Amore ha cent'occhi

Part 4

Chapter 43,857 wordsPublic domain

Due giorni dopo _la giustizia_ con una buona scorta di cavalleggieri entrava in Castelsardo come a dar battaglia, e veniva a schierarsi dinanzi alla casa di Giorgio, al cospetto di tutta la popolazione sbigottita. La porta era chiusa, ma al primo colpo del martello, si aprì. Apparve un giovinetto poco più che ventenne, Silvio; egli era pallidissimo, perchè la tremenda notizia era giunta fino a lui; ma quando fu interrogato, non seppe o non volle dir nulla, se non questo: suo fratello era partito colla sposa, e non si era più visto. I servi confermarono le parole del giovine; la giustizia volle guardare sotto i letti, nel granaio e nella cantina, fece _processo verbale_ e se n’andò solennemente com’era venuta.

La scomparsa di Giorgio aggravava l’accusa, la quale, sostenuta vigorosamente in contumacia dal rappresentante della legge, produsse una magnifica sentenza capitale, che per parecchi giorni fu letta con avidità su tutte le cantonate di Sassari e di Castelsardo.

Dov’era intanto Giorgio? Si diceva che avesse lasciato l’isola di notte, sopra una barca di contrabbandieri, salpando dalla spiaggia di Castelsardo. Era stata una fuga ardita e difficile; durante un uragano, si diceva, oppure in una notte di bonaccia, ma senza luna; — Giorgio aveva acceso un fuoco sulla costa, od aveva sparato due schioppettate al vento, per dare il segnale ai contrabbandieri; la barcaccia si era accostata, l’omicida aveva però dovuto fare un tratto a nuoto fra gli scogli, ed era andato.... dove? a Tunisi, oppure sopra un’isoletta del Mediterraneo a vivere di rimorsi e di digiuni.

La sostanza di tutte le ciance è che Giorgio, scomparso veramente, non aveva più dato notizie di sè, almeno alla _giustizia_. Forse la giovine moglie abbandonata ne sapeva qualche cosa, ma essa non parlava più dopo la sciagura che l’aveva colpita, e molti credevano che il terrore le avesse veramente tolto la favella. La poverina pagava cara la sua scappatella, era questa l’opinione di tutti; già, di matrimoni colla fuga non ne riesce mai bene uno; è la morale pubblica che lo insegna. Sì, la bellissima Bebbia pagava caro, fin troppo, perch’era stata buona colla gente e si trovava alla vigilia di diventar madre. Se non parlava più di sua volontà, faceva bene; che cosa mai avrebbe potuto dire la disgraziata? Quando la gran mano che ci sta sopra, ci cade addosso e ci schiaccia, è meglio star zitti....

Così diceva la gente con cui Bebbia era sempre stata buona. Dell’altra gente, a cui la poverina non aveva fatto nè bene nè male, sentenziava: «Aveva gli occhi troppo belli, e si è sempre visto che gli occhi troppo belli sono fatti per piangere o per far piangere; povera la creatura che nascerà da lei! povera la mamma che l’ha fatta!»

Ah! sì, Mimmia era veramente da compiangere; era stata punita dove aveva peccato, perchè si sa anche questo, che le colpe dei genitori sono espiate dai figli. Mimmia, non più giovane, ma bella ancora, circondata dal cattivo mondo, in cui il suo Gaspare l’aveva lasciata sola; Mimmia, che aveva visto nella fuga della figliuola la propria condanna, ora, nella orribile sventura che la colpiva, intravide l’espiazione. E fu forte la povera Mimmia; nell’asciugare le lagrime di sua figlia, essa spese tesori di tenerezza materna. Accusando sè stessa del dolore della sua Bebbia, le aveva chiesto perdono umilmente ed era andata nella chiesa, già profanata coll’amor suo, per pregare santa Elisabetta di accontentarsi delle pene che erano entrate nella sua casa e di non far soffrire anche il nascituro di Bebbia.

Poi indusse il fratello del suo disgraziato genero a lasciare Castelsardo e venirsene a Sassari, per curare la faccende comuni, e chiuse la porta della propria casa al mondo.

