Part 9
Una volta, durante l’assenza di Silvio, Cosimo aveva chiamato a consulto Beatrice ed Angela per fare una cosa seria: ribattezzare il podere acquistato.
— Come si chiama ora? — aveva chiesto Angela.
— Lo chiamano la _Valle maledetta_, oppure la Valle indiavolata.
— Chiamiamolo il _Paradiso_ — aveva suggerito la fanciulla.
— Chiamiamolo _Valle Angelica_!
— Chiamiamolo _Valle Beatrice_!
— Chiamiamolo _Speranza nostra_! — disse Beatrice gravemente.
— Dove hai preso questo nome? domandò Angela, dove hai preso questa gravità?
— In una barca di contrabbandieri, rispose la contessa guardando suo marito in faccia — e soggiunse allegramente: il battesimo s’intende, non la gravità; questa te la immagini tu, bambina mia.
Silvio, ritornando, avea trovato il podere ribattezzato, ed aveva detto egli pure cogli altri: «chiamiamolo _Speranza nostra_!»
Ma non era allegro Silvio! Egli combatteva, con un’operosità inquieta, il lavoro segreto d’un tarlo che gli rodeva il cuore; ma, in verità, non era punto allegro Silvio.
Alla fanciulla che gli chiedeva: «zio, che cos’hai?» rispondeva con una carezza; a Beatrice ed a Cosimo rispondeva che non era riuscito ancora ad avere notizie di Giorgio.
Che cosa rispondeva a sè stesso?
II.
Per assestare tutte le faccende del suo padrone, e le proprie, Ambrogio aveva dovuto trattenersi in Milano più di quanto immaginava; però arrivava in Sardegna colla coscienza pulita, perchè era riuscito in una sua idea, piccolina ma bella: appigionare cioè l’appartamento della contessa e il quartierino del conte già pagati sino a San Michele, intascando duemila lirette. Nel pagare i vecchi debituzzi egli aveva poi adoperato così ingegnosamente, che, senza far torto al conte Rodriguez, riportava in Sardegna parecchie centinaia di lire d’avanzo, oltre i conti saldati.
Riportava qualche cosa di più ancora, qualche cosa che doveva riuscire una magnifica improvvisata, riportava il cocchiere e il cuoco, i quali, a forza di sentirsi dire che la Sardegna è un paese dove quanti vi sono arrivati da lontano colle maniche della camicia rimboccate fino al gomito, si sono arricchiti in pochi anni, non avevano voluto perdere questa buona occasione.
Si sarebbe arricchito in Sardegna tanto volontieri anche Francesco, e anche Stefano lo stalliere, ma avevano entrambi l’amorosa a cui da poche settimane soltanto avevano giurato di essere fedeli eternamente. — Chi sa?.... forse più tardi... Dicevano proprio così quei malandrini!
Quando, preceduti da Cecchino, che era andato incontro ad Ambrogio fino a Porto Torres, fecero il loro ingresso nella casina bianca del Molino a vento il cuoco Giovanni ed il cocchiere Pantaleo, parve al conte Cosimo di ritrovare tutto sè stesso, e nell’affetto dei suoi vecchi servi vide una promessa.
Egli afferrò loro le mani e le strinse forte; e fu bello veder Giovanni, il cuoco, uscire da quella stretta colle lagrime agli occhi, e brancicare il panciotto come se cercasse il grembiale bianco del suo ministero, per nascondervi la propria commozione.
— Il signor conte, diss’egli con voce rauca, ci aveva licenziati dal suo servizio, ma non ci aveva proibito di venire in Sardegna; non abbiamo creduto di far male.
Il conte dovette rassicurarli, protestando che avevano fatto benone.
— Qui c’è posto per tutti, disse.
— così ci ha detto Ambrogio, entrò a dire Pantaleo; in Sardegna, ci ha detto, basta andarvi colle maniche della camicia rimboccate sino al gomito, per afferrar la fortuna; in Milano erano trent’anni che rimboccavo le maniche della camicia sino al gomito, e la fortuna non si era ancora fatta vedere!
— Nemmeno da lontano, confermò il cuoco.
Quel giorno fu festa nella casina bianca.
Giovanni, impaziente di mettersi all’opera per arricchire, invase la cucina, dichiarando che il suo padrone doveva riconoscere a tavola la presenza dell’antico cuoco; e Cecchino, che aspettando di meglio ne aveva occupate le funzioni, sopportò allegramente quel sopruso e fece la sua vecchia parte di sguattero, ridendone forse troppo, ma senza ombra di rancore.
