Amore nell'arte

Part 3

Chapter 33,803 wordsPublic domain

Tornato qui, trovai Adalgisa già adulta; ci eravamo separati bambini e benchè io non fossi allora che un povero fanciullo della sua fattoria, ci eravamo legati di quell’amicizia pronta e sincera che si contrae facilmente in quegli anni; ora quel sentimento si è mutato dal canto suo in un amore appassionato e ardentissimo. Posso io corrispondervi? È troppo tardi, nè ella potrebbe offrirmi di più di ciò che altre m’offersero, nè vorrebbe offrirmi di meno; in lei vedrei sempre la donna, l’amante sparirebbe coll’amore.

Così dicendo la notte era caduta, e Lorenzo, prendendomi per mano, mi ritrasse dal limitare nella stanza. Passai con lui altri due giorni in cui vidi e conobbi Adalgisa, dopo di che ci separammo tristi e scorati.

Abbrevierò la narrazione di questo racconto.

Due anni dopo ebbi, da Lorenzo questa lettera:

»È assai tempo che non ho più novelle di te. Ho saputo che sei a Nizza e ti scrivo. Avrei avuto bisogno prima di scriverti. Ho attraversato molte calamità, ho subite molte prove dacchè ci siamo divisi — ho compreso spesso che se avessi potuto confidarmi a te, versarti tutto il mio cuore, mi sarei sentito sollevato. Come la vita ci sfugge, come la felicità ci sfugge! Due soli anni!... e pure quale solitudine si è fatta intorno a noi, quante care esistenze ci sono state rapite in così breve spazio di tempo! Ho pensato sovente con dolore quanto debba essere triste la vecchiezza, quanto debba essere tormentoso il sopravvivere a tutti quegli esseri che si sono amati e perduti.

»Ti ricordi dei discorsi che facemmo l’ultima volta che ci siamo abbracciati? Il mio cuore combatteva allora una gran lotta, la mia virtù stava per soccombere, una sfiducia terribile si era impadronito di me. Io non credeva alla donna, io non poteva amare la donna — reputava l’amore turpe o impossibile, così soggetta come mi appariva ai bisogni irresistibili della natura, così fuso, così legato, così immedesimato con questi stessi bisogni. Nel tempo medesimo anelava a questo amore che la mia ragione ripudiava, nè subiva la prepotenza irresistibile, vi soggiaceva come alla tirannia di una passione indomabile. Strano mistero del mio cuore! Amava la donna nella sua beltà, nelle sue attrattive — l’odiava nelle sue debolezze, nella sua facilità, nella sua avidità di piacere. L’arte me ne aveva creato un tipo perfetto, io voleva concretizzare questo tipo in una creatura vivente, spiritualizzare la donna fino a trasformarla, fino a farle raggiungere la perfezione ideale di quel modello.

»Mi ricordo che tu sorridevi di questo sogno, dissimulavi a stento la tua sfiducia, mi nascondevi appena l’ilarità che ti destava questa illusione. E pure che cosa è questo lavoro assiduo che compie l’umanità da molti secoli se non una conseguenza del bisogno che essa ha di spiritualizzarsi, di sottrarsi alle leggi fisiche per crearsi delle leggi morali? Le idee confuse di civiltà, di progresso, di perfezionamento sono una derivazione di questa grande idea, di questa grande aspirazione. Ogni uomo tende a spiritualizzarsi. Perchè ci vergogniamo delle nostre debolezze, delle nostre imperfezioni, dei nostri bisogni? Perchè ci sono delle cose che ci sembrano turpi nella nostra natura?... Perchè tentiamo di nasconderle? Nella lotta di questi due grandi principii — del principio fisico e del principio morale — è riposto il segreto delle lotte umane — forse anche le oscure ragioni dell’umanità e della vita.

»Ebbene! che faceva io se non che spingermi troppo innanzi su questa via? se non che anelare con troppo ardore a quel perfezionamento ideale cui tutti gli uomini aspirano? Gli artisti sono uomini che precedono gli altri — vanno innanzi e additano il sentiero, si voltano indietro e si trovano soli... questi grandi, questi infelici solitarii!...

