Part 4
»Io credo che tutta l’infermità della sua anima e della sua intelligenza si riducesse a ciò: che egli voleva personificare in un tipo di bellezza sensibile quel tipo astratto e ideale che gli aveva creato la sua arte. La natura stessa lo conduceva a cercare questa personificazione nella donna; la purità della sua anima, la casta religione di questo ideale lo costringevano a volerne escluse quelle passioni fisiche che la contaminavano. Perciò egli non aveva amata Adalgisa che morta, l’aveva amata solamente in quegli istanti, in cui senza avere ancora perduto nulla della sua bellezza, si era già spogliata di tutte le sue passioni. Seguendo questo ordine stesso di idee, non allontanandoci dalle leggi e dalla natura della sua follia, comprenderai agevolmente come egli non potesse rimanere fedele a questa affezione giacchè egli aveva d’uopo di vedere, di ammirare questa personificazione più o meno imperfetta del suo ideale. Non è a dirsi se egli soffrisse di questa dimenticanza che gli imponeva la sua stessa natura, la sua arte stessa; egli aveva creduto che quell’affetto sarebbe durato eterno, e lo sentiva svanire, spegnersi, dileguarsi miseramente come tutti gli affetti terreni; sentiva riformarsi nel cuore quel vuoto che egli aveva riempiuto un istante, ma che ora non poteva sperare più di riempire.
»In quell’intervallo di lotte, in quel periodo di triste scoraggiamento si disgustò anche della sua arte, alla quale credeva, e non senza ragione, dovere unicamente la sua infelicità. La musica, diceva egli, è relativamente alle nostre facoltà la più imperfetta, e la più incompleta di tutte le arti. Noi non sappiamo se ci andiamo avvicinando od allontanando dalla sua perfezione — non lo potremo mai indovinare — non le potremo mai assegnare nè un limite, nè una legge, nemmeno una via sicura, tanto ella si allontana da tutto ciò che è sensibile, da tutto ciò che è reale. Non è nemmeno possibile una definizione, ella sfugge ai sensi, al raziocinio, a tutto: si è camminato finora sopra delle ipotesi, si sono stabilite delle norme elementari, si sono creati dei sistemi, dei generi, delle leggi di convenzione, ma nessuno ha ancora potuto comprendere che cosa ella sia, d’onde si è partiti, e fin dove si potrà giungere. I veri artisti hanno sentito tutto il tormento di questa ignoranza e di questa impotenza, hanno compreso quanto fosse grande il contrasto che la vaga idealità di quest’arte formava coll’arido realismo, con cui la natura li aveva condannati a lottare.
»Disperando di trovar pace qui, egli prese a viaggiare; e fu a Firenze che vide la Venere dei Medici, e che lo stesso sentimento che lo aveva fatto invogliare di una fanciulla morta, gli destò nell’anima una passione ancora più ardente, ancora più inesplicabile, per quel tipo perfettissimo della bellezza femminile. Lorenzo passò da quell’amore a questo colle stesse esitanze, colle stesse indecisioni di coloro che si sciolgono da un affetto reale. E con questa nuova passione non fece che crearsi nuove origini di sofferenze. Era naturale che egli sì vigoroso, sì ardente, dotato di un’immaginazione così viva e così feconda, non potesse appagarsi di un amore così sterile e così solitario. Egli aveva voluto lottare colla sua natura, ma indarno.
»Fu anzi quella medesima esuberanza di vitalità che egli si sforzava di trattenere, di accumulare in sè stesso, che guastò in qualche modo il suo organismo, e finì collo spegnere in parte la sua ragione. Il suo cuore, la sua mente, le sue aspirazioni combattevano una lotta perenne coi bisogni della sua vita, colle esigenze aride, materiali, inesorabili della natura. Egli non voleva soccombere anche a prezzo della sua felicità; non voleva concedere nulla al realismo dei sensi e delle passioni.
«Se tu verrai qui ti racconterò a voce la storia di questo suo secondo amore. I dettagli sono molti e strazianti, nè mi regge l’animo di evocarli e di scriverli.»
