Part 6
Passeremo di volo su tutte le fasi della sua vita di artista: non accenneremo ad alcuna delle sue composizioni più elette, benchè quell’ingiusta dimenticanza a cui furono condannate da una fatalità dolorosa, altrettanto che inesplicabile, ci ecciti a riporle, per quanto è in noi, alla luce della pubblicità e della gloria. Ma ciò appartiene al compito dell’arte e sfugge alle esigenze del romanzo. E chi d’altronde potrebbe rintracciare nel vasto oceano dell’armonia, tra i ruderi de’ suoi monumenti abbattuti le reliquie di quelle concezioni obbliate e disperse? Prodigio ineffabile dell’amore! Egli è sopravvissuto alla scienza, egli che ne è la sintesi, egli che è la scienza immortale della vita. Il nome di Riccardo accoppiato alle glorie palesi dell’arte fu travolto nell’oscurità e nell’obblìo, congiunto alle gioie segrete dell’affetto è passato splendido e illeso a traverso le tenebre secolari del tempo. L’amore giudice e maestro dell’umanità ne registra la storia ne’ suoi volumi infiniti. L’umanità è nata e si perpetua coll’amore, nè potrà ricomporsi che nella sua tomba medesima.
Dopo la perdita di Anna, Riccardo abbandonò Amburgo, e pensò che la vista di nuovi cieli e di nuovi costumi lo avrebbe distolto dal suo dolore operoso e costante. Venne a Linz, attraversando quegli ultimi gioghi delle Alpi che si perdono nelle pianure del Danubio, e poichè tutti quei luoghi gli parlavano ancora di lei e della sua infanzia, decise d’attraversare la Germania e di entrare nella Francia per quel fiume e pel Reno.
Fu sui teatri di Ratisbona e di Straubing che egli raccolse i suoi primi allori musicali, e di là festeggiato e onorato in tutti i diversi stadii del suo cammino, ad Amberga, ad Asch, a Coburgo, a Francoforte, a Magonza, entrò in Parigi pochi mesi dopo la sua partenza, preceduto da tutti gli allettamenti della pubblicità e della fama.
Riccardo passò cinque anni nella capitale della Francia, allora come attualmente, l’unico paese della vecchia Europa ove le arti e le scienze fossero rimunerate di fama e di danaro: l’unico centro ove si riflettesse tuttora un debole raggio di quella civiltà che è tramontata nell’antico continente per risorgere sulle rive del nuovo mondo. Egli vi si vide ad un tratto onorato, dovizioso, felice; ma una profonda amarezza veniva a turbare di tempo in tempo l’immensità delle sue gioie insperate: la rimembranza, la terribile rimembranza, diremmo quasi la presenza spirituale di Anna. Riccardo era buono, sensibile, affettuoso, ma la sua natura era variabile, sdegnosa di riposi e d’indugii; egli non sapeva essere lungamente misero o lungamente felice, non sapeva, come tanti esseri sensibili e delicati, sacrificarsi ad una astrazione, ad un’idea fissa, ad un voto, darsi ad un affetto per tutta la vita: e che era egli quell’affetto?.... quali diritti aveva il passato sopra di lui? perchè tributare ad un amore che aveva cessato di esistere il sacrificio di quelli che potevano ancora rallegrare la sua vita spensierata e ridente? Egli aveva pianta la fanciulla per due anni, l’aveva amata fortemente e nobilmente, e questo lungo tributo di lagrime e di memorie doveva bastare alle terribili esigenze di quell’amore sepolto. Riccardo lo credeva, lo voleva, egli sentiva che la vita ha i suoi diritti, la virtù i suoi doveri, e l’umanità le sue leggi; tutto inesorabile, tutto prepotente e severo.
Noi lo diremo, Riccardo non amava più Anna: non solo egli avrebbe voluto dimenticare di averla amata, ma per una di quelle facili ingratitudini di cui tanto si compiace lo spirito umano, egli avrebbe desiderato di obliare anche il suo debito, il debito della sua celebrità, del suo nome, della sua ricchezza medesima.