E bisognava vedere Annetta, seduta al posto d’onore, nella mensa di cucina, quando i padroni ebbero desinato; e bisognava sentire Pantaleo che le stava al fianco parlandole di Milano, di Francesco e di Stefano, e delle loro innamorate, per comprendere quante cose può dire una brava servetta stando zitta, e quante ne può dire un cocchiere felice, quando il dovere non lo inchioda a cassetta. — Giovanni intanto, cedendo alla spinta del vino generoso, scendeva dal piedestallo su cui l’aveva messo la sua pratica culinaria, per trattare famigliarmente con Cecchino.
Sì, fu un bel giorno quello; ma i giorni come quelli non spuntano tutte le mattine, come fece osservare giudiziosamente Ambrogio; il domani Giovanni e Pantaleo si preparavano ad andare in cerca della fortuna, quando il professor Silvio fece loro una proposta.
— Che cosa volete fare? chiese.
— Non sappiamo, risposero.
— Lo so io, rispose Silvio; a te Giovanni la vita del campagnuolo piace di sicuro: invigilare il lavoro dei campi, custodire il bestiame, far mungere le vacche alla tua presenza; tutte queste cose ti vanno a genio, confessalo.
— Lo confesso, dichiarò Giovanni, ma non capisco...
— E tu, Pantaleo, se avessi a tua disposizione un carro, un biroccino e due buoni cavalli, e potessi fare, oggi il carradore, domani il vetturino, e tutto l’anno andare e venire da un luogo all’altro, saresti contento; negalo se puoi.
Pantaleo non potè negare, ma non capiva nemmeno lui; e allora Silvio spiegò la sua idea. Giovanni, se volesse, andrebbe a stare nel podere _Speranza nostra_, avrebbe, nella casa, una bella camera al secondo piano; Pantaleo abiterebbe una stanza vicina; si terrebbero compagnia finchè, un poco alla volta, il fondo non si popolasse di coloni. Di giorno Pantaleo andrebbe col carro a caricare olive o uva, secondo lo stagioni, a Sassari, a Sorso; e _Speranza nostra_ farebbe l’olio più puro, e il vino più squisito di tutto il Logudoro. Punto salario; ma Pantaleo e Giovanni, oltre che mantenuti ed alloggiati, avrebbero una parte degli utili dell’impresa.
L’idea allettatrice fece gongolare Giovanni e Pantaleo, ai quali pareva già che la Sardegna cominciasse a mantenere più di quanto Ambrogio aveva promesso; quando poi videro _Speranza nostra_, e compresero all’ingrosso le trasformazioni che quel piccolo paradiso doveva fare in meno d’un anno, la contentezza divenne entusiasmo.
— Pantaleo, diceva il cuoco, piantandosi in osservazione dinanzi al finestrino tondo della sua camera. Pantaleo, avevi tu sognato mai qualche cosa di simile? Osserva tutta questa bella campagna giù giù fino alla valle, poi quei prati, dall’altra parte quei boschi.... osserva questi olivi, quegli aranci, quei melagrani, osserva quelle palme con quei grappoli di datteri appesi in alto, come negli alberi di cuccagna.... osserva lì... osserva là; Pantaleo, tu che sogni ogni notte, hai fatto mai un sogno così bello?
È a credere che Pantaleo, sognando ogni notte, avesse visto anche di meglio; ma egli non voleva mortificare, nemmeno con questa restrizione, l’entusiasmo del suo collega, e rispondeva con un cenno del capo.
— Ma che silenzio! proseguiva Giovanni; qui dunque non ci è nessuno? è una campagna abbandonata questa?
— Tutta la campagna è così, rispose Silvio; ancora non ho fatto incominciare i lavori necessarii, il raccolto delle ulive non ci darà da fare, perchè l’oliveto è povero e quest’anno non ha messo frutto.
— Ma i contadini dove sono?
— I contadini stanno in città, disse il professore con amarezza; si fanno pagare bene per lavorar poco; come potranno mai persuadersi di aver torto?
— Oh! bella! — i contadini stanno in città! — esclamò Giovanni; e i cuochi in campagna! Sarà il mondo alla rovescia, ma se non altro quegli usignuoli non canteranno la sera senza che nissuno li senta.... Ascolta, Pantaleo, come cantano bene!