Tale era il brano di quella lettera che si riferiva a Lorenzo.
Io accorcio, per quanto mi è possibile, la mia narrazione.
L’analisi di questa dolorosa infermità della sua mente — noi chiamiamo infermità di mente tutto ciò che si allontana dalle sue leggi comuni — potrebbe fornire argomento a molti volumi, e pochi saprebbero entrare nello spirito vero di questo esame — gli artisti forse, e non tutti. Questa specie di anatomia di un’anima non potrebbe offrire interesse che per coloro i quali furono dotati di una mente superiore, per quei pochi che hanno molto amato o molto sofferto, per quegli eletti, cui l’idea del bello si è mostrata per altre vie e per altre immagini che non soglia mostrarsi alle masse.
Lorenzo Alviati ebbe natura e passioni e genio eccezionali. Le sue opere, non note che a pochi amici, furono forse di quelle grandi aberrazioni, di quei grandi errori, di quegli slanci giganteschi, di quelle prodigiose antiveggenze che precedettero in ogni tempo le scoperte dei più grandi veri scentifici e filosofici. Fu un uomo fuori de’ suoi tempi — oserei quasi dire che fu un’anima fuori della sua natura, tanto egli seppe combatterla: ancorchè ne uscisse vinto, e dominarla così miseramente.
È noto come quella Venere destasse passioni d’amore violentissime. Lorenzo tradì, suo malgrado, il suo segreto, — il segreto di questo priapismo singolare del genio — e gli fu impedito di rivederla. Rimpatriato, si ammalò di malinconia, e la sua ragione incominciò ad alterarsi nell’isolamento che egli creava intorno a sè stesso. Tutta quell’affettività, e assieme tutto quel fuoco represso di gioventù che non aveva potuto versare in nessun cuore, si raccolse e si riversò tutto in sè medesimo. Come spiegarlo? Egli incominciò a non trovare più altra compiacenza che con sè stesso, altro oggetto degno di amore che sè stesso, altra rivelazione del bello che la sua persona. In una parola, la sua ragione ne andò interamente sconvolta — egli finì coll’essere preso d’amore per sè medesimo. Io rifuggo dal descrivere i dettagli deplorevoli di questa follia: ciascuno li potrà agevolmente immaginare.
Il mio amico non lasciò scritte che poche opere, le quali per quanto io credo, andarono smarrite. Io conservo tuttora un suo manoscritto contenente alcune idee speciosissime sul ritmo, e uno schizzo di progetto relativo all’abolizione del melodramma. La sua musica — contrariamente a ciò che si poteva supporre — era dolce, semplice, appassionata, estremamente melodica. Coloro che l’hanno udita hanno serbato memoria per lungo tempo di quel fascino inesplicabile che esercitavano le sue melodie. Mi è pur rimasta una sua memoria circa quel barbaro sistema di finali fragorosi e convenzionali, da cui nessuno ha finora saputo sciogliersi, e che io ho in animo di pubblicare. Sarà l’ultimo omaggio che io renderò alla memoria di un amico affettuoso, e di un genio sventuratissimo.
Lorenzo Alviati, morì nel manicomio di Alessandria l’11 giugno 1863.
RICCARDO WAITZEN
LORENZO. E voi lo credete?
IL MAGISTRATO. No, io non ho fede alcuna negli spiriti — intesi però a dire che essi esercitano delle strane influenze sugli uomini, e questa fede antica quanto l’umanità non può essere avversata ciecamente, nè distrutta ad un tratto. (A GHOST IN COMEDY).
Che cosa è l’immaginazione? Chi ne definisce le facoltà? Dove rintraccieremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente fantastico? O piuttosto non è egli tutto fantastico nello spirito? Come nulla vi ha di individuato, di isolato, nell’immensità delle masse che compongono l’universo, ma tutto si riunisce e si sfuma per mezzo delle piccole masse intermedie, non potrebbe essere che l’ideale ed il realismo si congiungessero tra di loro per certe leggi che a noi non è dato di conoscere, per certo mistero che a noi non è concesso di afferrare; e che gli uomini non facessero che definire con queste due parole i due punti estremi di questa linea, quali sono il mondo sensibile ed il mondo immaginario? Qualunque sia quel vero che a noi non è dato di percepire, egli è però ben certo che dei grandi legami esistono tra di loro. La loro conciliazione secondo la natura umana, ha formato la lotta di tutti i tempi, come forma la lotta dell’oggi: l’umanità tende ad equilibrarsi tra queste due grandi attrazioni, come quella che si sente dominata da entrambe, e non ignora costituirsi dalla loro azione il segreto delle sue lotte e della sua vita.
La letteratura moderna, conscia di questa verità, si è rivolta alla soluzione di un grande quesito: «idealizzare il reale»; fondere assieme queste due potenze, costringere l’immaginazione, l’idea a soffermarsi sulla realtà, ad anatomizzarla, a rivestirla de’ suoi colori, delle sue forme, delle sue seduzioni divine. Quella grande letteratura, che è la recente letteratura francese: Karr, Vittor Ugo, Girardin, e più di tutti Michelet co’ suoi libri divini dell’amore e della donna, hanno dimostrata possibile questa conciliazione, indirizzandola allo scopo dell’umana felicità. Forse la letteratura avvenire non mirerà più ad altro fine che a questo: essa arresterà lo spirito degli uomini sempre rivolto all’ideale e al fantastico, per trattenerlo sui campi della realtà, ove noi dobbiamo combattere, qui e non altrove, vogliosi o non volenti, la lotta secolare della vita.
Ma la scienza ha pure rialzato in questi ultimi tempi un lembo della cortina misteriosa. Mesmer colla scoperta del magnetismo sembrò aver fatto un passo gigantesco su questa via. I primi fenomeni di quella scienza, arcani, oscuri, confusi, perciò accolti con quella superstiziosa credulità che affascina tutti gli uomini all’idea dell’incomprensibile e dello ignoto, sembrarono aver afferrato le prime fila per districare tutto quanto il segreto, fino allora inviolato, della natura umana: — la fusione delle anime, la trasmissione del pensiero, la chiaroveggenza, l’intuizione, l’unificazione di due, di più individualità; furono altrettante scoperte che parvero assicurarci la conquista di verità prodigiose e infinite.
Tuttavia non si tardò a riconoscere che tutto era fittizio in questa scienza, e che le prime basi gettate con tanta apparente solidità, non bastavano a sostenere quell’edificio colossale e gigantesco che si voleva innalzare sopra di esse: toltine i fenomeni materiali, tutto si è arrestato, tutto è ricaduto nell’ignoto; — l’ipnotismo ci ha dimostrato che gli stessi effetti si ottenevano colla semplice fissazione di un oggetto luminoso; lo spiritualismo rimaneva dunque escluso, e i fenomeni del Mesmer ricadevano nel dominio della materia. — Perocchè chi ha mai potuto definire le proprietà degli spiriti, e i rapporti che essi hanno tra di loro? Che cosa è il sogno, il sonnambulismo, il presagio, l’astrazione, il pensiero e più di tutto l’incubo? I sensi — ecco i limiti estremi delle nostre facoltà; nulla di positivo, nulla di assoluto fuori di essi — ogni altra cosa è immaginaria e fantastica; essa appartiene a un’altra sfera di esseri, sulla cui natura, sul cui fine, sulle cui facoltà, nulla ci è dato di comprendere e di asserire con sicurezza.
Ciò non di meno, una vaga, una poetica illusione è venuta oggi a mettere in rapporto il mondo fisico col mondo spirituale, il mondo finito col vivente: intendo parlare dello _spiritismo_, questa applicazione singolare della scienza, per la quale uno spirito compiacente discende a parlare con voi un linguaggio di convenzione immedesimandosi in un tavolo, in una sedia, in un arnese qualunque della vostra camera: ed ecco che il magnetismo si è collocato come interprete, come intermedio tra voi e il mondo spirituale — perocchè come avrebbe potuto uno spirito rivelarsi senza il concorso di un oggetto sensibile?
Io vorrei conoscere se coloro i quali, mercè questo mezzo, continuano a convivere in ispirito coi loro cari, hanno la fede assoluta nella realtà di questa convivenza. Se essi credono, il fenomeno esiste. Noi non possiamo sorridere di questa credenza: proviamone l’assurdo, proviamone del paro la verità se ci è possibile. Bensì ciascuno di noi ha sentito in sè stesso, in molte circostanze della vita, qualche cosa che gli parlava di altri esseri, o sofferenti o lontani, o già morti alla nostra esistenza di un giorno. Ditemi, non avete voi perduto qualcuno dei vostri diletti? e non ne avete spesso udito ancora la voce e i consigli? non li avete più riveduti nei vostri sogni, nelle vostre veglie affaticate e affannose? non li avete sentiti come discendere, pesare sopra di voi, immedesimarsi in voi stessi, congiungere alla vostra la loro vita? Chi vi dice che mentre vi si affaccia un’immagine nel sogno, quell’immagine stessa non sia lì viva, palpitante, curvata sopra di voi o assisa presso il vostro guanciale? E chi vi dice ancora che voi sognate? Che cosa è il sogno se non che un’esistenza piena, colma, smisurata, al cui confronto l’esistenza della veglia, non è che la vita monca e impotente della pietra?.... Veglia, sonno.... parole! Io non vi domanderò quali fatti appartengano al mondo reale e quali a quello della immaginazione, non vi domanderò ancora quale sia quella linea che separa questi due mondi — negatemi che i fenomeni esistano.
È assai tempo che io conobbi nell’esercito due giovani ufficiali, due gemelli: la natura li aveva fatti ad uno stampo; nessuna distinzione fra di loro — le stesse fattezze, lo stesso colorito, lo stesso suono di voce — essi si amavano di tutta la tenerezza fraterna, e forse alla loro nascita la natura, ignara del concepimento di due esseri, trovatasi così alle strette, poichè la cosa non ammetteva indugio, aveva diviso fra di loro quel soffio della vita, che aveva predestinato inconsciamente ad un solo. Non ho conservato memoria di avvenimenti più singolari di quelli a cui dava luogo la loro prodigiosa somiglianza.
Uno di essi, Giulio, era un abile giocatore di bigliardo: l’altro, Luciano, non era che un giocatore assai mediocre. Spesso i loro compagni prima di accingersi al giuoco con uno di essi (era impossibile farlo con entrambi senza che ne derivasse una strana confusione) gli domandavano:
— Sei tu Giulio o Luciano? noi confidiamo sulla tua parola.
— Luciano, sul mio onore.
Ed ecco che la partita s’impegnava colla certezza di uscirne vincitori, ma ad un dato momento, Luciano scivolava nella sala, subentrava non visto il fratello, e la partita era perduta.
Spesso ancora nelle riviste del reggimento, uno di essi si assentava per turno, sicuro che l’altro poteva supplirlo senza pericolo di essere scoperti. Ed eccone uno sfilare grave e impettito d’innanzi al colonnello nella prima compagnia cui appartiene, e appena uscitogli di vista, portarsi alla coda del reggimento e ripassare di nuovo alla testa della compagnia dell’assente. Ma un giorno il colonnello insospettito lo fa uscire dalle file, lo trattiene presso di sè, ed ecco che lo strattagemma è scoperto e punito.
Come è costume di soldato, essere chiuso agli affetti duraturi e gentili, e aperto solamente alle piccole passioni di un giorno, essi avevano delle amanti delle quali si dividevano i favori senza che le tradite potessero avvedersi dell’inganno. La loro vita rimaneva così come moltiplicata, e la loro natura porgeva ad essi il privilegio di sensazioni sempre rinnovate e sempre recenti.
Spesso avveniva che una di loro gli dicesse:
«Amor mio io non ti riconosco più questa sera, tu mi sei tutto mutato: è forse ciò che tu mi promettevi ieri l’altro? un contegno più delicato, più rispettoso, più calmo?.... ecco le tue promesse, ecco i tuoi giuramenti svaniti.....»