Bebbia morì, sorridendo ad una creaturina innocente, che si chiamò Angela. Le donne che vegliavano il cadavere della povera madre, narrarono d’aver visto penetrare di notte nella stanza mortuaria un uomo alto, colla barba nera e folta che gli scendeva sul petto, i capelli lunghi ricadenti sulle spalle, e nello sguardo una gran luce, velata da un gran dolore. Quell’uomo, o quel fantasma, aveva imposto silenzio a tutti, senza dir nulla, si era accostato al cadavere di Bebbia, le aveva scoperto il volto per guardarla lungamente, poi era caduto in ginocchio ed aveva pianto come un fanciullo. A quel segnale tutti avevano incominciato a piangere, senza eccettuare la neonata, che gemeva nella vicina stanza, perchè non aveva il latte di sua madre.

Quell’uomo era scomparso nella medesima notte; e due giorni dopo la _giustizia_ aveva mandato a fare una perquisizione nella casa della sventura. Mimmia, dopo aver chiuso i grand’occhi della sua morta e messole un crocifisso fra le mani, l’aveva vista andare al camposanto, senza piangere; poi si era presa in braccio la piccola Angela e le aveva detto mestamente: «la nonna vorrebbe vivere per te, bimba cara, ma non può.» Visse nondimeno parecchi anni ancora co’ suoi morti e con Angela, e prima che il dolore finisse di ucciderla, si fece promettere da Silvio, che egli sarebbe stato per la bambina come un padre.

Rimasto solo colla nipotina, Silvio si sentì imbarazzato della promessa fatta, e pensò di andare a Milano, per affidare l’educazione di Angela ad un buon collegio di fanciulle. Non a caso egli aveva scelto Milano; in questa città viveva la savia contessa Veronica, confortata nella vedovanza dallo splendore de’ suoi antenati, dalla pace della sua coscienza e da un figlio, il quale si era unito in matrimonio ad una signorina del più puro sangue lombardo.

Silvio immaginava che la sorella di Mimmia si sarebbe intenerita alla vista di quell’ultima gemma di un ramo fulminato, tanto più che Angela era bella come il suo nome, bianca e sorridente come l’innocenza.

Ma anche in questa congiuntura la contessa Veronica non ismentì il vecchio senno; essa accolse Silvio con molta indulgenza, sebbene fosse fratello d’un bandito, che aveva fatta la rovina di Bebbia; non disse, ma pensò e lo lasciò intendere, che Bebbia si sarebbe perduta ad ogni modo, perchè le era entrato nel sangue il sacrilegio di sua madre, disse invece che bisogna essere umili nel mondo e perdonare le diavolerie commesse dagli altri, pensando che il demonio poteva farle commettere a noi stessi.

A quest’ultima frase Silvio perdette la flemma e ricordò alla savia contessa che Mimmia e Bebbia erano morte entrambe. Osservazione imprudente che la savia Veronica ribattè con pacatezza, sentenziando che l’indulgenza è utile solo coi vivi, perchè i morti non ne hanno bisogno. Che cosa avrebbe potuto rispondere Silvio? Fortunatamente Cosimo e Beatrice gli vennero in aiuto pigliandogli di mano la piccola Angela e coprendola di baci e di domande.

Allora la contessa Veronica lanciò al fratello del bandito un ultimo sguardo severo, si rivolse anche lei ad Angela e si degnò di farle un interrogatorio.

— Come ti chiami? le disse.

La fanciulla si voltò appena per rispondere frettolosamente: Angela! e immaginò d’essersi sbarazzata della seccatura.

— Quanti anni hai? insistè la contessa chinando il capo per guardare di sotto in su con un’occhiata scrutatrice.

— Sette.

— Dicono che questa è l’età del giudizio! sospirò la contessa Veronica.

— Lo dicono, confermò Silvio con un po’ di sarcasmo.

— Angela, proseguì la contessa senza badare al giovane; avvicinati; metti le tue mani nelle mie, e lascia che io ti guardi bene in faccia.

La piccina stentò ad adattarsi a quella positura incomoda; avrebbe preferito lasciarsi accarezzare da quella signora giovane, che rideva con tanto abbandono o da quel signore che aveva gli occhi tanto dolci, guardandola.

— Aspetta, disse alla signora giovine, mentre porgeva le mani alla vecchia, non te ne andare.

— Hai gli occhi di tua nonna, sentenziò gravemente la contessa Veronica.

Qualcuno sospirò in maniera d’essere udito, Silvio forse, ma la contessa Veronica non si degnò d’avvedersene.