Sarebbe stato bello stimolare il cuoco Giovanni, e farlo diventare arcadico. Ma Silvio aveva altre cose per la testa, e Pantaleo era incapace di lasciarsi pigliare da simili tentazioni.
Un’ora prima del tramonto, Silvio fece chiudere le finestre e le porte della casa, e tutti e tre si avviarono a malincuore. Quando il cancello di legno del muro di cinta fu chiuso, Silvio si voltò a guardare ancora le belle arcate melanconiche che si aprivano sotto i vecchi ulivi.
Per un poco la strada, sassosa e disuguale, era incassata fra due muriccioli che non lasciavano scorgere se non le cime degli ulivi, il cui verde pallido aveva nell’ora del tramonto un’intonazione soavissima. Quando il sole getta le sue ultime freccie dorate attraverso i rami dell’alberatura, scende fra gli ulivi una pace melanconica e dolce, che parla all’anima meglio della prateria nordica, meglio del più splendido paesaggio tropicale.
A Giovanni, a Pantaleo, ed anche a Silvio, non piacevano i muriccioli, che chiudono i poderi sassaresi alla vista.
— A che servono? chiedeva Giovanni; contro i ladroncelli notturni, no, perchè anzi vi troveranno un nascondiglio e un riparo...
— Non servono a nulla, si affrettava a rispondere Silvio.
A questi muriccioli, che con una spesa relativamente enorme, non danno in sostanza se non lo scarso benefizio d’impedire il passo a qualche animale vagante, Silvio faceva una colpa nera. A sentir lui, è impossibile amare una campagna che pare un cimitero, un paesaggio tagliato a fette, su cui generalmente l’occhio non corre più di cinquecento passi, in nissun verso, senza incontrare un muro.
E profetava così:
— Quando la campagna sassarese avrà i suoi abitanti, questi muriccioli ridicoli cederanno il posto ad una siepe viva, o ad un fossatello, per cui passeranno le acque operose delle sorgenti, che ora ramingano oziando negli acquitrini; ma noi non vedremo quel giorno!
— Perchè no? esclamò Giovanni.
Il cuoco infervorato non disperava più di nulla, nemmanco di campare gli anni di Metusalemme.
Uscendo dal sentiero, si trovarono nello stradone. Qui lo spettacolo era più ameno; i contadini, le loro donne e i loro ragazzi si affrettavano a drappelli verso Sassari, per giungervi prima delle _orazioni_, a cena; erano tutti di buon umore; e quando giungeva una brigata, pareva che si levasse un volo di passeri. Gli uomini, per lo più sbarbati, colla zappetta buttata sull’omero, colla pipa in bocca, passavano guardando arditamente in faccia il signor Silvio, senza nemmeno accennare l’intenzione di toccarsi la berretta. Avevano scritto in faccia un solo sentimento, quello dell’indipendenza, che li rendeva simpatici anche nella loro villania; ma del pittoresco costume sardo, essi non avevano serbato che la lunga berretta nera; invece delle uose, dei calzoni a campana e delle brache corte di panno, essi vestivano pantaloni e giacchette di foggie cittadinesche.
Ma quegli indumenti rattoppati o laceri o poco puliti erano per essi un simbolo d’eguaglianza, e li portavano con decoro.
Le donne, colla pezzuola annodata sotto il mento, non avevano anch’esse nulla che ricordasse l’antico costume sassarese; qualcuna soltanto, e delle vecchie, conservava il busto allacciato; passavano tutte, come i loro uomini, senza salutare la gente che non conoscevano; alcune portavano sulla testa una corba che pareva dovesse cadere ad ogni momento; ma mettevano il passo con tanta sicurezza che la corba non cadeva mai. E passavano, povere e belle, povere e brutte, colla medesima indifferenza superba, non guardando in faccia a nessuno.
Quella processione di zappatori e di raccattatrici di ulive, accompagnò sino a casa il professore, il quale da un pezzo non vi badava, perchè aveva fissi gli occhi a una finestra, in cui si affacciavano i volti di Beatrice e d’Angela.
— Salute, professore!
— Salute, donna Beatrice; _signoricca_, salute.
Angela aveva riso tanto la prima volta che si era sentita chiamare _signoricca_ dai popolani sardi, e anche questa volta lasciò cadere dalla finestra una risata.
Appena Silvio fu entrato sotto il portico di casa, il conte lo prese per le braccia, e lo trattenne accennando agli altri di andare innanzi.
— Che cosa ci è di nuovo? domandò il professore.
— È venuto un uomo... Ha chiesto di te; ha bisogno di parlare a te solo.
