Part 2
— Non l’amo; o almeno, aggiunse correggendosi, non l’amo di quell’amore che si concepisce quaggiù dagli uomini. Dopo che una fatale avidità di lanciarmi nell’avvenire mi ha fatto conoscere quali frutti maturassero sull’albero della vita e mi ha allettato a raccoglierli, la mia anima ha sentita la vanità di questi piaceri; essa ha compreso l’avvilimento che le ne proveniva fruendone, e si è formato un ideale di purità e di perfezione morale, a cui dirigere tutte le sue aspirazioni e i suoi voti. Non credo alla donna, diss’egli, non ne ammiro che la bellezza incantevole delle forme; non credo all’amore, non ho fede che nel godimento che ne deriva. L’amore di un’anima elevata, quello sforzo che ella compie per avvicinarsi alla divinità col culto del buono e del bello, non può essere diretto ad una creatura la quale non può darvi che della voluttà, la più vana di tutte le sensazioni; non può essere rivolto al conseguimento di un piacere che vi degrada. L’amore ha tale scopo nella donna; esso non può essere concepito da lei disgiunto da questo fine, come da quella che vi è portata dall’istinto della maternità e da una minore elevatezza di concezioni, di aspirazioni e d’ingegno. Vi ha oltre a ciò nella donna un dolce sentimento di sottommissione, un delicato desiderio di confortare di gioie e di piaceri la vita dell’uomo che l’ha scelta a compagna — gioie e piaceri che ella non può, che ella non sa offrire che offrendosi. — La perfezione maggiore del suo essere, l’irritabilità della sua costituzione la rendono più atta a sentire i piaceri e più avida a procurarseli; ed è perciò che la natura ha collocato in lei una dose più grande di pudore, che non è che una ipocrisia della sensualità, e che non ha altro scopo che di frenare le ingenue rivelazioni dell’istinto. Ma perchè tu comprenda tutto ciò, diss’egli, perchè tu intenda come quell’amore dell’ideale che ci infiamma nei primi anni della giovinezza, e ci guida a porgere un omaggio alla virtù come linguaggio del bello, al bello come rivelazione del buono, escludendo ogni appetenza di godimento, per ciò solo che noi siamo ancora dominati dal sentimento dell’arte e della poesia, sentimento innato nell’uomo, possa così miseramente trasformarsi e rivolgersi al culto esclusivo del piacere, è d’uopo che io t’accenni quella triste esperienza della vita che mi fu dato di raccogliere nei primi anni della nostra separazione. Spesso i fiori che intrecciano la nostra corona non si distaccano che per opera di quella mano alla quale era dato di aggiungerne, non si avvizziscono che per ciò solo, che noi li avvolgiamo nell’atmosfera velenosa delle nostre passioni, e per un frutto amaro della terra non esitiamo a contaminarli nel fango.
Morto mio padre, io mi sono avventurato nella vita, nella vita agitata, clamorosa, elegante; nei grandi centri ove la mia gioventù e la mia arte mi avevano aperta una via. Mio padre aveva accumulate molte ricchezze durante la sua vita operosa e modesta: un giorno mi trovai solo nel mondo, ma mi trovai dovizioso: aveva tributato alla mia arte otto anni di studii indefessi: le prime creazioni del mio genio mi avevano dato fama di artista valente; aveva ventidue anni, il mio volto era l’espressione fedele della mia anima, e le mia anima era nobile e pura; avevo del coraggio e del cuore, e mi gettai risoluto nell’avvenire.
Questo battesimo sociale che chiude la vecchia vita e ce ne riapre una muova apporta spesso con sè molte gioie e molti, dolori. Io non ebbi che dolori. Non era la mia anima suscettibile di provare la gioia? Forse lo era, ma non per quella presso la quale si affannano tutti gli uomini. I tripudii del mondo erano troppo o troppo poco per me; mi opprimevano, e mi lasciavano un gran vuoto nel cuore: più io correva verso di loro, e più me ne trovava lontano; avrei voluto vedervi un’entità, una cosa concreta, uno scopo, un soddisfacimento nobile e pieno, e non vi vedeva che il nulla.
