Amore ha cent'occhi

Part 5

Chapter 53,801 wordsPublic domain

Ambrogio confessò umilmente la sua abilità.

— Sono vecchio, disse per giustificarsi.

— Cavami sangue, ordinò l’ammalata.

E Ambrogio, chiedendo al rimorso una forza proporzionata al difficile cimento, sollevò il braccio inerte della padrona e lo appoggiò con cautela sopra un ampio lavamani. Già si accingeva senza scrupolo a far scorrere per l’ultima volta il nobilissimo sangue della razza De Nardi, quando giunse il medico. Il dottor Serafini, luminare della giovane allopatia, vide dall’uscio l’errore che si stava commettendo e corse con impeto alle spalle di Ambrogio per impedirlo.

— La volete ammazzare? — chiese poi freddamente.

Ambrogio fu preso da un tremito, come se avesse commesso veramente il reato, di cui gli veniva attribuita l’intenzione, e l’ammalata stessa, per iscusarlo, disse: «Gliel’avevo ordinato io, mi pareva che dovesse sollevarmi; i De Nardi hanno sempre avuto molto sangue nelle vene.» Ma il dottore Serafini, senza alcun riguardo per la razza De Nardi, sentenziò crudamente che ogni uomo ha il sangue necessario alla propria esistenza e niente più; dopo di che, parendogli aver difeso con bastante energia il principio sacrosanto che nessuno è padrone d’andare all’altro mondo senza il consenso del medico, cominciò ad informarsi del male.

Ad ogni parola dell’inferma egli faceva di sì col capo. — Aveva avuto la signora contessa un gran sonno? — Sì, dopo la colazione, aveva avuto un gran sonno. — Bene. — Aveva dormito. — Benissimo. — Si era svegliata con un tremito nervoso. — Benone. — Per un poco le era sembrato di sprofondare in un abisso. — Sempre bene. — Di perdersi. — Benissimo. — Poi non aveva sentito più nulla. — Benone.

Era chiaro che il male non aveva violato nessuna delle condizioni stabilite colla giovane allopatia — era rimasto nel suo diritto, e il dottor Serafini se ne mostrava proprio contento. Toccò poi lungamente il polso dell’ammalata, le ascoltò il petto, pregandola di respirare forte; in ultimo si fece da parte per iscrivere una ricetta.

— Guarirò ancora? chiese la contessa.

— È una cosa da nulla, rispose il medico; tornerò a vederla stassera.

Ma quando fu nell’altra stanza, disse al conte Cosimo:

— La paralisi non ha ancora toccato il cuore, nè i polmoni, nè il cervello, può vivere qualche giorno; può morire fra un’ora.

Se ne andò.

— Mi pare, disse Ambrogio con un falso sospiro, che se le avessi potuto cavar sangue...

Il conte Cosimo gli pose una mano sull’omero e gli disse con un singolare accento, come se gli leggesse nell’anima:

— Povero Ambrogio! poi tornarono entrambi al capezzale della morente.

La contessa De Nardi aveva ripreso animo; non viveva più che col cervello, ma conservava tutte le sue idee, tutte le sue speranze, e una forza singolare. Si lamentava che la lingua non le obbedisse prontamente o che qualche volta le facesse dire degli spropositi. — Cannetta... — diceva. — Cannetta, no, perchè Cannetta? Aiutatemi a dire... _Angela_ — pronunciava con forza.

— Vuoi vederla? chiose Cosimo; la manderemo a prendere.

— No, disse l’inferma; — pensavo che quella disgraziata ha nel sangue la sua corbelleria... bisogna impedirgliela... Stette un po’ in silenzio, poi disse forte: — Quell’altro non mi piace.

Quell’altro era Silvio.

La lingua dell’ammalata si faceva sempre più ribelle, e le parole venivano fuori stentate e storpie; nondimeno la contessa parlò fino a sera, divagando molto.

— Cannetta... disse più volte — no, Cannetta... — e senza perder tempo a rinnovare il tentativo d’esprimere quel pensiero, ne esprimeva un altro, sempre colla testa immobile, affondata nei guanciali e girando gli occhi inquieti.

E la lingua le si impastoiava e le parole storpie erano in maggior numero delle altre, quando la cameriera portò i lumi.

Appena la vide, l’inferma chiamò:

— Cannetta!

— Cannetta? ripetè Annetta interrogando prima i padroni, poi sè stessa.

— Cannetta! insistè la contessa.

