Part 5
Riccardo non era però tanto caduto in fondo d’ogni bassezza che non riconoscesse l’avvilimento che gli proveniva da quella sua vita insipida e vana. «Io ho più di cento mila lire di debito, diceva egli una sera a sè stesso, una somma che non potrò più restituire; la fortuna ha cessato di sorridermi, e di tutto ciò che mi aveva accordato una volta non mi è rimasto nè un confidente, nè un amico, nè tampoco uno di quei buoni cavalli amburghesi che aveva portato meco da Ofen: in verità gli è ben tempo che io riprenda tra le mani quell’eccellente spartito di Mozart che riassume tutte le mie memorie di collegio: non per nulla la Provvidenza lo avrà collocato tra gli arnesi della mia guardaroba, e conservatomelo per due anni nel fondo della mia vecchia valigia». Riccardo meditava su queste e tante altre cose più tristi tra il frastuono d’una festa da ballo, sdrajato sopra un sofà collocato nello sfondo di una finestra, di cui aveva racchiuse le cortine per nascondersi alla vista de’ suoi amici. Era la prima volta che il pensiero del suo avvenire veniva a collocarsi come un incubo assiduo, pesante, affannoso, tra lui e l’abbandono prestabilito della sua vita: Riccardo, soffriva e sentiva per la prima volta di soffrire.
Ma mentre egli si abbandona con una voluttà ancora ignorata a questo nuovo sentimento di dolore, ode profferire il suo nome, sente che si cerca di lui; e il giovine si scuote, si passa le mani sul viso, si racconcia la zazzera colle dita, si alza, e si slancia sorridente nella sala.
Una vaga fanciulla di sedici anni, la cui voce era melodiosa come quel bisbiglio degli usignuoli, delle farfalle, e dei fiori che sì ascolta nelle prime notti di aprile, era stata pregata di cantare una vecchia leggenda tedesca ordita sopra i motivi d’una patetica sinfonia di Hummel, e Riccardo doveva accompagnarla al piano-forte. Anna Roof, che tale era il suo nome, era uscita di collegio pochi giorni prima, e si dicevano grandi cose della sua abilità nel canto e nel suono, ma sopratutto nel canto: ella era divenuta a un tratto la regina della festa, e aveva ricevuto un tributo di ammirazione e di elogi che poche donne avevano fino allora ottenuto. La sua bellezza aveva certo giovato a questo trionfo, ma nessuno avrebbe saputo dire perchè Anna era bella: le sue fattezze sfuggivano allo sguardo, come qualche cosa di mobile e di vaporoso; i suoi occhi avevano tutta la trasparenza del cielo, e quella profondità e quel mistero del suo azzurro; il sentimento e la malinconia nel baciare il volto di una donna, non vi avevano mai lasciato tanta parte di sè come su quello di Anna: il sentimento e la malinconia riuniti formano la natura dell’angelo, e Anna era un angelo.
Certo se v’ha al mondo un tipo vivente di donna che si informi a quell’ideale di cui ogni uomo ha portato delirando l’immagine nel cuore fino a vent’anni, quella è la donna tedesca. In verità io posso anche odiare i tedeschi, ma non posso odiare le loro spose e le loro fanciulle. È ad esse, alla loro dolcezza, al loro abbandono, alla loro fedeltà, a quella verginità di mente e di cuore, a quella cara ingenuità di fanciulla che esse sanno conservare per tutta la vita, che la Germania va debitrice della letteratura più morale e più appassionata del mondo.
È la loro moralità che regge e costituisce la famiglia, è la moralità della famiglia che regge e costituisce la nazione. Io lo ripeto; io credo che ogni buon italiano odia cordialmente un tedesco, ma vede di buon occhio le sue donne.
Dobbiamo e possiamo noi credere alla predestinazione? certo molti avvenimenti si compiono quaggiù per un concorso di circostanze che non possiamo giudicare imprevedute e immediate. Vi sono molte anime che si sentono, che si conoscono, che si cercano, che non ignorano l’esistenza di un’altra colla quale sono destinate a raggiungere la loro completazione. Tutte le unità nell’universo sono divise e separate, e tendono per le proprietà della loro natura a riunirsi: forse vi è nel fondo tenebroso di questo pensiero un debole filo di luce che ci potrebbe guidare a rintracciare i segreti della vita universale, del moto, della generazione e dell’amore.
