Part 6
— Non si può nasconderle ancora?...
— Il signor Cilecca verrà certamente domani a prendersi la sua roba.
— Finchè la contessa non sia partita gli vieteremo l’ingresso.
— A chi vuol vietare l’ingresso, signor Silvio? domandò Beatrice entrando improvisamente.
— Buon giorno, contessa, disse Silvio un po’ turbato, come sta?
Beatrice non aveva negli occhi e nel sorriso la luce d’ogni giorno; sorrideva e guardava con una certa stanchezza, e nella faccia pallida le si vedevano le tracce d’una notte insonne ed agitata.
Cosimo, venendole incontro amorosamente, pensò che per quella creatura fragile cominciava il mattino d’un lungo giorno melanconico, fra le privazioni e la solitudine, in un paese non suo, e si sentì mancare un’altra volta il coraggio di dirle tutto.
— Sto bene, disse la contessa, cercando una seggiola intorno a sè, ma mi sono levata or ora e mi sento già stanca.
Cosimo e Silvio si precipitarono ciascuno ad offrirle una poltrona, e questa premura di due uomini che le volevano bene, fece sorridere la pallida donnina.
— Dunque, disse poi facendo uno sforzo visibile sopra sè stessa, dunque, a chi voleva vietare l’ingresso, signor Silvio?
— Al dolore, alla sventura, alla noia, a tutte le cose brutte e tediose per non lasciar entrare in casa nostra, che la pace, il lavoro, l’affetto.
— E tutto questo dove?
— In casa nostra, in Sardegna. Noi ce ne andiamo in Sardegna, contessa Beatrice; Angela ed io siamo pronti; stavo tentando suo marito..... ma non ne vuol sapere...
— È vero che non ne vuoi sapere? domandò Beatrice guardando la punta del proprio stivaletto, ed aspettando la risposta a capo chino.
— Non ho detto nè sì nè no; e se tu avessi tardato un poco a venire, avrei detto forse sì; un viaggio in Sardegna lo dobbiamo fare; ma non sarà un viaggio allegro, come lo immagina Silvio.
— Lei non sa, disse Beatrice a Silvio, che la povera mamma vuole essere sepolta in Sardegna, in una delle sue terre; dovremo accompagnarla.
— La contessa Veronica?... domandò il professore.
— Ha ordinato così nel suo testamento.
— Nel suo testamento...
Il professore mandò giù il rimanente di quanto stava per dire.
— E allora tanto meglio, disse, faremo una piccola carovana; si andrà in Sardegna tutti insieme, e chi sa che la contessa Beatrice non s’innamori di quei luoghi e non si appassioni al nostro disegno...
— Qual è il loro disegno? dimandò Beatrice fissando lo sguardo in faccia al marito, ma ritirandolo subito.
— Di farci agricoltori... non è vero, Cosimo? industriali all’occorrenza, commercianti se si darà l’occasione, di dar l’esempio dell’operosità e del coraggio...
— Del coraggio? ripetè Beatrice senza alzare il capo.
— Dico per dire... dell’operosità soltanto, dell’operosità senza coraggio...
— E a chi s’ha a dare questo esempio?
— Agli oziosi, agli inerti, agli eterni scontenti — anche in Sardegna ce ne è più di uno.
— Ed è questo il tuo disegno? domandò la giovine donna rivolgendosi finalmente al marito.
— È il mio, rispose Silvio; mi sembra venuta l’ora di far servire quel poco che ho studiato a qualche cosa; devo andare in Sardegna e credo che vi rimarrò.
— E che bisogno ha lei di far servire quello che ha studiato a qualche cosa? domandò Beatrice con una ingenuità, che poteva sembrare esagerata, non è ricco lei?
La domanda offrì a Cosimo una risposta, ed egli la fece prontamente, rubando le parole di bocca a Silvio.
— La Sardegna ha un tarlo, ed è che la gente fornita d’un po’ di cultura non conosce il bisogno; i veri bisognosi sono pochi; ignoranti e schiavi dei pregiudizi. Arricchirsi in Sardegna è un’opera buona; perchè vi è quasi impossibile far danaro senza insegnare qualche cosa a chi sta a guardare.
Cosimo pronunziò queste parole con una vivacità, di cui fu impressionato egli stesso.
— Andremo in Sardegna, disse semplicemente Beatrice.
Tanta docilità stupiva i due amici, che non vi erano preparati. Per un poco nissuno trovò parole, e fu ancora Beatrice la prima a porgere la mano alla conversazione sviata. Lo fece in un modo poco allegro veramente, ma il più naturale.
— Vorrei _vederla_, disse, e ognuno intese di chi parlava; quando me ne dimentico un momento, mi sembra di essere un’ingrata.
S’avviarono tutti e tre alla camera della morta, ma prima di lasciare la sala verde, Silvio, con uno sguardo, fece intendere all’amico che era meglio non dir nulla ancora.
VII.
Lo dicevano tutti: era proprio un peccato che l’abitazione della nobile contessa Rodriguez De Nardi non fosse distante dalla chiesa di San Francesco di Paola, almeno tanto da lasciar distendere interamente la lunga processione di preti, di Stelline, di signore velate, di servitori in livrea, di poveri colla torcia, di carrozze stemmate e di carrozzelle da nolo. Tutta la prima parte di quel magnifico funerale — la parte che sarebbe riuscita più solenne, perchè doveva condurre la folla, a suon di marcia funebre, dinanzi alla facciata della chiesa coperta di panno nero a strisce d’argento, a leggere a bocca aperta una gran scritta che raccomandava al cielo l’anima pia della defunta — tutta questa prima parte dello spettacolo era sciupata. Dal portone di casa Rodriguez ai gradini della chiesa non vi erano nemmeno cento passi! E quando i necrofori si furono avviati lentamente, come se dovessero fare un lungo viaggio, e dietro a loro i preti e poi la musica, bisognò far seguire il carro inghirlandato e stemmato e lasciare che il resto uscisse alla meglio dalla confusione per entrare in chiesa senza ordine e senza solennità.
In compenso la cerimonia religiosa fu lunga assai; la contessa Rodriguez de Nardi era entrata in chiesa per l’ultima volta alle 10 del mattino, ed alle 11 vi era ancora folla di curiosi dinanzi ai gradini per aspettare l’uscita. Il carro nero col baldacchino, coi cordoni d’argento abbrunato, coi grossi fiocchi, coi pennacchi, colle ghirlande di semprevivi, coi quattro cavalli coperti di gualdrappe nere, ricadenti fino a terra, non avrebbe fermato i passanti, se non avesse portato appesi ai due lati gli stemmi gloriosi dei Rodriguez e dei De Nardi. Persone di buona volontà, alle quali l’araldica non aveva mai detto una parola, pur s’ingegnavano di decifrare i segni misteriosi di quei due scudi, arrischiando le più bizzarre ipotesi, per ingannare il tempo; ogni tanto qualcuno dava una capata in chiesa e veniva ad annunziare che si era all’elevazione, all’_ite missa est_, al _Requiem æternam_; allora dal crocchio degli sfaccendati se ne staccava uno crollando il capo e dichiarando che non aveva altro tempo da buttar via.
Nell’interno della chiesa lo spettacolo aveva una solennità di apparato, che non toccava il cuore; i preti seduti tranquillamente gli uni in faccia agli altri, negli stalli dell’altare maggiore, cantavano forte, trascinando certi voci voluminose in cadenze pigre, non mai finite; uno scaccino fendeva a stento la folla brandendo una seggiola sopra le teste chine dei devoti, finchè non aveva collocato la sua mercanzia; un sagrestano andava in giro a fare la questua, facendo sonare sotto il naso dei fedeli una gran tasca che si veniva empiendo di soldi, non ostante le distrazioni di chi non aveva spiccioli o non se li voleva cavare di tasca. Tutto ciò faceva un bizzarro contrasto colle colonne tappezzate di nero, col catafalco eretto nel mezzo della chiesa, e con quei lunghi ceri, ardenti intorno alla bara.
Ci era in un canto della chiesa qualcuno che osservava amaramente queste cose — Silvio; egli era venuto per accompagnare al funerale la nipotina, che si trovava in compagnia d’Annetta, in mezzo alla folla di signore; sapeva quanto Angela fosse irrequieta per natura e l’aveva vista voltare il visino sconfortato; allora aveva pensato di mandarle una seggiola, come per raccomandarle la pazienza, e infatti la fanciulla si era messa a sedere e pareva rassegnata alla propria sorte, perchè non si voltava più. E Silvio, dal suo cantuccio, guardava e pensava liberamente; immaginava, entro la bara, la salma della defunta, come se avesse ancora coscienza di quanto si faceva intorno a lei, e gli pareva che la contessa Veronica dovesse godere di tutta quella folla, di quei ceri che agitavano le grosse lingue di fiamme, di quel vocione che ogni tanto intonava il _Dominus vobiscum_ e del confuso intreccio di voci che rispondeva _et cum spiritu tuo_. Ogni tanto il pensiero di Silvio usciva di chiesa e risaliva fino alla casa della vera afflizione, dove Cosimo, asciugando le ultime lagrime di sua moglie, si lasciava rodere il cuore dal proprio segreto. Ma la voce grossa dei sacerdoti lo richiamava in chiesa, e quello spettacolo nero gli sembrava una cosa indifferente al paragone della desolazione che egli aveva visto nel cuore dell’amico.
L’ufficio funebre finì all’improvviso, con un _Amen_ lungo e sonoro, dopo il quale il silenzio non parve sincero a Silvio; ma gente di lui più pratica e più vicina alla porta, imboccò l’uscita.
Un momento dopo la contessa Rodriguez De Nardi era sul suo gran carro, e la banda cittadina sonava quella marcia funebre della _Jone_, che sembra scritta in sepoltura.
Cominciò la lunga sfilata. La gente che faceva ala al corteo, vedendo quello spettacolo, esagerava le ricchezze della defunta; e un filosofo in maniche di camicia assicurava ogni tanto che egli era più ricco della contessa Rodriguez. Un’ora dopo la defunta aveva finito di sbalordire Milano col suo fasto. Già molto prima di giungere al cimitero, la folla si era dispersa, perchè aveva piovuto da poco e il viale non lastricato era fangoso, ed anche perchè a quell’ora la gente viva usa far colazione.
E la contessa Veronica rimase là, in uno stanzino chiuso a catenaccio, ad aspettare che suo figlio venisse a pigliarla per andare in Sardegna.
Nell’uscire ultimo da quello stanzino, parve a Silvio che l’anima pentita della contessa gli dicesse lo strazio di dover aspettare là sola, e il rammarico inutile di non aver voluto una sepoltura in Milano, e la penosa incertezza di non sapere dove avrebbe dormito il suo lungo sonno.
— Dove la seppelliscono? chiese Angela, alzando il visino bianco e gli occhi sereni a guardare suo zio.
Silvio rispose che non lo sapeva ancora; e il suo pensiero era già lontano.
— Andiamo a casa, disse, è tardi.
— Mi riconduci in collegio? chiese Angela; mi avevi promesso di togliermi di là.... io voglio rimanere con te, sempre con te... vuoi?
Silvio era distratto e guardò il volto soave della fanciulla e poi lungamente innanzi a sè, prima di rispondere.
— Fra pochi giorni, disse, sarai contenta.
Annetta, che era andata fra le tombe in cerca di un barone suo parente lontano, per dirgli che essa pensava sempre a lui, raggiunse allora di corsa il professore e la fanciulla.
— Non l’ho trovato, disse, ma lo troverò.
— Chi sa come si è nascosto bene! osservò Angela.
Silvio la guardò in faccia. Splendeva proprio un’intenzione beffarda sul viso di Angela, ma senza ombra di cattiveria: era furba Angela, ed era bella, proprio bella. E Silvio pensò che sua nipote fra pochi anni avrebbe fatto girare la testa a più di un giovinotto.
Angela aveva cacciato una mano sotto il braccio di suo zio, e gli camminava al fianco facendo i passi lunghi come una sposina. Sì, come una sposina, e fu essa stessa a farne l’osservazione.
— Se non avessi il vestito corto, disse ridendo, la gente mi piglierebbe per tua moglie.
— Pazzerella! rispose Silvio; e guardò stupito nel proprio cuore, dove seguiva uno strano rimescolio di vecchi sentimenti dimenticati.
VIII.
Ci fu una breve agitazione dietro l’uscio della gran sala verde; e solo dopo uno scalpiccio confuso e un bisbiglio sommesso, la porta si aprì bruscamente, ed irruppe, come spinto da una molla invisibile, Cecchino, lo sguattero. Il povero ragazzo si arrestò appena gli fu possibile, per raccomandare a’ suoi padroni, senza guardarli in faccia, anzi voltandosi verso l’uscio, non istessero a credere che egli avesse in qualche parte del corpo una molla tanto impertinente, e far loro intendere che aveva ricevuto uno spintone da Giovanni. Infatti il cuoco veniva alle spalle di Cecchino, e per quanta falsa bonarietà mettesse nella faccia carnosa, sotto il piccolo fulmine lanciatogli dal suo schiavo ribelle, fu visto barcollare come un colpevole. L’ingresso riuscì meglio allo stalliere Stefano, vestito della sua giacchetta festiva a grandi scacchi di molti colori, a Pantaleo, il cocchiere più sbarbato di Milano, e riuscì benissimo al domestico Francesco, il solo a cui i seggioloni antichi di casa Rodriguez non mettessero soggezione, perchè egli aveva visto il fondo di queste e di altre cose.
Ritta a breve distanza dal tavolino, intorno a cui sedevano, coi due notai, la contessa Beatrice e il professor Silvio, Annetta accoglieva gli ultimi arrivati con un sorriso d’incoraggiamento.
Ambrogio, col capo chino sul petto, guardava sott’occhi il conte Cosimo, il quale, rimasto in piedi, a testa alta, aveva l’occhio fisso e lucente.
— Avvicinatevi, disse il Parolini, senza levare lo sguardo dalle carte che aveva dinanzi — il signor conte lo permette. Allora il cuoco, abbrancando per gli omeri il suo sguattero, se lo spinse avanti alcuni passi; il cocchiere e lo stalliere li seguirono, e Francesco, con una disinvoltura che formò l’ammirazione della cucina e della rimessa, fece un giro largo, rasente alle pareti, e si andò ad arrestare accanto ad Annetta, che lo accolse con un saluto dignitoso.
— La nobilissima contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, cominciò il Parolini, allungando quanto era possibile i nomi e i titoli, prima di morire si degnò di dettare al dottor Larucci, mio egregio collega, ed a me, le sue ultime volontà; noi siamo qui per dare appunto lettura del testamento della contessa.
Pausa.
— Dottor Larucci, soggiunse il Parolini con garbatezza squisita, vuole compiacersi di legger lei?
Il dottor Larucci, sempre previdente, aveva intanto ripulito le lenti del suo occhialetto e messolo a cavalcioni sul naso; gli bastò tirare indietro il capo, e sollevare un tantino la carta per poter leggere con voce desolata: «Oggi diciannove marzo 18... regnando felicemente Vittorio Emanuele II, nella casa d’abitazione della nobilissima signora contessa Veronica Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, posta in via dei Giardini al numero civico 24, al primo piano nobile, alla presenza di me notaio dottor Giovanni Parolini e del dottor Lazzaro Larucci, pure notaio, entrambi di Milano, dell’eccellentissimo conte Cosimo Rodriguez di Florinas e del signor Ambrogio Cima, testimoni a me cogniti, idonei e sottoscritti, è comparsa la nobilissima signora Veronica contessa Rodriguez di Florinas, dei conti De Nardi di Ploaghe, nata in Ploaghe, Sardegna, con domicilio e dimora stabile in Milano, la quale nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da malattia, mi ha dichiarato di voler fare testamento ed ha espresso a chiara ed intelligibile voce le sue ultime volontà in questi termini:»
Pausa.
Cecchino, buona creatura che aveva già dimenticato lo spintone ricevuto, cercò di leggere sulla faccia del cuoco il significato occulto di quelle parole insolite — invano; la faccia tonda del cuoco era come una casseruola appesa al suo chiodo — non diceva ancora nulla. Allora Cecchino interrogò la faccia del cocchiere, ma ahi! poche ore prima il rasoio ne aveva raschiato ogni espressione; quando Cecchino volle interrogare lo stalliere, che aveva l’aspetto meditabondo, la voce desolata del dottor Larucci ripigliò:
«Nomino erede universale ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo, che da parecchi anni amministra il mio patrimonio, ascendente a un milione e dugento mila franchi, sul quale gravano alcune piccole ipoteche.»
Il milione della defunta, col suo strascico dei dugento mila franchi, fu inteso subito; esso formò l’ammirazione incondizionata di Cecchino; fece sorridere il cuoco, che aveva creduto più ricca la padrona, corrugò il sopracciglio dello stalliere, lasciò intatta la faccia rasa di Pantaleo.
E il dottor Larucci continuò a desolarsi così:
«Voglio che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.»
Il notaio Parolini a questo punto intervenne per dimostrare alla contessa Beatrice che l’_obbligo_, di cui parlava la testatrice, si doveva intendere _cum sale discretionis_, cioè come una preghiera fatta in modo scherzoso, ma che non poteva avere valore legale. La contessa Beatrice aveva lo sguardo fisso sul marito, e lo voltò un momento verso il notaio per ringraziarlo.
Il dottor Larucci tirò innanzi:
«Al mio caro amico Ambrogio Cima lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo in Sorso, oppure una somma di lire _cinquemila_ in denaro, a sua scelta. Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille; i miei servi sono cinque: Giovanni Menichi cuoco, Stefano Gabutti stalliere, Pantaleo Pantalei cocchiere, Francesco Diodato domestico, Cecchino Misirolli sguattero.»
Era curioso vedere la trasformazione delle faccie dei servi, man mano che venivano nominati; l’allegrezza del legato, che era difficile nascondere, cercava per dimostrarsi una via indiretta, e la trovò all’ultimo, quando fu pronunziato il cognome di Cecchino Misirolli. Misirolli! Chi aveva inteso mai un casato così burlesco? Era impossibile star serii, ne conveniva lo stesso Cecchino, il quale fece anch’egli la faccia da ridere.
La contessa Beatrice sorrideva guardando i suoi servi, segno che si godeva quella scena; e Annetta esagerava il proprio godimento, sorridendo a bocca aperta, ma coll’orecchio teso verso il dottor Larucci.
«Alla mia cameriera Annetta Baroni, lesse il notaio, (e una melanconia profonda oscurò improvvisamente la faccia della protagonista del legato), alla mia cameriera Annetta Baroni lascio tutti i miei oggetti di vestiario e un regalo di lire mille in denaro.»
«Desidero che il mio corpo abbia sepoltura in Sardegna.»
«Ordino che al mio funerale intervengano tutti i poveri della parrocchia, i quali riceveranno la torcia e un’elemosina.»
«Lascio alla parrocchia di S. Francesco lire mille, da essere spese in tante messe per la salute dell’anima mia.»
A questo punto Geromina, l’unica persona rimasta in anticamera, si affacciò all’uscio e agitò la mano cercando evidentemente di chiamare l’attenzione di Ambrogio, che la vide ed accorse per non disturbare la testatrice. La quale, per bocca del dottor Larucci, conchiudeva nella massima desolazione, invocando il perdono dei peccati dagli uomini e da Dio.
Il vecchio Ambrogio non si fermò sull’uscio ad ascoltare, ma spinse Geromina nell’altra sala, e allora soltanto intese con raccapriccio che si era radunato in cortile un esercito di poveri della parrocchia, e che un signore aspettava da mezz’ora nella gran sala. Nella gran sala? Un signore? Chi?... Il signor Cilecca!
Egli era là, come in casa sua; andava in giro per la gran sala con una nota in mano, riconoscendo ad uno ad uno i mobili che gli appartenevano. E faceva ogni tanto qualche scoperta dolorosa, il pover’uomo; già aveva notato la cornice d’un quadro scrostata in un angolo, e Ambrogio lo trovò curvo a guardare fra le gambe torte d’una mensola, a cui mancava un piccolo fregio di bronzo.
— Signor Cilecca! disse il vecchio dall’uscio.
— Signor Ambrogio! rispose l’intruso senza voltarsi; qui manca un riccio di bronzo; l’avranno messo da parte, spero...
— Signor Cilecca! ripetè Ambrogio.
E allora Cilecca si alzò e venne senza paura incontro a quell’uomo severo. Ahi! l’uomo severo capì subito che la severità era inutile, e lo capì da un indizio apparentemente frivolo: Cilecca non portava l’occhialetto; da uomo che sa di non avere bisogno di nulla e di nessuno, dimenticava quell’ausiliario in fondo al taschino del panciotto.