— Sono qua! rispose la cameriera, indicando con uno sguardo al soffitto che per amore della padrona si rassegnava a tutto, anche a ricevere quel nome stravagante. Si accostò al capezzale, e la contessa le disse all’orecchio, ma così forte che udirono tutti: «i quadri.» Nondimeno Annetta seppe mostrarsi degna della confidenza ricevuta, e venne a ripetere sottovoce al conte Cosimo che la signora contessa voleva i quadri.

— Quali quadri? aggiunse con molta ingenuità; lo sa lei?

— Lo sai, lo sapete, disse l’ammalata, presto... essi sono là! uno addosso all’altro; sono venuti da lontano per far visita all’ultimo rampollo della loro razza: vengano; fateli entrare ad uno ad uno... tiratemi su perchè possa riceverli.

Annetta, senza alcuna prova, faceva una parte ingenua alla perfezione; girava la sua piccola testa ora verso il conte Cosimo, ora verso l’ammalata, cogli occhi sbarrati e fissi e la bocca semiaperta.

Diveniva chiaro che la contessa Veronica vaneggiava; le sue parole erano ancora abbastanza limpide, ma nelle sue idee cominciava la confusione delle immagini colla realtà.

Il conte Cosimo non si lasciò ingannare dalla controscena di Annetta, e le fece intendere alla muta che aveva capito benissimo, poi si accostò al capezzale del letto.

— Madre mia, disse, sono i ritratti che tu vuoi vedere?

— Vengano! rispose la contessa dando gli ordini a molti servi invisibili — entrino ad uno ad uno.

— Avevo pensato di farti un’improvvisata, balbettò il conte arrossendo. Ma l’inferma non gli badò.

— Imperio! disse; e strinse le labbra aspettando che l’illustre antenato rispondesse all’evocazione.

Ad un cenno del conte, Ambrogio aveva lasciata la camera; e un momento dopo rientrava camminando di fianco, abbracciato ad un quadro colla cornice verde che andò a deporre sopra una seggiola in faccia al letto. Sciolto da quell’amplesso plebeo, apparve agli occhi della contessa Veronica, il suo illustre antenato.

— Imperio! disse allora l’inferma, biascicando le parole. Imperio, mi riconosci? Sono mutata molto; è un pezzo che non ci vediamo. Anche tu hai sofferto.

Infatti Imperio De Nardi aveva una scrostatura maligna sulla punta del naso, e sul petto una ferita da taglio che riduceva a poca cosa il prestigio della sua corazza.

Gli astanti guardavano muti quella scena grottesca, cui la morte concedeva una strana solennità.

L’ammalata si trattenne lungamente con Imperio De Nardi, poi lo licenziò con due parole: ho sonno!

Essa chiuse gli occhi, ma Imperio rimase sulla seggiola, perchè nessuno pensava a portarlo via, e continuò a guardare la sua ultima nipote, con un’occhiata fissa e severa, che metteva paura. Infatti, quando la contessa Veronica si destò e vide ancora dinanzi a sè quell’illustre fantasma, gli disse che essa non aveva fatto nulla, che era innocente, che non stesse a guardarla a quel modo. E allora Ambrogio avvinghiò un’altra volta Imperio De Nardi con un amplesso plebeo e lo depose a terra colla faccia rivolta alla parete, perchè non potesse fulminare collo sguardo la moribonda.

— Gli altri, balbettò l’ammalata.

Molti erano lì, schierati lungo le pareti, in giro alla camera, e Ambrogio andava e veniva portando sulle braccia quelli che ancora mancavano. Fecero così il loro ingresso Sofia De Nardi, antica madre badessa del Convento delle Cappuccine, Efisio De Nardi, giudice della Reale Udienza, e presero il loro posto accanto agli altri.

Ma la contessa Veronica li vide appena.

— Mi sento male! disse — mi pare di morire! Dio mio! così presto?

Il terrore arrestò sull’uscio Ambrogio e Baingia De Nardi, bisnonna della morente.

— Un prete! disse Veronica, come se pensasse finalmente all’anima sua; fate venire un prete... Dov’è Giaime De Nardi?

Giaime De Nardi era rimasto ancora di là, e Ambrogio depose Baingia in un canto per andarlo a prendere.

Quando il vescovo Giaime De Nardi, posto sulla seggiola in faccia al letto, alzò due dita a benedire sua nipote, la contessa Veronica mandò un gran sospiro... La razza De Nardi era spenta.