Amai. Chi non ha amato o non ama? Era stato il delirio della mia gioventù, il sogno di tante notti, lo scopo della mia arte. Predispormi coll’arte all’amore, prepararmi l’animo ad accogliere questo sentimento e a sentirlo, ingigantirmene l’ideale, rivestirlo di tutte le illusioni, di tutte le parvenze possibili, ecco ciò che io aveva vagheggiato nel silenzio di questo ritiro, prima di avventurarmi nel mondo.
Ma gli uomini tutti e la gioventù sovratutto, credono che lo scopo dell’amore sia la donna, non distinguono tra il sentimento e la sensazione, fanno di queste due cose disparatissime una cosa sola, e chiedono più tardi a sè stessi: che cosa era l’amore? avrebbero dovuto chiedere: che cosa era la donna?
Io pure ho ingannato me medesimo: ho creduto che tale fosse lo scopo di questo sentimento e mi affrettai a raggiungerlo. Mi era creato di esso un ideale abbagliante, lo aveva vagheggiato per tanti anni, non aveva mai dubitato di realizzarlo; e quando aveva abbandonato per sempre la casa di mio padre, aveva detto a me stesso: — avrò anch’io un amore.
Ohimè, io non sapeva, che un artista non può amare che l’amore, che due affetti sono troppo per esso, che quell’ideale che egli si è creato, non è che l’ideale dell’arte, che nessuna creatura al mondo può renderglielo in tutta la sua sublimità, può possederne tutte le forme e i colori.
Ma che cosa è l’arte? È dessa che ci conduce all’amore, o è l’amore che ci conduce all’arte? quale dei due è l’essenza e quale è la forma? quale è quello che rivela, e quale è quello che è rivelato?
Non ho potuto comprenderlo ancora; egli è però ben certo che ogni grande anima si è manifestata coll’arte, e che nessuna di esse ha potuto sottrarsi al dominio dell’amore.
Ho amato anch’io una donna, una creatura non migliore e non peggiore delle altre, un essere vago e felice, quali ne incontriamo spesso nel mondo — esseri che sorvolano su tutto, che aman tutto, che spargono delle rose su tutto; che versano delle lacrime e non piangono, che sorridono e non gioiscono, che non potrebbero essere felici e lo sono. Si chiamava Regina, aveva vent’anni ed era vedova. Viveva sola, aveva blasoni e livree, aveva ammiratori ed amici, aveva arredi e palazzo da sultana, era superbamente bella e orgogliosa. L’aveva veduta e l’aveva segretamente ammirata, mi pareva che la sua avvenenza avesse sorpassato la bellezza di quel tipo immaginario che io portava meco nel cuore; mi pareva che il suo amore avrebbe dovuto colmare ad esuberanza quel vuoto che io sentiva in me da gran tempo. Volli ispirare dell’affetto e l’ottenni, volli smarrirmi nella mia passione e lo feci.... non ne ritrassi che amarezza e sconforti.
La vedeva ogni giorno lungo i viali cavalcare colla spigliatezza d’un giocoliere e coll’ardimento di una amazzone sorridere e pure atteggiarsi a mestizia. Era sempre sola, un palafreniere la seguiva da lontano; e quando io passava presso di lei mi fissava in volto gli occhi con espressione di affetto indicibile! Ne fui presto ammaliato; era il mio primo amore — il mio ultimo — mi vi abbandonai come un fanciullo.
M’incontrava con lei ogni giorno durante le sue passeggiate; e benchè non avessi osato o potuto dirle il mio amore, e benchè ella del paro mi avesse tutto taciuto nessuno di noi due ignorava di essere amato, e non attendeva che l’occasione di accertarsene. Anche questa occasione venne. Io aveva dato una sera un concerto e vi era stato applaudito: il teatro era affollatissimo, l’uditorio silenzioso ed intento, io stesso agitato da una commozione indicibile; era giovane e artista, e aveva destato in tutti gli animi un interesse profondo, una viva ammirazione di me: il mio trionfo era stato facile ma non era stato meno completo; mi erano stati gettati dei fiori, molte signore si erano tolte dai capelli le loro camelie e le avevano lasciate cadere sul palco: io ne aveva raccolto una parte, quando nell’alzare lo sguardo scorsi Regina che mi gettava colla sua piccola mano coperta dal guanto un ricco mazzo di fiori. Rimasi indicibilmente confuso; accennai appena del capo in atto di ringraziamento, e mi ritrassi stringendomi al seno quel dono.
Quando fui nella mia camera, nell’appressare alle labbra quel mazzo, vi scorsi un piccolo brano di carta arrotolata. Lo svolsi, era un foglietto da taccuino dorato nei margini: su cui ella aveva scritte colla matita queste parole:
«Siete degno del mio amore, e ve ne ringrazio. Vi posso scrivere queste righe perchè sono sola, e posso farlo perchè ho dell’affetto per voi. Voi siete un grande uomo, ma avete la timidità di un fanciullo: venite domani a ringraziarmi di questa lettera.»
REGINA.
Rimasi profondamente impressionato da quella lettera. Non era così che io avrei voluto conoscere di essere riamato; quelle parole non mi rivelano quell’amore casto, esitante, ritroso, che aveva desiderato di scorgere in lei, che aveva sentito fino allora in me stesso. Non conosceva ancora il linguaggio e gli ardimenti di una passione sensuale, ma ne aveva avuto in quelle parole una intuizione piena e scoraggiante. Cercava un amore puro, quell’amore che tutti gli uomini cercano a vent’anni, e non vi trovava che un amore di progetto, un amore già quasi colpevole nella prima, nella più timida, nella più santa delle sue rivelazioni. Ne era turbato; avrei voluto trovare in me la forza di non andarvi, ma mi sentiva sì debole anche dinnanzi a quell’affetto, che mi era impossibile il combattere il mio cuore. La natura e l’istinto trionfavano. Io ignorava che le espressioni di quel foglio erano il linguaggio esatto di un sentimento intorno al quale gli uomini si formano generalmente un falso concetto, erano la rivelazione del vero amore, quale egli è, quale deve essere: gli uomini non tengono mai una giusta via di mezzo nell’uso e nell’apprezzamento che essi ne fanno; prima di vent’anni domandano ciò che la natura non può dare, che la stessa innocenza rifiuta — il sentimento puro e intangibile; dopo le prime disillusioni non chiedono più che la voluttà, negano la sua fusione col sentimento — non vogliono più che il piacere. La donna si dà, ma non si dà mai sola, dà il cuore con essa: la donna soltanto sa amare.
Lottai, ma mi era impossibile sottrarmi alla mia passione; andai da Regina. La trovai, splendida, superba, raggiante; non l’aveva veduta mai così bella. Non appena fummo soli mi si gettò tra le braccia e mi baciò sulle guancie, eccitata da una commozione che pareva sincera. Provai nondimeno una gioia meno intensa di quanto non lo fosse il dolore che la mia anima sentiva in quell’istante. Avrei desiderato di averlo ottenuto dopo lunghi giorni di amore quel bacio; ma averlo così, senza conoscersi ancora, senza avere ancora ragione di amarsi.... il primo bacio, quello che non si dimentica più, quello che segna il primo periodo della nostra esistenza morale!..... Ah, tutto ciò parevami assai doloroso!
Queste considerazioni si agitavano dentro di me in quell’istante medesimo in cui ella pendeva sul mio seno, e aspettava parole colme di passione e di affetto. Non ne dissi, non avrei potuto dirne. Regina si sciolse dalla mie braccia, e guardandomi con occhi pieni di meraviglia e di amore, esclamò con suono di dolce rimprovero:
— Non mi amate voi dunque? Mi avete dunque ingannata?
Dio buono! ingannata..... e come? Apprezzava dunque ella tanto il nostro amore? Era amore vero e sentito? Era un abbandono logico, naturale, doveroso quello di gettarsi tra le mie braccia? Mi parve di comprendere qualche cosa: mi affrettai a rispondere, non meno commosso di lei:
— Perdonate, è una strana confusione di idee che si è formata nella mia anima è gioia, è amore, è sorpresa, sono mille sensazioni che mi opprimono per quanto siano dolci e nuove, anzi perchè sono tali mi opprimono.... Non ho mai amato, Regina, non fui mai amato; è naturale che io debba trovarmi così confuso ed oppresso, così dolcemente oppresso... avrei bisogno di sollevarmi colle lagrime; se fossi, come voi dite, un fanciullo, se fossi solo, vorrei piangere, e piangere fino a morirne.