— Chi può sapere che cosa celi tu in questa testina bionda? proseguì la donna savia; oggi i tuoi occhi sono sereni, il tuo sorriso è dolce, ma domani forse...

— Domani andrò in collegio, disse Angela.

— Domani andrà in collegio, ripetè Silvio.

Allora la contessa Veronica si rassegnò a baciare in fronte la fanciulla, e l’interrogatorio finì.

Quando Angela se ne fu andata, la contessa si affrettò a sospirare al cospetto di sua nuora, dichiarando che le era sembrato di vedere nella faccia della fanciulla qualche cosa di strano, come chi dicesse lo embrione di una corbelleria che doveva commettere più tardi.

Non si dichiarò neppure molto contenta di Silvio; prima di tutto egli era troppo grave per la sua età, — l’esperienza le aveva insegnato che la gravità anticipata va a male nell’età matura, — e poi aveva un sorriso corbellatorio, e poi... insomma non le piaceva. Basta, si consolava pensando che nel mondo ci è posto per tutti... non è così?

Beatrice, per non dire nè sì nè no, quella volta rise; in seguito, divenuta amica di Silvio e amicona di Angela, non rise più — e allora la contessa Veronica fece il sagrifizio di tenere celati i suoi cattivi presentimenti; non così però che non ne trapelasse ogni tanto qualche cosa; ma si sa bene, la verità è come il fumo, si fa strada da sè, ed è impossibile nasconderla.

Dal giorno in cui Angela aveva fatto la prima visita alla sorella di sua nonna erano passati cinque anni. In questo tempo la contessa Veronica aveva continuato a sostenere in Milano il decoro delle due casate Rodriguez e De Nardi, spendendo nella difficile impresa un po’ più delle sue rendite, e non risparmiando il suo grosso capitale di prudenti aforismi e di savie sentenze.

Silvio, per far qualche cosa, aveva studiato l’agronomia.

Angela aveva studiato il francese, il pianoforte e meno spontaneamente l’aritmetica.

La contessina Beatrice, docile ai voleri di sua suocera, aveva portato nelle feste milanesi gli strascichi più lunghi, le più belle spalle ed il sorriso più spensierato.

E in tutto questo tempo, Giorgio, non aveva dato segno di vita. _Su Mazzone_, il quale dopo l’_affare_ si era dato alla campagna sfidando col suo lungo schioppo tutta quanta la civiltà, era stato preso dieci volte — ma la notizia era stata smentita dieci volte. _Su Mazzone_ era da per tutto, fuorchè in carcere; dicevano che avesse un sottile veleno nascosto nell’unghia del mignolo della mano mancina, e che, ridotto agli estremi, per non cadere vivo nelle mani della giustizia, gli sarebbe bastato succhiarsi il dito — ma persone meglio informate sostenevano che portasse invece una pistola corta, sempre carica e sempre pronta, appesa al collo per il grilletto, colla bocca in su; un giorno o l’altro, bruciata tutta la polvere della sua fiaschetta e stesi al suolo moltissimi cavalleggieri, gli basterebbe incrociare le braccia sul petto, e rialzare il capo bruscamente per presentarsi, carico d’un nuovo delitto, al tribunale celeste.

V.

Era stata un’impresa difficile condurre a termine il testamento della contessa Rodriguez-De Nardi, ma il notaio Parolini vi aveva messo tanta grazia verbosa, e il suo egregio collega tanta docilità muta, che il negozio era finalmente riuscito. La contessa Veronica aveva potuto scrivere il proprio nome colla mano mancina, dopo di che aveva dichiarato «che ora poteva morire,» melanconia subito smentita dal notaio Parolini, dalla contessina Beatrice e da un sorriso della medesima inferma, che tutti e tre insieme avevano detto: «ora può vivere.»

Per incominciare, la nobil donna provò a farsi venire in mente una di quelle sue bizzarre idee di persona sana, che già avevano variato piacevolmente la noia d’una carriera mortale tutta percorsa nei sentieri delle virtù cardinali e teologali.

— Bambina mia, disse a sua nuora, mi pare che se facessi venire un paio di concertisti che mi sonassero tutta la mia vecchia musica, guarirei più presto; tu che ne dici?

La contessina stette un po’ a riflettere, e fece notare timidamente che forse le darebbe noia aver due concertisti nella camera; piuttosto, se voleva, farebbe spingere il suo Erard nella camera e si proverebbe lei a sonare la vecchia musica.