In un momento la camera fu piena di singhiozzi.

La contessa Beatrice si era buttata sul corpo inerte della defunta e piangeva in silenzio, ma Annetta e Geromina facevano la loro parte rumorosamente. Il conte Cosimo si era lasciato cadere sopra una seggiola. — Il solo Ambrogio si sforzava inutilmente a piangere. Il suo cuore di sasso non gli dava una lagrima.

Tutt’in giro alla camera, i membri della razza spenta guardavano impassibili e severi, nei loro atteggiamenti teatrali.

VI.

Quando l’alba luminosa di marzo entrò dalle ampie finestre nella camera della morta, e impallidirono le candele accese ai lati del letto, due sole persone facevano la veglia al cadavere — ma una lottava ancora col sonno, ed era Annetta; l’altra non lottava più da un pezzo, ed era Geromina.

La contessa Beatrice aveva ceduto alle preghiere del marito, ed era andata a riposarsi un poco, e Ambrogio aspettava gli ordini del padrone, il quale da un’ora andava su e giù in una gran sala appartata.

— La commedia è finita! pensava Ambrogio accompagnando mentalmente i passi del conte, che risonavano nel silenzio con una monotonia severa — ma che va farneticando ancora?

Alla fine il passo si arrestò dinanzi all’uscio socchiuso, e una voce rauca disse piano: è ancora lì, signor Ambrogio?

— Signor sì, mi aveva detto di aspettarlo.

— Mi era uscito di mente, scusi.

— Non importa, non ho sonno e non ci è nulla a fare finchè non sia giorno.

— È giorno, disse semplicemente il conte.

Il vecchio era entrato nella sala, e vedendo il lume che si andava scolorando alla luce del mattino, si affrettò a spegnerlo. Gli parve allora che si cancellasse, con quel pallido bagliore, l’ultima traccia della melanconia notturna.

Si spensero sui mobili i riflessi sanguigni; dove erano ombre si accesero nuove luci, la zona luminosa si allargò ed invase tutto lo spazio dal pavimento al soffitto.

Ma le prime parole del conte diedero una crudele mentita al pensiero di Ambrogio; e pure gli parvero meno amare e più serene in quella sala interamente trasformata.

— La commedia non è finita ancora! disse Cosimo, tocca a lei, Ambrogio, una parte tediosa.

— Sono qua, rispose il vecchio.

— È stato nella camera di mia madre, stanotte?

— Due volte, disse Ambrogio, abbassando la voce.

Non disse altro. Nel breve silenzio che seguì, il conte Cosimo domandò evidentemente se sua madre era proprio morta, se non si era svegliata nella notte, e Ambrogio rispose che la contessa non si sveglierebbe mai più.

Ma non parlarono.

— Vada prima di tutto ad avvertire Silvio; gli dica di venir subito, che ho bisogno di lui; poi vada al Municipio a dichiarare la morte della contessa e ordinare un funerale di prima classe. Dal Municipio si rechi alla parrocchia di S. Francesco e faccia preparare un servizio funebre.

— Di prima classe, disse Ambrogio senza speranza d’essere contradetto.

Il conte accennò di sì col capo, e tirò innanzi.

— Provveda perchè ai funerali intervengano le Stelline e la musica...

— Le Stelline? chiese Ambrogio, tutte?

— Tutte.

— Canteranno? domandò Ambrogio, tanto per dire qualche cosa.

— Credo di sì, Ambrogio; ma se è necessario pagare perchè cantino, lei paghi. Ai poveri della parrocchia che seguiranno il corteo, la torcia...

— La torcia... ripetè il vecchio.

— Faccia preparare la ghirlanda di semprevivi per la bara.

— La ghirlanda.

— La doppia bara di zinco.

— Di zinco.

— E s’informi bene delle pratiche che s’hanno a fare per ottenere il permesso di trasportare il cadavere in Sardegna.

Ambrogio questa volta non ripetè nulla, era senza fiato addirittura.

Tante istruzioni penose pareva che avessero affaticato molto il povero conte, perchè egli ansimava, e stette un po’ in silenzio, a capo basso, prima di soggiungere:

— Faccia attaccare la carrozza; si spiccerà più presto. Non ho dimenticato nulla, Ambrogio? Ci pensi un poco lei... ho la testa così confusa.

— Farò stampare le partecipazioni... andrò io stesso alla tipografia.

— È vero, ci avevo già pensato; ho preparato la formula, eccola.