Nulla è più grave e penoso, nulla è più insoffribile alla maggior parte degli uomini che il peso della riconoscenza. Assai di rado, se il benefattore non assume i modi e l’apparenza del beneficato (ciò che pretendiamo assai spesso) noi possiamo perdonargli il suo beneficio. È un debito tremendo che ci toglie ogni quiete, che ci rende avidi e impazienti di soddisfarlo anche ad usura. Quelle minute soddisfazioni, quelle piccole vittorie che si riportano ogni giorno, ogni ora, in questa lotta indefessa tra anima ed anima, tra creatura e creatura, in queste battaglie assidue e spietate dell’egoismo, sono le uniche sensazioni che ci confortino, nella nostra umana piccolezza, dei mali grandi e reali della vita; — tutto ciò è dolce, ma nulla è più dolce e più consolante che lo sciogliersi dal vincolo della gratitudine.
Noi non l’abbiamo detto; ma abbiamo sentito più volte la nostra coscienza sussurrarci all’orecchio: oh com’è dolce l’essere ingrati!
Dopo la morte di Anna Riccardo aveva passato sei mesi interi senza suonare: il suo dolore era ancora troppo vivo, troppo recente; pareagli che ogni nota richiamandogli qualche circostanza della sua vita felice, un atto, un detto, un sorriso della fanciulla, avrebbegli ricordata con una realtà troppo eloquente, la memoria terribile di quella perdita. Ogni rimembranza di lei era connessa ad una rimembranza della sua arte: ripassando su tutti gli studii musicali di quella sua carriera prodigiosa, egli poteva ricostruire tutto intero l’edificio del suo amore e delle sue memorie: Anna era morta, ma avevagli lasciata un’eredità di rimembranze così potenti che avrebbero bastato a riempiere tutta una vita. L’arte e l’amore si erano fusi per lei, e così unite le erano sopravvissuti nel giovine: forse in tal modo ella aveva tentato di eternare in lui la sua memoria, affidando al suo cuore di artista i doveri e gli affetti del suo cuore di amante.
Ma una sera Riccardo aveva avuto vaghezza di risuonare quella sinfonia di Hummel che la fanciulla avevagli indicata per richiamarla. Egli aveva errato tutto quel giorno per le campagne, l’autunno volgeva al suo termine, e l’inverno si riaffacciava colle sue brezze; cadevano dagli alberi le ultime foglie ingiallite, e i piccoli scriccioli nascosti nelle siepi alternavano quei loro gridi acuti e lamentevoli come di qualche cosa che pianga: l’anima di Riccardo era agitata da strane sensazioni.... egli pensava a lei.... egli avrebbe data la sua vita per rivivere un giorno nel suo amore, per ritogliere alla mente inesorabile quella sua Anna adorata.
Rientrò nella sua camera che le prime tenebre della notte ne velavano stranamente gli oggetti senza nasconderli e senza lasciarne apparire le forme; il vento faceva gemere gli alberi del suo giardino, e gli steli dei fiori collocati nei vasi della sua finestra, percuotevano spesso, così agitati, nei vetri come persona che accenni di entrare. Riccardo si sedette risoluto al pianoforte e suonò la sinfonia fatale di Hummel. Prodigio meraviglioso! Le sue mani scorrevano come trascinate, come mosse da una forza estranea, sulla tastiera; le note ne uscivano così limpide, così pure, così simili alla voce umana, e più propriamente alla voce di Anna, che il giovine si sentì rivivere un istante in tutta la più dolce realtà del suo passato; egli si sentiva invaso da un’altr’anima, sentiva la sua esistenza raddoppiata, vi era qualche cosa che gravitava sopra di lui senza pesare, che lo investiva tutto senza toccarlo, che parlavagli senza essere udito; egli udiva suonare e pareagli ad un tempo che tutto fosse silenzio intorno a lui, senonchè la fiammella della candela che gli ardeva d’innanzi, crepitava stranamente, curvandosi da un lato e dall’altro come sotto l’azione di un soffio invisibile.