La contessa Veronica non disse nè sì nè no, e quel giorno stesso il disgraziato Cilecca, essendo venuto con un cattivo pretesto per visitare la sua roba, fu colto da un comico terrore quando notò la scomparsa del pianoforte a coda dalla gran sala.

Il minuetto di Boccherini e la marcia turca di Mozart non produssero l’effetto che l’ammalata sperava, e lo confessò essa stessa svegliandosi, mentre la contessina Beatrice, credendo che avesse chiuso gli occhi per crescere il godimento, sonava ancora.

— Non è la musica che mi bisogna, disse l’ammalata, ho sbagliato; siamo tutti soggetti all’errore, bimba mia; sì, l’uomo è una creatura soggetta all’errore.

— Come la donna, aggiunse Beatrice ridendo, nel chiudere il pianoforte.

— Ma che cosa mai mi piacerebbe? Lo sai tu, fringuellino mio, che cosa mi piacerebbe?

Beatrice non lo sapeva. Ma la suocera, pensandoci molto, trovò che forse una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno, — non era sicura, ma forse... sì, forse, una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno...

Le fu portata prontamente ogni cosa; invano; l’uomo e la donna sono due fragili creature soggette all’errore, e la contessa Veronica aveva sbagliato ancora.

Il conte Cosimo, durante queste scenette che si rinnovavano con poche varianti ogni giorno, entrava più volte nella camera, si avvicinava al letto di sua madre, costringendo il proprio sguardo a splendere e le proprie labbra a sorridere; ma aveva le mosse a scatti, la parola breve e rauca, e nella faccia pallida un misto di bontà inquieta, di irresoluzione e di disgusto.

Per fortuna sua madre da molto tempo non si occupava che di sè stessa, e sua moglie girava la testina leggiadra colla spensieratezza d’un fringuello, come se avesse la missione di passare sulla terra senza riconoscere il dolore.

Il povero conte era dunque lasciato solo a portare il peso di un segreto, che l’opprimeva! Solo no; se Ambrogio da un anno camminava più curvo, era perchè molto gli pesava la confidenza avuta, e molto tutto ciò che egli era venuto indovinando man mano cogli occhi dell’affetto. Vi era di peggio: il buio, in cui il povero vecchio doveva camminare tentoni, sapeva Dio fino a quando; perchè quel cuor d’oro, quell’anima bella, quell’uomo generoso, il conte Cosimo, in una parola, aveva avuto il torto di mettere il vecchio al cospetto d’una rovina e di lasciarlo solo a frugare nei rottami. Ambrogio aveva frugato molto; ma molto gli rimaneva da frugare, e in sostanza non sapeva ancora dare un nome al disastro.

Era il fallimento, collo strascico vergognoso de’ debiti non pagati, od era semplicemente la povertà? Chi sa! forse nè l’uno nè l’altro; un’agiatezza modesta forse, una vita borghese, che renderebbe infelicissima la contessa Veronica, ma non già il conte Cosimo. Quell’uomo aveva la fibra capace di sopportare il dolore, Ambrogio ne era sicuro — ma come lo sopporterebbe la contessa Beatrice? Alla fragile donnina rimarrebbe, è vero, la sua dote, ma ahi! la sua dote non era gran cosa; anche gli antenati di Beatrice nel giro dei secoli si erano coperti di gloria e spogliati quasi interamente del resto; negli ultimi tempi, per oscurare una borghesia sfacciata, avevano speso anche essi un po’ più delle loro rendite; nondimeno Beatrice, andando a nozze, aveva ancora portato la dote; molte amiche sue, discendenti dagli eroi di Terra Santa, non potevano vantare altrettanto.

Ma era poi integra la dote della contessa Beatrice?

Ambrogio, a forza d’interrogare nel buio, si trovava preparato a tutto. Ma intanto, quando il signor Cilecca veniva ad informarsi della salute della contessa Veronica, il vecchio non gustava neppure il sapore della malignità rispondendogli che si notava nell’inferma un leggiero miglioramento, che la paralisi progressiva sembrava essersi arrestata e che il medico non disperava di salvarla.