»Ti ricorderai anche di Adalgisa. Io non poteva accettarne l’amore, corrispondervi; le ragioni che ti ho espresso ora mi allontanavano anche da lei, me ne allontanavano ripugnante, afflitto, corrucciato di me stesso. Perchè io avrei voluto amarla, poterla amare, rendere a lei quelle gioie, quella felicità, quella luce che essa voleva gettare su tutta la mia vita. Non lo poteva. Tu mi lasciasti in quel tempo — erano gli ultimi giorni delle mie lotte e delle mie esitazioni. Adalgisa si ammalò poco dopo la tua partenza — la sua etisia raggiunse uno sviluppo impossibile ad arrestarsi — non si riebbe più — io la perdetti quando incominciava a tenermi cara la sua vita e il suo amore.

»Io ti parlerò di questo amore come di una malattia della mia anima, come di un fenomeno inesplicabile della mia natura. Non vi ha dubbio che gli artisti sieno uomini infermi, creature malate, esseri incompleti, i quali perciò appunto dovranno sempre sottrarsi alle norme comuni della vita. Ciò che essi creano è effetto della loro imperfezione, della loro infermità; come alcune specie di bache, di frutti, di nodi bizzarri, sono un prodotto della malattia delle piante, come dalla corteccia incisa di alcuni alberi stilla la gomma. Io che l’aveva tratta a morire colla mia indifferenza, che l’aveva resa infelice col mio rifiuto, io doveva amarla quando già la vita avea incominciato a sfuggirle, ad adorarla dopo che l’aveva perduta. Non so se tu abbia provata la più spaventosa tortura che possa subire il cuore umano — l’impossibilità d’amare le persone che ci amano e che reputiamo degne di amare. Non vi è tormento che possa adeguarsi a questo: basta averlo provato una volta perchè si comprenda tutta l’impotenza della nostra volontà, perchè rovini tutto l’edificio della nostra fede, perchè una tenebra immensa si distenda su tutta la nostra vita. L’amore è inesorabile; è in noi, ma è fuori di noi; non possiamo imporlo a noi stessi, non possiamo lasciarcelo imporre.

»Tutte le persone dotate di qualche virtù e di qualche avvenenza hanno assistito a questa rovina che facevano intorno a sè stessi, hanno suscitato delle passioni che non potevano appagare, consumato delle vite che non potevano proteggere col loro amore. Nelle stragi che l’amore mena nel mondo, alcuni pochi soccombono alla felicità dell’affetto contraccambiato, molti al dolore dell’affetto non corrisposto, moltissimi — e sono infinitamente i più miseri — allo strazio di non poter amare.

»Io ho provato questo strazio in tutta la sua potenza. Vedeva deperire la bellezza di Adalgisa, avvizzirsi la sua fede, affievolirsi e consumarsi la sua vita, e non poteva soccorrerla. Io assisteva a questa distruzione, lenta, penosa, inesorabile, senza poterla impedire. Chiedeva indarno al mio cuore ciò ch’egli non poteva darmi, ciò che io non poteva esigere da lui. Perchè l’amore è una gran fede, è un gran vero — non lo si finge, non lo si smentisce. Esso non proviene da noi, ci viene non sappiamo d’onde, lo subiamo — perciò non lo possiamo mentire perchè non lo conosciamo che dopo averlo provato — o meglio ancora provandolo.

»Te partito, Adalgisa si pose a letto, la pietà mi trattenne presso di lei fino al giorno della sua morte. Fu in quel frattempo che il gelo del mio cuore si sciolse, che io incominciai ad amarla e a confortarla di questo convincimento — non visse felice, ma morì felice. Perchè ho incominciato ad amarla in quei giorni? È una domanda che mi sono rivolto sovente io stesso senza potervi rispondere. Di mano in mano che la sua malattia affievoliva la sua vitalità, prostrava le sue forze e le sue passioni, la sua anima acquistava una nuova potenza — di mano in mano che si restringevano i limiti della sua vita fisica, si dilatavano, si estendevano quelli della sua vita morale. Io l’amava forse perchè vedeva in lei sparire la donna e formarsi l’angelo, pur rimanendo angelo e donna ad un tempo — perchè la vedeva librata tra il cielo ed il mondo, come avesse voluto additarmi il cielo senza togliermi alle gioje più miti della terra.