«Non mi badare, o fanciulla, le mie preoccupazioni del giorno sono sì gravi che io ho tutto dimenticato, e poi il mio amore è sì veemente, sì imperioso, sì cieco.... ma tu che lo disconosci, oh! tu mi ami sì poco.....»
Certo quella mente immaginosa di Shakespeare, nell’ideare la sua commedia degli equivoci, non avrebbe potuto creare delle combinazioni più singolari e più ardite. Ma la vita dei due giovani era predestinata ad un fine prematuro e inatteso. Luciano cadde colpito da una palla austriaca nella giornata di S. Martino: Giulio che gli sopravisse divenne malinconico e pensieroso, sentì che gli era venuta a mancare come una metà di sè stesso, abbandonò la carriera militare, e essendosi ritirato a vivere in una piccola casa di campagna sul Canavese, vi morì di patéma un anno dopo.
Alcuni mesi prima della sua morte io mi recai a visitarlo, e mi trattenni alcuni giorni presso di lui. Lo trovai infermo e prostrato, affetto da quell’etisia del cuore che precede nelle nature soffrenti e sensibili l’etisia fisica; ma la sua anima aveva acquistata tuttavia una potente effettività, una forza di astrazione straordinaria. Egli mi assicurava che era felice, che aveva ogni giorno dei lunghi ed affettuosi colloquii con suo fratello, che egli era presente ad ogni istante, che in quelle sei ore che egli trascorreva ogni giorno rinchiuso nella sua camera ne evocava lo spirito col solo atto della volizione, e si abbandonava con lui alle dolci confidenze, alle piene espansioni del loro affetto, alle costanti e profonde investigazioni del loro destino.
Spesso io sorrideva della sua fede ed egli mostrava di compiangere la mia incredulità, e diceva con tutto lo slancio d’un desiderio a stento represso: «oh potessi io presto morire, andarmene, libero, là dov’egli dimora! oh potessi presto raggiungerlo!
E lo raggiunse di fatto.
Ora potremo noi dileggiare un trasporto di fede sì vivo? E siamo noi ben sicuri che tutto ciò non fosse che fede, che allucinazione, che sogno? Ho sentito uomini colti e severi dire coll’espressione d’un convincimento incrollabile: «ciò è falso, ciò è vero, ciò solamente sussiste, fin là e non più oltre voi dovete innalzare l’edifizio della vostra fede.» Presuntuosi! E fino a qual punto hanno essi scrutato nelle viscere della natura? Fino a qual pagina essa ha loro aperto il libro meraviglioso de’ suoi segreti? Che vi hanno essi letto? La fede è finita: dalle sue basi incrollabili noi possiamo trarre delle conseguenze finite, perciò spesso imperfette: ma il dubbio solo è grande, sconfinato come l’immenso universo, incommensurabile come l’oceano, profondo e tenebroso come gli abissi dell’anima umana: il dubbio è la rivelazione della scienza, — essa lo cerca immolandogli ogni fede — poichè una sola fede esiste, quella del dubbio.
Ma veniamo al nostro racconto.
