Part 14
Gustavo impallidì; — ma Peyrat lo rassicurò protestando che non l’avrebbe restituito alle sirene torinesi prima d’averlo sanato del tutto e corazzato contro le loro malìe. Soggiunse che intanto, pel domani, egli aveva progettata una gita coll’Edvige a Macugnaga a trovar un amico, e che doveva di fatto venirci anche lui.
Gustavo non potè rifiutare.
Passò una brutta notte; non potè levarsi un minuto dalla fantasia l’immagine di Krimilth, trasfigurata come l’aveva vista la sera prima; pazza o veggente, quelle sue parole strane gli tornavano alla mente e invano si sforzava di persuadersi ch’erano delirii. Un dubbio spaventoso lo assaliva: — se fosse pazzo anche lui o stesse per diventarlo? Bisognava fuggire.... — Eppoi cos’era quel nuovo sentimento? — era forse invaghito sul serio di Krimilth! oh assai più che invaghito! E a cosa poteva condurlo quella passione? Egli già non poteva farsi gioco di lei, di una povera disgraziata.... e allora? Che fare? sacrificare tutta la sua vita! Dio buono, ma come resisterle?... bisognava fuggire, bisognava fuggire senz’indugio.
Divisò partire, appena tornato da Macugnaga. Anzi non sarebbe neppure tornato, ma sarebbe disceso dalla parte di Lagna.
L’indomani si pose per via col cugino e coll’Edvige. Ma, a qualche centinaio di passi, rovinò per uno scheggione e si scorticò un piede in guisa da non poter proseguire.
Il signor Peyrat e la figlia volevano tornare indietro; ma Gustavo, tutto mortificato, lo pregò di andare a Macugnaga senza lui, e si fe’ accompagnare a casa da un ragazzo.
Fu una giornata lunga un secolo, senza fine e senza riposo. Non poteva uscire; e di star solo non si fidava. Era inquieto e infinitamente triste.
Verso sera discese nel tinello e si provò di appiccare discorso colla fantesca, che gli serviva la cena. Ma costei, vecchia zotica e superstiziosa, con una cera lunga da funerale, non gli rispondeva che con dei gemiti lugubri, con dei sospiri d’anima in pena. Quando ebbe sparecchiata la mensa, borbottando le sue preghiere, gli diè la buona notte — _guten Abend_ — e si ritirò.
Gustavo rimase solo accanto al camino in cui cigolavano alcuni tizzi d’abete.
Dopo il tramonto s’era levato un vento impetuoso e squassava le piante dell’orto, e faceva, malgrado la solidità granitica dell’edifizio, scricchiolare l’intavolato dei muri.
Le raffiche infuriate passavano, s’allontanavano, inabissandosi giù per la scesa. Parevano urla di turbe invisibili, — il grido di una sommossa immensa, formidabile.
E nell’animo di Gustavo, i pensieri, gli affetti, si affollavano tumultuosi; erano rimorsi prepotenti, che salivano dal fondo della sua coscienza, rimembranze confuse di cose e di giorni passati, di giorni remoti della sua infanzia.... Anzi di un tempo più lontano ancora; di chissà quando.... E la figura di Krimilth era sempre in esse, pareva la compagna di quei ricordi misteriosi; quanto più quelli si rabbuiavano, tanto più viva rifulgeva. E non era più triste, ed afflitta, ma bella, lieta, sorridente.
Gustavo teneva gli occhi serrati, per vederla....
Quando li aperse, Krimilth era là ritta a due passi da lui dall’altra parte del camino.... E sorrideva.
Com’era bella in quel punto! I capelli scomposti le scendevano vagamente in riccioloni sul petto; fra le palpebre socchiuse pareva saettare uno sguardo profondo.
Il fuoco fiarava e scoppiettava: un profumo acuto di abete inondava la stanza. Il pavimento traballava disotto come fosse preda ai marosi.
Gustavo, — non si ricordava il come, — si trovò accanto a Krimilth, le prese la mano, la baciò lungamente; la fanciulla gli si abbandonò sul petto: arrovesciò la testa, tremava, rabbrividiva leggermente, sussultava e sorrideva sempre.
Gustavo voleva dirle tante cose, dirle ch’era bella, e non poteva parlare; la piena della passione gli toglieva il fiato; si chinò e baciò quelle labbra sorridenti. Un moto convulso agitò le membra di lei. La fanciulla con uno sforzo prodigioso si divincolò dalla sua stretta, balzò indietro atterrita.