Il disgraziato Cilecca gemeva, lasciandosi cadere nelle mani l’occhialetto, e Ambrogio pensava che quello strozzino non era un ipocrita, che egli gemeva apertamente, alla luce del sole, mentre lui, il generoso Ambrogio, quando si lasciava sfuggire un sospiro, era costretto a lasciarlo andare solo, perchè non sapeva bene dove lo avrebbe menato. La coscienza turbata non gli faceva ancora dei rimproveri aperti; ma era quasi peggio, perchè così egli continuava forse il proprio peccato senza potersi nè discolpare nè pentire.

E qual’era il suo peccato? Più volte aveva creduto di indovinarlo, rannicchiato nel proprio cuore come un codardo, ma non lo vide bene, nella sua mostruosità orrenda, se non una mattina che la contessa Veronica, sentendosi un po’ meglio, aveva annunziato dal suo letto che era guarita e che il giorno anniversario della sua nascita, il fausto 15 aprile, avrebbe dato una festa da sbalordire tutta Milano — Sta allegro Ambrogio! E Ambrogio si era provato, aveva sorriso, aveva riso, l’ipocrita, aveva detto anche qualche parolina incoraggiante, mentre nel fondo nero del cuore, il suo peccato gli si mostrava tutto, ed egli lo guardava senza ribrezzo. E qual’era il suo peccato? Era un desiderio, ma un desiderio robusto, impaziente, feroce che la contessa Veronica si decidesse a togliere l’incomodo a’ suoi cari e se ne andasse ad un mondo migliore, su cui non gravano le ipoteche.

Invano Ambrogio ricordò che da vent’anni la contessa Veronica gli aveva consegnato le chiavi della casa, che era stata con lui generosa, che anche quando la salute florida le permetteva e il temperamento le consigliava di dar largamente della bestia alla gente plebea, con lui non ne aveva abusato. Tutte queste riflessioni servivano a rendere Ambrogio più docile ai capricci dell’inferma, più maligno col Cilecca, più scontento di sè, ma a nient’altro; ed egli era press’a poco sicuro che quando l’anima della contessa Veronica fosse tornata al Creatore, il proprio peccato uscendogli finalmente dal cuore, avrebbe gridato: _Deo gratias!_

I giorni passavano, e Ambrogio che veniva interrogando ad ogni ora la faccia del conte Cosimo, vi leggeva cose nere, miserabili cose. Non giungeva più corriere che non portasse a quel povero rampollo dei crociati una lettera di qualche creditore indiscreto, che domandava villanamente d’esser pagato; e una volta la domanda fu presentata in carta bollata da un piccolo usciere, il quale sul pianerottolo della scala, a dodici metri di distanza dal suolo sottostante e alla presenza di Ambrogio, si era nondimeno sentito così sicuro e così forte in nome della legge, da chiedere la penna e il calamaio per riempire una lacuna lasciata nello scritto.

Ambrogio afferrò la carta bollata con una mano, spinse coll’altra l’usciere, stando nei limiti della legalità, e se ne andò nella propria camera per aver tempo a riflettere sul caso nuovo. Non si trattava che di tre mila lire, e Ambrogio, guardandosi intorno come chi sta per commettere una cattiva azione, aprì un cassetto dove celava al mondo i propri risparmi.

Era ricco Ambrogio. Aveva un libriccino verde della Cassa di Risparmio, in cui era scritta una somma tonda, che rappresentava per lui l’avvenire. Quale avvenire? Non lo aveva mai chiesto a sè medesimo, e pure quel gruzzolo gli era caro. Quante volte aveva aperto il suo libretto verde! Lo aprì ancora e gli si spianarono tutte le rughe della fronte, perchè la somma tonda non si era cancellata. Quanto era ricco Ambrogio! E di quanta pietà non si sentiva preso confrontando la propria floridezza colla rovina di quella casa, che gli aveva dato il pane per tanti anni!