Riccardo non dimenticò mai quella notte. Egli visse più volte di questa doppia e misteriosa esistenza, le cui sensazioni anzichè estinguersi coll’abitudine, diventavano sempre più delicate e più vive. È in quegli istanti che egli aveva creato quelle melodie così dolci e così patetiche, che gli procurarono, ancora vivente, una celebrità invidiatagli da tutti i più grandi compositori della Germania. Fu per ciò che le sue opere, benchè sorte in un paese che vanta una musica ideale come la sua letteratura, e che può dirsi la patria della musica elegiaca, furono segnalate per la loro malinconia e per i sentimenti singolari e nuovissimi che suscitavano anche nei cuori più induriti e più aridi. Ma il carattere di Riccardo formava uno strano contrasto coll’indole delle sue creazioni: egli lo sentiva, egli comprendeva del paro che nulla proveniagli da sè stesso, che la sua musica non era sua, era di Anna. Fu forse questa convinzione che uccise il suo amore e la sua riverenza per essa? Noi esitiamo a credere che un’invidia così ingiusta e colpevole abbia potuto allontanare dal cuore del giovane la dolce immagine della fanciulla, e quasi rimproverarle la tenacità del suo affetto, e l’assiduità della sua dimora presso di lui; egli è però ben certo, che due anni dopo la sua perdita, l’anima di Riccardo incominciò a ribellarsi a quella memoria, e ciò che aveva formato un tempo uno dei suoi allettamenti più dolci, quella presenza spirituale di lei che manifestavasi appunto nella fecondità e nella potenza improvvisa del suo genio, divenne pel giovine un oggetto di terrore e di sdegno.
Riccardo si sentiva trascinato al realismo della vita, e forse la sua anima era troppo debole per reggere all’imponenza di quell’affetto, troppo poco elevata per inorgoglirsene e tributargli il sacrificio di tutta la sua esistenza. E pure egli lo aveva promesso: «_tu mi amerai anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_»; ecco il patto terribile che lo aveva vincolato a quella fanciulla, e che ella sembrava richiamargli ad ogni ora, ad ogni istante, rinfacciandogli colla tremenda solennità della sua presenza, il disegno che egli aveva concepito d’infrangerlo. Parve a Riccardo che vi fosse qualche cosa di crudele in quel pretendere il compimento d’un sacrificio sì inutile e sì doloroso; egli pensò che l’insistenza della fanciulla lo sciogliesse dall’obbligo della sua gratitudine e del suo amore, e credette che avrebbe potuto dimenticarla senza essere infedele ed ingrato.
Egli è così facile il credere ciò che è nei nostri voti, che Riccardo si avvalorò di quella persuasione per obbliare senza rimorso ciò che doveva essere l’oggetto di tutti i suoi affetti di amante, e di tutte le sue aspirazioni di artista: a poco a poco il suo spirito si sentì preparato a quella rivolta, e un giorno esitò, poi decise, e si abbandonò risoluto alle sue nuove passioni, pregustando l’ebbrezza di esaudirle senza lacrime e senza pentimento.
Passò così quattro anni, durante i quali egli non aveva mai più udito quella fatale sinfonia di Hummel, nè nota alcuna che potesse richiamargli il suo passato: l’immagine della fanciulla era così svanita a poco a poco dal suo cuore, e se vi tornava qualche volta egli sapeva attutirne e dimenticarne i rimproveri nella gioia di affetti più recenti e più lieti.
Riccardo era felice.
Quattro anni dopo questo ultimo avvenimento, Waitzen diresse al suo amico Giorgio Duplessy, direttore della società degli artisti la lettera seguente:
«Mio caro amico. Come tu sai, io sposerò domattina madamigella Emilia Duport, quella bella e saggia Guascona che abbiamo conosciuto insieme a Pontoise, ricca de’ suoi diciott’anni e d’un mezzo milione di dote. Papà Duport darà per ciò domani a sera una splendida festa da ballo nel suo palazzo al boulevard Montmartre N. 52. Egli, mia moglie e il tuo amico ti pregano di intervenirvi».
Come aveva passato Riccardo quei quattro anni? Egli era ricaduto nel suo abbandono abituale, in quell’avvidità di piaceri frivoli e vani pei quali aveva già un tempo dissipata quella fortuna che aveva portato seco da Ofen. Non aveva più amato ma si era dato ai piccoli amori di un giorno a quegli amori senza trasporti, senza dolori, senza quelle gioie opprimenti che danno le grandi passioni, simili a quei fiori che noi raccogliamo quasi senza avvedercene camminando, e che sfogliamo e gettiamo sulla via dopo averne aspirato una sola volta il profumo. Nei due primi anni della sua vedovanza egli aveva già stabilita la sua fama d’artista ed ottenuto un successo che nulla avrebbegli più potuto contendere. In quella sua stessa inazione egli si era serbato un posto eminente tra le più grandi individualità della scienza, e vi sarebbe rimasto anche perseverandovi, ma l’amore dell’arte e della vita domestica avevano ripreso il loro impero sopra di lui, e Riccardo contava oramai di abbandonarvisi per tutta la sua esistenza.
Non aveva egli più pensato ad Anna durante tutto quel tempo? La memoria della fanciulla era dunque svanita per sempre dal suo cuore? No, egli aveva riprovati ancora dei momenti paurosi, aveva risentite delle memorie strazianti; in quegli stessi abbandoni de’ suoi mille amori, nell’ebbrezza delle sue gioie, nel colmo della sua felicità, l’immagine di lei gli s’era riaffacciata cupa, minacciosa, inesorabile: il giovine aveva risentita la presenza di lei con tutte quelle circostanze che gliel’avevano palesata la prima volta; aveva avuti dei sogni tremendi dai quali si era destato inorridito, compreso d’uno sgomento che rinasceva ogni notte più tormentoso e più atroce. E più volte, sotto l’oppressione di quell’incubo, Riccardo aveva pregato la fanciulla di perdonargli: l’aveva pregata come un ragazzo, piangendo; le si era prostrato, le si era umiliato come un codardo, tremando d’innanzi all’orrenda apparizione di quell’immagine spaventevole. Perchè essa le appariva nel sogno sotto altre forme, e non per questo perdeva della sua somiglianza. Riccardo la vedeva dappertutto nelle prime ombre della notte, in tutti gli oggetti che si presentavano al suo sguardo, in quei riflessi profondi e fantastici degli specchi che ricevono l’ultima luce del giorno, nelle persone da lui amate, in sè stesso; sì, e ciò era più terribile, in sè stesso. Egli se ne sentiva invaso come da uno spirito che assorbisse tutte le sue facoltà, che lo paralizzasse, che lo possedesse tutto senza lasciargli che l’impotente intuizione del suo stato. Vi furono dei momenti, in cui Riccardo aveva pensato di sottrarsi col suicidio all’orrenda persecuzione di quell’immagine; vi fu un giorno in cui, il giovine inorridiva pensandovi, aveva osato perfino di maledirla. E che poteva ora pretendere da lui quella donna? quali erano i tremendi disegni di quello spirito severo e implacabile? Avvelenargli tutte le sorgenti della vita, mescersi a tutte le sue gioie, travolgere tutti i suoi affetti, turbare tutti i suoi sonni.... perchè.... sì, era d’uopo che egli il confessasse a sè stesso, egli si era deciso per ciò solo a scegliersi una nuova compagna; per avere una creatura al suo fianco, cui dire nella notte: svegliati, te ne prego, ho paura, ella è lì, vedila; ella mi vuole, ella mi domanda.
. . . . . . .
Riccardo volgeva nella sua mente questi pensieri in quella stessa ora felice che seguiva al suo nodo fortunato; tra lo stesso fragore del ballo, in quella sala di papà Duport che per una strana somiglianza di decorazioni e di arredi gli richiamava alla memoria quella sala di una casa sconosciuta ove aveva veduto Anna la prima volta.
Ma egli fu riscosso assai presto da quella preoccupazione affannosa: tutto gli parlava di felicità e di amore in quel luogo, e la danza e quel frastuono di mille voci, e quel profumo inebbriante di donna, — emanazione della loro anima, mista a quegli atomi più preziosi della loro persona che esse abbandonano col moto, come i fiori agitati dal vento abbandonano la parte più pura del loro polline fecondatore. Ma nell’uomo questo profumo, il bacio di questi atomi volatizzati, non desta che la voluttà, e non suscita che desiderii di amore: nel fiore, essere più perfetto, soddisfa egli solo a tutte le leggi della fecondazione.