Quando Anna Roof e Riccardo si videro in quella sera la prima volta, sentirono che essi erano nati l’uno per l’altro, e che nessuna avversità di fortuna li avrebbe potuti disgiungere. Nessuno di loro aveva ancora amato, ma il giovane non aveva più di puro che il cuore; Anna aveva ancora l’ignoranza della purità e l’ignoranza della colpa: aveva la purezza naturale dell’angelo.
Quella sera fu decisiva per tutta la vita dì Waitzen; egli suonò con entusiasmo e s’inebbriò della voce divina della fanciulla.
Anna cantava con sentimento; la sua voce era debole e languida, uscivale dal petto come affannosa; era più un lamento che un canto, ma quel lamento aveva affascinato ogni cuore e spremuto delle lacrime dagli occhi di tutta quella folla spensierata e felice. Riccardo ballò colla fanciulla un valzer vertiginoso, le cui rimembranze, il cui suono non uscirono mai più dalla sua memoria, come quelle che avevano segnato per lui il primo periodo di una nuova esistenza. Quella ghirlanda di rose bianche avvizzite, quell’abito azzurro tempestato di stelle d’argento, quei capelli cadenti e scomposti, quella taglia slanciata e flessibile, tutto quell’olezzo di cielo che emanava dalla sua persona, riempirono per lunghi anni la mente immaginosa del giovine con sì grande pienezza di affetti, di sensazioni e di fede, che tanta non gliene avrebbe procurato una lunga esistenza di felicità, di godimento e di amore.
Quando Riccardo, rientrato nella sua camera, rivolse lo sguardo a quegli oggetti che gli richiamavano alla memoria il suo passato, lo assalse un pentimento doloroso della sua esistenza trascorsa, di quei giorni senza amore, senza amicizia, senza coscienza di bene e di male, nei quali nulla si è raccolto, non una rimembranza, un affetto, una fede di cui riconfortarsi in quell’età nella quale non si può più vivere che di memorie. Il giovine si commosse e si armò di saldi e nobili propositi per l’avvenire: che accadesse di lui in quella notte, il cielo ed egli solo lo seppero; egli pregò e pianse come un fanciullo, si coricò colle lacrime e si ridestò tutto mutato.
Otto giorni dopo egli abitava un piccolo appartamento in una casa di fronte a quella di Anna, modo che non si frapponeva tra di loro che la distanza della via. Fu così che Riccardo poteva lanciare sul balcone della fanciulla delle piccole pallottole di carta, sulle quali effondeva tutti gli affetti della sua anima innamorata e sofferente.
Nella sua potente vitalità l’amore subisce due fasi: quella delle idee e quella dei fatti, ed è la prima di esse che ha nobilitato negli uomini questo sentimento, creando una distinzione tra i loro amori e quegli degli altri esseri organizzati, poichè nell’uomo l’amore non è tanto il congiungimento delle vite, quanto è quello delle anime e delle idee. Esistono due forze nella natura umana, sulle quali si basa tutto il sistema della vita: e sono la forza di attrazione e la forza di ripulsione — l’amore e l’odio: — l’amore è quella lotta che combattono due anime per riunirsi; e la sensualità non ha più altro scopo che quello di distruggere i corpi per affrettare la fusione delle anime: ma questa fusione è impossibile nel mondo materiale senza la cessazione delle vite, è del paro impossibile nel mondo dello spirito come quella che distruggerebbe l’individualità: da ciò il desiderio di morte negli abbandoni di amore, e quel vuoto eterno e quell’insoddisfacimento tormentoso che si prova anche nell’amore corrisposto.