— Quanto siete sensibile! mi disse Regina, quanto siete nobile e buono! Ed è in vero la prima volta che amate? e son io che vi avrò inspirato il primo amore, che potrò farvi conoscere le prime dolcezze di questo sentimento? Oh ditemi che io non m’inganno, che mi amate; ho osato tutto con voi, ho osato troppo, non punitemi col vostro silenzio, con una riserbatezza che mi offende, perchè mi fa supporre che il vostro cuore abbia emesso un giudizio troppo severo su di me.
Compresi che ella mi amava veracemente, che nel suo stesso abbandono, nella sua stessa felicità vi era la prova più eloquente del suo amore. È dell’amore che io doveva lagnarmi, non di lei; e mi accinsi a rassicurarla con quanta potenza di persuasione io seppi attingere dalla mia mente sconvolta ed agitata. Passai seco alcune ore — ci separammo commossi. — Quando fui solo nella mia camera mi raccolsi e piansi lungamente, piansi per la cessazione di un’illusione che avrebbe dovuto accompagnarmi per tutta la vita. Era quello l’amore? Era così che lo concepiscono gli uomini, che deve essere concepito da tutti gli uomini? E perchè formarsene un ideale così elevato? Che cosa è l’ideale? Che cosa è il sentimento in amore? Può egli l’amore stare da sè, rinunciare alla sensazione che ne costituisce l’essenza, che unicamente lo crea? Poichè non è il sentimento astratto che ci unisca indissolubilmente alla donna, ma il possedimento che ci crea dei doveri e dei bisogni; è l’intimità, è l’abitudine che rendono potente l’amore.
Tuttavia non abbandonai Regina: la natura agiva troppo potentemente su me perch’io potessi superarla colla forza della mia volontà. La volontà è sempre più debole dell’istinto, perchè ove nol fosse, ciascun uomo potrebbe violare impunemente la propria natura. Incominciai anzi ad amarla, conosceva che il suo cuore era retto e sincero, non ne poteva dubitare: investigai il suo passato, e non vi trovai cosa alcuna di cui dovessi soffrire ed affliggermi: un uomo qualunque, un uomo che non fosse stato vero artista, avrebbe potuto essere felice con Regina. Io non lo era.
Ottenni tutto da lei. Da quel giorno ella cominciò ad amarmi, da quel giorno io sentii che il mio affetto era svanito. Lo dissimulai lungo tempo, era pietà, era gratitudine che me lo imponevano, ma essa non tardò ad avvedersi del mio abbandono, e ne fu mortalmente ferita.
— Che vuoi! mi disse ella una volta, che pretendi da me per amarmi? che posso io fare per meritarmi il tuo amore? Hai guardato nel mio passato e non vi hai veduto nulla, hai indagata la mia condotta e sono uscita illibata dalle tue investigazioni. Quale demerito ho io per essere condannata al tuo abbandono? Non sono abbastanza bella? non sono abbastanza giovine e ricca? Sei geloso? preferisci l’isolamento? Vuoi che rinunci a tutto, a’ miei abiti, a’ miei cavalli, alle mie abitudini? Vuoi che abbandoniamo questa città e ci ripariamo in un angolo di terra ignorato? che viviamo soli, sconosciuti, felici? Dimmi lo vuoi?
Io era vinto, io era commosso, io avrei fatto il sacrificio della mia vita per lei, ma non poteva amarla, non lo poteva: sentiva che nessuna donna avrebbe potuto inspirarmi ancora dell’amore; l’amore, la continuazione, il culto, l’affetto di quell’ideale che portava meco nel cuore lo trovava nell’arte — la donna ne era la negazione.
Oscillammo alcun tempo tra la repulsione e l’amore, prevalse la repulsione — ci separammo.
Io abbandonai quella città sei mesi dopo, nello stesso giorno in cui ella partiva per Francia col ricco barone di Saint-Froix, colonnello di cavalleria, col quale si era sposata al mattino.
Così disgustato dell’amore altrui rientrai nell’amore di me medesimo, non perchè il mio cuore fosse incapace di collocare in una creatura simile a me un affetto saldo e durevole, ma perchè aveva compreso che nessuna di esse avrebbe potuto divider meco questo sentimento senza offenderne la purezza; perchè sapeva che quell’amore che io voleva, il mondo non me lo avrebbe mai dato, non me lo avrebbe mai potuto dare. Nell’amore dell’uomo, e più specialmente della donna, ho sempre veduto una specie d’ipocrisia, delle norme di convenzione che volevano mostrare di condurre al sentimento, e non conducevano che alla sensazione, non avevano altro scopo che la voluttà, e incominciate con tutte le apparenze di un amore ideale, di un puro affetto di cuore, finivano colle basse soddisfazioni di un amore brutale, assai spesso colla sazietà, colla nausea, col disgusto che dà una passione soddisfatta. L’amore non è che un’ipocrisia — nella maggior parte degli uomini non è che l’abuso, l’applicazione falsa ed inesatta di un nome. Potrebbe chiamarsi il piacere, la voluttà, la sensazione — sarebbero le parole — ma l’_amore_, questa espressione di cui ci serviamo per indicare quanto abbiamo di sacro e di diletto nel mondo, per rivolgerci alla divinità, per accennare a quei legami pieni di mistero e di incanto che sembrano congiungerci all’universo; essa, la parola più dolce e più nobile del linguaggio umano, quella che inchiude l’idea del sacrificio scambievole, che è la nostra religione, la rivelazione più eloquente della nostra immortalità, non può essere adoperata per nascondere la natura ed i fini di un desiderio sì basso, per velarne la nudità, per travisarne lo scopo — l’amore è cosa dell’anima, la voluttà è cosa della materia: distinguiamo tra due nature sì differenti.
Nella stessa facilità di quelle donne che si danno senza ritegno — e quel ritegno ha sempre le sue cause nell’amor proprio, è sempre un’arte quando non è calcolo o freddezza, — che non lo dissimulano, che dicono: vi domando del piacere e vi do del piacere, mi parve di scorgere non dirò una maggiore virtù, ma una maggiore arditezza della verità, una franchezza saggia e lodevole. Che differenza tra esse e le altre? Le une promettono di darsi, nulla più, e si danno — le altre promettono cose infinite, l’amore puro e ideale, tutte le smorfie che affetta il sentimento, e finiscono col darsi come le prime, nulla di meno: in quelle una sincerità che ne scema se non ne scusa i traviamenti, in queste un inganno, un artifizio volgare, od una ignoranza di sè deplorevole. Tra un uomo ed una donna che si piacciono la virtù non è in alcun luogo, se è in tal cosa che vuolsi far risiedere la virtù. Basta avere un’esperienza della vita assai lieve per apprezzare la verità di questa asserzione: quando due giovani creature di sesso diverso sono prese di affetto l’una per l’altra sanno a che cosa li deve condurre l’amore, e comprendono che dissimulano, e fingono entrambe l’ignoranza di uno scopo che pure si struggono di affrettare col desiderio.
Ecco le considerazioni che mi allontanarono per sempre dall’amore: intendo l’amore quale è ordinariamente tra gli uomini, quell’affetto che incomincia da un’apoteosi e finisce in una degradazione, le cui fila sembrano partire dal cielo, e nondimeno toccano il fango. Non spero altro dalla donna, benchè sappia che l’amicizia non è che un’ombra dell’amore, e che non potè mai appagarmi soltanto di essa; benchè comprenda che non può darlo che la donna, lei sola, ancorchè puro, ancorchè deliberato per sempre all’astinenza dì quei piaceri che ella può offrire.
Ma ciò è per fermo nella natura; e come ella abbia condannato ad un fine sì triste un sentimento sì elevato e sì nobile, come si sia servita di mezzi così divini per raggiungere uno scopo sì turpe, è ciò di cui la mia anima non ha mai saputo darsi ragione, è l’enimma eterno e insolvibile del cuore umano. Non condanno la facilità con cui gli uomini corrono al piacere, ma l’astuzia con cui dissimulano di non corrervi, le illusioni di cui circondano un atto di intimità che non ne ha alcuna, e che riserbano alla gioventù inconsapevole un disinganno certo e terribile.