Riccardo si abbandonò con trasporto alla danza e si scagliò in quel turbine di valseggiatori, ove si confuse abbracciato alla fanciulla. Sotto quella sua taglia piena ad un tempo e flessibile, la mano del giovine indovinava le dolci ondulazioni delle sue forme: vi era in esse, nella loro mobilità, nel loro fremito qualche cosa di più eloquente del desiderio; il cuore di Emilia batteva concitato e sommesso, spesso interrotto come il timido linguaggio delle passioni: i ricci de’ suoi capelli disciolti lambivano la fronte del giovine come un bacio protratto; le lunghe pieghe del suo abito ne avvolgevano, agitandosi, la persona quasi a confonderli in un essere solo e indivisibile.
In quell’abbisso di voluttà Riccardo dimenticò il suo passato e sè stesso.
Ma nell’ora che la festa volgeva quasi al suo termine, in un momento in cui i danzatori si riposavano sui soffici divani della sala, e le fanciulle si asciugavano coi loro fazzolettini di batista, quelle gemme importune di sudore che piovevano dai loro volti arrossati; in quel periodo di solenni meditazioni in cui ripassano d’innanzi a noi tutte le gioie, tutti i timori, tutte le ansietà della festa; e la stretta di mano e il bacio involato, e il fremito di tutta la persona, e, la parola sussurrata all’orecchio, e, Dio lo perdoni, quel contatto ardente e magnetico del ginocchio che uccide tante innocenze nei balli, e basta a svelare egli solo tutti gli arcani più imperscrutabili della vita, il signor Duplessy entrò nella sala tenendo per mano una bella fanciulla, e disse al signor Duport.
«Perchè non fate suonare vostro genero?.... ecco qui una giovine artista che ha una voce portentosa da soprano, e che accompagnata da lui, ci farà sentire tutte le meraviglie del suo canto».
Pregato dal signor Duport, Riccardo si sedette senza esitazione al pianoforte; tutte le copie dei danzatori gli si disposero in circolo; egli era lieto di dare a sua moglie e a quella vaga riunione di giovani e di signore un saggio straordinario della sua abilità musicale.
Ma nel rivolgersi alla fanciulli per invitarla a sedersi presso di lui, egli trasalì nello scorgerne le sembianze. Era lo stesso profilo di Anna, la stessa persona esile e delicata, lo stesso aspetto pensieroso e soffrente; ma v’era ancora di più, essa vestiva un abito azzurro sparso di stelle d’argento, e pendevale tra le treccie scomposte una corona di rose bianche avvizzite. Tutto si riaffacciò allora alla sua mente: erano scorsi sei anni che in una sala come quella, in una festa da ballo, forse in quell’ora medesima, egli aveva conosciuto quella fanciulla a cui lo aveva legato un giuramento formidabile, a cui aveva fatto sacramento di fedeltà e di amore per tutta la vita; in quel giorno stesso egli aveva infranto il suo patto, in quel giorno stesso egli doveva forse subirne una punizione tremenda.
Riccardo impallidì a questa rimembranza e disse alla fanciulla con voce interrotta:
«Che cosa desiderate di cantare? Incominciate».
«Non so, diss’ella, ciò che mi verrà pel primo sotto le mani» e tolto un volume di musica, e apertolo a caso, lo collocò sul leggio. Riccardo vi gettò gli occhi e trattenne a forza un grido di spavento.... era quella sinfonia abborrita di Hummel!.....
Allora il giovine avrebbe voluto ritirarsi, ma non era più in tempo; la fanciulla aveva già incominciato.... era la stessa voce di Anna.... un brivido di morte scorse per tutte le fibbre di Riccardo; egli pure volle incominciare, ma, orribile cosa! le sue mani erano irrigidite; le sue dita toccavano la tastiera e non potevano premerla; cinque o sei note soltanto risposero a’ suoi sforzi impotenti, e convulsi: la sua fronte si coperse di un sudore gelato e un pallore cadaverico si diffuse per tutto il suo volto....
Papà Duport gli si avvicinò e gli disse:
«Che avete? cessate per carità, voi soffrite, voi siete pallido come un cadavere».
«È nulla, disse Riccardo sorridendo d’un sorriso spaventevole, ora vedrete».