— Dov’è?
— Ha voluto rimanere celato fino al tuo arrivo; e mi ha detto che la sua vita è nelle mie mani; l’ho chiuso nella tua camera; così ha voluto, ecco la chiave.
— Giorgio! mormorò Silvio impallidendo.
— No; è piccolo e vecchio.
— _Su Mazzone!_
III.
_Su Mazzone_ aspettava da un’ora, doveva essere inquieto, portava certamente una parola di Giorgio; tutto ciò consigliava di correre subito incontro a lui; ma la prudenza suggeriva il contrario. Beatrice ed Angela avevano visto arrivare Silvio, e i servi nulla sapevano della presenza del bandito; prima bisognava salutare le signore, e allontanare i curiosi.
Fu una faccenda spiccia che il professore sbrigò con una disinvoltura nervosa; egli mandò Pantaleo e Cecchino in due diversi punti della città a far qualche cosa inutile, lasciando Giovanni solo in cucina, coll’intera responsabilità dei fornelli, Ambrogio ed Annetta nella sala da pranzo ad apparecchiare per la cena. Stringendo la mano della contessa, e guardandola negli occhi, Silvio vi lesse, come si aspettava, che essa era informata di tutto; poco badò alla fanciulla, che guardava lui fisso, in quella sua maniera ingenua ed estatica, con cui era opinione di Silvio e d’altri che dovesse appiccare gli incendi amorosi — chiese licenza di allontanarsi un momentino, ed andò deliberatamente fin sull’uscio della sua camera. Ma qui, s’arrestò commosso.
Era dunque là quell’uomo formidabile, la cui vita veniva da dodici anni offerta come un premio a chi la volesse pigliare! Silvio se lo ricordava benissimo, il furbo pastore della sua casa; lo vedeva ancora piantato sul suo cavallino nero, col lungo archibugio a pietra focaia, allegro, audace, affezionato.
Ma rimaneva ancora un dubbio, e prima d’introdurre la chiave nella toppa, Silvio obbedì ad un istinto, e vi accostò l’occhio per vedere se l’uomo che si era fatto rinchiudere, abbandonando la propria libertà nelle mani d’uno sconosciuto, era proprio _Su Mazzone_. Era lui!
Egli stava ritto dinanzi ad un tavolino, su cui aveva deposto un libriccino lacero; guardava tranquillamente verso l’uscio, e teneva in pugno una pistola.
— Amici! disse Silvio, in modo da essere inteso: aprì l’uscio e corse a stringere la mano del vecchio amico della sua infanzia.
— Non sei cambiato, gli disse il bandito scostandolo da sè, ma tenendolo per mano — ho saputo che hai letto nei libri, e che ti hanno fatto professore; l’ho saputo e me ne sono rallegrato; ma credi a me, ritrovarti collo stesso cuore d’una volta mi fa ancora più piacere.
Silvio non trovava parole per rispondere. Guardava il vecchio pastore, ricercando nella faccia asciutta e nascosta da una lunga barba grigia, il bandito famoso che da dodici anni veniva facendo la parte di selvaggina nella caccia aperta dalla _giustizia_.
— Mi guardi, disse _Su Mazzone_ indovinando ciò che passava nella mente del professore, mi guardi e ti domandi come può essere mai che io sia un uomo terribile.
— Non è vero, disse Silvio ridendo.
— Sì, è vero; senti.... a te lo posso dire; non sono un uomo terribile, ma sono un uomo che difende la propria libertà. Questa mia mano la puoi stringere senza vergogna, perchè non ha mai fatto del male, quando non era necessario. Se la giustizia non mi ha messo le mani addosso, non è nemmeno perchè io sia _Su Mazzone canu_[2], come dicono, ma perchè io sono piccolino, e la Sardegna nostra è grande. E poi, quando un uomo vuole, è sicuro di morire libero; non mi piglieranno vivo, come è vero Dio! Se poco fa, invece tua, fosse entrato il maresciallo, mi sarei fatto saltare le cervella; e tutto sarebbe stato finito... Ma qualcuno avrebbe pianto, disse, fissando gli occhi nello spazio come in un volto amato. Tu sai perchè sono venuto? ripigliò bruscamente.
— Mio fratello?...
— È in luogo sicuro; ma non si può muovere perchè è ammalato.
— Ammalato?...
