Part 1
AMORE NELL’ARTE
TRE RACCONTI
DI I. U. TARCHETTI
MILANO E. TREVES & C. Editori della BIBLIOTECA UTILE — 1869
Proprietà Letteraria
Lodi, Società Cooperativo-Tipografica.
LORENZO ALVIATI
L’amore non è una potenza indisciplinabile. Come ogni altra forza naturale, dà una presa alla volontà, all’arte, la quale, checchè se ne dica, lo crea facilissimamente e facilmente lo modifica, mediante gli ambienti, le circostanze estrinseche e le abitudini.
G. MICHELET.
Lo conobbi nel collegio di Valenza. Io aveva allora quattordici anni, egli ne aveva diciasette compiuti, ma il suo corpo erasi già sviluppato come a venti; in quella scolaresca di fanciulli egli rappresentava colla sua statura elevata, colla sua testa di Apollo, un personaggio assai più imponente del maestro. Quell’immagine mi richiama le memorie più dolci e più pure della mia fanciullezza, mi evoca scene obliate da lunghi anni, rimembranze confuse, sulle quali il mio pensiero non sa tanto arrestarsi e scrutare da ritesserne intatta la tela. Difficilmente la nostra memoria ha la virtù di evocare uh passato di quindici anni; ma spesso in quelle tenebre che lo circondano rimane un filo di luce che ci guida a rintracciare le gioie; spesso basta il profumo d’un fiore, un filo d’acqua, un suono, un nome, una fronda, per richiamarci le immagini di alcuni affetti, le circostanze di alcuni avvenimenti che si erano dimenticati da anni. Ma sono scene che l’intelletto illumina ad intervalli, a bagliori; quell’edificio si sfascia ricostruendolo; la memoria evoca e passa, poichè nella lotta che noi combattiamo col dolore non ci schermiamo che dal dolore dell’istante: nessuno potrà lottare ad un tempo colle sofferenze riunite di tutta una vita.
Non vi è mai accaduto di trattenervi in quelle lunghe notti d’inverno a meditare vicino al focolare, e, rimescolando le ceneri già fredde, rinvenirvi un piccolo carbone ancora acceso? Lo avrete veduto brillare in quel momento d’uno splendore vivissimo, ma subito impallidire ed estinguersi al contatto di quella luce a cui si era sottratto per sempre. Così è delle memorie. Esse non si arrestano più d’un istante; esse ricompariscono e fuggono; la loro apparizione è simile, nel mondo immaginario, all’apparizione fantastica dei trapassati: si mostrano e si dileguano, splendono come un baleno nella notte dell’intelligenza e si estinguono. E che cosa sono in fatto le memorie se non le reliquie della nostra vita morale, le sue salme, i suoi morti? È strano come la maggior parte degli uomini consideri la vita come un avvenimento continuato, e non s’avveda come noi moriamo ogni giorno, come seppelliamo ogni sera una parte di noi, anzi la nostra intera esistenza morale, poichè la sola vita fisica costituisce nella sua decadenza progressiva, un fatto isolato e compiuto. E quante vite non abbiamo noi sepolte prima di morire! su quante care esistenze di un giorno non dobbiamo noi piangere! speranze, affetti, piaceri, nobili aspirazioni alla virtù, ebbrezze ineffabili dell’amore..... a trent’anni la vita non è più che un immenso cimitero, sulle cui tombe noi veniamo a lamentare le gioie dell’esistenza che ci è sfuggita, e l’aridità dell’esistenza che ci rimane. — Dolci e serene memorie dell’infanzia, voi formate tutto il segreto de’ miei affetti, tutto il tesoro delle mie più care predilezioni. Oh potessi, dal sepolcro in cui giacete, evocarvi almeno un istante, per riabbellire del vostro sorriso fugace questi miei giorni sconsolati e sofferenti!