Ambrogio seguì lo sguardo del conte e vide sopra un tavolino un foglio piegato; lo prese, lo aprì, lo richiuse senza leggerlo.

— Faccia anche stampare i nostri biglietti di visita, la carta da lettere e le buste da lutto.

— Bisognerà anche chiamare il sarto, sospirò il vecchio.

— E la sarta... povero Ambrogio! potrà far tutto? Ah! dimenticavo il più importante; bisogna avvertire il dottor Parolini, notaio, perchè venga domani a dar lettura del testamento, alla presenza degli interessati...

— Il notaio.... il testamento.... balbettò Ambrogio.... Ma la signora contessa...

— Mia madre ha fatto testamento, l’altro giorno; lei lo sa, perchè fu uno dei testimoni...

— E vossignoria intende? cominciò Ambrogio, ma non ebbe cuore di proseguire, perchè la pietà gli faceva nodo alla gola e gli empiva il petto di singhiozzi.

— Vado, disse con voce catarrosa — ma non si moveva; solo quando il conte Cosimo, senza più guardare il vecchio amico, ebbe ripreso, in quel camerone melanconico, il suo lungo viaggio attraverso il dolore, solo allora Ambrogio volse le spalle ed uscì in silenzio, come un fantasma. Ma prima d’andar fuori di casa, intanto che si attaccava il legno, volle vedere la camera della morta. Anche là dentro era entrata la bella luce dell’alba, ad imbiancare ogni cosa; le due candele gettavano a stento un riflesso rossigno sul lenzuolo, che copriva il cadavere della contessa Veronica e sul damasco giallo del parato. Annetta aveva finito coll’addormentarsi nelle braccia d’una poltroncina, e Geromina, chiusa in uno stretto vano, fra due grandi armadi, colle spalle addossate alle parete, sembrava impietrita dal sonno. Tutto in giro alla sala, i grandi personaggi della razza spenta, dimenticati a terra fino a quel momento e avvolti dall’ombra, avevano l’aria di volersi celare nel loro fondo nero, e di non potervi riuscire per causa delle cornici verdi. Il solo vescovo Giaime De Nardi, stando sulla seggiola in cui l’avevano messo e ricevendo la luce dalla finestra accanto, benediceva ancora l’ultima morta della sua famiglia. Quella mostra di antenati a quell’ora e in quel luogo parve ad Ambrogio un’ironia crudele, e intraprese egli stesso l’opera di trasportarli altrove ad uno ad uno.

Il rumore svegliò Annetta, la quale si stropicciò gli occhi con grande naturalezza, balzò in piedi, tentennò alquanto, poi disse con misterioso accento: — Gran Dio! il brutto sogno che ho fatto! mi volevano far confessare che la contessa era morta, ed io soffriva la tortura per sostenere che non era vero niente. A che cosa ha servito? dica lei, signor Ambrogio, a che cosa ha servito?

Il vecchio guardava senza rispondere.

— A nulla, conchiuse Annetta con mistero crescente, la povera anima ci ha proprio lasciati, se n’è andata.

Essa si arrestò a queste parole, come se improvvisamente le venisse rivelato un loro significato riposto; con un lungo sguardo alla finestra accompagnò un tratto la povera anima che se n’era andata, poi si offrì d’aiutare Ambrogio a trasportare di là il vescovo Giaime rimasto ultimo.

La notizia della morte della contessa Veronica doveva essere uscita di casa prima assai di Ambrogio, perchè quando il vecchio scendeva le scale, si incontrò faccia a faccia con Silvio, che saliva frettolosamente.

Il professore si arrestò ansimante, poi fece una di quelle mezze interrogazioni, che non aspettano risposta.

— Dunque? disse.

— Ieri notte alle dieci, rispose Ambrogio.

Ed aggiunse:

— Vado per la dichiarazione di morte, per il funerale, per il lutto... venivo anche da lei; il signor conte lo aspetta.

— Dov’è?

— Nella sala verde.

— La contessa Beatrice?

— È andata a riposare..... ha vegliato fino ad ora tarda.

— Addio, Ambrogio.

Silvio salì frettolosamente gli ultimi gradini, entrò in casa del conte, facendosi appena vedere ad un servo in anticamera, e si avviò difilato alla sala verde.

Sull’uscio si arrestò; si udiva rumore di passi sul pavimento sonoro; il conte ruminava ancora, qualche cattiva idea forse, e tanto era assorto in essa, che alla prima non udì la voce dell’amico che lo chiamava per nome. — Cosimo! Cosimo! — ripetè Silvio stando sull’uscio. Il conte Rodriguez si volse, e senza dir parola venne a buttarsi nelle braccia dell’amico. Dopo un breve silenzio: — Ti aspettavo, disse.

Sedettero l’uno accanto all’altro sopra un divano, e Silvio lesse in faccia all’amico qualche cosa che non si aspettava di trovarvi anche dopo la temuta catastrofe. — Sarà la veglia — pensò, e lo disse.

— Non hai riposato stanotte?

— No, rispose il conte, non avrei potuto chiudere occhio; ho lavorato un’ora a far conti, poi ho passeggiato fino all’alba.

— Conti? mormorò Silvio.

— Sì, amico; finchè viveva mia madre, rimaneva una partita aperta; ora l’ho chiusa...

Abbassò il capo sul petto, poi rialzandolo risolutamente, ripigliò:

— Non è più ora di misteri; ho finito di mentire; e ti aspettavo appunto per dirti tutto.

— Tutto?...

— In due parole: sono rovinato!

Nel silenzio penoso che seguì a questa rivelazione, si udì il respiro di quei due petti scaldati dall’amicizia. Fu ancora Cosimo che riprese a dire con voce pacata e monotona, in cui non vibrava nemmeno più la corda dell’amarezza:

— Sì, amico, sono rovinato; tu ne sospettasti qualche cosa il giorno che fu annunziato lo scioglimento del Banco Universale. Tu sai come andò quel triste negozio. Mia madre non ci ha colpa, era stata tentata con arte a sottoscrivere molte azioni; non mi vanto di averci visto più chiaro di lei; ebbi fede anche io nella nuova istituzione; le azioni si vendettero con un premio quasi prima dell’emissione, perchè la speculazione le aveva accaparrate; pochi mesi dopo il Banco si chiudeva per difetti di amministrazione. Il premio, che rappresentava un terzo del capitale, era sfumato. Mia madre perdette in quell’occasione più di cento mila lire, ma le perdette allegramente, perchè si credeva sempre milionaria. Aveva il suo denaro collocato in mani sicure, diceva lei, — non sapeva che due dei suoi debitori non le pagavano più gli interessi e non le pagherebbero il capitale, perchè avevano fallito entrambi.

— Bisognava dirle... sfuggì a Silvio.

— Silvio mio, gli rispose prontamente Cosimo, ponendogli le mani sugli omeri; Silvio mio, quando mi provai a dirle qualche cosa, rise del mio sgomento; e quando volli toccare il fondo della nostra disgrazia, mi sgomentai io stesso, perchè vidi una rovina irrimediabile; sopra i terreni, sul palazzo di Ploaghe, sul mulino, sugli oliveti, sugli orti, su ogni cosa pesavano delle ipoteche antiche, che si mangiavano le rendite; i terreni, gli oliveti, gli orti e il resto abbandonati laggiù deperivano; una metà dei fitti non ci era pagata, l’esattore e le riparazioni si pigliavano l’altra metà. Io vidi il male e vidi pure il rimedio....

— Andare in Sardegna, disse Silvio, ripigliare l’amministrazione...

— Appunto, disse Cosimo colla inalterabile monotonia dell’accento, appunto; andare in Sardegna, amministrare i propri beni, vivere alcuni anni facendo economia e ricuperare il patrimonio dell’antica casa De Nardi; io voleva far questo, ma mia madre si oppose all’idea di abbandonare Milano; non sapeva come si potesse vivere a Sassari od a Ploaghe. Mi ordinò di vendere qualche cosa per rattoppare il resto; e rise ancora, la poveretta, rise delle mie paure. Ma non era un riso sano, nè forse sincero. Pochi giorni dopo ebbe il primo segnale della tremenda malattia, che doveva inchiodarla sul letto per un anno. E allora, amico, non si parlò più di miserie: ho lasciato che morisse tranquillamente nel suo inganno; le cose, te lo puoi immaginare, non si sono migliorate in questo tempo; il palazzo di Ploaghe è vuoto; dei vecchi mobili di casa De Nardi ho salvato appena gli antenati di mia madre; sono qua, li vedrai; spero che essi l’abbiano consolata nell’agonia, più di suo figlio. I terreni di Ploaghe sono venduti; a Sorso non ci rimane più nulla; ma abbiamo ancora una falda di monte ad Iglesias, la casa di mio padre a Florinas e qualche terreno; su tutto pesano ancora delle ipoteche; non ci mancano crediti inesigibili; aggiungi un capitale di cinquanta mila lire in cedole nominative e poco meno di trenta mila lire in denaro che Ambrogio ha ricavato vendendo tutti i mobili di casa al signor Cilecca, col patto di non ritirarli..... se non dopo la morte di mia madre.

Dicendo queste ultime parole, Cosimo si coprì la faccia colle mani.

— Non vi era rimedio, soggiunse con voce sorda, bisognava far denaro in qualche modo, per le spese d’ogni giorno, e anche per quelle del funerale.... che non potevano tardare, ce lo assicurava il medico.

— Amico mio, cominciò a dire Silvio; amico mio, coraggio...

— Ne ho, rispose il conte con fermezza; il coraggio non mi è mancato quando era difficile averne; al capezzale di quella povera donna che soffriva, che mi parlava dell’avvenire colla fiducia d’una bambina e si pagava ogni giorno un capriccio di falsa milionaria allora ci voleva coraggio per tacere, per sorridere, per aspettare la morte senza aggiungervi nemmeno l’ombra d’un desiderio. Questo coraggio l’ho avuto.

Silvio stringeva la mano dell’amico, ma ancora non sapeva trovar parole.

— Mia madre è morta e quel che mi rimane a fare è facile al paragone, disse il conte ripigliando la sua pacatezza; ho fatto chiamare il notaio, domani si leggerà il testamento della contessa De Nardi.

— Il testamento?...

— Non aver timore, l’erede universale sono io stesso; i piccoli legati ai suoi amici ed ai suoi servi sono già entrati nel mio conto; li so a memoria; credo di non averne dimenticato alcuno; domani faremo pure il funerale e doman l’altro le valigie.... perchè noi partiremo, amico, lasceremo questa gran città, a cui ci siamo fatti credere milionari e che si è vendicata affrettando la nostra rovina.

— E dove andrete?

— Me lo chiedi?

— In Sardegna?

— Sì, verremo teco; quando ti proponi di partire con Angela?

— Noi siamo pronti.... disse Silvio; ma se dobbiamo partire per non ritornare forse mai più, la cosa muta; qualche giorno ancora.

— Qualche giorno mi basta.

— E Giorgio? domandò Cosimo, mentre Silvio chiedeva: — E la contessa Beatrice?

La faccia del conte si oscurò.

— Va di mala voglia in Sardegna? insistè Silvio cercando di leggere il pensiero dell’amico. Non ha torto; non è la sua patria; ed è l’ignoto per lei.

Ma Cosimo aveva abbassato il capo sul petto e non rispondeva.

— Che cosa ci è? domandò allora Silvio abbassando la voce.

— Ci è, disse il conte, rialzando il capo e stringendo le braccia dell’amico colle mani tremanti, ci è che Beatrice non sa nulla; ci è che essa ha vissuto finora come un uccelletto prigioniero, empiendo di canti la sua gabbia dorata, e della vita non conosce se non ciò che si può vedere in teatro, nelle sale dell’aristocrazia, e sulle vie... attraversandole di trotto in carrozza.

— Tua moglie ha buon senso... osservò Silvio.

— Non dico il contrario, e mia madre non aveva forse buon senso? Una cosa è il criterio, e un’altra la volontà. Che cosa può volere mia moglie, lo sai tu? Come accoglierà essa la notizia che non siamo più milionari, te lo immagini tu?

— Bisognava dirglielo prima, osservò Silvio, bisognava prepararla.

— Bravo! così dicevo anch’io, ogni giorno: «bisogna dirglielo, bisogna prepararla;» ma poi la vedevo spensierata e sorridente accanto al dolore e mi mancava il coraggio di far tacere quella musica e di spegnere anche quel po’ di luce intorno a me. Sono stato un egoista, non lo nego. Del resto in questi ultimi mesi Beatrice era più di mia madre che mia; la povera paralitica me l’aveva presa. Ero paralitico anch’io, perchè tutte le mie speranza erano morte; ma io rappresentai la commedia dell’uomo sano, e forse mi sembrò virtù soffrire senza guastare la spensieratezza di mia moglie, che tanto tanto non avrebbe potuto darmi alcun rimedio.

— Dov’è ora?

— Dorme, ed io mi sono appostato qui, aspettando che si svegli e che mi venga incontro sbigottita ancora dallo spettacolo della morte, per dirle che si prepari a vedere altre cose orrende.