In un caldo mattino di agosto dell’anno 1840, un elegante calesse tirato da due buoni cavalli amburghesi, sollevava un nembo di polvere sulla via che da Raab mena a Vienna. Su quel calesse vi era Riccardo Waitzen: egli veniva da Ofen; era uscito di tutela due giorni prima, e andava a domiciliarsi nella capitale dell’impero, con ventidue anni, due cavalli amburghesi, uno spartito di Mozart nella sua valigia e un ordine di pagamento di cento mila fiorini sopra una banca principale di Vienna. Riccardo Waitzen si sentiva equilibrato come un principe nella sua carrozza; egli non era mai stato così felice, e poichè la felicità eccessiva sente assai spesso della natura del dolore, il giovine era portato a sentimenti malinconici, e guardava il sorgere del sole dietro le foreste del lago di Neusiedl con aspetto cupo e turbato, come se quel giorno fosse stato l’estremo della sua felicità e delle sue speranze. Questa sensibilità che si eccita e si ridesta alla vista della natura ci dice che Riccardo non era cattivo e che il suo animo era suscettibile di sentimenti delicati e profondi: sì, egli era tale, e lo sarebbe per certo rimasto se egli non fosse uscito da Ofen, se gli avvenimenti futuri della sua vita non ne avessero sconvolto l’indole e il cuore. Poveretto! il giovine non aveva più nè padre nè madre, anzi, egli non li aveva mai conosciuti; non aveva ricevuto quella dolce e perseverante educazione della famiglia che s’immedesima in noi e perdura a traverso tutte le peripezie della vita: uscito da un collegio a diciotto anni, egli conosceva le coniugazioni latine, e i primi elementi della storia, sapeva suonare un valzer di Bach, e cantare una cabaletta di Schubert o di Thalberg; ma il suo cuore era rimasto costantemente la parte più negletta di lui: egli non aveva amato, egli non si era mai sentito tratto ad amare; la sua natura lo chiamava soltanto al piacere, all’incostanza, alla vita clamorosa e felice. Riccardo non aveva che una passione, una sola, ma energica, prepotente, assoluta, la passione ruinosa del giuoco, e fu da essa che ebbero origine quegli avvenimenti che noi stiamo per raccontare. Non ci arresteremo su quei due primi anni che egli trascorse così ignorato nella capitale; noi non lo considereremo che nella sua vita di artista e di amante, e aggiungeremo solamente che un anno dopo quel primo mattino di agosto, egli aveva ventitre anni, un solo cavallo amburghese, lo spartito di Mozart ancora nella sua valigia, e cinque mila fiorini di capitale depositati alla banca. E finalmente un’altr’anno dopo, egli non aveva più che ventiquattro anni, lo spartito inalienabile di Mozart, e cinquantamila fiorini di debito. Il giuoco lo aveva rovinato.
Ma prima che Riccardo Waitzen, per una di quelle predilezioni della fortuna così rare negli annali del genio, si fosse acquistato per tutta la Germania fama di artista straordinario in due soli anni di studii e di occupazioni indefesse, era già conosciuto nei grandi centri di Vienna come un giovine la cui eleganza e la cui liberalità avevano superato ogni esempio. Bisogna aggiungere che Riccardo era bello, di quella bellezza intatta, sorridente, fiorita, da cui traspare, come la luce in un vaso d’alabastro, l’interna contentezza dell’anima: il dolore non aveva tracciata la più piccola ruga su quel volto, e, a dire il vero, è d’uopo confessare che egli ignorava completamente cosa fosse il dolore.
Non so se qualcuno de’ miei lettori, qualcuno di coloro che sono portati dalla loro natura a riflettere e a trarre il meglio che si può dalla dubbia morale dei costumi presenti, si sia mai tolto seco uno di questi esseri che in tutte le società, in tutte le nazioni, rappresentano la classe più improduttrice, più inoperosa e più riprovevole del popolo — i _lions_, i _dandies_, i _zerbini_ — e rinchiusoselo nella sua camera, da solo a solo, e citatolo al tribunale incorruttibile della sua coscienza. Io mi sento umiliato nella mia natura di uomo all’idea di emettere un giudizio su queste creature. Io li vorrei poco meno che esclusi dalla nostra grande famiglia, nè dubito che verrà un tempo in cui l’umanità riverente ai due grandi principii d’ogni ordine sociale che sono la punizione dell’ozio e la santità e la ricompensa del lavoro, condannerà all’ostracismo e al disprezzo questa classe inoperosa e fatale. Giova però osservare che il _fashionable_ inglese ha certe eccentricità proprie della sua nazione che ne fanno un tipo interessante e curioso: il tedesco è quasi sempre assai colto spesso artista o poeta: il francese splendido, originale, simpatico, impaziente di profondere tutta la sua fortuna per avere il diritto di uccidersi a venticinque anni, o di rientrare con decoro nella vita domestica: ma l’italiano non ambisce che lo sfoggio dell’abito, non ha nè arte, nè studio nè distinzione alcuna, nè pregio alcuno intellettuale: egli è costantemente il più frivolo, il più ignorante, e il più scipito di tutti.