— Un poco; gli si gonfia il cuore, e lo fa soffrire; ma non dubitare, guarirà! Conosco una donna che ha la medicina per tutti i mali. Una volta mi entrò una palla nel fianco; andai da comare Petronilla, mi diede un’acqua da bere, e la palla non mi fa più male; io la porto in corpo da molti anni, scende sempre, prima era qua, ora è qua. Tuo fratello guarirà, non dubitare — gli ho messo al collo un breve di san Francesco, ma andrò a trovare Petronilla, e le porterò un capello di Giorgio.
— E dov’è?
— Nello _stazzo_ d’un amico, in Gallura; ha un buon letto, il monte Limbara dinanzi agli occhi, aria buona, buon’acqua; una povera giovine, che mi vuol bene, lo cura come un fratello; non dubitare, Silvio, egli guarirà. Troveremo la sua erba.
— E com’è? chiese Silvio commosso; che dice? che cosa gli è accaduto dopo il suo ritorno? sai che eravamo come anime in pena, non vedendolo comparire... Dimmi tutto.
_Su Mazzone_ prese la mano del professore, e cominciò con un accento di disprezzo smentito da un sorriso di compiacenza:
— Devi sapere che ho imparato a leggere...
— Davvero?
— Tutto quello che io ti dico è la verità; _Su Mazzone_ non ha ingannato mai nessuno, salvo le spie della giustizia, quando non se l’è levate dai piedi in altro modo. Dunque, caro mio, ho imparato a leggere; se ti dicessi che io _conosco_ tutte le scritture, mi vanterei; no, non _conosco_ tutte le scritture, ma _conosco_ il carattere a stampa, e la scrittura di tuo fratello... È per questo che ho imparato; e imparo ancora, come vedi.
Prese sulla tavola il libriccino lacero, e lo mostrò a Silvio.
Era un sillabario spiegazzato; sulla prima pagina si vedeva scritto malamente: _Angela Boni_.
— Questo, proseguì il bandito, è stato il primo libro di tua nipote; essa aveva sei anni, e lo sapeva già leggere tutto; sapeva anche scrivere; qui ha scritto lei. Vuoi che ti dica come l’ho avuto? Per mezzo d’un servo tuo l’ho avuto, a Castelsardo, e mi è costato una fiaschetta di polvere. Ci è a Tempio una povera ragazza, a cui la giustizia ha ucciso il padre, che era bandito come me; essa fa la maestra di scuola; sono andato a trovarla un giorno, e le ho detto così: «babbo tuo era un uomo di cuore, è morto libero; io l’ho conosciuto e gli ho voluto bene; per l’amore che gli ho portato, mi devi insegnare a conoscere tutto quello che sta scritto in questo libro.» E mi ha insegnato, poveretta; ogni tanto io andava in casa sua, oppure essa veniva sulla montagna con me, perchè non le facevo paura; e quando mi giungeva qualche lettera di Giorgio, era essa che la leggeva, finchè non ho saputo leggere io stesso.
Maria Antonia era bella come un cuore, e non voleva prendere marito; i Tempiesi la rispettavano, aveva molti giovinotti intorno, e di buone case, — uno dei passati giorni è venuta sulla montagna, e mi ha detto: «tu sei il mio secondo padre, conducimi con te; io non posso più tornare a Tempio.» — Che hai fatto, disgraziata? — «Non so, un giovine mi ha voluto baciare, e io l’ho colpito; ho visto il suo sangue; conducimi via, babbo mio, se no m’arrestano, e diranno che doveva finire così perchè sono la figlia di un bandito.»
L’ho condotta nello stazzo, ed essa è felice; guarda le pecore, legge e scrive, ed io ho imparato in una settimana più che in tutto il tempo passato. Ma non posso stare molto nel medesimo luogo; la sorte mia è di andare vagando, perchè i cavalleggieri capitano ogni tanto a visitare gli stazzi dei pastori.
— È Maria Antonia...? chiese Silvio.
— Sì, è Maria Antonia che cura tuo fratello, che gli legge dei libri per farlo dormire... Ma non perdiamo il filo — dicevamo.. che cosa dicevamo? che tuo fratello mi scriveva qualche volta delle lettere lunghe. Mi diceva tutto quello che gli passava per la testa, mi domandava notizie vostro, ed io quando non ne avevo, ne inventava per consolarlo; mi toccava anche rimproverarlo perchè si accusava della mia sorte, diceva che solo per colpa sua io era bandito, e mi ha perfino minacciato di venirsi a consegnare alla giustizia per liberarmi. Ma si è persuaso che sarebbe stato inutile, perchè dopo l’affare di Castelsardo, di cui siamo innocenti come l’acqua del monte Limbara, tuo fratello ed io, come è vero che il Signore ci guarda; dopo quell’affare ho avuto la disgrazia di storpiare un brigadiere, e di uccidere una spia. Ti assicuro che volevo far il contrario, storpiare la spia perchè rimanesse al mondo come una lezione, e uccidere il brigadiere che lo preferiva, ne sono sicuro, perchè era un giovinotto di cuore. Ho perduto il filo.... Che cosa stavo dicendo?