Ma la storia di un amore nella prima delle sue fasi, il suo nascere, il suo crescere, il suo svilupparsi, è tal cosa che sfugge alla potenza della parola. E che è ella la parola? Tutti coloro che hanno sentito potentemente si sono arrovellati contro questo povero linguaggio umano, il quale non sa accomodarsi che colla vita dei fatti, e si trova immiserito e impotente allorchè vuole esprimere la vita delle idee. Essa può manifestare un fatto con un suono, con una voce, con un periodo; ma un’idea richiede dei volumi ancorchè non avesse abbracciato che un atomo impercettibile di tempo, perchè l’idea è l’infinito.
È perciò che noi pubblicheremo qui semplicemente il contenuto delle varie pallottole di carta che Anna Roof e Riccardo Waitzen si scambiarono dai loro balconi.
Il lettore che ha amato indovini le battaglie di quelle anime.
I.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.
II.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.
III.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Il vostro silenzio è inesplicabile; perchè ricevere le mie pallottole, se non mi amate? E se mi amate perchè non rispondere?
IV.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Voi mi dileggiate crudelmente, voi raccogliete volontieri le mie pallottole, voi mostrate di leggerle con commozione, e non mi rispondete; mostrate di amarmi e non me lo dite. Il vostro contegno è un enimma che tortura e confonde la mia povera ragione, allorchè io tento di decifrarlo. Qualunque sia il vostro cuore per me, o rispondetemi od abbandonerò domani questo alloggio.
I.ª _pallottola di Anna a Riccardo:_ (_Se ne ignora il contenuto essendo caduta sulla via_).
II.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: (_Caduta come sopra_).
V.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Per carità, lanciate le vostre pallottole con maggior forza; componetele di una carta più consistente.
III.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Che vi dirò io, o Riccardo? Abbiate compassione di me, perchè io più non mi riconosco in questi giorni. Ve lo dirò, sì, che vi amo, ma non mi opprimete colla vostra insistenza, non mi lusingate, non mi straziate coll’immagine d’una felicità che non può, che non deve durare.... sappiate che il filo della mia vita è spezzato.... giurate di amarmi, e vi rivelerò un segreto terribile.
VI.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sulla mia vita, sul nostro amore, lo giuro. Dite, angelo, dite.
IV.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il nostro amore sul quale avete ora giurato, non vi legherà a me per uno spazio maggiore di un anno. Sappiate che la mia esistenza è consumata da una malattia tremenda la quale non conosce rimedio, dall’etisia. Io devo morire indubbiamente non più tardi del mio anno diciasettesimo che compirò nella prossima primavera, nella stagione dei fiori, quando tutto mi richiamerebbe alla felicità ed alla vita. Dite ora, o Riccardo, potete voi amarmi a questo prezzo? potete voi rendermi vostra?
VII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sono dodici giorni che non vi vedo: voi soffrite? voi siete malata? o, perdonate questo sospetto, ricusate piuttosto di vedermi? La vostra confessione mi ha atterito, e io sento più che mai il bisogno di amarvi, e di rendervi mia. Ma esistono pure dal mio canto ostacoli forse insuperabili: io vi amo, Anna, ma ho centomila franchi di debito.
V.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il vostro cuore non vi aveva ingannato; io era malata. La speranza di tanta felicità mi ha commossa ed oppressa fino a morirne. Ho voluto meditare su tutte le possibili eventualità del nostro amore prima di rispondervi. Sono lieta che accettando il sacrificio che vi assumete di compiere col rendermi vostra, io possa dimostrarvene in qualche modo la mia riconoscenza. Ma potrò io ricompensarvi del vostro amore? Possiedo esattamente abbastanza di che pagare i vostri debiti, e dispongo liberamente dalla mia fortuna. Ma questo mutamento di stato richiederà la mia lontananza da questa città; e quindi anche la vostra. Acconsentite? Io vi offro la mia vita di un anno, ma una vita la cui potenza sarà centuplicata dalla sensibilità, dall’amore, dal pensiero della sua cessazione imminente. Un’altra donna non potrebbe offrirvi un anno di ebbrezze più divoranti; la vostra esistenza trascorrerà attraverso una serie di sensazioni nuove e infuocate, io non vivrò che un anno nel tempo, ma vivrò un’eternità nell’amore. Tuttavia questa passione smisurata ha diritto ad una ricompensa: un altro patto tra noi: — _voi dovete essermi fedele anche dopo la mia morte, voi dovete amarmi per tutta la vostra vita_. —
VIII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Acconsento ad amarvi per tutta la mia vita: ma giacchè noi dovremo abbandonare questa città, non si potrebbe fare a meno di pagare i miei creditori?
