla dalla sua famiglia.
Subitamente Krimilth rizzò la testa e disse imperiosa:
— Silenzio! dammi la mano.
Egli obbedì, la fanciulla ripetè:
— Silenzio! Ascolta....
Tacque lungamente come assorta.
Gustavo provò un effetto strano, inesplicabile: la manina della fanciulla gli serrava il polso, fredda, acuta, tenace come una morsa d’acciaio. Ad ogni stretta un brivido gli correva per le fibre e un fluido gli penetrava, gli intorpidiva le membra; gli toglieva il senso della realtà, mentre le nozioni delle cose circostanti si spegnevano ad una ad una in una tenebra fitta, in un silenzio profondo, pauroso. Poi la misteriosa potenza gli montava al cervello, vi si concentrava, vi destava il sentimento di una vita più intensa, vi suscitava facoltà nuove, sensi nuovi, ignoti.... e visioni del pari.
Sentiva sorgere dei mormorii, delle voci prima così fioche, così lontane, che non capiva nulla; poi si appressavano, si facevano più distinte — una le dominava tutte. Pareva quella di Krimilth, ma più vibrata e metallica.
Quella voce diceva:
— Ci siamo smarriti insieme, ritroveremo insieme il retto cammino; tu il mio sostegno, sarò io la tua guida: i tuoi occhi vedono dappresso, il mio spirito mira lontano: — i nostri destini, uniti nella colpa, lo saranno nella rigenerazione. Quando arriveremo di traverso sulla strada da cui ci siamo scostati, allora proseguiremo insieme o ci lasceremo.
— Chi sarà più svelto precederà l’altro, o si fermerà ad attenderlo, ad aiutarlo. Allora saremo liberi ancora. Non prima. Orsù in viaggio: t’ho aspettato tanto tempo nel buio fitto, e non venivi mai.... che indugi a fare? non ti persuadi che tutto quello che vedi o senti è lusinga, prova o castigo?... che fuggire quel che ti attira, seguire quel che ti ripugna è il tuo dovere, è il tuo bene? La tua felicità è altrove, la pace non esiste per noi nell’universo; l’universo è una grande ascensione d’anime verso Dio; ogni sosta è un ritardo, ogni debolezza si espia, è fatale il salire, ma bisogna salire volenterosi: si è liberi di prolungare indefinitamente i propri tormenti, ma non di rimanerci inoperosi. Chi ricusa le prove, le moltiplica; dovrà ad una ad una superarle. Ora siamo giù in fondo: ma lassù in alto, si sale lietamente, con gioia sempre più viva, le prove si fanno più nobili, le esistenze più elevate; la materia si affina, diventa spirito a poco a poco; l’intelligenza si afferma nell’istinto, le aspirazioni nel desiderio: l’amore, scevro delle lugubri menzogne dei sensi, non corrompe, ma nobilita. Cosa sono la luce, la bellezza, la gioia di questa vita? sono le figlie di un sole pallido e smorto che appena col suo calore oltrepassa il fragile tessuto delle mie palpebre. _Poi_ sarà ben altro.... ben altro!...
Gustavo guardò Krimilth: essa s’era rizzata in piedi: era immobile: l’ultimo raggio le indorava i capelli rossi cingendole il capo come di una aureola di fuoco: il suo volto era bianco, lucente, quasi abbagliante.
Aveva le labbra chiuse. Era lei che aveva parlato o lui che sognava?
Gustavo era soggiogato.
Di repente la fanciulla si scosse, tese l’orecchio, e sclamò tutta turbata.
— Ohimè! vengono.
Gustavo volle trattenerla; ma essa ritrasse in gran furia la mano da quella di lui dicendo sbigottita:
— No, no, bisogna ch’io mi nasconda.
— Non è che vostro padre.
Ma la giovinetta era già sparita.
Non era difatti altro che il signor Peyrat: il quale tornava da una solitaria partita di caccia intrapresa col solo e poco micidiale proposito di ammazzar la giornata! zufolava allegramente come uno che finalmente ha raggiunto la desiderata ora della cena.
Visto Gustavo, gli mandò una voce; poi varcò il ponticello, gli venne incontro e presolo a bracetto, faceziando sul suo umore malinconico lo tirò verso casa.
Gustavo gli disse che voleva partire l’indomani.
Il cugino gli diè sulla voce, lo pregò di osservare che quell’aria conferisce meravigliosamente alla digestione, e per conseguenza è salutare a tutti gl’infermi, compresi gl’innamorati. Così dicendo ammiccava malizioso.