»Non ti parlerò dei giorni che trascorsi presso di lei, al suo capezzale — giorni pieni di tristezza e di grandi gioje ad un tempo, di esitanze, di sogni, di illusioni, di subiti sconforti — cari e mesti giorni che io non potrò ricordare mai senza piangere.

»Adalgisa non prevedeva, non credeva vicino il suo fine: mi parlava dell’avvenire, di noi, del suo amore; formava progetti di felicità per un tempo lontano — la sua anima, simile alla fiamma che si ravviva un istante prima di spegnersi, gettava, già vicina a dividersi da lei, una più gran luce sulle gioie immaginarie del suo avvenire. Soventi ella intravedeva il vero, ricadeva ne’ suoi sconforti, presentiva l’abbandono della vita. Allora rivolava al passato, evocava, numerava, interrogava le gioje in quell’età, più spesso accarezzate che godute, più spesso sognate che ottenute; mi parlava dell’infanzia, di quegli anni che avevamo trascorsi assieme, quando la nostra affettività era ancora una virtù che spandevamo su tutti, che dividevamo con tutti; quando gli affetti, così dispersi, non si erano ancora riuniti nel cuore per rivolgerli ad una sola creatura. L’amore, diceva ella, era stato allora una grande espansione, ora non era che un grande egoismo.

»La malattia aveva come modificate le sue sembianze, aveva dato al suo volto qualche cosa di sì pallido, di sì mobile, di sì trasparente, che la sua natura appariva trasfigurata, spiritualizzata, mutata essenzialmente da quella di prima. La sua vitalità era affluita tutta allo sguardo; pareva intravedesse sempre qualche cosa al di là degli oggetti che la circondavano — guardava come si guarda spesso, senza vedere. Le sue mani si erano come affilate, erano divenute sì piccole, sì leggiere, sì bianche, che nello stringerle vi sentivate la mancanza della vita, e ricordavate quelle mani che vi accarezzavano fanciullo, vi avvedevate che esse non dovevano più toccare alcuna cosa della terra...... Oh le mani di un morente! Chi non ha strette una volta quelle mani? Chi non ha compreso il terribile linguaggio di quel contatto? Sì le mani hanno un linguaggio speciale, un’espressione a sè, un’eloquenza misteriosa che ogni uomo non può non intendere. Son esse che accarezzano le teste dei biondi fanciulli, che asciugano le lagrime degli infelici, che rivelano i primi tumulti della passione, che esprimono la pietà, la tenerezza, che infondono i conforti, che vi toccano, che vi stringono, che vi abbracciano l’ultima volta prima di morire. Le mani sono il linguaggio del corpo, come il sentimento è il linguaggio dell’anima.

»Non è senza ragione che le superstizioni umane hanno attribuito un pregio sì grande alla verginità della donna. Non saprei come provare questa asserzione, come giustificare questa fede che mi ha inspirata la vista di Adalgisa; ma egli è ben certo che se vi sono nella nostra natura due elementi che lottano per dominarsi — l’elemento fisico e l’elemento spirituale — e se la nostra perfezione, la nostra supremazia, la nostra grandezza sono riposte nella prevalenza di quest’ultimo, ella è una grande rinuncia quella che vien fatta per esso alla soddisfazione dei sensi più viva e più irresistibile. Si può deplorare questa rinuncia, non si può non ammirarla — la verginità eserciterà sempre uno dei più grandi prestigi sugli uomini, perchè rivela ad un’ora la casta verginità del cuore e della mente.

»Vi sono delle creature che sentono il peso della materia, la sua tirannia, l’impero che esercita sullo spirito: alcuni la subiscono, alcuni vi si ribellano. Quei martiri delle leggende cristiane che, spinti da un ascetismo religioso, si maceravano il corpo coi digiuni e colle battiture, non potevano essere che uomini straordinarii: combattevano ad oltranza quella lotta che noi combattiamo con armi più facili, con tregue lunghe, con viltà più frequenti, e nelle quali preferiamo spesso il soccombere al resistere forti ed infaticati.

