Part 7
A sette anni Bouvard cominciò ad avvedersi della derisione che gli fruttava la sua deformità, e si sentì trafitto nel cuore, immaginando e indovinando forse il destino di tutta la sua esistenza. Le prime avversità dell’infanzia lo fecero inclinare alla meditazione e all’isolamento; e forse dovette a questa sventura precoce lo sviluppo straordinario della sua sensibilità, fors’anche il suo genio medesimo; — chè, se il dolore crea o modifica i grandi ingegni (e la sventura nei sommi è causa e non accidente od effetto) la sua azione debb’essere più efficace nei primi anni della vita, quando la società non ci ha ancora armato il cuore di punte per schermircene e lo spirito vergine e puro ritiene le impronte incancellabili della natura.
Egli era costretto a separarsi da’ suoi compagni, e si assideva la sera lungo le rive dell’Isere a veder scorrere le acque e tramontare il sole dietro la foresta di Gresy.
«Com’è bello il sole! — aveva detto una volta a sè stesso Bouvard, — come sono belle queste farfalle e questi uccelli che fanno qui il loro nido! — Ecco un magnifico fiore di giglio; quale precisione in tutte le sue parti, quale esattezza nella disposizione delle sue foglie, quale flessibilità meravigliosa nel suo stelo!» — E nel chinarsi a raccoglierlo, aveva intraveduto la sua immagine nella superficie trasparente del fiume, — la sua immagine brutta, laida, ributtante.... Bouvard sedette sopra la riva e pianse lungamente con abbandono. Egli avrebbe almeno desiderato un cuore, cui confidare il segreto delle sue prime sofferenze; e forse la tenerezza melanconica di sua madre aveva compreso quanto tesoro di affetti si rinchiudesse nell’animo delicato di quel fanciullo, forse nella madre avrebbe trovato un’amica, ma quell’amica doveva essergli presto rapita; — a dieci anni Bouvard era rimasto solo nel mondo.
Un giorno suo padre gli aveva detto: — mio caro figliuolo, tu hai dieci anni compiuti, e quantunque tu sia alquanto malaticcio e la tua figura non sia per verità delle migliori, le tue forze sono ora abbastanza sviluppate, e puoi bastare, d’ora in avanti, a te stesso: — io conto di andare nella Francia, ed è tempo che noi ci separiamo; prenditi la mia marmotta e la mia gironda, è assai più di quello che io potrei darti, ma il cielo compenserà almeno colla tua fortuna il sacrificio generoso di tuo padre.
Bouvard prese la via di Bonneville e dormì la prima notte in un canneto lungo la riva del torrente. Era una bella notte di agosto, egli non aveva veduto mai tante stelle, nè inteso così bene quel rumorìo che fanno le locuste nelle stoppie, e quei mille suoni soavi e ineffabili che producono le foglie in una notte serena di estate. Parve a Bouvard di sentire in sè stesso qualche cosa di inusitato: — egli non aveva sonno, egli non aveva paura, non stanchezza, non disagio, si sentiva calmo e tranquillo — un sentimento infinito di benessere gl’infondeva per tutte le fibre una dolcezza non mai provata fino allora: — era pensieroso ad un tempo e sereno.
— Sentiamo, diss’egli, è ben questo un grillo che canta; — perchè canta egli questo grillo?.... e che cosa fanno lassù tutti quei luminari che il buon Dio accende tutte le sere?... e queste piante?... e questo usignuolo che sento gorgheggiare da lontano? — In verità, io non avevo mai osservato che ci fossero tante belle cose nel cielo, e che i grili cantassero di notte così dolcemente. Oh! egli deve essere pur buono il Signore se ha creato tante cose meravigliose.