Hai tu avuto quattordici anni? Te ne rammenti? Ti ricordi di quel tempo quando nella donna non vedevi che l’angelo, quando nell’amore non vedevi che l’unificazione di due anime? Ed hai serbato memoria di quel giorno in cui afferrasti la realtà, in cui vedesti soccombere il tuo ideale? Oh, la natura vi ebbe la sua parte di colpa, ma la donna non meno!... La donna voluttuosa, facile, meno elevata di mente, è meno atta a comprendere la bassezza e la vanità del piacere; desiderosa di darsi perchè sa darsi, perchè vi ha attitudine, perchè desidera di sottomettersi, e sa porre più che altrove in questo abbandono, quella leggierezza, quella grazia, quella docilità, quel non so che di vago e di fatuo che sa mettere sì bene in tutti i piccoli nonnulla della sua vita. Si direbbe che il loro ritegno non è che un’arte, che quelle medesime che si serbano virtuose lo fanno perciò solo, che sanno di conservare in tal modo uno degli allettamenti più energici, e di poter esercitare una seduzione più potente. Tutto ciò che vi è nella donna — le sue opere, i suo pensieri, le sue parole, i suoi atti — tutto è seduzione, benchè seduzione tacita e delicata. Oh, l’uomo è assai più puro! Nella sua franchezza, nelle sue abitudini un po’ ardite, nel suo stesso linguaggio un po’ rozzo e un po’ brutale, egli è assai più puro! Nella fanciulla si trova sempre la donna — l’angelo bisogna cercarlo nella madre.
Mio caro amico, riprese Lorenzo dopo un breve intervallo di silenzio, io mi sono disgustato assai presto delle donne; le prime prove mi hanno atterrito; non ti dirò ciò che ebbi ad esperimentare di poi; aggiunsi sconforto a sconforto — mi ritrassi nella mia solitudine disperando di non poter amare che la mia arte. E forse un artista non può, non deve avere un altro amore che questo — l’amore astratto del bello, del buono, l’amore che conduce direttamente a Dio, che rinuncia alla creatura, che non si posa su cosa alcuna del mondo — tutto il resto è sogno, è illusione, è voluttà d’un istante. Se l’amore debb’essere infinito e gli uomini tutti amano cose finite, gli artisti sono i soli uomini che amano.
Dopo l’abbandono di Regina ebbi altri affetti e altri inganni; conobbi le donne uguali tutte, propense all’amore, ripugnanti perciò dall’amicizia che ne rifiuta i privilegi e i diritti, facili all’affetto, atte a colorire con quella vena di facile poesia che è in esse qualunque atto di degradazione fisica sul quale l’uomo si arresta a meditare con dolore.... Non ho serbato memoria di una donna giovine, che abbia saputo perdonare a me giovane di averle potuto offrire dell’amore e di non averle dato che dell’amicizia. Rientrai in me stesso; volli riabitare questa casa, rivedere questi luoghi che mi parlavano dell’infanzia, l’unica età della vita sulla quale noi possiamo ritornare senza piangere, e darmi tutto alla mia arte, e vivere di essa e per essa.
Ma neppure qui non mi sento sereno, non mi sento felice; non si può amare l’amore per l’amore, e l’arte che ci crea un ideale così elevato, non basta a far tacere quel bisogno incessante dell’anima che ci spinge a cercarne una personificazione più o meno imperfetta negli uomini e nelle cose reali della vita.
Bisogna amare, ecco la condanna; o turpemente o nobilmente bisogna amare: per noi che ne vediamo l’oggetto nel cielo e dobbiamo cercarlo nel fango è una condanna doppiamente terribile. Io vorrei possederlo questo oggetto, ma dove mi sarà dato di rinvenirlo? dove troverò la donna diversa dalla donna? Combatto da lungo tempo col mio cuore, tento di ucciderne l’affettività, di deviarla dalla donna e di rivolgerla all’arte. Inutile sforzo? La natura prevale; e l’arte che è troppo grande, troppo conscia di sè per temere di una rivalità così poco durevole, ne seconda la legge ed i fini.