Noi non diremo quante altre pallottole furono scambiate tra i due amanti, fino all’ultima di esse che era così concepita: «Venite Riccardo, tutto è combinato e compiuto».
E una settimana dopo una carrozza da posta viaggiava sulla via da Vienna ad Amburgo. Anna Roof e Riccardo Waitzen andavano a passarvi la loro settimana d’orpello.
Da questo punto ebbe principio la vita artistica di Riccardo, poichè egli non aveva appreso da giovinetto che i primi rudimenti dell’arte, e sebbene la natura lo avesse creato per essa, egli ne aveva delusi e attraversati sempre i disegni. La fanciulla non lo aveva ingannato assicurandolo della sua terribile predestinazione ad una morte sicura e precoce: egli stesso s’avvedeva di quella rapida rovina che la morte andava compiendo sopra di lei; quella gemma si era sbucciata ad un tratto, troppo presto fioriva, ma di quella bellezza, fugace, di quello schiudersi violento del fiore raccolto e collocato nel vaso d’acqua, i cui petali si distaccano ancora non avvizziti dal gambo: ma nondimeno essa era bella; era mesta, ma di quella mestizia che forse negli esseri soprannaturali costituisce la gioja; l’amore la rivestiva di tutta la sua luce, il suo amore era tutta la sua vita, e la sua vita bastava a tutto il suo amore.
Coloro che hanno veramente amato sanno comprendere l’eternità di un anno di amore, le mille voluttà ch’egli può offrire in un giorno, in un’ora, in un fugace momento, quegli abbandoni riuniti di ebbrezza e di cuore, in cui si dice: basta, te ne scongiuro, lasciami amico, perchè io temo di morire.... io temo che la mia natura s’infranga.
Riccardo non aveva ancora amato: come la maggior parte degli uomini egli aveva trasvolato su tutto, sfiorato tutto; ma non era giunto mai al fondo di un cuore, non aveva conosciuto quel profondo possedimento morale che costituisce unicamente l’amore, che unicamente lo autorizza, che eleva il possedimento fisico fino alla sua celeste sublimità, e la cui privazione fa sì che molti di coloro i quali credono di avere smisuratamente amato, muoiono senza aver conosciuto questo divino sentimento.
Fu quindi una serie di sensazioni nuove e profonde quella che venne a ridestare la sensibilità assopita del giovine. Riccardo si vide come risvegliato da uno di quei sogni i quali ci sembrano così belli, così lusinghieri nel sonno, e che al mattino ci appaiono insipidi e vani. Allo svelarsi di questa verità egli avrebbe potuto rinvenire un conforto nelle seduzioni della sua vita avvenire, ma questa dolcezza eragli amareggiata da un convincimento terribile, dalla perdita inevitabile di Anna.
Riccardo non poteva illudersi: egli lo vedeva, egli lo sentiva; quello stesso amore, quegli stessi abbandoni della fanciulla scuotevano troppo profondamente la sua sensibilità.... oh ella era sì fragile, sì delicata.... l’avresti detta uno di quegli steli di giunchiglie che si spezzano sotto il peso di una goccia di rugiada, una di quelle piccole farfalle azzurrine che s’intorpidiscono e muoiono sotto il soffio più sottile del tuo alito... e il giovine temeva sovente di abbracciarla, egli poteva stringerla troppo forte, farle male, intorpidire, arrestare quella corrente vorticosa della sua vita; scuotere, avvizzire quelle forme divine e sensibili come le foglie pudiche della mimosa.
Questo ritegno forzato e volonteroso ad un tempo, quel non so che di arcano che circonda una creatura sì sofferente, sì delicata, e sì frale; quella nobile imponenza del dolore, quella triste e solenne maestà che proveniale dalla morte, che era già in lei, che rivelavasi appunto in quell’azione centuplicata della vita, ne formavano per Riccardo l’oggetto di un culto superstizioso e indefesso. Ma ciò che affascinava soprattutto la mente esaltata del giovine, era la dolcezza, l’espressione ineffabile del suo canto. Anna cantava con forza, con sentimento; cantava spesso dalla mattina alla sera, la musica era il suo linguaggio, essa ne conosceva tutte le leggi, tutte le intonazioni, tutti gli effetti, tutte le modulazioni più arcane.... Ma ciò che v’era di incomprensibile, direi quasi di pauroso nel suo canto, era che esso non ridestava idee, od affetti, o memorie di questa terra; colui che l’udiva si sentita rivivere con sensazioni nuove, incomprensibili, inusitate, in un mondo del pari inusitato....
Era forse l’approssimarsi per lei di questo mondo che le permetteva di udirne, e di rivelarne le armonie come l’eco di un eco?
Perocchè io credo che esistano armonie, linguaggi, rivelazioni tra mondi e mondi. Quella vaga malinconia che s’impossessa talora di noi, che sente come del rimpianto, che sembra accennare a gioie, a dolori, ad affetti trascorsi, e ci occupa tutto, e non si sa cosa sia, è la rimembranza di un mondo passato: quelle aspirazioni che riempiono ed agitano tutta la nostra vita, quel succedersi di tante speranze sempre deluse, e sempre rinnovate, quell’avidità insistente dell’infinito, non sono che l’attrazione di un mondo avvenire. Noi viviamo nell’eternità, collocati tra queste due potenze ugualmente dilette, e ugualmente formidabili: sono queste attrazioni del passato e del futuro che dilatano i confini della nostra esistenza, anzi che la costituiscono, poichè noi non vivremmo senza di esse che la vita materiale dell’istante.
L’infinito è nell’uomo. Chi non lo sente? Noi viviamo in esso a sbalzi, a tratti, a periodi, a vite parziali; ma passiamo dall’una in un’altra come gli anelli di una catena riunita alle sue estremità, come i punti lineari di un circolo; noi giriamo sulla superficie senza mai uscirne. Ecco l’infanzia: voi non vi siete ancora tutto emancipato dalla vecchia vita: avete modi, pensieri, aspirazioni inadatte a quello stato di cose nel quale siete rinato; vi sentite smarriti, confusi, impicciati; egli è che voi agite tuttora per le abitudini di un mondo antecedente: ma la vostra intelligenza, dopo aver lottato trent’anni per redimersi, vi pone finalmente in equilibrio tra queste due attrazioni, ed ecco a quell’età la pienezza della vita, sulla quale oscillate un istante prima di uscire dalla corrente, prima di subire l’attrazione di un mondo avvenire che vi precipita verso la vecchiaia e verso la morte; ma la morte non esiste; essa è la vita e la luce.
Avete mai osservato un infermo? egli è buono, egli è docile, la sua natura si è tutta mutata, per poco che il suo spirito sia stato coltivato, egli sarà anche poeta: egli è che più si rallentano i nodi che ci avvinghiano a questo mondo, e più noi ci sentiamo posseduti dall’altro: i vecchi, i sofferenti, gl’infermi ne subiscono già la natura; essi si trovano collocati tra le due vite, lì, sul margine, sentono ancora dell’una e dall’altra, e non appartengono più interamente ad alcuna. L’umanità riverisce nel dolore e nella vecchiaia le scolte di questo mondo invocato.
E certo quel fascino del canto di Anna quella emanazione divina e incomprensibile di tutta la sua persona, non erano che l’eco di una rivelazione di quel mondo. E che cosa è il canto? Tutti i popoli cantano, ma gli sventurati sopra tutti. Egli è forse la rimembranza di un linguaggio che sparve o le prime voci di un linguaggio che sorge; forse la lingua delle passioni, di cui noi balbutiamo le prime sillabe disordinate e sconnesse. Anna cantava il suo amore e la sua morte, e le sue note erano l’elegia del suo destino. — Anche gli uccelli cantano morendo.