Bouvard cadde in una profonda meditazione; — egli pensò a sua madre e alla sua capanna, e a quel mondo sconosciuto nel quale stava per entrare così fanciullo: — a poco a poco i suoi sensi si assopirono, — egli porse attenzione a tutta quell’armonia malinconica che blandiva il suo orecchio come la nenia d’un bambino, — a quel fremito degli steli, — a quel susurro degli insetti, — a quel lamento delle acque, — alla voce del vento e delle foglie: la sua anima acquistava una strana sensibilità, il suo udito una potenza di sensazione ineffabile: — egli distinse le note più delicate, i tuoni più melodiosi, le cadenze più dolci; e gli parve d’aver indovinato il segreto della grande musica della natura. Egli prese la sua gironda e suonò una vecchia aria lamentevole che aveva ascoltata un tempo da suo padre: — non vi era nulla di più semplice di quella musica, nulla di più monotomo di quel suono; ma pure egli vi trovò tanta dolcezza che i suoi occhi si riempirono di lacrime, e quando ebbe finito, si avvide che stava inginocchiato pregando.
Fu una grande rivelazione quella che la natura aveva fatto in quel momento a Bouvard: egli aveva compreso di essere artista; per una potenza straordinaria di intuizione, egli aveva presvelato il mistero di tutta una vita. — Una fiducia illimitata di sè stesso, un’avidità irresistibile dell’avvenire agitarono da quell’istante il suo cuore: — egli si sentiva superbo di sè, superbo della sua arte divina, egli comprendeva bene che non aveva ancor nulla conseguito, ma che avrebbe tutto conseguito col tempo.
Bouvard si addormentò che era assai tardi, e sognò degli angeli e dei fiori, la sua capanna e le sue montagne, le rondini bianche dell’Isere, e le sue rive fiorite di ranuncoli... egli sognava ancora, quando si sentì battere sulle spalle, e nello svegliarsi vide due uomini seduti presso di lui, e di cui uno era intento a guardarlo.
— Piccino mio, gli disse costui che pareva il più anziano, tu stai, a quanto mi pare, guadagnando male il tuo pane con questa brutta marmotta e con questo cattivo strumento, e sei pur molto giovane per andartene così solo nel mondo: io ti darò bene un compagno, — eccoti qui il mio amico Jeanin dal quale devo separarmi oggi stesso; egli è una persona di distinzione e non ha che un piccolo difetto, una menda di nessuna importanza per l’arte sua: è cieco da tutti e due gli occhi, ma ci vede bene colla mente, e ci sente meglio colle orecchie, che non è già uno stordito il mio amico Jeanin, e ti farà toccare delle buone monete col suo violino. Veramente il tuo viso non mi fa troppo l’elogio di tua madre, ma tu hai l’aria di un buon fanciullo, e il cielo ti sarà grato se farai una buona compagnia al mio amico. Suvvia, sciogli subito il laccio a questa tua marmotta scodata, chè non va bene il tentare la tua fortuna con questa patente di povertà, — porgi la mano al tuo compagno, e vattene alla buon’ora, chè io devo trovarmi per mezzo giorno sulla via di Villaz, lungo il canale.
Bouvard considerò questo avvenimento come un favore straordinario della fortuna, e gli parve pure che vi fosse qualche cosa di dolce nella missione di carità e di amore che il cielo pareva affidargli coll’alleanza inaspettata di quel cieco.
Egli non si era ingannato.
Sette anni dopo, si leggeva sui giornali di Ginevra:
«Bouvard il celebre suonatore di violino, darà questa sera un’accademia musicale nel nostro teatro. L’ingegno straordinario di questo giovane artista, e la fama universale che le precede, ci esimono dall’aggiungere per lui alcuna parola di elogio e di raccomandazione.»
* * *
Rivediamo ora Bouvard nella seconda fase della sua vita, — Bouvard, non più il piccolo savoiardo, — ma l’uomo di mondo il giovane elegante, l’artista straordinario.
Quali saranno ora le sue passioni, il suo cuore?
Il lago di Lemano giace calmo e tranquillo; il cielo è sereno e stellato, e la luna si riflette nelle sue onde. È una di quelle notti di silenzio, e di amore, in cui tutto ciò che vi ha nel creato si agita e vive di questo sentimento. Che dice il susurro del vento che increspa leggermente le acque? che dicono le acque al vento? — Perchè le migliaja di foglie di quell’albero tremolano mormorando tra di loro? La goccia di rugiada che discende dal cielo a collocarsi nel calice vagheggiato del fiore, per quale attrazione ha saputo percorrere la sua via verso di lui, nel vasto universo che l’ha creata? Porgiamo attenzione a questo linguaggio degli enti sconosciuto agli umani. Noi v’intendiamo il bisbiglio dell’insetto che compie le sue nozze fra i petali profumati della rosa; — il ronzio della farfalla notturna che aleggia intorno alla sua compagna nel suo nido di foglie e di seta; — la voce dello zeffiro che prepara la fecondazione misteriosa de’ fiori; — il fremito delle alghe che si curvano ad accarezzare le onde fuggevoli del torrente; — il linguaggio segreto delle stelle, — il mormorio degli steli e delle gemme, — i baci delle fronde, — i numeri infiniti che svelano nella natura il sentimento universale e prepotente della vita, l’amore.
Ma quanti sono tra gli uomini che intendano questo linguaggio? E non è l’uomo tra tutte le creature la sola che abbia spesso prostituito l’amore e sagrificato sull’altare dell’egoismo questo celeste sentimento? Non chiedete all’uomo dell’amore, non gliene domandate che un’ombra, — un’ardita apparenza che finge, che asserisce, che giura.... Vi fu un tempo in cui gli uomini si amavano, prima che la famiglia, fanciulla vergine e pura, toltasi dalle foreste e dalle capanne per venirne a nozze colla società, non s’incontrasse per via coll’oro, garzone petulante e avventuriere che le fece violenza; e da quello sconcio nacque l’egoismo, mostro scellerato e insaziabile, che divora gli affetti nati da lui stesso, come Saturno divorava un tempo i suoi figliuoli.
Pure, a quella guisa che vediamo tra le cento braccia inaridite d’un albero fulminato, sopravvivere talora un ramo solo e rivestirsi di fiori così leggiadri, che mai quell’albero ne aveva dato di tali nella pienezza della sua gioventù e della sua primavera: non altrimenti l’amore sbandito dal seno dell’umanità, si è rifuggito nel petto di pochi uomini che lo custodirono nel segreto del loro cuore. — Domandate a costoro come si ami, — cosa si speri dall’amore, — domandate loro se si può amare impunemente. — Oh! la gioventù è severa, e la società non lo è meno nelle sue leggi.... evitate dunque la lotta, insozzate la vostra anima, e gettatele ai piedi la vostra corona di rose, prima che essa ve la strappi dal capo per collocarvi il suo serto di spine e di cipresso.
Sulla superficie tranquilla del lago si culla leggermente una barca abbandonata, — i due remi che le pendono dai fianchi imprimono nelle onde due solchi paralleli d’argento che si riempiono, e si rinnovano senza sparire e senza lasciare alcuna traccia di sè, — emblema della vita. — Perocchè, chi crede che l’avvenire esista? chi crede che esista il passato? Il presente soltanto esiste, ed è quel punto impercettibile che li riunisce: il tempo è una catena che si snoda dall’abisso del futuro, e si riaccoglie nella voragine del passato. Ma forse la parte che sparve tornerà a ricomparire? — il serpente che si morde la coda. — Chi sa se il tempo trascorso non ritorni colle sue circostanze di luoghi e di avvenimenti? Le leggi che governano le evoluzioni degli astri e dei mondi, perchè non governeranno altresì le evoluzioni del tempo? Tutto parte da un solo principio di vita: piccoli mondi in un gran mondo, piccole esistenze in una grande esistenza... oh, sì, — il tempo ritorna, o l’eternità non sarebbe che un vaneggiamento dei mortali. — E puossi concepire l’idea dell’eternità ove vi ha qualche cosa che muore?
Forse sono tali i pensieri che agitano la mente di Bouvard seduto con abbandono nella sua barca. — Bouvard così giovane, incomincia a provar quella malattia di cuore che nasce dalle speranze deluse, e che si alimenta nella solitudine degli affetti.