— Dicevi che Giorgio...
— Dicevo che tuo fratello voleva venire a consegnarsi alla giustizia. «La verità, mi scriveva, si farà strada... e i giudici sono uomini.»
— I giudici sono uomini, gli ho risposto, e la giustizia è di Dio. I parenti del morto vivono ancora, i testimoni che ci hanno accusato nel dibattimento ci accuseranno sempre. — Tuo fratello mi ha dato retta, e se n’è stato laggiù, in Africa. — Poco tempo fa mi ha scritto che non voleva morire senza rivedere sua figlia; m’informa del giorno del suo arrivo, e io gli vado incontro lungo la spiaggia del mare. Era dimagrato, e aveva una gran barba nera; mi ha riconosciuto, prima lui di me; ci siamo avviati a piedi. Pareva forte, poveretto, ma ripassando dinanzi alla vostra casa, gli si è gonfiato il cuore ed ha dovuto appoggiarsi al muro per non cadere. Come siamo arrivati sino al bosco non lo so; io vi aveva legato Moro, il mio cavallino nero; aspettiamo là il tramonto; tuo fratello non ne poteva più, e non era neppur sicuro di potersi reggere a cavallo.... ma lascia fare a _Su Mazzone_.... me lo prendo in groppa, mi abbraccia stretto, e Moro ci porta tutta la notte. Arrivando in luogo sicuro, Moro zoppicava perchè aveva perduto un ferro, e tuo fratello aveva la febbre calda.
— E poi? chiese Silvio.
— Non è guarito ancora...
— E poi? insistè Silvio.
— E poi che cosa?... ah! Tutte le settimane un pastore veniva a Sassari per vedere se vi erano lettere alla posta — finalmente la tua lettera arriva... Dio sia lodato! Pareva che gli tornasse la salute; faceva il conto dei giorni che mancavano alla vostra venuta, e temeva di morire prima. E quando ha saputo che eravate in Sassari, voleva balzare dal suo letto e correre, meschino! ma il male lo impedì; io ti giuro che lo avrei lasciato fare; mi sarebbe mancata la forza di trattenerlo...
— Quando avete saputo? chiese Silvio.
— Lui otto giorni fa; io l’altro ieri soltanto, perchè mi avevano avvertito di abbandonare lo stazzo per qualche giorno; gli amici sapevano le risposte da dare ai cavalleggieri se venissero per me...
— E se venivano per lui?
— Non potevano venire per lui, perchè la giustizia l’ha dimenticato; nessuno sa che egli sia ritornato nell’isola; nello stazzo i pastori lo conoscono col nome di Efisio Pacis, Maria Antonia soltanto è informata di tutto.
Silvio pensò che la stessa Maria Antonia si trovava nello stazzo per sottrarsi alla giustizia umana, e _Su Mazzone_ gli lesse in faccia una domanda. Sorrise maliziosamente e rispose:
— I cavalleggieri non hanno nulla da fare con Maria Antonia; il giovine che essa ha ferito al braccio colle forbici, non ha denunciato il fatto alla giustizia; si è medicato da sè, ed ha più voglia di prima di baciare la mia figliuola. È un bravo ragazzo, che ha dei terreni ed una casetta; si chiama Cicito Scano; uno di questi giorni verrà allo stazzo a far la pace...
Si arrestò, poi soggiunse con accento melanconico: «allora Maria Antonia tornerà a Tempio e il bandito rimarrà un’altra volta solo.»
— Al diavolo le idee nere, ripigliò dopo un breve silenzio, ora s’ha a combinare il modo di condurre la ragazza dinanzi a suo padre, e poi me ne vado; di qui a Logu Lentu ci è più di una mezz’ora di buon passo, e domani prima di giorno bisogna che mi rimetta in cammino per lo stazzo... Dov’è Angela? la posso vedere?
— Bisognerà dirlo a Cosimo, mormorò Silvio come parlando a sè stesso...