Povero Lorenzo! E parmi di rivederlo là, sotto quei pioppi, ove venivamo a riposarci dalle nostre passeggiate delle vacanze. Là il Po si allarga, e forma alcuni seni incantevoli circondati da alberi secolari. Uscendo pieno ed unito dalle gole dei colli, si versa e si dilata nella pianura, ove le sue acque creano una vegetazione rigogliosa, e le rapide selvette dei salici, i cui fusti riuniti e raggruppati dai rovi e dai lentischi, coprono gli stessi sabbioni delle rive. Non un eco, non un grido sotto quei pioppi maestosi e giganti, le cui sommità riunite come un immenso padiglione ti nascondono spesso la vista del cielo. Nel meriggio dei giorni canicolari tu non v’intendi che il ronzio delle ali delle libellule o delle mosche dorate, e solo nel mattino il lamento malinconico del cuculo ne risveglia gli echi più lontani e sonori. Allorchè quei lunghi fusti giganti, coperti dei loro ampi mantelli di licheni, emergono colla loro bianchezza dalle prime ombre della notte, sembrano acquistare forme o movenze di fantasmi; un mistero ineffabile di malinconia si diffonde per tutti quei luoghi; la natura vi siede mesta, quasi ritrosa, e vi crea nel silenzio i prodigi più meravigliosi della sua vegetazione. Vi sono infatti delle foglie grandi come ventagli, dei convolvoli ampii come le ninfee, dei livertisii che s’innalzano coi loro fusti tortuosi fino alle sommità più elevate degli alberi. E dove le sorgenti si dilatano in qualche seno e formano alcune bolle o alcuni canali, l’acqua si cinge tutto all’intorno come di una corona, e sono masse di piccoli fiori bianchi simile alle margherite dei prati; ma l’onda vi ha la trasparenza del cristallo, e vi si vedono andare e venire frotte timorose di pesci, mentre la luce riflette nel fondo sabbioso le forme singolari dei ragni ballerini che nuotano colle loro lunghe gambe su quell’immobile superficie d’argento.
Ritornando alle memorie più remote che la mia anima ha conservate di Lorenzo, mi si affacciano per le prime queste scene incantevoli della natura, che furono testimoni dei nostri dolori e delle nostre prime confidenze. Per un rapporto misterioso tra la natura degli esseri e la nostra natura spirituale, quasi sempre il carattere degli uomini si informa a quelle impressioni esterne che lo hanno colpito nei primi anni della vita. Le nostre idee, le nostre aspirazioni, i nostri giudizii avranno sempre un rapporto esatto, benchè incomprensibile, colla natura dei luoghi e delle cose che furono testimonii della nostra infanzia. Io sento che vi ha in me, nella mia indole qualche cosa di quel teatro della mia fanciullezza, di quei campi, di quelle acque, di quella vegetazione; in certi miei sentimenti parmi di scorgere un rapporto ben definito col profumo di certi fiori, colle loro tinte, coll’azzurro melanconico di quel cielo. Tali fenomeni, non che gli altri tutti della nostra natura, si manifestano, io credo, in tutti gli uomini; e se molti tra essi non se n’avvedono, è perchè la loro indole non li porta a meditare su sè medesimi; ma io penso che essi tutti sieno o possano essere poeti ad un modo: tutti subiscono le stesse impressioni, concepiscono le medesime idee; la diversità del loro valore sta nella diversità dell’espressione, nella forma — la letteratura non è che arte — noi vediamo che uomini turpi nella loro vita privata scrissero pagine sublimi; uomini sublimi per domestiche e sociali virtù, non seppero costrurre un periodo secondo le esigenze dei rettori. Se ciò non fosse, come avviene che un libro è inteso da tutti? trova un eco in tutti i cuori?
Lorenzo ed io ci amavamo di un affetto ardentissimo; ma il suo amore sentiva quasi della paternità, ed egli si tratteneva meco come avrebbe fatto con un fanciullo; le sue confidenze erano affettuose, piene, espansive; ma egli pareva rivolgerle a sè più che a me stesso; non pareva chiedere a me che di essere ammirato o compianto. Nè io indovinava allora perchè avrei dovuto compiangerlo: mi sfuggiva il segreto de’ suoi dolori — giovine, vigoroso, intelligente, libero come il suo pensiero, padrone di vagare a suo talento per quelle campagne, di contemplarvi tutte le mattine il sorgere del sole, di cercarvi a sua posta dei nidi, di farvi una colazione sull’erba, di sottrarsi, quando il volesse alla dura tirannia dello studio — tutto ciò mi parea troppo dolce perchè io potessi crederlo sventurato, perchè non vi fosse tra noi chi non avrebbe mutata la sua sorte con esso.
I fanciulli, più che ogni altro, sono avidi della propria libertà, nè smarriscono questo amore che in proporzione delle abitudini che devono contrarre vivendo. La vita sociale è una lotta che espelle a dramma a dramma la natura degli uomini, fino alla completa trasformazione dei loro caratteri. Le disillusioni, gli inganni, le cure, le lunghe infermità dello spirito, l’ipocondria, le terribili prerogative dello scetticismo e del dubbio non esistono nello stato naturale: esse non sono che un prodotto della società. Nessuna legge havvi nella natura la quale ci faccia conoscere che il corpo e lo spirito debbono invecchiare ad un tempo, partecipando alle stesse fasi di decadenza: nulla potrebbe corrompere in essa la verginità primitiva dei nostri pensieri e delle nostre aspirazioni; in essa la vita non potrebbe essere che una fanciullezza eterna, che una giovinezza perenne.
