Part 8
Rimasero un poco colle mani allacciate, stretti l’uno all’altro; nel fondo nero brillava la luce d’un faro, e per i mobili solchi del mare correva una parola d’amore.
A Cosimo, che sebbene umiliato per non aver saputo leggere nell’animo di sua moglie, era felice oltre ogni suo desiderio, quel silenzio pesava; ed egli tentò più volte di romperlo, ma ogni volta Beatrice gli strinse la mano per raccomandargli di tacere; e Cosimo taceva un poco volendo rispettare quel capriccio, poi ritentava.
— Non voglio, disse in ultimo con forza, non voglio che tu creda il disastro peggiore di quello che è veramente; tu devi sapere che cosa ci proponiamo di fare. Quando saremo in Sardegna...
— Quando saremo in Sardegna, interruppe Beatrice, ritrovando il suo accento scherzoso d’una volta, me ne parlerai. Oggi non volevo da te, altro che la confidenza; mi darai il conforto più tardi.
Cosimo baciò in fronte sua moglie, ed accettò il proprio castigo. Veramente egli non aveva ancora il diritto di far la parte di confortatore; misurando la nuova forza che era entrata nel suo cuore, dopo la confidenza strappatagli da quella donnina senza giudizio, egli vedeva la debolezza della propria natura, e sentiva che fra loro due, le parti dovrebbero essere in avvenire così divise: a lui il lavoro inquieto del pensiero e del braccio, a Beatrice la vigilanza serena del cuore.
Cosimo quella notte stentava a pigliar sonno; sdraiato sul suo lettuccio tenne lungamente la faccia appoggiata al vetro dello sportello, al quale ogni tanto si affacciava un’onda curiosa; poi si voltò sul fianco, tirò la cortina che lo separava dalla sala comune, e fissò gli occhi sulla lampada a bilico che si dondolava e strideva, cercando inutilmente di spegnersi. All’ultimo non seppe più stare entro il guscio in cui si era cacciato, e ne scese per andarsi a sdraiare sul divano che correva tutto in giro alla sala. Beatrice lo aveva prevenuto; essa era là, sembrava dormire, ma quando suo marito, guardandosi intorno per paura di essere colto dal cameriere, si chinò a deporre un bacio su quella fronte serena, Beatrice, senza aprire gli occhi, gli disse: dormo!
Allora Cosimo si buttò sul divano dirimpetto, e volle dormire ad ogni costo. Ma il suo cervello faceva un lavorio inquieto, e il suo cuore era pieno d’una festa tranquilla che era un peccato non guardare ad occhi aperti. Finì col dire a sè stesso: Quando si è felici perchè dormire? E allora dormì davvero.
Svegliandosi si trovò solo. La dolce sembianza di sua moglie, su cui aveva fissato gli occhi prima di chiuderli al sonno, era scomparsa. Sul suo capo si faceva un gran rumore di passi; dalle vetrate del boccaporto scendeva una luce velata, mentre dagli sportelli laterali entrava il vivido sole. La lampada si dibatteva ancora sebbene fosse spenta, e Cosimo sentiva l’impressione d’essere ogni tanto strappato dal suo giaciglio. Egli ebbe queste sensazioni senza badarvi, perchè il suo pensiero corse subito a ricercare il tesoro abbandonato nella notte. Per ritrovarlo intero, per sentirlo suo, gli bisognava veder Beatrice; balzò in piedi, con due colpi di spazzola e di pettine ebbe sbrigato la sua abbigliatura; salì sopra coperta.
Qui ferveva una grand’opera di lavatura; un marinaio gettava secchi d’acqua marina sul ponte, e un altro dimenava come un ossesso una robusta scopa, accompagnando l’acqua negli ombrinali per restituirla al mare; un altro marinaio lavorava da un poco ad ottenere che una maniglia d’ottone luccicasse come oro, e un altro, gettato bocconi entro uno dei canotti di salvataggio, col capo sporgente e le braccia penzoloni, metteva una pennellata di nero sopra una scrostatura della vernice.
Cosimo vide quello spettacolo con piacere, ma tra che la _Lombardia_ beccheggiava e rullava in un modo insolito, tra che l’acqua dei secchi gli minacciava le gambe, fece forse una ginnastica grottesca, perchè dall’alto della piattaforma scese una risata. Era sua moglie che lo corbellava, erano Angela e Silvio che facevano coro.
Cosimo s’affrettò a salire sulla piattaforma, ed a chiedere la sua parte di quell’allegria.
— Amico mio, cominciò due volte stringendo le mani di Silvio.
Era tentato di confessargli: «Amico mio, io sono felice!» Ma comprese che era inutile, perchè si vedeva chiaro; e quanto a svelargli la scoperta fatta nel cuore di sua moglie, al momento di cedere alla tentazione, resistette eroicamente.
Non gli spiaceva, dopo aver messo un segreto fra sè e sua moglie, facendo complice l’amicizia, vendicare ora l’amore.
Beatrice lo comprese, e lo ringraziò con un’occhiata.
Si era già entrati nelle tormentose bocche di Bonifacio, e i passeggieri giravano l’occhio di qua e di là, all’annunzio d’ogni nuova secca che veniva dato dal secondo. — Ecco Santa Maria; ecco il Cavallo. — Quello? no, da quest’altra parte. — Ed ecco Lazzoli, ed ecco Lavezzi. — Il cannocchiale del secondo era preso, restituito e ripreso ogni momento; un gabbiano, che si alzò dalle scogliere e corse rasente le onde, venne salutato con esclamazioni vivaci, finchè non si perdette nell’orizzonte.
Erano tutti lieti, ma più di tutti Cosimo, sulla cui faccia Silvio veniva decifrando a stento i segni d’una contentezza della quale non poteva indovinare la cagione.
Angela aveva ripreso i suoi dodici anni, e porgeva spensieratamente la faccia ad una brezzolina, che le scompigliava i capelli e le faceva tremare i ricciolini d’oro della fronte e del collo. Annetta metteva ogni tanto dei piccoli gridi d’uccelletto spaurito, che facevano voltare i passeggieri. Gran Dio! Essa vedeva laggiù, laggiù, nel mare alto, un corpo nero che si dondolava; un cadavere forse — o almeno la reliquia d’una nave naufragata — oppure un mostro marino... Ma no, era un gavitello.
Beatrice non rideva ancora, come in passato, ma aveva nell’occhio una luce serena; essa guardava innanzi a sè, alle coste dell’isola che si disegnavano in distanza, e verso cui la nave pareva correre a balzi lunghi, ora che il mare era alquanto agitato.
Mancava Cecchino. Il poveretto, solo della brigata, pativa il mal di mare e giaceva pallido e sbattuto sopra un mucchio di cordami.
Lo si vedeva seguire senza sorrisi le smorfie grottesche di due saltimbanchi, che davano ai loro compagni di viaggio una mostra gratuita della loro abilità, accaparrando gli applausi per una prossima rappresentazione. Uno di costoro specialmente destava l’ammirazione, e se la meritava. Era alto un metro, e sopra due gambe corte e polpute faceva ballonzolare una ventraia inverisimile ed un testone massiccio; non pareva avesse petto e forse non aveva collo; coperto di una maglia rosea e coi calzoncini serrati alle cosce, doveva offrire uno spettacolo bizzarro.
Pure quell’uomo così male architettato si mostrava contentone di sè, perchè la sua architettura stramba era il suo pane. Mentre il suo compagno, un giovinetto tutto nervi, lo sollevava lentamente con ambe le braccia, gridandogli: «Battistone vogliamo andare ancora più su? Vogliamo toccare l’aria col dito?» — la faccia di Battistone era tutta bocca per sorridere; e quando fu giunto alla massima altezza, cioè sugli omeri del compagno, allungò il dito «per toccar l’aria» con uno sforzo così comico, che fu a prua una gran risata. Ma allora il suo compagno si ritirò prontamente, e Battistone cadde in piedi, pigliando un atteggiamento da silfide.
Lo stesso Cecchino dimenticò il mal di mare per ridere. Il nano ricevette gli applausi del suo pubblico con mille moine, girando sopra una gamba sola come una trottola, e s’arrestò a guardare sopra la piattaforma di poppa. Rimase così un poco, a bocca aperta, poi salutò sberrettandosi.
— Saluta noi, disse Angela.
E siccome Battistone continuava a salutare, la contessa Beatrice volse gli occhi da un’altra parte, poi si scostò dal parapetto. Silvio le stava ancora al fianco, ma suo marito era scomparso.
Due ore dopo, quando la campana chiamò i viaggiatori ad asciolvere, Cosimo colse un momento in cui immaginava che nessuno lo vedesse e si portò a prua. La prima persona che gli venne incontro fu il nano.
— Signor conte, gli disse, è proprio lei? Se ne ricorda ancora di Battistone?
— Battistone, gli rispose Cosimo, che vai a fare in Sardegna?
— Vado ad Oristano, vado; sono scritturato come primo _clown_ buffo da una compagnia equestre, che fa la _prima piazza_... Si sa, bisogna aiutarsi a vicenda; è un amico che ha fatto qualche risparmio, il signor Alfonso, se lo ricorda? quello che cavalcava a dorso nudo, un bravo ragazzo; ora ha messo su compagnia e cavalli; lavora in una baracca di legno, ma fa quattrini! Gli mancavano due _clowns_, si è ricordato di me, e mi ha scritto; ho preso meco un altro bravo ragazzo, e sono qua. E dica un poco, lo sa che la Cesira ha fatto una caduta ed è rimasta zoppa? Sicuro, ha dovuto rinunziare all’_arte_; dicono però che ci abbia uno che la soccorre...
— Battistone, interruppe Cosimo, buona fortuna!
— Grazie; e dica un poco, lo sa che la Cesira ha avuto una bimba? Sicuro ha avuto una bimba, che è nell’_arte_, e _lavora_ anche bene...
— Battistone, interruppe il conte un’altra volta, bisogna dimenticare il tempo passato.
Battistone alzò il capo a guardare il conte, e lo chinò subito per dir di sì. Il conte gli aveva messo in mano un fogliolino, che spiegava ogni cosa.
Il conte Cosimo scese subito a raggiungere i compagni. Erano tutti a mensa, mancava Beatrice.
— Eccomi! annunziò essa allegramente venendo alle spalle del marito. Sono ripassati i delfini.
— Ecco Castelsardo! annunzia una voce. E i passeggieri di poppa si radunano a bordo a guardare quel nido umano costrutto sopra una rupe, d’onde una razza forte, posta come a sentinella dell’isola, sembra chiedere al mare inquieto i destini della povera abbandonata.
Castelsardo, colle sue case bigie, che si alzano una alle spalle dell’altra, per vedere chi giunge da altri mondi, ferma per un poco l’attenzione; poi il crocchio dei passeggieri si discioglie e si sparpaglia in cerca d’altre vedute. «Quella è l’isola dell’Asinara, annuncia una voce, e quei monti laggiù sono la Nurra.»
Ma Angela e suo zio non istaccano gli occhi dal paesello che si allontana. È entrata nel cuore di Silvio una specie di tenerezza filiale per la terra che lo ha visto nascere; gli si riapre dinanzi alla mente il vecchio libro della sua gioventù; guardando quel greppo povero e forte, attraverso un velo di lagrime che non sgorgheranno, gli si avventano al cuore memorie dolci e crudeli. Ecco il castello diroccato, nei cui androni scoperchiati egli dava la caccia alle lucertole, e tendeva le trappole ai gufi; ecco la campagna verde, per cui s’aggirava collo schioppo armato, abile e pronto cacciatore egli pure quanto suo fratello, ed ecco il greto sassoso dove scendeva a far bottino di conchiglie.
Il velo che gli sta dinanzi agli occhi si oscura sempre più, e Castelsardo si allontana; ma Silvio non piangerà.
— Zio, gli dice Angela con voce rotta, qual’è la casa nostra? Si vede di qua?
E Silvio cerca la sua casa abbandonata, ma non la trova.
— Di qua non si vede, risponde. Si vergogna di dire che non è sicuro di riconoscerla.
Castelsardo non è più che una macchia bigia, e la gran madre comune apre il suo seno ai viaggiatori.
Quelle linee mutevoli delle coste, quei monti che si affacciano da lontano, tutto parla un dolce rimprovero al cuore di Silvio. Perchè ha egli abbandonato una terra infelice, che ha bisogno dei suoi figli migliori?
Intanto Cosimo e Beatrice, ritti dinanzi al parapetto, colle mani strette in un patto amoroso, fissano gli occhi nella costa che viene incontro alla nave; Angela voltando le spalle alla prua, si ostina invece a guardare un punto bigio che si va perdendo; Annetta ha già messo il cappellino col velo verde, che si tende e si dibatte sotto la brezza; e Cecchino, non ancora ucciso dal mal di mare, guardando a terra con occhi imbambolati, pensa senza ribrezzo, quasi con desiderio, alla sepoltura che aspetta la contessa Veronica.
— Porto Torres! dice una voce.
I viaggiatori impazienti hanno già portato su le piccole valigie, e curvi sulla gran bocca della stiva, additano ai marinai le parti sparse dei loro bagagli.
Alcuni viaggiatori di terza classe, contadini toscani, pallidi e magri, colle loro donne cenciose, col loro fardelletto ravvolto in un sacco o in una pezzuola, stanno dinanzi alle scale che saranno abbassate fra poco; e Battistone portato sugli omeri del suo compagno, nel fare un ultimo giro sul cassero, incontra gli sguardi del conte Cosimo, come se non l’avesse mai conosciuto.
— Vogliamo andare più su, Battistone, vogliamo toccare l’aria col dito?
— Porto Torres! ripete un’altra voce.
— O patria mia! mormora Silvio, e non sa dir altro.
FINE DELLA PRIMA PARTE.
PARTE SECONDA.
I.
Andando in Sardegna per chiedere alla terra di suo padre una tomba e un avvenire, il conte Rodriguez non solo non si era fatto illusioni, ma aveva immaginato cose nere. L’anima sua, debole quando era abbandonata a sè stessa, fortissima se la confortava la parola o lo sguardo d’una persona cara, si era preparata a resistere e a cozzare; a resistere contro l’umiliazione, a cozzare contro il pregiudizio e l’inerzia. Nell’ultima ora, entrando nel misero porto dell’antica Torres, attraversando le vie rotte, disuguali e fangose, e poi la landa malsana, che si stende alle spalle della città turrita, come una piaga maligna, egli aveva raccomandato a sua moglie di non affrettarsi a giudicare l’isola da quelle promesse, e le aveva annunziato da lontano i primi ulivi, che cingono come una fascia il territorio di Sassari, ed arrestano l’insidia della landa. Ma Beatrice era salda; in Porto Torres essa aveva ammirato il Palazzo del Re Barbaro, le colonne e la travatura del tetto di San Gavino, chiudendo gli occhi al resto, e di poi non si era sgomentata alla vista della campagna nuda, ed aveva salutato con festa il primo _nuraghe_. E solo quando si era trovata in mezzo agli ulivi, e aveva visto serpeggiare qua e là, sul terreno generoso, i sarmenti della vite, e stendersi i campi verdeggianti di biade, solo allora aveva confessato di aver avuto un po’ di sgomento.
— Ora sono contenta, aveva detto, questa campagna melanconica mi piace; se i vostri ulivi riesciranno a temperare le tinte chiassose del mio umore, dovranno esser bravi; vedrai che saremo felici.
— Vedrai che saremo felici! aveva risposto Cosimo con baldanza: io porterò la mia sventura a testa alta; e se avranno l’aria di chiedermi conto delle ricchezze de’ miei morti... io domanderò loro che cosa fanno del tempo, che è la ricchezza della gente viva.
Un po’ sul serio, ma con accento di celia, Beatrice gli aveva detto: _bravo!_ poi aveva chiesto chi mai voleva che si occupasse dei fatti loro.
Ah! Beatrice non sapeva che agonia sarebbe stata giungere impreparati agli sguardi curiosi, alle interrogazioni maligne, alle compassioni crudeli della gente oziosa, che in una piccola città non manca mai. Ma per sua fortuna, Cosimo esagerava le difficoltà di quel cimento, e portava seco la malìa che doveva renderlo invulnerabile: viaggiava con sua madre morta.
Si sa; non fa viaggiare un cadavere chi vuole; la locomozione per terra e per mare è un lusso che pochi morti si possono permettere. E poi, se le ipoteche e le vendite avevano aperto gli occhi alla gente, se in Sorso ed in Ploaghe nessuno più credeva al milione di casa Rodriguez, bastava la semplice venuta del conte Cosimo a guadagnargli nuove simpatie. Giudicando così, a lume di naso, qualche maligno aveva sentenziato che la casa Rodriguez era spacciata come tante altre della vecchia nobiltà, e che il conte Cosimo non avrebbe più osato rimettere il piede in Sardegna; e invece egli vi tornava come un trionfatore col suo seguito di vivi e di morti! La sera stessa del suo arrivo a Sassari, nei caffè e nello farmacie, più d’uno, commentando quell’avvenimento, aveva notato accortamente che non bisognava credere tutto quello che si diceva della casa Rodriguez; e quando il giorno dopo la contessa Veronica fu seppellita nel cimitero di Sassari, fra i cipressi che tenevano luogo della palma, inutilmente desiderata dalla povera morta, molti biglietti di visita vennero a dire al conte che la nobiltà sassarese era sorda alle dicerie maligne. Così dove Cosimo si aspettava la compassione falsa, non trovò che una curiosità inquieta. Un Ploaghese, che aveva comperato gran parte dei terreni dell’antico feudo Rodriguez, era venuto colla diligenza a Sassari, per _vedere un poco_; ma, poveretto! aveva visto tanto poco, che era quasi nulla.
Aiutato da Silvio, il conte, dopo una breve sosta nel principale albergo di Sassari, aveva preso a pigione una casina tra la città e la campagna, sul viale del Molino a vento, una casina piccola e bianca, non ancora raggiunta dal grosso dell’abitato; e appena erano arrivati i mobili scampati all’artiglio del Cilecca, il conte li aveva fatti disporre in modo che a sua moglie potesse qualche volta sembrare di non aver abbandonato il quartierino di Milano.
Angela e Beatrice avevano chiesto d’esser lasciate l’una all’altra, e Silvio aveva acconsentito di buon grado, perchè ciò gli risparmiava il pensiero di metter su casa in Sassari, e gli permetteva di stare gran parte del giorno in campagna.
Tutto codesto, fatto con giudizio, ma senza grettezze, era già sembrato magnifico a chi guardava la casina della strada, senza potervi entrare; fu ancora meglio quando si seppe che Silvio Boni e il conte Cosimo avevano comperato, a breve distanza dal Molino a vento, tutta una vallata splendida e insidiosa, che dopo aver buttato sul lastrico di Sassari cinque proprietari legittimi, aspettava da un anno, sotto la protezione del conservatore delle ipoteche, il corbello che volesse fare la mezza dozzina giusta.
La compera era stata fatta con regolare contratto notarile, e col pagamento immediato di quarantamila lire tonde. Quarantamila lire non erano molte, poichè la vallata era ampia, e comprendeva i due versanti della collina, per un’estensione di territorio che l’occhio stentava ad abbracciare; ma messe lì, sul tavolino d’un notaio, una sull’altra, in biglietti puliti della Banca Nazionale, avevano fatto una figura che si stenta ad immaginare, quando non si ha vissuto in una città agricola, dove, i più ricchi proprietari, quelli che possono viaggiare un giorno intero a cavallo nei propri poderi, tante volte non sanno dove metter le mani, per trovare poche migliaia di franchi.
E che diamine voleva fare il conto Cosimo, di quella vallata, che richiedeva una coltura grande per fruttare poco più di nulla? Ciccio Maria, il vecchio Ciccio Maria, che aveva cominciato zappando a giornata i campi degli altri ed ora faceva il cittadino possidente, senza smettere la berretta lunga e i calzoni a campana; Ciccio Maria, il famoso Ciccio Maria che aveva sulle dita il conto delle piante d’ulivo e dei ceppi di vite d’ogni podere del territorio, diceva chiaro a chi lo voleva intendere (e ce n’era sempre qualcuno) che il negozio del conte Cosimo e del _professore_ era una rovina.
— Statemi a sentire, compare Baingio, diceva; la vallata maledetta io la conosco come la palma della mia mano; entrando, ci è l’oliveto; è piantato in terreno buono, asciutto, calcinoso; ma è vecchio; vi sono piante là dentro che non fruttano più che pei tordi; erano ottocento ai miei tempi, il temporale di tre anni fa ne ha spezzato una trentina; i proprietari che vi si sono rovinati ne hanno tagliato altrettante, per far legna da ardere; facciamo un conto tondo e diciamo settecento alberi di ulivo, vecchi e un po’ malandati. — Va bene? compare Leonardo?
— Va benone.
— Andiamo innanzi, compare Baingio; dopo l’oliveto, vi è la casa; di questa non me ne intendo, ma si sa che è stata una pazzia di Don Antonio Mela; una casa grande, a due piani, con troppe stanze tutte tappezzate e il bagno... il bagno!... cose da manicomio. Il tetto avrà bisogno di riparazioni, ci sarà qualche trave da cambiare, lasciamo stare... s’ingegnerà il _professore_. Poi vi è una gran vasca d’acqua; il _professore_ vi metterà dei pesci rossi, immagino; poi ci è il giardino, colle due palme secolari, gli oleandri, le rose arboree, e tante altre belle cose che danno da fare al giardiniere, e non fruttano un soldo; e poi comincia la vigna; anche qui le piante sono vecchie, rare, il terreno cede ad ogni pioggia e mette le radici a nudo; il _professore_ rincalzerà le viti e dirà al terreno di non andarsene alla vallata. Del piano della vallata non ci è nulla a dire; il grano e l’orzo vi vengono su bene, l’ortaglia ha dell’acqua fin troppa; e il frutteto dà delle frutta saporite, se però un vento di levante non infila la gola una bella mattina, e soffia la fioritura sotto il naso del _professore_. Dico bene, compare Leonardo?
Ottenuta l’approvazione di compare Baingio e di compare Leonardo, Ciccio Maria lasciava il piano della vallata maledetta e saliva il versante opposto, che era tutto un bosco di olivastri, di faggi e di pini, in cui correva il muricciuolo di cinta; faceva il conto della rendita che poteva dare un taglio giudizioso, e finiva col conchiudere che gli dispiaceva per il conte Cosimo, il quale aveva fatto una corbelleria, senza averne colpa, ma che quanto al professore, non avrebbe che il fatto suo.
Compare Leonardo gli dava ragione, compare Baingio non gli dava torto, e Ciccio Maria si tappava la bocca colla mano per annunziare che non aveva più nulla da dire, o che non voleva dire più nulla. Non bisognava però dimenticare l’acqua sorgente, che stillava da una rupe e mandava, per vie palesi e nascoste, un ruscelletto alla pianura. Il ruscelletto era pigro e si indugiava qua e là facendo pozzanghere, da cui nel mese di agosto si alzavano le zanzare e le terzane.
Ciccio Maria era convinto di quel che diceva, ma parlando del _professore_ Silvio, obbediva ad un segreto istinto di ribellione, e diventava maligno. Che cosa gli aveva fatto il povero Silvio? Era andato al continente a studiare il modo di coltivare la terra, ed era tornato a Sassari _professore_, il che significa: coll’opinione di aver molto da insegnare ai vecchi zappatori di Porta Sant’Antonio.
Così almeno si diceva, e finchè il professore non fosse andato a smentire questa diceria, domandando consiglio a Ciccio Maria, non isperasse mai di essere assolto.
Ma questa buona idea a Silvio non era ancora venuta. Egli andava e tornava periodicamente da Sassari a Castelsardo, da Sassari alla «vallata maledetta,» da Sassari a Muros, come un’anima in pena, senza che nessuno potesse indovinare perchè; ma fino a Ciccio Maria non si era spinto ancora.
Il conte Cosimo intanto viaggiava anche lui; era andato a Ploaghe, era andato a Florinas, colla giovine sposa e con Angela, aveva fatto un’apparizione fuggitiva nel palazzo vuoto dei De Nardi, un’altra nella casa di suo padre, tanto per far sapere che avendo affittato le poche terre che gli rimanevano, non era sua intenzione di venderle per pochi quattrini, come si sperava; aveva tolto di mezzo o addormentato qualche creditore, cancellata qualche ipoteca. Così assestate alla meglio le proprie faccende, aveva detto a Beatrice: — Abbiamo cinquemila lire di rendita, una campagna che, per bocca di Silvio, ci promette più d’altrettanto, e i frutti della tua dote.
Di questa dote non si era mai parlato, e Beatrice si fece rossa di piacere, vedendo per la prima volta che essa era utile, e che suo marito non si vergognava di confessarlo. E fu lieta che si mostrasse un altro aspetto dell’indole generosa di Cosimo, il quale, se peccava di debolezza quando aveva timore di affliggere gli altri, non conosceva nessuno di quegli scrupoli che offendono il matrimonio colle sembianze del decoro.
— Quanto sono felice! aveva detto la povera donnina.
— Davvero?
— Sì, davvero, sono felice di vivere in questa isola, che è una grande decaduta come noi, con questi Sardi semplici e fieri, nella mia casina che è un ninnolo, nella nostra campagna che è un paradiso.