Mi ricordo che quando era fanciullo mi prendeva vaghezza di andare le notti di primavera ad ascoltare il canto degli usignuoli. Una sera era per ciò uscito alla campagna, e m’era seduto presso una siepe poco distante da un olmo su cui uno di essi cantava con tale abbandono, e con note sì malinconiche e toccanti che io, senza saperne il perchè, mi struggevo tutto in lacrime udendolo. Si piange assai facilmente a quell’età, e tutta la vita avvenire ha di rado un sorriso che valga una sola di quelle lacrime. La luna era limpida e piena e inondava quelle campagne silenziose della sua luce; tutta la valle risuonava di quel canto. Ma nel colmo della notte la sua voce divenne fioca e lamentevole; a poco a poco le sue note si mutarono in un gemito prolungato, sommesso, poi interrotto... poi non udii più nulla: pensai che fosse volato via. Stava allora per allontanarmi quando intesi un improvviso rumorio tra quelle frondi, e sentii qualche cosa caderne, urtando di ramo in ramo:.... mi avvicinai esitando, e vidi che era un uccello, un usignuolo, certo quello medesimo; lo raccolsi, era ancor vivo, ma sì delicato, sì leggiero, non aveva più che le penne; il suo piccolo cuore batteva sì concitato che non poteva numerarne le pulsazioni.... il poveretto mi spirò tra le mani pochi minuti dopo. Non ho mai dimenticato quell’uccello.
Strana potenza dell’amore! Riccardo divenne artista per Anna: fu a lei che egli dovette la sua gloria, la sua fecondità, il suo nome. Per quale mistero essa aveva potuto apprendergli in un anno i segreti più imperscrutabili dell’arte? essa che pure li ignorava, e a cui forse non erano suggeriti o svelati che da un istinto? Ecco la sorgente di quel terrore superstizioso e fatale che invase tutta la vita del giovine, e che si accrebbe dopo la cessata esistenza di Anna. Essa avevalo educato col canto. Sotto l’incantesimo delle sue note, la mano inesperta di Riccardo, quasi passiva, quasi non volente aveva creato delle melodie straordinarie: a poco a poco il suo orecchio, il suo cuore si erano aperti a quell’armonia, a quel ritmo celeste della musica; il giovine vi si era abbandonato con trasporto, tutto era inusitato per lui, tutto delizioso e incantevole; egli aveva provato delle sensazioni nuove, energiche, insperate, la cui potenza lo aveva quasi atterrito; come cosa che egli aveva creduto impossibile nell’arida realtà della sua vita trascorsa. Pareva che la fanciulla non volesse dividersi da lui senza apprendergli tutto, senza trasfondersi tutta in lui stesso. «Mio povero amico, le diceva ella sovente, tu rimarrai solo assai presto, ma io sento che non ti abbandonerò anche estinta: il mio spirito veglierà costantemente presso di te, e ti accompagnerà come una guida invisibile sulla tua via abbandonata e deserta: come una fiaccola solitaria illuminerà della modesta sua luce la tua povera vita di artista. Ma se pure io dovessi talvolta separarmi da te, se tu più non mi sentissi al tuo fianco, e avessi bisogno della tua Anna.... oh allora chiamami; suona quella sinfonia memorabile di Hummel, le cui note ci ricordano il primo giorno avventurato del nostro amore, e a quel richiamo, io abbandonerò tutto, io volerò ancora presso di te, dovessi per ciò divellermi dall’infinito, e rinunciare alle gioie più sacre e più inebrianti del cielo».
E tredici mesi dopo le nozze di Riccardo e di Anna, la Germania era commossa dall’apparizione di una raccolta, di grandiosi componimenti musicali, che un artista già grande e ancora ignorato dedicava sotto il titolo di _Foglie di cipresso_, alla santa memoria di Anna Roof sua moglie.