Lorenzo era nato in un piccolo villaggio del Piemonte. Suo padre, costruttore e suonatore di organi, era venuto con lui, ancora bambino, a stabilirsi in una grande fattoria, di cui aveva come ereditato per titolo di parentela, il diritto e i vantaggi dell’amministrazione, dall’amministratore defunto. Quel vasto stabilimento era situato sulla riva destra del Po, in una posizione incantevole. Lorenzo vi aveva passato la sua infanzia, e non era stato mandato alle scuole che a dodici anni compiuti. Suo padre aveva preferito valersene fino a quell’età per i servigi che poteva prestargli nel suo mestiere; e poichè egli era uno dei più vaghi fanciulli dei dintorni, inorgoglivasi di condurselo seco a tutte le feste dei paesi vicini, ove egli suonava nelle chiese ed ove il suo giovine allievo era incaricato di muovere i mantici degli organi. Ma dopo alcuni anni quest’umile attribuzione era divenuta tediosa a Lorenzo: egli aveva già appreso da suo padre i primi erudimenti della musica, e aveva voluto ribellarsi a quella schiavitù che non lo rendeva che uno strumento dell’arte, che lo condannava ad ignorarne per sempre i segreti. Non era artista, ma voleva divenirlo; non ne aveva il genio, ma lo presentiva. Egli aveva conosciuto che doveva in qualche modo dirozzare la propria intelligenza, apprendere a frenare i trasporti della sua natura impetuosa e selvaggia, prima di abbandonarsi allo studio dell’armonia, allo studio di un’arte in cui tutto è raccoglimento e pensiero; si era perciò deciso di frequentare le scuole, e fu allora che io lo aveva conosciuto a Valenza.
Pochi fanciulli si erano sviluppati come lui a dodici anni. Lorenzo attraversava il Po a nuoto quando era gonfio, prendeva i nidi delle ghiandaie sulle punte più elevate dei pioppi, raggiungeva le lontre alla corsa, aveva disegni e ardimenti proprii di un’età più matura; onde soffriva di quell’inazione a cui lo condannavano le discipline dello studio. Non vi si dedicò che per cinque anni, e a malincuore: si sarebbe detto che egli vi interveniva per una violenza che la sua mente esercitava sulla sua natura, per una forza di volizione straordinaria: la sua intelligenza era aperta, forte, serena: dopo un anno di studio egli ci aveva raggiunti, poco dopo ci aveva superati, e in breve tempo eragli rimasto più nulla da apprendere di quelle aride e sterili cognizioni, di cui si era sempre pasciuto lo spirito, e impicciolite e ingannate le nobili aspirazioni della gioventù nelle scuole.
Tutto era stato precoce in lui; la natura vi aveva sviluppato l’uomo prima dei fanciullo; alla sfrenata vivacità d’un istante, era successa una calma pensierosa e profonda; tutta la potenza della sua vitalità si era trasfusa nell’operosità febbrile dello spirito; si sarebbe detto che quella vita che appariva in lui come raddoppiata, fosse pur duplice nella forza e nella celerità della sua azione. Ed egli lo sentiva; egli aveva forse il presagio di un’esistenza breve e affannosa, e affrettavasi a trasvolare con rapidità sull’oceano de’ suoi dolori e delle sue gioie.
E infatti tutte le anime elette, tutte le intelligenze elevate hanno provato questa impazienza tormentosa, quest’avidità irresistibile dell’avvenire, questo bisogno di pascere lo spirito delle dolci seduzioni dell’ignoto. Oh potessi divorarmi la vita! È il voto, è l’esclamazione di tutte le intelligenze superiori: voto e aspirazione eloquente, che rialza un lembo della mistica cortina del futuro, che le riconforta e le rassicura del loro destino immortale. Nate per l’eternità, esse sentono il peso del finito, e anelano di spezzare i legami della materia che le incatena e le opprime.