Le prime pagine del libro della vita contengono racconti deliziosi, profezie e presagi di felicità senza fine, ma le pagine di mezzo ne preparano al disinganno, le ultime alla rassegnazione; e spesso si butta il libro, e non si vive che delle memorie di ciò che si lesse. Bouvard ha fatto ciò che tutti gli infelici hanno fatto: — ha divorato le prime pagine con isdegno, ed ora si riposa sconsolato a mezzo del libro. Ma egli non le lesse, no, quelle pagine, le ha indovinate: — egli non ha accelerato il suo disinganno, ma lo ha prevenuto, — egli non ha trovato nei piaceri dell’esistenza che una prostituzione indegna della nostra natura, un mondo fittizio che ci sfugge, e pure ci accarezza, una menzogna che ci degrada e pure ci alimenta... Quale è infatti l’epoca della vita che si rimpiange? Quali i giorni in cui osammo chiamarci felici? La gioventù.... E pure l’età che l’ha seguita ce ne ha fatto conoscere gli errori, ci ha snudato quel mondo apparente e menzognero de’ suoi colori fatui e abbaglianti, ci ha mostrato la vanità di quelle passioni, la piccolezza di quelle gioje, la nullità di quei piaceri, il ridicolo di quelle aspirazioni, la sorgente crudele di quei sogni, che ci promettevano godimenti infiniti nella vita virile. Ma se noi abbiamo conosciuto quell’inganno a profitto della verità, perchè oseremo rammaricarne?
Certo una condanna crudele pesa tuttavia sui nostri capi: — ovunque l’albero della scienza dilata i suoi rami, e alletta gli uomini a raccoglierne i frutti proibiti, sembra rinnovarsi la sentenza terribile che il cielo fulminò sui nostri padri: ogni passo che l’umanità ha fatto finora sulla via della verità e del progresso, ha segnato un punto di allontanamento dalla via della sua felicità e del suo perfezionamento morale. Avviene dell’individuo ciò che avviene delle nazioni, avviene delle vite parziali ciò che avviene dell’esistenza delle masse. La gioventù sfugge colle sue gioie a quegli uomini, cui uno sviluppo precoce dell’intelligenza e l’abitudine fatale della meditazione hanno svelato troppo presto la grande nullità della vita, e insegnato che la verità è un fantasma nudo, che la nostra sola avidità di raggiungerlo lo riveste di colori abbaglianti e di forme celesti, e che non le rimane che un solo conforto disperato, — quello che ritrae da sè stessa.
Bouvard non ha che diciannove anni, e già ha trasvolato collo sguardo su tutto l’oceano tempestoso dell’esistenza: — egli vi scorge la gloria, la fama, l’agiatezza, la vita elegante e fragorosa, tutte onde clementi che sembrano assicurargli un posto tranquillo e sicuro; ma non è là ch’egli desidera di riposarsi, egli vaneggia un altro lido lontano e insperato.... oserà egli nominarlo? oserà dirlo a sè stesso? Bouvard desidera un affetto, un affetto ardente come la sua anima, com’esso infinito, un amore di cui saziarsi o morire.
Egli era nato per amare. — Vi sono delle vite che non furono mai che una rivelazione continua, incessante di questo sentimento. — Bouvard aveva amato prima sua madre, e con essa la sua capanna, i fiori e gli uccelli delle sue montagne, poi la sua marmotta da cui si era diviso con delle lacrime, poi il suo cieco compagno e i poveri villaggi della Savoja che aveva percorso con esso.
Egli è a lui sopratutto, che aveva rivolto per molti anni le sue cure pietose e il suo affetto. Quel vecchio gli aveva tenuto luogo di un mondo: — vi aveva trovato la severa tenerezza del padre, e la confidente espansione dell’amico. Il povero Jeanin era stato un tempo un artista conosciuto, poi amareggiato dal livore dei cattivi, poi ingratamente obliato, e aveva voluto fare di Bouvard un allievo destinato a rivendicare il suo genio. Egli è altresì a quell’esempio che il giovinetto aveva piegato il suo cuore ad una tenerezza infinita, ad una sensibilità senza conforto, ad una generosità d’animo troppo grande e troppo spesso vilipesa dagli uomini. Nelle loro peregrinazioni per quelle campagne essi amavano talora di dormire nelle notti d’estate a cielo scoperto, e d’inspirarsi alla musica della natura; — e se entravano qualche volta nei villaggi, non era che per farvi intendere quell’armonia che ne avevano attinta, come un’emanazione improvvisa del loro genio, come un tributo dovuto a quegli uomini che li soccorrevano nei bisogni della loro vita materiale. Compiuta la loro missione, essi ritornavano ai loro campi, — e spesso Bouvard conduceva il suo compagno ad assidersi lungo le rive dei torrenti, o in quei seni remoti delle valli dove il vento agita continuamente le grandi foglie di cerri, e dove erano molti usignuoli che cantavano nelle notti serene fino al mattino.
«Vedi tu il sole? — gli domandava il vecchio qualche volta, — è egli ancora così luminoso, come quando io lo vedeva nella mia fanciullezza? Dammi la tua mano lascia ch’io tocchi il tuo viso e i tuoi capelli; che io senta se le tue fattezze sono quali erano pure le mie in quel tempo».
Fanciullo com’era, Bouvard dormiva la notte profondamente, e spesso nel suo sonno l’udiva discorrere con sè stesso, o pregare. Una notte l’intese suonare così dolcemente, che mai il giovane aveva udita una musica così sublime: egli pensò che uno di quegli angeli di cui gli aveva parlato una volta sua madre, fosse disceso ad apprendergli quell’armonia che si doveva sentire soltanto nel cielo: — poi l’udì gemere e mormorare alcune preghiere, poi non udì più nulla — Si destò al mattino ch’egli dormiva ancora; — attese che si destasse, indugiando egli, lo scosse..... era morto! Bouvard pianse alcuni giorni, poi lo seppellì assieme col suo violino, sotto tre grandi alberi che crescevano lì presso, lungo un torrente che metteva nel Rodano perchè, avendogli egli detto che era del paese di Montelimart, pensò che le acque ne avrebbero col tempo restituito il cadavere alla patria.
Fu un nuovo avvenire quello che si aperse allora al suo sguardo; quantunque modesta, Bouvard aveva la coscenza del suo genio, egli sentiva di essere artista, sentiva di poter dare saggio di sè in ben altri luoghi che non fossero quei poveri villaggi della Savoia. La speranza di rinvenire suo padre bagattelliere girovago nella Francia, lo trasse quasi suo malgrado a quel paese. Entrò nel territorio della Saona, suonò la prima volta a Bourg, poi a Macon, a Moulins, a Never; riscosse ovunque degli applausi, ovunque destò l’ammirazione la più insperata, a Melun gli furono gettate delle corone, e poichè egli si trovava così vicino a Parigi, entrò in quella città, allettato da quella vita fragorosa e felice nella quale anelava di lanciarsi.
Vi passò quattro anni; — il piccolo savojardo, il povero suonatore di gironda, era divenuto un giovane elegante, un artista ricercato, l’elemento morale di quelle grandi riunioni: l’eletta società si contendeva Bouvard come il genio vivente dell’arte, come una di quelle grandi individualità della scienza, di cui si ambisce la predilezione e la stima.
Fu in quei grandi centri che egli aveva studiato gli uomini e più di loro sè stesso. Egli avea bene veduto dovunque delle mani sporte a stringere le sue, dovunque aveva ascoltato delle parole di omaggio, egli s’era accostato alle labbra il veleno melato dell’adulazione; ma di quell’esistenza fittizia pareva sdegnarsi la sua anima, e quando volle un cuore, un cuore soltanto, conobbe che vi era un deserto intorno a lui, che l’amicizia rifuggiva da quella vita apparente e simulata, e che la sua deformità lo condannava all’isolamento dell’amore.
Vi furono in tutti i tempi delle donne che sacrificarono la loro fama alla bellezza disgiunta dal genio — nessuna che la sacrificasse al genio disgiunto dalla bellezza. La donna, questa quintessenza di polvere la più perfetta tra le opere della creazione, non nasconde spesso sotto la maschera irritabile del pudore che le traccie più delicate della sensualità. Nelle passioni di amore, l’uomo è quasi sempre guidato nella sua scelta dalla virtù, la donna non lo è mai che dall’avvenenza. Nessuna di loro ha confortato del suo affetto di amante la vita di qualche grande sventurato: una tomba recente, — la tomba dell’infelice Leopardi, — accusa in faccia all’umanità l’egoismo sensuale della donna.