Ambrogio non aveva parenti prossimi; nei suoi testamenti, perchè egli ne aveva fatti parecchi col pensiero, destinava tutte le proprie ricchezze a rizzare un campanile, che si alzasse nella piazza del suo paesello come il gran dito della parrocchia, ad accennare il cielo; oppure all’aggiunta di alcuni letti nell’ospedale provinciale, perchè vi potessero andare a morire i suoi vecchi compaesani poveri; oppure a fare la fortuna d’una trovatella ch’egli andrebbe ad arricchire appena nata; o infine a dar la dote ad una bellissima bambina di sei anni che egli aveva visto un giorno far la rana nella strada fangosa, sopra un cencio di tappeto, dinanzi ad un pubblico di monelli. Queste ed altre ultime volontà egli aveva avuto e mutato più volte; non era punto frettoloso Ambrogio, si sentiva sano e robusto, e sapeva anche, perchè lo diceva spesso la sentenziosa contessa Veronica, che molti sono i modi di spendere il denaro, uno solo quello di conservarlo. Le buone occasioni di fare il bene, per chi ha dieci mila lire alla Cassa di Risparmio — diciamo _dieci mila lire_ tonde — non mancano; solo bisogna saperle aspettare, e Ambrogio sapeva aspettare quanto chicchessia, meglio di chicchessia.

Delle occasioni di fare il bene, eccone una per esempio: «Ambrogio va alla Cassa, riscuote tre mila lire delle diecimila; paga il debito del conte, si fa fare la ricevuta e raccomanda all’usciere di passare in ogni tempo a conveniente distanza dalla casa della contessa Rodriguez De Nardi. Il conte non andrà in collera perchè non saprà nulla, e Ambrogio gusterà segretamente il sapore d’un’azione generosa.»

Ma Ambrogio vide subito che non ne avrebbe fatto nulla, e crollò il capo mestamente; il desiderio ce l’aveva, e se fosse bastato quello, non tre mila lire soltanto, ma tutte quante le diecimila egli avrebbe speso per venire in aiuto del suo padrone; ma poi?... Il conte Cosimo non si sarebbe trovato meglio niente affatto, e le diecimila lire sarebbero ridotte necessariamente, inesorabilmente a settemila. Che bella cosa essere generosi, fare il benefizio e nascondersi, andare incontro alla rovina, spendendo tremila lire quando se n’ha appena diecimila, e non fiatare neppure per sottrarsi alla gratitudine! Ambrogio sentiva che avrebbe ammirato molto un altro Ambrogio che avesse fatto tutto ciò. Ma di farlo lui non se ne sentiva proprio la forza. Domandava a sè stesso: «Forse che io non voglio bene al mio padrone, a quel povero conte Cosimo, come ad un figliuolo? Non è forse vero che, per risparmiargli un dolore, farei venti chilometri a piedi sotto il sole di luglio? Non è forse vero che darei per lui mezzo il mio sangue, tutto il mio sangue?» — È verissimo, povero Ambrogio!

Intanto che si accumulavano i nugoli d’uragano sull’anima del vecchio, il cielo esaudiva i voti del suo cuore feroce. Egli non aveva ancora riposto nel cassetto il prezioso libretto verde, quando qualcuno, dietro l’uscio della sua camera, gridò: «Signor Ambrogio, la contessa muore!» — «La contessa muore!» ripetè Ambrogio, facendosi sull’uscio, incontro ad Annetta, la quale, giunta impreparata a questo momento difficile, sbarrava gli occhi e cercava inutilmente le parole.

E una voce suggerì: «È il tuo desiderio che la uccide,» ma la intese Ambrogio soltanto.

— È un colpo, un altro colpo — assicurò la servetta, ridiventando padrona della scena — cioè un accidente; non si muove più; gira solo gli occhi e parla.... Accorriamo, signor Ambrogio, accorriamo.

Annetta non aveva esagerato la sua parte; era proprio un colpo, cioè un accidente, quello che riduceva all’immobilità la contessa Veronica.

Suo figlio, sua nuora e Geromina, accorsi al capezzale del letto dell’inferma, le spruzzavano in viso dell’acqua, le accomodavano i cuscini in modo da tenerle alta la testa. La contessa guardava di qua e di là inquieta; non si moveva affatto e diceva colla lingua imbrogliata: «Non posso, non posso,» quasi che gli inutili sforzi di volontà che faceva per muoversi fossero visibili a tutti.

Si aspettava il medico che tre servi erano andati a chiamare in casa, in farmacia e all’ospedale, e intanto il conte Cosimo pareva cercare intorno a sè qualche cosa che desse sollievo a sua madre morente.

Allora Ambrogio, che aveva l’anima turbata dal rimorso, ebbe un’ispirazione suggerita dal pentimento e si offrì per cavar sangue alla signora contessa.

— Sai fare un salasso tu? domandò l’ammalata.