Un giorno Lorenzo si avvide che le sue guancie incominciavano a portare i segni della pubertà, e che in mezzo a noi tutti, egli appariva troppo discorde d’anni e di cuore per rimanersene ancora in quella spensierata società di fanciulli. Ci strinse la mano e ci disse addio — lo avremmo riveduto ne’ suoi boschi, e chi sa.... forse lo avremmo anche incontrato in quella vita sconosciuta e svariata che ci rimaneva a percorrere.
Ci separammo con delle lacrime.
Sei anni dopo io aveva compiuto i miei studii, e stava per abbandonare il collegio, quando mi sovvenni di Lorenzo che non aveva più riveduto durante tutto quel tempo, e pensai che egli mi avrebbe abbracciato volentieri, e che separandomi allora da lui avrei dato anche un addio affettuoso, quasi più colmo, più intero, alla mia fanciullezza, a’ miei sogni, a quel mondo sì lusinghiero e sì dolce dal quale stava per dividermi per sempre. Belle colline del Po, dove io non aveva che venti anni, e che attraversai in quell’incantevole mattino di Agosto per recarmi alla casa di Lorenzo! Ripasserò io ancora quei colli in un mattino sì delizioso come quello? e potrò io ripassarli con venti anni soltanto?
Era lui: seduto presso una siepe di carpino, leggeva ad alta voce _Le vite_ di Plutarco; mi riconobbe da lontano, si alzò, mi raggiunse e mi gettò le braccia al collo, esclamando — mio caro amico, mio caro fanciullo! Fui colpito da questa parola: fanciullo. Era sempre quella superiorità d’anni, d’intelligenza e di cuore che aveva dimostrata nel collegio; ma era una dolce superiorità che non sentiva dell’orgoglio, che non voleva esser tale che per amare e proteggere; era l’espressione di quell’elevatezza morale che tutti gli uomini acquistano più o meno coll’esercizio delle passioni e del dolore.
Allorchè due persone s’incontrano per la prima volta ha luogo tra le loro anime una lotta tacita e ostinata, il cui esito è quasi sempre immediato, e per la quale una di esse si eleva ed impone, l’altra si sottomette e obbedisce. Vi sono delle anime orgogliose che contendono a lungo la loro supremazia, e non potendo serbarla, fuggono dalla lotta; vi sono delle anime dolci che vi si abbandonano volonterose, che si affidano a un altr’anima sorella, e gioiscono di questa dolce sottomissione. Tali sono la maggior parte delle donne coll’uomo, tale era io con Lorenzo.
Ma quando pure non l’avessi conosciuto che in quell’istante avrei potuto esitare ad abbandonargli tutto me stesso, come ad un fratello o ad un padre? Vi era qualche cosa di affascinante nel suo viso, qualche cosa di magnetico nel suo sguardo; il suono della sua voce era dolce e severo ad un tempo; i suoi modi affettuosi, ma energici, la sua persona bella e aitante; e poi quella sua testa di Giove, que’ suoi occhi neri e inquieti, quelle linee maestose del suo viso, quelle ciocche massiccie di capelli, mi davano l’idea di una di quelle divinità greche scolpite da Fidia, di cui il tempo ha come paralizzati i rigidi lineamenti del volto. Se la natura mi avesse creato donna avrei trascorsa la mia vita a’ suoi piedi.
Passammo insieme un giorno felice; andammo a risalutare quei boschi, quelle siepi, quelle campagne; risalimmo a nuoto la corrente: la natura era tutta una festa; pareva sollevarsi da tutto il creato una voce che dicesse: — amate, esultate, folleggiate, tutto è vostro quanto vi circonda, inebbriatevi di me, benedite alla gioventù ed all’amore!
Tornammo silenziosi, raccolti, oppressi da quell’esuberanza di affetti e di memorie che la natura aveva versato nelle nostre anime.... Ma quel silenzio di Lorenzo racchiudeva in sè qualche cosa di più opprimente che non fossero le sole rimembranze del nostro passato. Come avviene di tutte le costituzioni irritabili e pronte, egli si era trasformato in un istante: era ritornato fanciullo, aveva folleggiato meco tra i boschi, sugli argini, tra le fresche correnti del fiume; ma ora la meditazione lo aveva richiamato a sè, e la natura aveva ripreso il suo dominio, abituale e imperioso.
