Candaule

Part 12

Chapter 123,847 wordsPublic domain

Da quella notte in poi Bettina ebbe paura di trovarsi la notte col marito. Riccardo era assolutamente incapace di sostituirla. Del resto il povero Giovanni non aveva bisogno di loro, la malattia si aggravava ogni dì più sul suo capo intorpidito.

Essi non si prendevano soggezione.

A una certa ora si ritiravano nella camera di Riccardo, e lasciavano aperta la porta che metteva le due camere in comunicazione: la luce della _veilleuse_ faceva una punta luminosa sul pavimento della stanza. — Essi parlavano poco e sottovoce. Salvo questo, erano liberi. Un’atmosfera pesante, morbosa, avvolgeva i sensi e l’anime.

Di quando in quando, ogni due ore, la Bettina s’alzava per dar da bere all’infermo e cambiargli la vescica piena di neve e sale che gli tenevano sulla fronte ardente, e non si curava neppure di allacciare la veste da camera.

Era, se si vuole, una noia; ma quell’ostacolo rendeva piccante la loro libertà.

Una notte però Riccardo chiuse la porta. E Bettina non disse nulla.

Dopo qualche ora il lamento del malato li riscosse; pareva divenuto più intenso e più frequente; invece della triste e monotona intonazione, aveva delle vibrazioni di impazienza.

Finalmente Bettina accorse, il marito la guardò cogli occhi spalancati. Non disse nulla, la guardò.

Ella non ebbe il coraggio di uscire, sedette al capezzale un po’ discosto dal letto. Nascose il volto fra le braccia appoggiate alla spalliera. Quello sguardo fisso, implacabile, di tenerezza, non l’abbandonava, ella lo sentiva penetrare freddo e acuto sino al cuore.

Ad un tratto un gran peso le venne addosso.

Giovanni, mezzo fuori dal letto, le aveva buttate le braccia al collo premendo sulla sua guancia il volto incadaverito colla disperazione dell’agonia.

— T’amo, — balbettava, — muoio, vieni anche tu.

La vescica s’era slacciata, cadeva dalla fronte e la innondava di acqua bollente.

Bettina, atterrita, non diè un grido: — lo respinse e s’alzò.

Il moribondo rotolò al suolo e giacque.

Bettina corse a chiamare il vecchio fattore che abitava al piano terreno; egli si svegliò brontolando e salì tremando le scale.

Ma, affacciatosi appena all’uscio della camera, e visto quel corpo così buttato in un gomitolo, col viso sulle quadretta, sclamò colle mani giunte:

— Gesù, Gesù, egli è morto in disgrazia di Dio.

E scappò a precipizio facendo dei gran segni di croce.

Bettina si fe’ coraggio; allora, rassicurata dall’immobilità del marito, gli si accostò, raccolse le sue forze, gli sollevò il capo, lo appoggiò contro il letto. Era tutto ciò che poteva fare da sola.

Non chiese l’aiuto di Riccardo. Le ripugnava istintivamente ch’egli toccasse il cadavere dell’uomo da lui offeso? Chissà!

Rassettatolo così alla meglio, discese, sedette sullo scalino della porta, e intontita, senza pensiero, cogli occhi fissi nel cielo dove impallidivano le stelle e spuntava il giorno dietro a una densa cortina di vapori, stette aspettando che passasse qualcuno. Uno degli assistenti di suo marito capitò finalmente, il quale accettò l’incarico d’avvertire il prete e il medico.

A mezzodì l’atto di decesso era redatto, e il becchino di Battipaglia inchiodava il cadavere nella cassa. Durante la lugubre operazione Bettina rimase seduta nel vano della finestra; mentre le ripassava nella mente la _galoppe_ furiosa danzata insieme con Giovanni nella camera in via Nizza due anni prima.

Le passò vicino Riccardo: ella gli fe’ un sorriso melenso.

Vide senza piangere scomparire sotto la tavola di pioppo appena dirozzato quel volto così buono, indulgente per lei, sul quale la morte aveva lasciato le tracce di un’ultima tenerezza; una tenerezza orribile ed immensa.

Tutto ciò le pareva un sogno.

Ma quando fu sola nella triste solitudine interminabile del pomeriggio, quando le vampe del sole invasero quella camera mortuaria, a poco a poco si sentì presa da una tristezza mortale.

Verso sera rientrò Riccardo col sigaro in bocca. Bettina gli saltò al collo e diè in uno scroscio di pianto.

Ma egli la respinse e disse freddamente:

— E poi?

Si rinchiuse nella sua stanza.

Intanto si fece notte.

Ella fu presa da una gran paura: dal letto nell’ombra una voce le gridava cupamente:

— Muoio, vieni anche tu.

Corse in cucina.

Avevano deposta la cassa sulla tavola e il legno bianco di pioppo luccicava al raggio della luna: essa riempiva tutta la camera e ne cacciava lei.

Allora, tremante dallo spavento, corse a buttarsi disperatamente sull’uscio di Riccardo supplicandolo di lasciarla entrare. Egli aperse e le disse severamente:

— Che ti pare? mentr’egli è ancor là?

Per tutta concessione consentì di lasciar l’uscio aperto ed ella si accovacciò sulla soglia e passò quivi la prima notte della sua vedovanza.

L’indomani, mentre il funebre convoglio si avviava e i fedeli avevano intonato il miserere, intesero una donna a dire:

«Sepoltura in venerdì — per due volte torna qui.»

E si guardarono in volto.

Riccardo disse poi a Bettina:

— Che conti di fare adesso?

— Io? nulla.

Ella non aveva più nessuno.

A lui premeva liberarsi di lei, e ne cercava il modo.

Ella invece mutò contegno ad un tratto; fatta ardita dalla disperazione, ricusò tutte le proposte che egli le fece l’una dopo l’altra.

Proposte magre: egli non aveva quasi danaro e aspettava ancora il pagamento della prima rata dell’appalto. Bettina non fece che ripetere:

— Io resto con te.

Allora Riccardo voleva andare in collera: chiamava in soccorso le più ruvide espressioni, il più beffardo dei suoi sorrisi, il più assoluto dei suoi gesti da tiranno.

Ma Bettina gli si buttava al collo furiosa e stringendolo fino a soffocarlo gli gridava:

— È inutile, io non vado.

Ed egli che doveva fare? cedeva: il suo cipiglio artificiale svaniva davanti a quell’impeto di passione, — si stizziva di non sapersi stizzire davvero.

— Sai, — ella soggiungeva con una tenerezza prepotente, — non sono mica più quella minchiona d’una volta quando mi facevi scavalcar la finestra a piedi scalzi. Allora non sapevo neppure odiarti ed ora ti amo, capisci, tu sei mio.

Era suo difatti; chi l’avrebbe mai detto? aveva trovato il suo tiranno.

Bettina chiuse la camera che aveva diviso col marito, e s’installò senz’altro in quella di Riccardo.

Egli si trovò forzato in una galera d’amore.

Egli odiava quella donna e si lasciava amare, divorare da una passione sfrenata piena di febbre e di delirio.

La sua potenza di ragazzo viziato e gracile si trovò soggiogata dalla volontà di una donna malata.

Bettina si sentiva morire: e questa era la sua forza.

Una notte Riccardo, svegliandosi in sussulto, la vide che si dibatteva sotto la stretta di un’angoscia violenta.

— Oh la sua maledizione mi attira: egli mi vuole!

— Chi?

— Giovanni!

Riccardo osservò allora ch’ella s’era mutata in poche settimane. E istintivamente se ne compiacque.

Ma però un grande timore lo prese.

Una sera erano seduti l’uno accanto all’altro sulla riva del Sele: i loro volti si specchiavano nell’onda del fiume. Riccardo sorprese nel viso di lei un baleno di gioia feroce.

Egli vide la propria immagine, un viso patito, sparuto, consunto, e comprese e allibì.

Poi fu una vita d’inferno: una gara micidiale.

Bettina era la più violenta, Riccardo il più calcolatore. Ella non voleva che consumarlo, egli invece voleva sotterrarla.

Quell’odio e quell’amore si spiavano, si osservavano, e facevano a soverchiarsi l’un l’altro in un duello incessante, sull’orlo di una fossa.

Venne l’autunno e Bettina declinava rapidamente; pareva uno scheletro: tutta la sua vita ardeva negli occhi accesi e profondi; ella si abbrancava furibonda alla sua vittima che le sfuggiva.

— Menami teco; o verrai tu con me.

Che lugubri scene!

Riccardo me le contò poi nella mia camera.

— Quella fatale creatura mi voleva uccidere, ma me ne sono liberato. Ella è morta, oh ella è morta! — egli esclamò con un impeto di gioia cinica che mi fè rabbrividire. — Ma un accesso di tosse gli mozzò la parola.

Impallidì, io osservai allora il suo volto macilento, disfatto.

— Sei malato? — gli chiesi.

— No, — rispose stizzoso, — sto bene.

Ma non era vero: la tosse ch’egli cercava di soffocare gli rompeva il petto.

Le sue gambe vacillarono, egli cadde sul mio divano e si coprì le labbra colla pezzuola che diventò rossa di sangue.

Allora vidi quell’uomo ch’io aveva conosciuto così fiero e superbo avvilirsi profondamente: egli si abbandonò impaurito fra le mie braccia, mi strinse furioso. Mi chiedeva conforto, mi diceva:

— Sarà nulla, vero? non sarà nulla!

Era spaventato, temeva di morite.

Ma non morì. Egli guarì invece dopo alcuni mesi e così perfettamente che anche la sua bizzarria scomparve.

Il tiranno di via Nizza è adesso ammogliato, e poche mogli possono al pari della sua vantarsi della docilità del marito.

DA UNO SPIRAGLIO

I.

Quando dimoravo nell’Astigiano tutti i mercoledì d’ottobre mi recavo a Martinengo a passare la giornata col cav. G... consigliere d’appello.

Prima e dopo il desinare, che all’uso monferrino facevamo verso il mezzodì, si stava, il cavaliere ed io, in un suo orticello queto e raccolto nell’ombra vasta di due noci grandissimi. E passeggiando il sentieruolo fatto soffice dal muschio e per le foglie cadute, si discorreva a mezza voce, come due cospiratori, di cose tanto interessanti quanto poco positive. Il cavaliere (non fo il nome perchè oramai uno si compromette colla fede quanto una volta coll’ateismo) il cavaliere G... è giunto come Cartesio ad affermare per via di negative: le sue credenze sono tutte risaldate a un principio: accettata una, bisognava accettare anche le altre; coscienzioso e scrupoloso in fatto di prove, non c’era pericolo si lasciasse adescare dalla fantasia. Forse scambiava talvolta le ragioni della mente con quelle del cuore, ma in tal caso il suo argomentare diveniva, per me almeno, più che mai irresistibile.

Il discorso cadeva sovente sopra un problema formidabile: — l’ineguaglianza originaria degli uomini.

Era questo l’intoppo più grave contro cui venivano a urtare le mie credenze, ed io lo lanciavo volontieri con tutta la forza della mia eloquenza fra i piedi del cavaliere perchè mi aiutasse a rimoverlo.

Ma quando avevo sciorinato tutte le mie eccezioni, egli sereno ed imperturbabile rispondeva:

— Eppure, caro mio, c’è un modo di spiegar tutto questo. — Poi, al momento bono quando io attendeva con la più viva ansietà le sue spiegazioni, impensieriva e parlava d’altro. Io restavo mortificato; e una volta glielo dissi.

Il cavaliere mi prese pel braccio e arrestandosi come per mettere i nostri spiriti a più stretto colloquio:

— Credi tu, disse, che la nostra esistenza cominci qui? io non lo credo, e sono convinto invece che si principia tutti eguali, e che le disuguaglianze dinotino i passi fatti.

Fui scosso dalla sicurezza delle sue parole.

— Ma come va, soggiunsi, che non abbiamo alcuna memoria di questa.... esistenza anteriore?

— Non abbiamo precisamente delle memorie, ma bensì degli istinti, delle inclinazioni.... quasi dei ricordi. Quando ero ragazzo avevo in me tutto un mondo morale e metafisico che poi s’è dileguato. A dodici anni una volta ch’ero chiuso per castigo nella biblioteca dello zio canonico, mi capitò in mano il trattato di Cousin sulla logica di Kant: lo apersi per distrazione e ne lessi qualche riga, sbadato: — cosa strana! — conoscevo quelle frasi — il ragionamento dell’autore, mi veniva in mente quasi colle stesse parole prima ch’io le leggessi sul libro, e non avevo mai visto nulla nè di Cousin nè di Kant, non sapevo chi fossero.... Mi sentivo poi degli istinti cattivi assai più che adesso e mi consolo di averne vinti parecchi. Non è vero che l’uomo nasca sempre innocente. Avevo (lo crederesti?) una grande tendenza al furto. Non ho mai rubato, non ho mai avuto bisogno di rubare pur uno zuccherino, si prevenivano tutti i miei desiderii. Ma non era il desiderio che mi tentasse; era, sto per dire, l’abitudine contratta Dio sa dove, certo non nella mia casa, casa onorata da molte generazioni di rigidi magistrati. Il furto non era per me che l’arte per l’arte: un ideale senza pratica applicazione. Passavo delle ore a macchinare dei piani per nascondere delle rapine immaginarie, e da malato, il mio incubo persistente era quello di credermi perseguitato dalla polizia....

Ho poi molto pensato alle parole del cavaliere, lessi un’intera biblioteca di libri mistici e mi avvidi che quelle idee non erano nè tanto nuove nè tante singolari. L’Oriente n’è stato e n’è ancora tutto compreso: dalle sue mistagogie nuvolose e profonde derivarono spesso in ogni tempo degli sprazzi luminosi nelle religioni e nelle filosofie della nostra Europa, massime del settentrione.

Poco alla volta le faccende giornaliere ed obbligatorie, gli interessi della mia rustica clientela mi distolsero da quelle meditazioni: avviene a chi progredisce nella vita come a quello che scende in una valle — i cespugli gli tolgono la vista delle alture lontane.

Da parecchi anni non ci pensavo più, quando un caso strano venne a rammentarmi i discorsi tenutimi dal cavaliere G... nelle sere d’ottobre sotto il pergolato del suo orticello.

Un giorno in Asti m’imbattei in un mio carissimo compagno d’infanzia che da gran tempo non aveva più veduto. Era Gustavo Michis, il figlio del presidente. Egli mi fece un mondo di feste e mostrò gran piacere di trattenersi qualche ora con me. Mi disse che non aveva che fare, ch’era venuto dalla sua villa di Canelli in città per isvagarsi: diffatti aveva una cera smunta come uscisse allora di malattia. Io avevo un processo in tribunale: venne meco, assistè al dibattimento, ed aspettò ch’io fossi libero per uscire con me. Quella sera dovetti trattenermi perchè il processo non era finito e mi rimaneva da far l’arringa l’indomani. Gustavo mi fe’ l’offerta di rimanere a tenermi compagnia, offerta che accettai di gran cuore. Io volevo alloggiare all’albergo Reale, ma egli propose il _Leon d’oro_, e benchè io gli dimostrassi quanto fosse incomodo per la grande affluenza dei carrettieri, tanto insistè che dovetti compiacerlo. Passai con lui una sera deliziosa, a riandare le memorie della nostra vita di collegio. Ma credo di aver fatte quasi da solo le spese della conversazione: il mio amico Gustavo pareva ascoltarmi, quando io aveva finito un discorso, egli mi porgeva con premura il bandolo di un altro che a dir il vero, non legava sempre con quello di prima. E riempiva il mio bicchiere e più spesso ancora il suo. Quando si è in due soli si scivola facilmente nel serio: dato fondo alle reminiscenze, venni a parlare della mia vita e dei miei poveri disegni di avvocato di provincia. E poi chiesi a Gustavo:

— E tu come te la passi? allegramente, secondo il solito?

Egli mi diè un’occhiata singolare, poi chinò il capo sulla tavola.

— Cosa conti di fare?

— Nulla, — rispose, si passò le palme sul viso, tacque un pezzo, poi mormorò sottovoce come parlasse fra sè: — Oh se questa espiazione finisse!...

— Espiazione!... quale? — esclamai io meravigliato.

Non disse altro; pareva assorto in tristi riflessioni.

Era tardi e mi alzai per recarmi a letto. Gustavo era turbato, mi pregò vivamente di passare la notte nella stessa camera con lui.

Durai fatica a prender sonno; non finivo di pensare al cambiamento che avevo notato nell’amico.

Gustavo Michis, chi l’ha conosciuto alcuni anni addietro, era un ragazzo niente affatto strano, pareva allora quel che paiono tanti altri della sua condizione, un giovinotto che viveva proprio da giovinotto, facendo a divertirsi il più che potesse, aveva un padre vecchio, proprio dei vecchi, che si sforzava inutilmente di farlo lavorare: aveva preso la laurea in diritto come troppi altri, studiava poco, fumava molto; era sano, florido, gioviale e piuttosto volgaruccio; ma aveva su noi una grande superiorità che gl’invidiavamo furiosamente: aveva delle amanti, frequentava la società leggera dove incontrava moltissimo per il suo buon umore, il suo gaio cinismo, i suoi aneddoti scabrosi. — Così l’avevo lasciato a Torino: ed ora stentavo a ravvisarlo sotto quel suo pallore, quelle sue distrazioni e quelle sue preoccupazioni. Non sapevo cosa dirmi.

L’indomani, in tribunale, il mio procuratore, indicandomi Gustavo che stava dietro di noi a qualche passo, mi chiese se fosse il figlio del presidente Michis e soggiunse:

— Dicono che è impazzito, è vero?

Mi tornarono alla mente le parole misteriose della sera prima.

Sbrigata la mia causa, mi disponevo a tornare al mio villaggio, quando Gustavo mi domandò con aria di preghiera come di chi impetra un grande favore:

— Non ti rincrescerebbe s’io venissi a star con te qualche giorno?

Come si fa a dir di no? acconsentii con premura: ma in fondo era un po’ impensierito del suo stato.

Venne a casa mia e vi si trattenne quasi tre settimane. In paese, per la scarsità di gioventù agiata, mancavano affatto le distrazioni; lo presentai in una casa vicina dove erano due signore belle e gentili, ma egli era divenuto schivo in modo singolare della compagnia delle donne. In campagna non voleva andare nemmeno accompagnato. Io era occupatissimo ed egli non mi lasciava un minuto.

— Se permetti, — mi diceva, — mi sederò qui e leggerò qualcosa.

Sedeva, prendeva un libro, ma non leggeva punto: fissava gli occhi nella finestra con un’aria distratta e crucciata. Restava così immobile fin ch’io per la pena di vederlo a quel modo mi inducevo a scuoterlo e a farlo parlare.

Come la prima notte ad Asti, non volle dormir da solo e bisognò fargli un letto sull’ottomana nella mia stanza.

Ogni sera mi domandava: — T’annoio?

Rispondevo di no, — non mi annoiava, mi rattristava.

Dopo alquanti giorni cominciò a farsi più espansivo; pareva volesse confidarmi qualcosa, — ma, alle prime parole, parendomi divagasse, e ricordandomi di quanto mi aveva detto il procuratore, l’interrompevo e facevo volentieri il sacrificio della curiosità, pel timore si lasciasse trascinare dalla manìa misteriosa che supponevo lo travagliasse.

E una volta mi disse un po’ risentito:

— Anche tu credi ch’io sia pazzo? molti lo credono, eppure non lo sono.

— Pazzo! — mormorò poi: — ho paura di divenirlo — e forse, chissà? sarebbe il mio bene.

Io mi affrettai a dissipare il suo sospetto con dichiarazioni, che se non venivano da una convinzione molto profonda, sgorgavano certamente dal cuore.

— Tu sei buono, — riprese Gustavo. — Sei sempre stato riflessivo: mi ricordo che nella mia ignoranza di superficialone mi facevo burla del tuo misticismo. Chi m’avesse detto che sarei poi così cambiato, che sarei venuto qui ad impetrare il sussidio di quelle idee che mi sembravano tanto strane! Tu l’hai sempre quelle idee? da alcuni libri che ho trovati qui posso arguire che sì.

Ero lì lì per disingannarlo e confessargli la mia indifferenza per tutte quelle fantasie giovanili: ma egli non me ne lasciò il tempo.

— Venendo qui, — disse, — avevo il mio perchè. Andavo in traccia di qualche consiglio e ho trovato te: forse non è il caso che mi ti fa incontrare. Non ho potuto resistere al bisogno di aprirti l’animo mio. Di quanti conosco, tu solo puoi comprendere ciò ch’io ho da dire.

E là nel mio studio, seduto in faccia a me sulla sedia dove sedevano i miei clienti, coi gomiti appoggiati ai miei volumi di liti, scartabellando i miei codici, mi fe’ il racconto più singolare ch’io abbia inteso mai.

Parlò lungamente, per parecchie ore di seguito, senza smarrir mai il filo, con la maggior coerenza di idee. Se un matto possa parlare a quel modo non so: certo è che molti savi gl’invidierebbero quella sua precisione.

A parte la stranezza dei fatti narrati, il suo racconto aveva tutto l’accento della verità.

II.

Due anni prima, Gustavo, dopo una lunga serie di inconcludenti amoruzzi, erasi lanciato per la prima volta in una tresca colpevole e vi si era incaponito, non per passione, bensì per la vanità di spuntarla. Egli era alla vigilia di un successo, miserabile successo che avrebbe distrutto la pace di una famiglia rispettabile legata colla sua da antichi vincoli d’amicizia, e s’applaudiva della propria abilità sciagurata, — quando all’improvviso venne in mente al padre di mandarlo per certo affare a Gressoney da un signor Peyrat, suo lontano parente da parte della madre. Costui, salvo alcuni mesi d’estate, dimorava a Monaco di Baviera e fra lui e il presidente correvano delle relazioni molto rallentate. Gustavo non l’aveva mai visto.

Gustavo dovette suo malgrado obbedire; partì per la valle d’Aosta un mattino di luglio, e l’indomani, un’ora prima del tramonto, s’inerpicava su per il sentiero di Prè du Lais che mette capo all’ultimo ripiano della valle della Lys.

Attraversò Gressoney Saint-Jean, salì a Gressoney la Trinité, altra frazione più alta del piccolo comune.

Il cugino abitava uno degli ultimi châlet al di là di Orsia, al piede del Monte Rosa.

Quando Gustavo vi giunse, egli era fuori colla figliuola. La vecchia fantesca gli disse che in casa non c’era nessuno. Lo introdusse in un ampio tinello dalle pareti rivestite di abete all’uso svizzero: accese una bella fiammata nel camino e lo lasciò solo.

I cugini tardarono a rincasare. Cominciava a far notte.

Le tenebre salivano dalla valle. C’era un silenzio profondo; il silenzio della montagna: Gustavo, seduto accanto alla finestra, guardava fuori il paesaggio e lo trovava triste.

S’annoiava, s’indispettiva di tutta quella sublime malinconia che egli non capiva.

Anche il fuoco languiva nel camino della stanza, faceva buio; la donna, intenta alle sue faccende, erasi dimenticata di recargli un lume.

Dopo una lunga mezz’ora intese finalmente un passo leggiero e lento lento avvicinarsi: poco dopo vide nel vano di una porta, in faccia a quella per cui era entrato, apparire una figura di donna.

Si volgeva intorno come chi cerca qualcuno, ed esita a farsi innanzi.

Gustavo s’alzò e fe’ un inchino.

Essa venne dritta alla sua volta; pareva una giovinetta; quando passò innanzi al camino, Gustavo potè accorgersi al fioco riflesso della brace che essa portava il tradizionale guarnello rosso del paese, e ne conchiuse che fosse una contadina al servizio della casa. Però rivolgendosi a lei con famigliarità la salutò in francese:

— Buona sera, bella ragazza.

— Buona sera.... ma perchè mi chiamate così? — disse anche lei in francese con accento valdostano: — mi conoscete?

Gustavo fu un po’ sconcertato nella sua galanteria da quella franchezza montagnola, e tanto per dir qualche cosa rispose:

— Io no, e voi?

— Mi sono accorta che salivate da lontano e m’è parso ravvisarvi, ma il sole era tanto vivo che mi abbagliava.

— Ed ora sapete chi sono?

La fanciulla stette un po’ a riflettere, poi disse:

— Il sole era vivo, poi si è fatto scuro, la nebbia è salita, ma quando vi sono venuta incontro.... pensavo....

— Cosa pensavi? — domandò con piglio carezzevole Gustavo e la prese pel braccio.

— Ah sì.... — mormorò la giovinetta.

Una voce chiamò:

— Krimilth, Krimilth.

La giovinetta si scosse e disse sottovoce:

— Addio.... sentite, mi chiamano, — e prima che Gustavo pensasse a rattenerla, scivolò a tastoni lungo il muro e scomparve per dond’era venuta.

Entrò la fantesca con una candela; brontolava nel suo dialetto tedesco.

Accortasi di Gustavo, disse in francese:

— Scusate se v’ho lasciato al buio, ma con quella ragazza perdo la testa; chissà dove si sarà cacciata!

— Chi cercate?... la Krimilth?, si chiama così?

— Sì....

— Era qui adesso.

— Era qui, l’avete vista la signorina? oh povera me... non lo dite al padrone!

E la vecchierella uscì frettolosa lasciando Gustavo tutto sorpreso di sentire che la contadinella con cui aveva parlato era la figlia del signor Peyrat. Egli ignorava che a Gressoney anche le signore portano per vezzo il bellissimo costume del paese.

Di lì a poco sopraggiunse il cugino con l’altra sua figlia maggiore, Edvige.

Il signor Peyrat accolse il suo giovine parente con grande cordialità, colla spigliatezza di un uomo d’affari che non sa far complimenti e non se ne cura.

Era l’ora della cena e fe’ servire senz’altro.