Bouvard si avvide troppo presto che egli non poteva sperare dell’amore, e conobbe ad un tempo che questo bisogno si era talmente inviscerato nella sua natura, che non avrebbe potuto attutirlo che colla morte. Sdegnato di quella vita apata e clamorosa ove tutto si tributava all’apparenza, pensò che la solitudine lo avrebbe collocato in maggiore armonia con sè stesso, pensò che aveva ancora qualche cosa ad amare, le sue memorie. Egli era quasi ricco; diede un addio alla vita pubblica, partì inavvertito e venne pellegrinando alle sue montagne. Ma quivi pure gli erano riserbate delle disillusioni inattese: tutto era mutato nel campestre teatro della sua infanzia; le nevi disciolte avevano fatto scoscendere qua e là gran parte di quelle rupi; i montanari avevano recisa una foresta prediletta di pini dove veniva a riposarsi nei giorni canicolari dell’agosto, poche pietre rimanevano della sua capanna ove le lucertole verdi guizzavano ai raggi del sole, — e come venne alla tomba del suo amico, trovò che il terreno smosso e inumidito dalle acque, era tutto fiorito di quei ciclamini vermigli che crescono sulle montagne, e ne raccolse alcuni che portò seco per tutta la vita, come l’unica reliquia sopravvissuta al naufragio della sua felicità e della sua giovinezza.
Fu su quella tomba che egli compose le più belle melodie che mai il genio della musica avesse saputo inspirare, come un tributo alla santa memoria dovuta di quell’uomo che gli aveva appresi i primi erudimenti dell’arte, svelati i misteri più sublimi dell’armonia.
Ma come nessun uomo è capace di rimanere lungamente infelice, Bouvard pensò che il soggiorno d’una grande città lo avrebbe distolto dalle sue meditazioni sconfortanti, e quasi stordito e calmato nel suo dolore. La fama della Nuova Eloisa, — il più bel libro d’amore che mai sia stato scritto, — era ancora diffusa e fiorente tra la gioventù appassionata di quei tempi; egli aveva divorato quelle pagine con una specie di febbre e di delirio; la vita del grande socialista si approssimava allora al suo tramonto, splendido e maestoso come uno di quegli astri che si circondano di maggior luce prima d’involarsi alla vista degli uomini. — Bouvard volle baciare quelle zolle che avevano data la vita a Gian Giacomo, e venne a Ginevra.
Ecco come noi lo rivediamo in quella città, nel silenzio di una notte stellata, solo, abbandonato sopra una barca in mezzo alle onde tranquille del Lemano. Che fa? Che medita il giovane in quell’istante?
Vi sono dei periodi di effervescenza nello sviluppo dello spirito umano, in cui l’anima si sublima, e si eleva ad una grandezza smisurata non concepibile che a sè sola. Che è la parola perchè si attenti a manifestare quegli slanci? Non sono che le piccole passioni, le sensazioni inerenti alla materia quelle che la parola può esprimere: ma ciascun uomo ha in sè qualche cosa che non rivela, che non può rivelare; ciascun uomo è più grande di quanto lo appaia, di quanto forse lo creda egli stesso. E che è ciò che noi chiamiamo genio, se non la facoltà di concepire e di estrinsecare, con quanta maggior verità è possibile, questa vita profondamente intima e spirituale dell’uomo?
Bouvard guarda le stelle, il cielo, la superficie immobile del lago, i salici che si curvano sulle rive, i pesci che guizzano inseguendosi, gli acari fosforescenti che scintillano nelle onde commosse dai remi; e da questo spettacolo svariato attinge delle idee che egli sente, che egli comprende, ma che non, saprebbe pure manifestare a sè stesso. È il linguaggio arcano che vi ha tra noi e la natura, e che Iddio non ha concesso all’uomo di esprimere.