»Questa vittoria dello spirito sulla materia mi appariva piena, intera in Adalgisa — è in ciò che è riposto il segreto di quel fascino che la fede, che il genio, che il culto di un gran principio morale esercitano sopra di noi; il rispetto che c’inspira la vecchiaja, l’interesse che ci destano le persone deboli o inferme — simile a quelle lampade funerarie che gli antichi collocavano presso le tombe, la cui fiammella acquistava sempre più maggior luce, quanto più s’assottigliava il vaso d’alabastro che la conteneva — l’anima della fanciulla traspariva, si rivelava, attraverso le forme vaghissime del suo corpo che la consunzione svigoriva senza alterare.

»Essa era anzi più bella. Che ti dirò delle contraddizioni inesplicabili della mia natura?... Io me ne innamorai in quei giorni; e quanto più ella si andava approssimando al suo fine, quanto più io acquistava la certezza del suo abbandono, tanto più si rafforzava in me questo affetto. Come raccontarti tutte le lotte del mio cuore? descriverti, enumerarti le mie sensazioni? In poco tempo il mio amore raggiunse tutta la sua pienezza, assunse tutta la forza d’una passione indomabile. Sola, mia, soffrente, purificata dalla morte — così e non altrimenti io poteva amare una donna. Una donna! Non era una creatura umana che io amava in lei, era uno spirito concretizzato, personificato in un essere vivo, racchiuso in un velo vaghissimo, delicato, trasparente, che appena lasciava indovinare l’essenza di cui era composto.

»Ma a che dirti tutto? come spiegarti il carattere della mia passione? Spesso mi atterriva il pensiero di perderla, più spesso ancora il pensiero di ricuperarla. La vita le avrebbe ridonato la forza, la salute, i desiderii; io avrei trovato in lei ciò che aveva trovato in Regina, ciò che si trova in tutte le donne, la donna; noi saremmo sopravvissuti al nostro amore... Perdendola, io raffermava invece per sempre la mia fede, conservava per sempre le mie illusioni; la religione dell’amore avrebbe potuto pretendere da me un culto sincero ed eterno. Incauti coloro che piangono la perdita di una donna amata! Non vi è che la morte che possa purificare l’amore, che possa santificarlo, eternarlo — essa ne suggella la fede. Quando essa ha diviso due esseri che si amano, colui che è sopravvissuto può illudersi sulla durata che quell’affetto avrebbe avuto, se vivo; ha una tomba su cui piangere, e può costruirsi una fede su cui riposare. Nessuna gioja della terra è dolce come quelle lagrime e come quella fede! Ma ciò che è orribile è sopravvivere alle proprie affezioni, vederle vacillare, cadere, finire, irridire a sè stessi, posarsi sopra altre creature. Quanti esseri ci circondano che avevamo amati, che avevamo fusi colla nostra esistenza, coi quali avevamo sfidato la mutabilità dei tempi e della fortuna... e che adesso sono più nulla! Vivere tra tali creature, vederle vive e felici, e portarne il lutto, è come vivere in un mondo che ha cessato di appartenerci, è come presentire la morte co’ suoi dolori, co’ suoi abbandoni, co’ suoi rimpianti, senza averne nè la dimenticanza, nè la quiete.

»Ma a che farti conoscere tutti i dettagli dolorosi del mio racconto? Adalgisa morì; e con quella morte cessò in me quell’indifferenza, quell’avversione all’amore, quel bisogno di raccogliermi in me stesso che mi aveva chiuso fino allora tutte le sorgenti della felicità e del piacere. Quell’affetto che mi s’era formato nel cuore durante la sua malattia, si tramutò dopo che l’ebbi perduta, in una passione che mi divorava la vita, senza che potessi spegnerla, che mi dominava senza che potessi combatterla. L’aveva dimenticata viva, l’aveva amata morente, l’adorava già morta. In ciò io era conseguente a me stesso, a’ miei principii, alle mie idee: il mio amore era logico come lo era stata la mia indifferenza — procedeva dalle stesse cause, si riposava sulle medesime convinzioni. Un ostacolo mi aveva allontanato fino allora dalla donna — la sensualità della bellezza: ora questo ostacolo era sparito, la bellezza di Adalgisa non era più che un riflesso della bellezza intatta ed eterna — in quelle forme pure e perfette io vedeva personificato quell’ideale che l’arte, che il vero, che il bello avevano come delineato nella mia fantasia. Gli uomini tendono a personificare tutte le loro sensazioni, tutte le concezioni della loro mente — la vasta idealità umana si riduce tutta alla creazione di alcuni tipi vaghi e indecisi, di cui cerchiamo indarno quaggiù una personificazione vivente. Dio non si è rivelato a noi: egli non ha tanto creato gli uomini, quanto gli uomini hanno creato lui stesso — l’idea di Dio non è che una personificazione dell’idea del bello eterno, e del buono eterno — le anime elevate non hanno osato circoscrivere questa bontà e questa bellezza in una forma, le anime volgari sono discese fino all’umanazione.

»Se tu avessi visto Adalgisa, avresti potuto comprendere quanto ella si avvicinasse a questo ideale. Non so dirti quanto ella fosse bella, nè quanto il mio ideale fosse elevato! D’altronde che cosa è la bellezza? Essa non può essere il risultato dell’armonia di alcune linee, perchè queste stesse linee disposte diversamente possono dare diverse specie di bellezze — vi è non una legge in ciò; non vi è una bellezza assoluta. Possiamo analizzare il volto umano, descriverlo in tutte le sue parti, ammirare l’armonia dei loro rapporti — non basta — vi è ancora qualche cosa che è fuori di questa legge, che sfugge a questa analisi, che costituisce unicamente il bello che noi ammiriamo. Egli è che ciascun uomo, personificando le proprie idee, si è formato un tipo di bellezza, secondo il quale esamina e giudica delle forme degli oggetti e delle creature che ci circondano. Ciò è quanto noi chiamiamo il gusto. Le leggi della bellezza fisica sono riposte in una legge della bellezza morale. L’identità della natura in ciascun uomo rende queste leggi pressochè simili in tutti, quindi pressochè uno il tipo della bellezza umana, ma se noi potessimo uscire un istante fuori di noi medesimi, distruggere e mutare questa legge vedremmo che il bello ci apparirebbe deforme, e il deforme bello, che la bellezza è tutta immaginaria, tutta convenzionale, tutta subordinata a questo principio. Ecco perchè io non tenterò di delinearti l’immagine di Adalgisa — converrebbe che tu discendessi nella mia anima per rintracciarvela.

»Non ho mai preso ad investigare che cosa sia l’amore, quali i suoi limiti nel cuore degli altri uomini. Perciò appunto che ti ho detto ora, io non ignorava che nel bello si ama inconsciamente il buono, che nel deforme si odia inconsciamente ciò che è cattivo, ma le ragioni di quest’odio e di questo amore mi rimasero sempre ignorate — si poteva aver coscienza di questi due estremi morali, ammirarne queste personificazioni diverse, senza nè amarle, nè odiarle — il segreto dell’amore, che è ad un tempo il segreto della vita universale, rimarrà sempre inviolato dagli uomini.

»Oh! dirti le ore di ebbrezza che io trascorsi al suo fianco, i deliri di quegli abbandoni!... Quel cadavere che mi stava d’innanzi ricongiungeva i fili spezzati della mia esistenza, mi rimetteva in pace coll’umanità, con me stesso; riannodava i legami che mi avvincevano all’arte e alla vita. Quante anime non sapranno comprendere la natura di questa passione, giustificare la sua origine, la sua essenza, i suoi fini! Non è vero che le donne sappiano amare, sanno piacere, godere. Spogliatele di quelle attrattive del sesso che vi vedete mascherate dal sentimento — e non vi è più nulla. Ma in Adalgisa queste attrattive erano mute, distrutte — tutto ciò che vi era di ripugnante era sparito, tutto ciò che vi era di dolce era rimasto. Che importava a me che ella non vivesse? Io non aveva mai voluto chiederle del piacere. Nella ricerca affannosa del bello, io non aveva cercato mai che il bello, ancorchè passeggiero, ancorchè inanimato. Fui sempre casto di quella castità che è propria della robustezza; nè io aveva cercato nella personificazione dei mio ideale altri attributi che quelli elevatissimi del mio ideale medesimo. E poi vi è qualche cosa di morto in natura? vi è qualche cosa di inanimato intorno a noi, cui non possiamo infondere una parte della nostra anima? Ho sempre sorriso di questa specie di avversione che gli uomini hanno per tutto ciò che non vive: mi sono sempre sentito nel cuore un’esuberanza di spirito sufficiente a infondere la vita a tutti quegli esseri inerti che mi stavano dintorno. Le grandi anime soffrono in mezzo a ciò che si agita e vive; prediligono la solitudine dove possono espandere la propria vitalità.