— Signor Cilecca, disse Ambrogio mutando accento; so bene che lei è nel suo diritto... perchè la contessa Veronica è morta...
— Sono entrato in chiesa ed ho seguito per un poco il funerale... un magnifico funerale; dev’essere costato di bei quattrini...
— So bene che è nel suo diritto, ripetè Ambrogio, ma io faccio appello alla sua delicatezza...
— Cioè... interruppe Cilecca, asciutto asciutto.
— Sono tutti in casa; si sta leggendo il testamento.... la contessa Beatrice non sa ancora nulla; fra tre o quattro giorni partiranno.... andranno in Sardegna. Dunque abbia pazienza ancora un poco; non ci perderà nulla; nessuno vuole portarle via la sua roba.
— Partiranno... disse Cilecca senza nemmeno la ricordanza dell’amabilità insinuante d’una volta — e chi rimane per assicurarmi?
— Rimango io, balbettò Ambrogio; le farò la consegna io stesso, e poi lasci passare un paio di giorni, un giorno, ci dia tempo a riflettere, forse le potremo dire di venirsi a prendere i mobili domani stesso — ma non si faccia scorgere prima... la contessa Beatrice, poverina...
Argomento inutile quello, e Ambrogio ebbe l’accortezza di cercarne un altro.
— Nulla di più facile, disse, che ci sia un altro buon negozio da fare per lei...
— Un negozio...
— Lei ha comperato una gran parte dei mobili; ma il quartierino della contessa Beatrice e del conte Cosimo, lo sa bene, non sono entrati nell’affare — se verrà deciso di vendere ogni cosa, lei sarà il primo offerente, forse il solo...
Cilecca tentennava ancora.
— Che premura ha? insistè Ambrogio.
— Che sicurezza ho? chiese bruscamente l’uomo di affari — nei mobili il possesso equivale a titolo fino a prova contraria; lo sa lei questo, signor Ambrogio? Se vi sono altri creditori, se qualcuno si fa innanzi prima di me e mette le mani sulla mia roba, mi toccherà fare una lite di rivendicazione...
Ambrogio confortò l’animo pauroso di Cilecca con poche parole.
— Se qualcuno avesse potuto ottenere il sequestro della roba, l’avrebbe fatto prima d’ora — il padrone di casa è pagato fino a S. Michele, creditori in Milano non ce n’è; glie lo assicuro io; gli altri creditori si sono rifatti col patrimonio, in Sardegna.
Dopo molto discutere, Cilecca si rassegnò ad andarsene; ritornerebbe fra un paio di giorni, se pure Ambrogio non lo mandasse a chiamare prima per quell’altro negozio, come prometteva.
— Ho un cuore anch’io, annunziò due volte, ma ignorantissimo di anatomia, come deve essere un uomo d’affari, metteva il dito sulla regione epigastrica.
Nel passare davanti al camerino del portinaio, chiamò il brav’uomo con un cenno, e gli disse:
— Il conte Rodriguez, dopo la disgrazia, lascia Milano; credo che se ne vada in Sardegna; vende tutti i mobili di casa, ed io ne ho già comprato qualcuno, sto facendo contratto per gli altri.... Io abito in via della Stella, n. 4, a terreno — se vedete portar via dei mobili o venire in casa altri negozianti, correte ad avvertirmi subito, ci sarà una buona mancia per voi... Avete capito?
Il brav’uomo aveva una buona testa, che gli serviva benissimo da un pezzetto.
— Ho capito, disse.
— E mi posso fidare? insistè Cilecca.
— Ma!... rispose il brav’uomo; dipende dalla sorte, dipende; se io non mi trovo alla porta, oppure se sono occupato... ci è la mia vecchia, che è un poco sorda... Sa bene, capisce anche lei: — dipende da tante cose, dipende.
Allora Cilecca cavò di tasca uno scudo d’argento, e lo pose, senza dir altro, nelle mani del portinaio, che andò in estasi.
Si può intendere quell’estasi a quello spettacolo senza pensar male del prossimo; basta considerare che erano già i tempi della carta moneta, a corso _forzoso_ inconvertibile.
IX.
Un’ora dopo seguivano, fra lo studiolo del conte e la vicina anticamera, parecchie scenette nuove e singolari, che cominciavano coll’allegria nervosa ed andavano a finire nel tenerume.