Gustavo volle accostarsele: essa si rizzò altera sulla persona, lo afferrò pel braccio, lo tenne fermo, chino innanzi a lei.
Fu una lunga pausa.
Poi Krimilth domandò severamente:
— Che vuoi da me?
— Ti voglio bene, — mormorò Gustavo.
— Tu mi vuoi bene? tu? bugia, bugia! Non pensavi tu di fuggirmi? la tua passione mente come ha mentito; mi ricordo di allora! — era la stessa malìa, — lo stesso inganno e c’era la luce; e un astro brillava su me innocente e te seduttore, sulla tua e sulla mia colpa; un astro luminoso ah io lo sento!...
Gustavo alzò il viso: erano davanti alla finestra.
Sulle giogaie della Betta Turca spuntava la stella di Vega; saliva dietro a falde leggere di vapori e, ogni volta che s’affacciava per gli squarci della bianca nube, saettava raggi di luce tremolante: — e ogni raggio suscitavagli nell’anima arcane reminiscenze: — parlava di cose profonde e paurose. Dov’erano accadute?
— Bugia! bugia!
Era la voce di Krimilth? dove l’aveva intesa? cos’aveva fatto? oh la scena terribile! oh rimorso tremendo di _allora_!
— Ricordi?
Sì, egli ricordava; rivedeva cose che il suo labbro, la sua parola non poteva esprimere — cose strane, ma vive e reali.
Poi sparivano; si faceva un gran buio nella sua mente; sparivano le immagini; restava il senso di esse.
E gli pareva che Krimilth, china su lui, dicesse: — la colpa ci ha uniti: — non può riunirci nulla di lieto; riparazione, riparazione — lo vuoi? — vedrai per me, sentirò per te, vuoi? tutta la vita — breve — ma tutta — vuoi, — vuoi?
E Gustavo rispondeva: — No! no!...
. . . . . . .
Si trovò solo, disteso sul pavimento; il fuoco era spento.
Quanto fosse rimasto colà non sapeva; cominciava il barlume del crepuscolo.
Rammentò la scena spaventosa. Era sogno, delirio? Era una cosa orribile.
S’alzò, fuggì all’aperto; — all’uscire della porta intese una voce ripetergli: — vuoi? tutta! tutta!
E corse zoppicando per la valle.
Un mandriano che incontrò lo aiutò a trascinarsi a Gressoney la Trinité. — Di lì si fè trasportare a Pont Saint-Martin.
III.
Gustavo Michis mi narrò questa storia con la sicurezza inconscia, passiva del sonnambulo che descrive la propria visione. Il mio racconto appena riproduce la precisione del suo.
Mentre parlava, il povero amico mio aveva l’occhio fisso, atterrito; il suo viso scarno, sparuto, smorto, si contraeva dolorosamente, e parlava sempre collo stesso tono di voce.
Quando ebbe finito, raccapricciava tutto. Mi stese la mano, era umida e fredda. Non pensai neppure a rassicurarlo colle solite volgarità. C’era, sotto a quella calma apparente, lì dentro a quell’anima, qualcosa di straordinario, di morboso, ma vero. Almeno mi parve allora, mi parve sempre che parlai con lui.
Gustavo mi strinse la mano e disse:
— Non ho avuto il coraggio di sacrificarmi a quella creatura — ma sono suo lo stesso — lo sento....
Dopo qualche giorno l’amico se n’andò e per un anno intero non ebbi notizie di lui: non osavo chiederne — quella sua sciagura mi turbava — cercai dimenticarlo.
Ma l’autunno successivo, credo la stessa settimana di settembre, egli tornò da me; mi capitò in casa una sera, mi abbracciò, e, senza quasi salutarmi, come continuasse un discorso allora interrotto, mi disse:
— Ho risoluto di affrontare la mia sorte; non posso vivere, non posso morire lontano da lei, — vado e tu mi devi accompagnare — chiedo alla tua amicizia questo grande servizio.
Il credereste? — adesso pare strano anche a me. — In quel punto non pensai a ricusare, a combattere il suo disegno; ero soggiogato dalla sua fermezza; gli chiesi:
— Quando partiamo?
— Domattina.
E partimmo diffatti.
Due giorni dopo eravamo a Gressoney.
Superammo il ciglione di Trina che il sole tramontava; l’ultimo raggio fuggiva su pei ghiacciai del monte Rosa e ne scendeva attraverso gli abeti un sottile vapore turchiniccio.
La piccola valletta, uguale, queta, raccolta, si nascondeva a poco a poco nell’ombra; gli ontani tuffavano i rami nello scialbo lume del crepuscolo, e in mezzo a quelli spariva il campanile della modesta chiesuola; lo squillo della sera, voce solenne e tranquilla del villaggio, salutava il giorno morente.
Mi stringeva il cuore una grande tristezza.
Gustavo era inquieto, ansioso. Correvamo trafelati senza sapere il perchè.
All’ingresso del paese, accanto al piccolo cimitero, un giovane si fe’ incontro a Gustavo.
— Presto, presto, vi aspetta, — mormorò.
Gustavo mi disse poi che non aveva annunziato a nessuno il nostro arrivo.
Nessuno di noi due rispose: seguimmo il montanaro su per la valle.
Era Karl.
Dopo alcuni minuti Gustavo si fermò e gli chiese:
— E lei?
— Muore, — disse Karl, — e non scorderò mai quella sua voce: v’era un dolore infinito e una gran collera.
Arrivammo a notte chiusa alla casa dei Peyrat. Tirava un rovaio pungente; aveva nevicato il giorno prima.
Attraversammo l’orto, entrammo nella casetta di Karl.
Ci fe’ salire una scala di legno.
Entrammo in una cameretta tutta parata di bianco.
Una lucerna di veglia gettava una luce velata sopra un letticciuolo e sopra una fanciulla morente.
Riconobbi tosto la Krimilth, quale me l’aveva descritta Gustavo: il suo volto pareva di cera. Alcune treccie di capelli rossi bellissimi scendevano sul guanciale. Era una figura singolarissima, non bella, — più che bella.
Una giovinetta, la sorella di Karl che stava accanto al letto, venne alla nostra volta.
Gustavo solo si accostò. La Krimilth si volse da lui, gli stese la mano.
— Tardi, — disse con voce dolce e lamentevole, — però hai fatto bene a venire; tu abbrevii le mie pene. Povero amico! non hai voluto la rigenerazione, non ti rimane che l’espiazione, povero amico!... Il tuo cuore è fiacco e molte prove ti aspettano. — Nessuno sfugge alla sua sorte. Chi non la combatte la sopporta.
— Krimilth! ero venuto per te, — disse angosciato Gustavo.
Ella scosse il capo.
— No, no, per te, per te solo. Ascolta. Ho molto a dirti; chinati qua presso alle labbra; aspetta ed ascolta.
Gustavo s’inginocchiò al capezzale.
La fanciulla fe’ un cenno, Karl si appressò; ella mormorò qualche parola per dir che voleva restar sola con Gustavo.
Karl tornò verso di me, mi prese pel braccio e senza cerimonie mi tirò nella camera attigua.
Passammo parecchie ore seduti l’uno in faccia all’altro senza far parola. Sentivamo, a intervalli, indistinta la voce di Krimilth; sempre più fioca, sempre più fioca. Parlava e nessuno le rispondeva.
A un tratto tacque.
Poco dopo Gustavo entrò nella camera, mi pose le due mani sulle spalle, mi disse: è morta.
Karl stramazzò al suolo: la sorella si precipitò nella camera di Krimilth.
Noi due uscimmo. Gustavo mi faceva paura.
. . . . . . .
Ricondussi l’amico presso la sua famiglia in Torino.
Dopo una lunga prostrazione morale di parecchi mesi, parve riaversi.
Seguendo la tradizione della famiglia entrò nella magistratura; chiese ed ottenne un posto di sostituto in una procura regia delle provincie meridionali. Dicono che quivi si mostrasse tranquillo, e, ad intervalli, anche sereno.
Era laboriosissimo. Buono com’è, tutti gli volevan bene; strinse relazione con una famiglia del luogo e stava per prender moglie.
Alla mattina delle nozze lo trovarono svenuto a terra nella sua stanza.
Tornato in sè, diè in smanie, cadde in convulsioni terribili. I parenti suoi lo collocarono in una casa di salute. Ma riuscì a fuggire e scomparve.
Tutti lo credono pazzo, ed anch’io mi sforzo di crederlo, ma quando penso al suo racconto e a ciò che ho visto, non ci riesco.
FINE.
INDICE
Candaule Pag. 1 Vigilia di nozze » 171 Riccardo il tiranno » 219 Da uno spiraglio » 249
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.