»Non vissi con lei che due giorni — la terra riebbe Adalgisa — io assistetti senza lacrime alla sua sepoltura. E perchè avrei dovuto piangerla? Non mi bastava la memoria? Coloro che piangono ciò che muore rinnegano la propria fede, la durabilità dei proprii affetti, la coscienza del proprio destino.

»Da quel giorno le mie lotte erano finite, io mi sentiva riconciliato coll’esistenza. Mi ridonai all’amore della mia arte — non era che un solo amore, uno stesso amore — non vissi più che di quello.

»La musica fra tutte le arti è la più divina perchè la più indeterminata. Concretizzate le idee nelle parole, la luce nella tela, le forme nel sasso, ma non potete concretizzare il suono — il regno delle note è infinito come il regno delle idee — più ancora, va oltre le idee, ve ne crea di quelle che non potete determinare, di cui non sapete darvi ragione. Strana e ridicola cosa! Gli uomini hanno voluto circoscrivere la potenza di questo linguaggio, il solo che sia veramente universale; l’hanno collegato colla parola la quale non esprime che cose determinate, — connubio mostruoso! — hanno detto: queste note esprimeranno il dolore, queste il piacere, quelle la sorpresa, e via via; hanno composta la sintassi delle note — hanno immiserito, circoscritto, rinnegato questo linguaggio che ci parlava di un mondo lontano, che ci sollevava sull’ordine delle idee comuni, che ci trasportava oltre il dominio dei sensi; che appunto era grande, perchè era impossibile sottoporlo a leggi fisse, trattenerlo dentro limiti fissi, perchè era inesauribile, perchè era indeterminato.

»Queste parole ti lascieranno indovinare quali sieno le mie idee in fatto di musica, quali i tentativi che io faccio per redimerla da queste leggi di convenzione.

»Scrivimi. Dopo la perdita di Adalgisa, io vivo da solo, in questa città. Vorrei farti comprendere quali sieno i rapporti misteriosi che esistono tra la di lei memoria e la mia arte, e come questa attinga da quella, e quella si avvivi nella fiamma di questa, e formino un tutto solo ed armonico — ma ciò mi tornerebbe impossibile.

«Rimarrai tu costì lungo tempo? Ti scriverò altra volta.»

Ma non ebbi da lui altre lettere.

Passarono due anni da quell’epoca, nè io aveva più ricevuta notizia alcuna di Lorenzo, e quasi me n’era dimenticato, allorchè n’ebbi da un amico le tristi novelle che mi accingo a raccontare; anzi trascriverò qui quel brano della sua lettera, che vi si riferisce:

«È da lui stesso che io ho saputo che tu non ignori le sue follie passate, e quella sua passione d’amore così strana, così ideale, e così incomprensibile. Ho anzi ragione a credere che tu abbia penetrato meglio e più profondamente di me nelle segrete oscurità della sua anima, e che la natura della sua follia ti sia apparsa più evidente e più chiara. Credo averla compresa io pure, e ciò mi spiega in qualche guisa la seconda e la più grave delle sue aberrazioni. Se egli non ti ha scritto più dopo la’ tua partenza da ***, ignori senza dubbio che egli si è dimenticato di Adalgisa, e che un amore non meno appassionato, non meno esigente, ma non meno inesplicabile si è sostituito a quel primo.

»Era naturale che egli se ne dimenticasse, e che quell’affetto così triste, così spento, così solitario si spegnesse nel suo cuore per dar luogo ad una passione più viva e più reale benchè ancora più assurda. Tu meraviglierai dell’oggetto di questa sua seconda affezione.