E volle ricominciare, ma le sue braccia avevano smarrita ogni coscienza della loro forza e ogni facoltà di governarla; egli percosse sì violentemente sulla tastiera, che molte corde si infransero e si arricciarono scivolando sulle altre con uno stridio prolungato e terribile. In quel momento parve a Riccardo che la fanciulla si curvasse presso di lui e gli mormorasse all’orecchio: «_tu mi amerai anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_».
Egli gettò un grido e svenne. Trasportato nella sua stanza nuziale, gli furono prodigate tutte le cure che la scienza e l’affetto potevano suggerire alla desolata famiglia di Duport.... ma fu indarno che si tentò di richiamarlo alla vita.
Riccardo Waitzen era morto di sincope.
BOUVARD
Arn... with all deformity’s dull, deadly Discouraging weight upon me, like a mountain, In feeling, on my heart as on my shoulders A hateful and un sightly mole-hill to The eyes of happier men..... BYRON — _The deformed trasformed_
Bouvard! Chi era Bouvard?
Forse taluno de’ miei lettori tenterà ancora, non indarno, di far rivivere nel suo cuore le memorie vaghe e lontane che vanno annesse a quel nome; forse ricorderà tuttavia una storia misteriosa che ha per lungo tratto agitato le giovani fantasie di quei tempi, e ricevuto da tutte le anime sensibili un omaggio di pietà e di affetto.
Io stesso mi arrovello di richiamarmi alla mente le circostanze di questo racconto pietoso, come le memorie lontane dell’infanzia, come le visioni fantastiche di un sogno: — bello e fuggevole com’esso, severo e malinconico come tutto ciò che ha creato il sentimento e l’amore.
Vi furono alcune vite che la natura aveva destinate alla pubblicità, alcune intelligenze che il cielo voleva collocate nella luce per dirigervi le masse come ad un faro luminoso, e tuttavia quelle vite si spensero ignorate nel mistero, quelle intelligenze si consumarono sdegnose nelle tenebre. — Esistono due forze nella natura? — la forza positiva che crea e predestina, e la forza negativa che reagisce e distrugge? Domandatelo all’uomo, domandatelo al segreto della sua vita intima, domandatelo al genio sventurato!
Bouvard fu un genio sventurato. Il suo nome tramontò così rapido come l’astro precoce della sera; la sua vita fu il passaggio di una meteora abbagliante che si spegne a metà della sua curva, e s’invola agli occhi meravigliati che la mirarono.
Io non tesserò qui un racconto immaginato: scriverò la storia di un uomo che ha sofferto, la storia di una vita la cui azione si concentrò tutta nel dolore, la cui catastrofe ha colmato di orrore e di pietà tutti gli animi generosi che la conobbero. — Scrivo per me stesso, scrivo per dare alle memorie della mia gioventù la durata della mia esistenza, per riserbarmi negli anni dell’aridità il conforto ineffabile delle lagrime.
Chi non ha visitato il paese della Savoja, il suo suolo a sbalzi le sue valli ripiene di nebbie e le sue montagne di pini e di granito, non conosce quel punto della Terra dove la natura ha riposto il segreto della sua malinconia. Sulle montagne di Crest-Voland gli uccelli hanno una voce più dolce, il rigogolo canta nelle siepi con delle note tristissime, e vi ha in tutto il territorio dello Ciablese una specie di reattino, il cui grido appena sensibile si assomiglia al lamento di un moribondo. Lungo i ciglioni delle montagne, le rive tapezzate di viole bianche che la superstizione ha collocato tra i fiori di cimitero, spiccano, come nastri candidi ondeggianti, su quel verde cupo delle eriche, ove delle folate di farfalle grigie aleggiano intorno a quei cespugli a migliaia.
Bouvard nacque in quel luogo, nacque in una capanna: — suo padre suonava la gironda e faceva ballare una marmotta nera della valle di Champagneux. Fu un triste acquisto quello che la famiglia di Bouvard aveva fatto colla nascita di questo fanciullo: in fatto egli era rachitico e infermiccio; la deformità lo aveva segnato colle sue tracce ributtanti, e non gli aveva lasciato nulla di regolare, nulla di attraente nel viso, nulla di vago nell’occhio e nella voce: — parea che la natura lo avesse per metà ripudiato non consentendogli che la pura fruizione della vita.