Gli chiesi che avesse. Egli mi abbracciò con trasporto e mi disse: — ti narrerò tutto stassera; se tu sapessi quale trasformazione ha subito in questi anni il mio carattere; come tutto mi apparisce disprezzevole e vano; come la mia anima, elevandosi ad investigare il destino umano, e creandosi una vita in sè, è rimasta imponente e isolata nella gran vita che le si agita d’attorno. Speranze, amori, piaceri, tutto si è trasformato per me, tutto si è concretizzato in una sola idea, tutto ha assunto un solo carattere, una sola legge, una sola rivelazione, quella dell’arte. Essa ha resa la mia fibra sì irritabile, la mia immaginazione sì feconda, la mia sensitività sì sofferente e sì viva, il mio orgoglio sì esigente e severo, che io mi trovo collocato quaggiù come in un mondo strano ed inesplicabile, di cui non giungo a percepire nè la natura nè il fine. L’arte mi ha creato un mondo — essa sola — e se io potessi popolarlo colle creature della mia fantasia, dar loro forma e esistenza, vivere con esse e per esse, non avrei più nulla a rimpiangere del mio destino; ma ohimè! nulla esiste quaggiù tranne che l’ideale, e l’ideale è l’ombra, è il fantasma, la parodia — la realtà che noi ci affanniamo di raggiungere è oltre la vita.
Egli tacque, ed era mesto; io lo contemplava tacendo; egli rappresentava in quell’istante per me una di quelle creature straordinarie in cui la bellezza fisica e la bellezza morale rivaleggiano, e l’una presta all’altra una forma sensibile, e l’altra vi si rivela vestendola della sua espressione celeste.
Ritornammo alla fattoria, che le prime ombre della notte si disegnavano su quelle vaste lande di arena lasciate asciutte dall’acqua; il cielo si andava qua e là popolando di stelle; alcuni fuochi fatui brillavano in quei seni dove l’acqua stagnante aveva raccolte e corrotte le alghe; gli uccelli annidati sulle quercie, mormoravano strane voci dai loro nidi, i cani si rispondevano dalle valli, e gli ultimi rintocchi dell’_avemaria_, così prolungati dagli echi e dai venti, sembravano gemere su quel non so che di funerario e di triste di cui si veste la natura nel piangere la sua morte di un giorno.
Lorenzo ed io ci tenevamo per mano camminando; spesso le nostre dita si allentavano o si stringevano convulse; le nostre sensazioni erano divenute comuni, le nostre vite si effondevano l’una nell’altra, e noi lo sentivamo tacendo.....
Oh come è nobile la gioventù, come è potente nelle sue concessioni, come è generosa e severa! E perchè la natura ci ripudia a trent’anni? Perchè quegli alberi, quelle montagne, quegli astri non hanno più una voce per noi? Ogni uomo è artista, è poeta nei primi anni della vita; è un arido egoista negli ultimi; e quei pochi esseri che un’eccessiva sensibilità ha condannati a rimanere eternamente fanciulli, errano smarriti nel mondo, sbattuti come un fragile schifo su questo oceano tempestoso della vita. È la società? è la natura? Domandiamolo a noi stessi, noi che non abbiamo più che il conforto disperato del dubbio, ma spargiamo di fiori il sentiero della gioventù, inebbriamola di amore e di illusioni; non riveliamo ad essa questa terribile verità che ogni uomo che è giunto a trent’anni, è già sopravvissuto a sè stesso.
Era un suono delicato e lamentevole, un arpeggiare sommesso di pianoforte, forse una di quelle celesti melodie di Schubert che non si odono mai senza piangere.
— Ascoltiamo, mi disse Lorenzo — e ci sedemmo sul limitare della porta — è Adalgisa che suona; essa non ha cantato più da tre giorni, certo la povera fanciulla è sofferente, e la sua malattia glielo avrà vietato.
— Chi è dessa? gli chiesi commosso dalle note melanconiche di quella musica.
— Una donna che mi ama, diss’egli, una creatura sventurata; oserei dire un angelo se le tristi passioni che si sviluppano colla materia non ne contaminassero la natura privilegiata e celeste. L’infelice, aggiunse Lorenzo, è travagliata da una malattia terribile, la cui azione è dolce, lenta, sicura, mortale senza nulla svelarle della morte, dall’etisia: questa infermità non è che uno svolgersi più rapido della vita, in cui tutte le nostre facoltà si moltiplicano e si consumano nella attività straordinaria della loro azione. L’anima dell’etico acquista facoltà di nuovi e grandiosi concepimenti; la sua sensibilità è squisita, la bellezza delle sue forme incantevole, l’espressione e la mollezza dei suoi profili ineffabile. Adalgisa aggiunge alla sua avvenenza naturale le fatali attrattive di questa infermità.
— E tu l’ami? gli chiesi.
Lorenzo stette un istante pensieroso, poi mi disse risoluto: