Part 7
I cinque servi del conte erano là, in anticamera, aspettando d’essere chiamati ad uno ad uno, e ridevano tutti, perchè Cecchino colle mille lire ereditate si proponeva di ritirarsi in campagna a vivere di rendita. Veramente Cecchino non aveva detto questo; egli prometteva solo di girare così bene fra le dita quel biglietto da mille, da potersi ritirare in campagna quando fosse vecchio; ma il cuoco pigliò le prime parole sfuggite al guattero e le condì d’una sua salsa così ghiotta, che bisognò ridere ad ogni costo, finchè la porta dello studiolo si aprì per lasciar passare la testa di Ambrogio, il quale chiamò: Cecchino! Si aspettò che l’uscio si fosse chiuso alle spalle del piccolo possidente campagnuolo, e allora Giovanni diede in uno scoppio di risa, che gli spartì la faccia come una mela; gli altri tre fecero coro.
Ma poco dopo Cecchino riapparve colle lagrime agli occhi e col biglietto da mille che doveva asciugarle, come il povero figliuolo pareva tentato di fare, e allora Giovanni fu il primo a domandare sul serio che cosa era stato.
— È stato, rispose Cecchino, che il padrone se ne va, la padrona se ne va, tutti se ne vanno, e mi hanno licenziato.
Ambrogio riapparve e chiamò: Giovanni! — e il cuoco non potè manifestare il proprio pensiero al suo aiutante.
Ma non si tardò a vedere che anche la faccia del cuoco si era allungata, che pareva così difficile, perchè a lui pure il conte aveva detto che se ne andava, che se ne andavano, e che non era più in grado di mantenere tanti servi.
— Non è la cosa in sè, assicurava Giovanni; è il modo con cui me l’ha detta. — Giovanni, mi ha detto: da quanto tempo eri al servizio di mia madre? — Da dieci anni; ho detto — E lui ha detto: tu sei un vecchio amico di casa — Oh! sì! sì! ho detto — E lui: ci dobbiamo lasciare; ha detto — E aveva la voce tremante. — Vado in un paese dove non avrò bisogno di essere molto servito, vado per lavorare anche io — Ha detto così per dire, si capisce, ma l’ha detto, e non so perchè mi ha fatto pena l’idea di vederlo lavorare. Che cosa vuol fare?
— Stefano! chiamò sommessamente Ambrogio; dalla porta socchiusa si vide un momento il conte Cosimo, che teneva la fronte appoggiata alla mano sinistra, mentre colla destra scriveva. A Stefano pure ed a Francesco ed a Pantaleo in ultimo seguì lo stesso caso. Se non si ride, se non si fa il chiasso quando si ha un biglietto di mille lire in tasca, quando mai si può stare allegri? Così diceva il cuoco; e pure Stefano, Francesco e Pantaleo ne avevano meno voglia di prima — tale e quale come il cuoco. In quello stanzino del conte si era mostrata a ciascuno di loro l’immagine confusa di una sventura a cui non sapevano dare un nome, e mentre si consolavano a vicenda, dicendo forte che essere licenziati da una buona casa, col _ben-servito_ in regola, non è un male da morirne, che in Milano le case dei signori non mancano, mentre dicevano questo, erano stupiti di scorgere dentro il loro cuore un sentimento, che valeva più di mille lire e che toglieva valore a quel biglietto della Banca Nazionale. Cecchino, per esempio, era sicuro che se il signor conte gli avesse detto: «restituiscimi il tuo biglietto da mille e ti conduco meco in Sardegna,» egli avrebbe detto di sì. — Giovanni, più sincero o più avveduto, confessava che avrebbe chiesto tempo a riflettere e che avrebbe finito col dire di no; ma erano tutti certi d’aver dentro qualcuno, il quale aveva una gran voglia di fare questo contratto rovinoso.
Mentre duravano i commenti, venne nell’anticamera Ambrogio.
— Ragazzi, disse egli con voce sepolcrale, il signor conte partirà fra due giorni; sono incaricato di pagarvi, oltre il salario, un’indennità per gli otto giorni d’uso. Assesteremo i conti domattina; ma se qualcuno di voi vuole andarsene subito, lo dica.
— Se io me ne vado, disse Giovanni, chi fa la cucina?
— Non si fa più cucina, si mangia dal trattore.
— Ed io rimango! disse Giovanni con enfasi; io farò la cucina fino all’ultimo momento; le ultime due braciuole che il conte Cosimo e la contessa Beatrice mangeranno in Milano, devono passare per le mie mani.
I colleghi di Giovanni lo guardavano a bocca aperta, ammirandolo senza domandarsi perchè.
— Anch’io rimango fino all’ultimo! annunziò Francesco.
— Anch’io! Anch’io!
Era cosa intesa. Rimarrebbero fino all’ultimo tutti.
E Ambrogio? E Annetta?
Ambrogio e Annetta facevano anche di meglio, accompagnavano i loro padroni in Sardegna. Nessuno fiatò a questa notizia; ma l’invidia parlò nel silenzio.
— Bella prova! disse; chi di noi non andrebbe volentieri in Sardegna per continuare a servire la contessa Beatrice e il conte Cosimo? Ma non ci vogliono, ci hanno licenziato.
— Questa Sardegna, domandò poi Giovanni, che cosa è?
— È un’isola, rispose Cecchino, affrettandosi a far pompa del profitto fatto a scuola; le grandi isole del Mediterraneo sono tre: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.
— Lo so che è un’isola; ma io domando che isola è, se è come da noi, se la gente parla un linguaggio che si capisce; questo domando io, nient’altro. Perchè, caro il mio figliuolo, tu non eri ancora venuto al mondo, quando io sapeva che l’isola è una cosa, la terra ferma un’altra. La terra ferma è questa qui: Milano, Como, Pavia e Brescia. La Sardegna invece è un’isola.
Cecchino, umiliato dalla dottrina prepotente del suo tiranno, non osò fiatare.
— Da quel poco che ho potuto capire, disse allora Ambrogio, la Sardegna è un paese grande grande, un paese che ha ogni ben di Dio, un paese dove non ci è nemmeno bisogno di lavorare la terra. Voi date due colpi di zappa prima di seminare, tirate quattro calci dopo seminato, e vedete spuntare le biade alte un metro e mezzo, con certe spighe grosse quanto il pugno, con certi grani grossi più de’ fagiuoli. E vi fanno un vino! un vino!... — Ah! poi si va a caccia dei cinghiali e dei cervi come da noi alle quaglie — E che altro? ah! invece di pescare gli agoni cogli ami e col tramaglio, si fa la pesca dei tonni grossi come vitelli. — In Sardegna non vi è polenta, ma non vi sono affamati; il contadino mangia il pane di farina, non abita la campagna, lavora i campi colla pipa in bocca e fuma tabacco di contrabbando.
Le cognizioni di Ambrogio sulla Sardegna non andavano molto più in là; egli ne aveva inteso parlare tante volte in vario senso e se n’era fatta un’idea a mosaico, in cui entrava un po’ di tutto, non escluso lo sgomento. Credeva, per esempio, che in Sardegna bastasse mettere il naso a una finestra, di notte, per buscarsi la terzana; era certo che la campagna fosse popolata di banditi; e che le vendette e gli omicidi funestassero le famiglie. Diceva per conchiudere: «Insomma è un paese che vi nutre bene e vi fa vivere senza fatica, quando non vi uccide colla febbre o con una schioppettata tirata da una siepe di fichi d’India.»
La conseguenza immediata di quella diceria sconnessa, fu che Cecchino buttò all’aria la berretta e dichiarò che egli pure se ne andava in Sardegna.
— E che ci vai a fare? chiese Giovanni.
— Con questi qui, disse Cecchino allungando due braccia da quadrumano, e _con questo qua_, non ho paura dell’aria. Quanto costa il viaggio per andare in Sardegna?
Egli spiegava il biglietto da mille e ne studiava il disegno; diceva modestamente che quando l’avesse perduto di vista, non ne ritroverebbe mai più un altro in tutta la sua carriera mortale.
Egli diceva così; ma pensava il contrario.
X.
Il trasporto del cadavere della contessa Veronica, dalla stazione ferroviaria di Livorno al porto, era stato fatto all’alba, subito dopo l’arrivo del treno notturno. A quell’ora le vie erano deserte, e pochi avevano badato alla forma insolita del cassone; ma se la città dormiva ancora, il mare era sveglio, e lungo la ripa si radunò molta gente a vedere il morto, che s’imbarcava a bordo della _Lombardia_. La notizia uscita dal porto, sopra alcune barche pescarecce, corse in brev’ora un gran tratto di mare, e per tutta la giornata quanto fu lunga, non rientrò un pescatore senza che passasse col naso per aria rasente la chiglia della _Lombardia_.
Un magnifico sole baciava la faccia serena del mare; ma alitava ogni tanto una brezzolina primaverile che la copriva di rughe passeggiere. Si vedevano sulla tersa superficie quelle scie capricciose d’invisibili navigli, che solcano variamente il mare in bonaccia. E pure i più vecchi marinai del porto assicuravano che il tempo si sarebbe guastato nella notte e che la _Lombardia_ non l’avrebbe passata senza ballare una tarantella.
«Avere a bordo un morto, dicevano, non fa mai comodo; solo che sia un’anima del purgatorio ce n’è d’avanzo. Se è un’anima dannata che ci abbia il demonio al capezzale, non se ne parla.» Intanto un viaggiatore che si voleva imbarcare sulla _Lombardia_, saputo del compagno che avrebbe avuto a bordo, rinunziò al viaggio e fece riportare le valigie all’albergo del Giappone; e dei pochi passeggieri che s’affidavano al mare quel giorno, qualcun altro forse avrebbe fatto altrettanto, se non fossero arrivati all’ultimo momento, quando già avevano mandato a bordo il bagaglio, e la campana dava il primo segnale della partenza.
Erano tutti là, i nostri amici di Milano; mancava solo Ambrogio, il quale era rimasto per intendersela col Cilecca; ma invece sua si vedeva a poppa, a prua, sul casseretto, affacciato alle impagliettature, al boccaporto della stiva, ai camerini del capitano e del secondo, qua, là, da per tutto, un giovinetto di grandi speranze, Cecchino Misirolli. Egli aveva ottenuto facilmente il permesso di accompagnare i padroni, e senza avere speso un quattrino, viaggiava come un signore, in seconda classe.
Nessuno, vedendolo, avrebbe sospettato in lui l’antico guattero; colle suo braccia troppo lunghe, egli aveva tutta l’aria d’un indiscreto, che, come ora metteva il dito da per tutto, così fra poco domanderebbe al mare nuove terre per regalarle all’umanità.
Annetta, ritta sulla persona, colla testina eretta e gli occhi inquieti, metteva tutto il suo studio nel rappresentare la parte d’una inglesina magra e nervosa; e vi riusciva benissimo, aiutata in ciò da un gran velo verde, sotto la cui salvaguardia la contessa Veronica buon’anima aveva fatto il suo primo viaggio di mare. L’onesta ragazza non voleva già ingannare il suo prossimo; era incapace di nascondere lungamente il vero esser suo, ma provava un diletto inesplicabile nel pensare che i marinai e i passeggieri la piglierebbero per un’inglese finchè essa non si degnasse di toglierli dall’errore facendo una domanda in buon italiano.
La contessa Beatrice, Cosimo e Silvio, raccolti in un crocchio, parevano non avvedersi neppure che uno degli ultimi passeggieri arrivati, dopo di essere andato in cerca dei _proprietarii del cadavere_, aveva gli occhi fissi con severità sopra di loro. Seguivano sbadatamente la fatica misurata dei marinai occupati a tirar su l’àncora.
Non parlavano quasi; la partenza imminente empiva il loro cuore di sensazioni nuove, non tutte dolci; e da certe domande brevi, fatte unicamente per rompere il silenzio, dalle risposte sollecite, ma disadatte, appariva chiaro che un pensiero occulto incombeva su quelle anime. Ogni tanto la faccetta soave di Angela s’illuminava di un sorriso; ma invano; anche la fanciulla, al momento di partire, sembrava sotto l’oppressione d’un pensiero poco allegro.
— Avremo bel tempo! diceva Silvio; vedete come è liscio il mare, come è lucente.
Ah! Sì, il mare aperto era liscio e lucente. Il sole al tramonto lo tingeva di riflessi rossigni, che facevano contrasto col colore freddo delle acque chiuse nel bacino del porto. Le vele delle barche pescarecce splendevano come fuochi lontani; e facendo correre l’occhio per l’immenso piano si vedeva ogni tanto uscire dalle acque, come freccia scoccata da un arciero sottomarino, un pesce volante.
Ma quando Beatrice aveva dato un’occhiata rapida a tutto ciò e ripetuto senza entusiasmo che era un magnifico spettacolo, si affacciava di nuovo al parapetto per veder la grave àncora di ferro, che veniva su lentamente, come un gran mostro marino allettato dalla cantilena monotona dei marinai. Poi Beatrice si mosse, sollevò il capo e cercò Angela, la quale, ritta sopra un mucchio di cordami, guardava la città incendiata dal sole.
— Che cosa guardi, Angela?
— Guarda quella finestra, rispose la fanciulla, quella finestra laggiù; non pare che sia tutto in fiamme là dentro?
Silvio spiegò gravemente il fenomeno, dicendo che era il tramonto del sole, e Beatrice ed Angela voltarono verso di lui le faccie animate da un falso stupore. Alla luce di quei quattro occhi bellissimi che lo corbellavano, Silvio vide la propria sbadataggine e se ne vergognò più del necessario.
— Lo zio pensava ad altro, disse Angela, si è fatto rosso.
Infatti la faccia del professore era in fiamme, ma egli fu abbastanza pronto da darne la medesima spiegazione di prima collo stesso accento grave.
— Effetto del sole che tramonta! disse.
Beatrice rise per la prima volta, e Cosimo, invitato da quella musica che taceva da un poco, si avvicinò; ma sua moglie lo guardò e non rise più.
— Che cosa hai detto? domandò Cosimo all’amico.
La campana della partenza impedì la risposta.
L’àncora aveva toccato l’estremità della poppa e pendeva assicurata al suo uncino; le scale erano già tirate su, chiuso il parapetto, e il fumaiuolo della macchina cominciava a spingere in alto gran boccate di fumo. La _Lombardia_ si mosse.
— Ci siamo! dichiarò Angela; e si portarono tutti istintivamente all’estremità di poppa, come per essere più vicini alla terra che stavano per lasciare. Silvio soltanto rimase; egli ripeteva a fior di labbro: effetto del sole che tramonta! e continuando a scavare in queste parole innocenti, vi trovava qualche cosa che egli non vi aveva messo.
Le navi ancorate nel porto gli passarono dinanzi come fantasmi e non gli dissero nulla; egli contava sbadatamente le nuove fiammate che il sole veniva accendendo sui vetri della città, man mano che se ne spegneva qualcuna. E quando Silvio si tolse ai suoi pensieri, la nave aveva passato l’imboccatura del porto e si era spinta in alto mare. Ora la spiaggia si spiegava come un gran ventaglio, e pareva che la _Lombardia_ navigasse verso un’altura, da cui si dominava sempre meglio l’orizzonte.
Tutti i viaggiatori erano sul cassero e stavano ritti, colla faccia rivolta a quella gran città, che veniva mostrando loro terrazzini, comignoli, campanili tenuti nascosti fino a quel momento. Poi Livorno non fu più sola allettatrice impotente; cominciò la tentazione inutile delle belle campagne circostanti; si alzarono alle spalle della vecchia città di mercanti leggiadre colline tutte verdi; le si stesero ai fianchi alberghi e ville e ricami d’alberi scendenti fino al greto sassoso e frastagliato, che metteva una superba orlatura a quella veste primaverile. Un quarto d’ora dopo tutta quella campagna non fu che una lunga striscia di verde pallido all’orizzonte, e la città una gran macchia bruna indorata dal sole.
Allora l’attenzione dei passeggieri si rivolse al mare, che si stendeva senza confini dinanzi alla prora della nave. Angela confessò che si era fatta un’altra idea del mare. Come credeva che fosse? Prima di tutto più piccolo e poi diverso — non sapeva come, ma diverso — quell’andar sempre e non vedere mai altro confine all’occhio fuorchè la linea in cui cielo ed acqua si toccano, le ispirava un’ammirazione strana, una specie di sgomento piacevole, e una curiosità instancata. Essa stava là, appoggiata all’impagliettatura di babordo, e spingeva l’occhio a ricercare le lontananze, come in aspettazione di qualche spettacolo. Man mano che si andava perdendo di vista la terra, il mare usciva dalla sua falsa impassibilità di prigioniero ribelle e spingeva le onde basse e lunghe come per trastullarsi. Ma si vedeva bene che era svogliato.
Vedendo la fanciulla così attenta, Beatrice prese in una valigetta uno sciallo e glielo pose sulle spalle; poi attraversò il ponte barcollando un poco e scese nel camerino.
Appena si fu allontanata, Silvio e Cosimo si guardarono come due colpevoli, e Cosimo disse:
— Non ti sembra più mesta del solito?
— Sì, rispose il professore; non è punto allegra.
— Mi fa male, insistè Cosimo; mi pare che sarei più tranquillo se le dicessi tutto, a costo di vederla piangere fra le mie braccia.
— Non sa nulla, e soffre, mormorò Silvio.
— È vero; non sa nulla, e soffre!
— Zio, interrogò Angela senza voltarsi, dove vanno queste onde che s’inseguono?
— Alla spiaggia.
— E perchè ci vanno? E che cosa fanno?
— Non fanno nulla!
— Non fanno nulla e continuano tutto il giorno così, e tutta la notte... forse...
— Se non cambia il vento.
— Io voglio che facciano qualche cosa; dirò a quella là che è più grossa delle altre, che porti alla spiaggia il mio mazzolino di viole...
E senz’altro buttò il mazzolino, ma l’onda prese i fiori, li portò un tratto e li abbandonò ad un’altr’onda che sopraggiungeva. Per un poco Angela, che aveva buona vista, seguì la corsa di quelle spensierate, che si trastullavano col suo mazzolino di viole.
— Sono contenta, dichiarò poi burlescamente, se non altro ora fanno qualche cosa.
Stette un poco in silenzio, poi soggiunse:
— Chi troverà il mio mazzolino di viole in alto mare, sì, che sarà fortunato! Ma lo troverà poi qualcuno? Potrebbe essere un naufrago....
— Potrebbe essere un pesce, disse Silvio.
E perchè no? Dei pesci con un mazzolino in bocca Angela ne aveva visti... A tavola? Appunto a tavola!
Si rise molto; poi la fanciulla appoggiò ancora la testina romantica al parapetto e il professore gettò un braccio sull’omero di Cosimo.
— Andiamo a veder Cecchino, gli disse per distrarlo, dov’è Cecchino?
Il piccolo sguattero, insensibile alla poesia del mare, non ammirava altro che il meraviglioso scafo e le singolari attrezzature della nave; appena vide da lontano il suo padrone, venne a dirgli che a bordo ci era anche la buca delle lettere.
— E che altro ci è a bordo?
Oh! tante cose; Cecchino aveva scoperto che il cuoco, per fare il brodo, invece di gettare nel pentolone dell’acqua, una manata di sale, vi mesceva una ramaiolata di acqua marina, e che i liquidi dell’acquaio andavano pure direttamente in mare.
Cadeva il giorno; il disco del sole ingrossato e rovente, sospeso sul limite estremo dell’orizzonte, era già roso dal mare; pochi minuti dopo, di tutti i riflessi rossigni che giungevano, sull’acqua e sull’aria, dall’uno all’altro orizzonte, non ne rimaneva più alcuno sulle onde; nel cielo qualche cirro vagante raccoglieva ancora una pennellata di sangue; poi si cancellarono anche quelle tinte, e solo un bagliore, come riflesso d’incendio lontano, persistette lungamente nell’aria. A levante l’azzurro si era oscurato, e il mare aveva preso una tinta bigia uniforme. Cominciò allora la corsa scapigliata dei delfini, che giungevano a frotte spingendo in aria zampilli di acqua e presentando ora il dorso nero ora il grosso muso ai viaggiatori.
Angela li credette balene, e Annetta, che le si era posta accanto, non la tolse dall’errore.
Quei monelli del mare accompagnarono un tratto la _Lombardia_, poi mutarono gioco, si rituffarono e sparvero.
— Peccato! disse Angela.
Poco dopo era notte; la campana di quarto diede tre tocchi; un vecchio marinaio venne a prendere il timone, in vece del suo compagno; ritto sulla piattaforma un uomo che pareva un fantasma dava ogni tanto un ordine entro un portavoce; i fanali di posizione salirono lentamente in cima agli alberi. Poi fu un gran silenzio. Girando gli occhi per lo spazio nero, Angela s’avvide d’essere rimasta sola.
Allora trasse di tasca un ritratto, lo presentò al raggio del lampione dell’albero maestro e lo guardò lungamente.
— Angela! chiamò la voce di Silvio, Angela, che fai? La notte è fredda, soffia un po’ di tramontana... Scendiamo.
Angela nascose il ritratto e scese con suo zio.
Cosimo continuò a passeggiare sul cassero.
La gran voce del mare non gli dava ancora un consiglio.
XI.
Paurose voci brontolavano degli enigmi nell’anima del conte: ed egli porgeva ascolto, costringendo il proprio pensiero ad una inutile fatica. Nella sua mente, nel suo cuore, come intorno a lui, per l’immensità dello spazio, tutto era buio. Ma ogni tanto un’immagine usciva da quella tenebra: la bara di sua madre, chiusa là, in un casotto di prua, non sospettata dai viaggiatori di terza classe, che ne avrebbero forse avuto paura. E pensando alla povera donna rasserenata dalla morte, a quel viaggio che essa aveva già fatto piena di vita e che ora compiva indifferente, s’immaginava d’essere anch’egli entro una bara, ma vivo, e buttato là, sopra l’ampio mare, che poteva in un momento spalancarsi e chiudersi come una tomba.
Dei fuochi di posizione che segnalavano la _Lombardia_ ai naviganti, delle luci pallide che annunziavano un’altra nave, affidata alle onde, non entrava un raggio nell’anima di Cosimo. Egli andava e veniva credendo d’invocare un’idea, ma aspettando invece un proposito. Una volta, nel tornare dall’albero maestro al posto del timoniere, vide sopra una panchetta un’ombra nera, che non vi aveva visto prima; già rifaceva i suoi passi, volendo risparmiarsi un dialogo con un viaggiatore venuto forse sopra coperta per ingannare il mal di mare, quando sentì una voce sommessa, che lo chiamava: _Cosimo!_
— Beatrice! e fu subito dinanzi a sua moglie.
— Ti credevo addormentata, le disse, ritrovando per vecchia abitudine l’accento bugiardo con cui aveva nascosto per tanto tempo il proprio affanno.
— Non ho potuto chiuder occhio.
— È vero, non si può chiuder occhio, la nave scricchiola come se dovesse sfasciarsi; eppure il mare è tranquillo, guarda.
— Non potevo staccare il pensiero da quel camerino, continuò Beatrice senza badargli: mi sta sempre dinanzi; essa è là: ha gli occhi aperti e pare che ci guardi nel cuore..... Ora sa tutto.....
Aveva preso il braccio del marito e lo tirava leggiermente a sè.
— Ora sa tutto, sospirò, e parve che la brezza notturna le rubasse di bocca il sospiro e le parole; noi non possiamo ingannare che i vivi.
— Beatrice mia, che cosa dici? esclamò Cosimo, sedendo al suo fianco.
— Essa è là; ripetè la giovine donna, ha gli occhi aperti e ci guarda.
— Beatrice mia, che cosa mi vuoi dire?
— E tu, disse la contessa, abbassando la voce, tu stesso non hai nulla da dirmi?
Un singhiozzo le uscì dal petto, e Cosimo prima di rispondere volle baciarla in viso per sentire se piangesse.
— Non piango, disse Beatrice, prevenendo quella malizia; non temere di me: non sono così debole come ti sembrai finora! Cosimo mio, insistè, non hai nulla da dirmi?
Cosimo credeva di sognare; era così lontano dall’aspettarsi queste parole, che dubitava ancora del loro vero significato.
— Che vuoi che io ti dica?... balbettò.
— Ah! Non provare ancora l’inganno; abbiamo fatto male senza volerlo, entrambi; tu celandomi il vero, io accettando per tanto tempo questa menzogna che ti ha torturato e mi ha offesa. Ora dimmi tutto — ti farà bene, mi farà bene.
Tacquero. La campana di quarto sonava il solito segnale; un’ombra venne lentamente da prua, si accostò alla bussola, scambiò qualche parola sommessa col suo compagno, che gli cedette la ruota del timone e si allontanò a gambe larghe con passo sicuro.
— Beatrice mia, cominciò Cosimo stringendosi al seno la compagna della sua vita, mi perdonerai?
— Dimmi tutto.
— Beatrice mia, noi non siamo più ricchi.
— Lo so.
— Noi lottiamo da molto tempo col mondo che voleva l’apparenza del fasto; il fallimento d’una Banca, la disonestà di alcuni capitalisti, sui quali la nostra povera morta aveva fiducia cieca, ci ha rovinati.
— Lo so.
— Io vado a chiedere alla terra di mio padre una tomba per la contessa Rodriguez, e il pane del lavoro.
— Lo so, disse Beatrice; grazie... ora sono contenta... Sta zitto, ordinò, credendo che egli volesse parlare ancora; non mi dire più nulla.
— Mi perdoni? chiese Cosimo.
— Io sono felice, mormorò la giovane donna... sta zitto.