Part 3
Il professore lesse con voce pacata, ma sorda:
«Perdonami se disobbedisco; ma non posso più resistere. Sono oramai vecchio e si avvicina l’ora in cui avrò finito di sognare la felicità che mi è negata. Meglio così; il sogno vano non mi contenta e il desiderio mi uccide. Non farò pazzie, fratello mio, ma tu non mi negare l’ultima carità che ti domando: fammi vedere mia figlia. Scrivo a bordo d’una barcaccia di contrabbandieri che porta un bel nome: _Speranza nostra_. Albeggia. Ho dinanzi agli occhi la spiaggia di Castelsardo. Fra un’ora sarò là, colle mie memorie più crudeli, solo. Consegnerò alla posta questa lettera e mi avvierò alla rupe di Muros. Tu sai dove trovarmi e come avvertirmi del tuo arrivo. Di me, non temere; sarò prudente; ma pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi. Affretta, affretta, affretta.»
Sotto queste parole si leggeva un nome — _Giorgio_ — ma Silvio non lo pronunziò, e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, chiese con voce soffocata: — Che cosa faccio ora?
— Piglia teco Angela, e parti, rispose il conte Cosimo.
— E la contessa Veronica che cosa dirà?
— Sei nel tuo diritto.
— Le potremo far credere, suggerì la contessina, facendosi rossa rossa, che Angela era un po’ ammalata e che le fu consigliato di mutar clima o di fare un viaggio di mare....
— Bugie innocenti, mormorò il conte Cosimo, bugie generose! Qualche volta ci è del merito a saperle dire con disinvoltura.
— Forse, entrò a dire Silvio, la contessa Veronica non si ricorderà nemmeno di Angela....
— Al contrario, disse Beatrice, ne parla spesso; è da lei che ho saputo tutta la storia dolorosa; voi altri non me ne avreste detto nulla — però mi ha fatto giurare solennemente di non rivelare il segreto. Io non l’ho rivelato a nessuno, perchè lo sanno tutti.
— Fuorchè Angela! sospirò Silvio.
— È vero; ecco l’impiccio; Angela non sa nulla! Proprio nulla?
— Sa che suo padre è lontano, e che non può venire; sa che potrebbe anche esser morto — oramai si è avvezzata a questa idea, e non ne soffre più. E dovremo risvegliare nel suo cuore un sentimento che le è quasi ignoto unicamente per farla poi penare?
Al quesito dolente non vi era risposta.
Non poteva entrare nell’animo di nessuno dei tre neppur l’idea di ribellarsi a quel desiderio d’un padre. La necessità, come aveva già parlato per bocca del conte Cosimo, così parlava ancora nel silenzio; bisognava prendere Angela e partire il più presto possibile.
— Quando? disse Silvio, come interrogando sè stesso.
Allora l’amico gli prese la lettera dalle mani, e la rilesse in silenzio. Beatrice con una specie di curiosità infantile, gli si mise al fianco, e tirando a sè il braccio del marito, e rizzandosi in punta di piedi, cercò anch’essa su quel foglio la risposta.
— Subito, disse Cosimo.
— Forse no, entrò a dire timidamente Beatrice; se il professore ha modo di avvisarlo, si può aspettare qualche giorno ancora. Qui è scritto (e toccava col mignolo le parole della lettera): «Tu sai dove trovarmi e come avvertirmi del tuo arrivo.» Lo avverta che arriverà fra un mese....
Silvio prese in mano la lettera, e vi buttò gli occhi appena, poi disse senza leggere: «pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi....» Qui sta scritto così; lo so a memoria.
— E allora fra quindici giorni, fra una settimana.... Non si può già partire all’improvviso, non sarebbe neppure prudente, consigliò Cosimo. Bisogna avvertire la mamma, preparare la ragazza, trovare qualche bugia innocente per l’una e per l’altra. Non vorrai già dire tutto il vero ad Angela? Ti aiuterò anch’io a cercare l’inganno; l’immaginazione non mi manca.
Dicendo queste parole, il conte Cosimo aveva un accento strano, una leggerezza beffarda.
Il professore stette in pensiero, col capo basso, poi si scosse e disse: «Scriverò.»
— Scriva, suggerì Beatrice, e preso l’amico per la manica dell’abito, lo condusse dinanzi ad uno stipetto, che col calare d’una ribalta si adattava a scrivania.
Aveva sotto gli occhi un piccolo calamaio galante, da cui un amorino malizioso scoccava una freccia di argento in petto a chiunque scrivesse; una penna d’avorio in forma appunto di dardo; della carta da lettere minuscola, con certe iniziali enormi che scendevano fino a piè di pagina.
Silvio sorrise pigliando la penna in mano, sorrise nell’intingerla in quel calamaio che scostò un tantino da sè, tanto per isviare il colpo del piccolo tiratore e ringraziare almeno la contessina con una celia muta, poi scrisse:
«Fratello!
»Fra quindici giorni ti condurrò la tua creatura. Prima sarebbe impossibile, senza destar sospetti. Angela non sa nulla e non saprà nulla, se tu non vuoi. Proverò a dirle che i medici le hanno ordinato di fare un viaggio di mare, ma non mi crederà, perchè è furba e sta benone. Vedrai come s’è fatta bella!
»Io tremo per te; prudenza, fratello mio; se lo puoi fare senza pericolo, scrivimi ancora. Addio per ora. Mi batte il cuore al pensiero di rivederti, dopo tanti anni, e dopo tanto dolore!»
Quand’ebbe finito, si volse e sorprese la contessa Beatrice, che, stando dinanzi al marito, si era rizzata in punta di piedi e gli aveva afferrato la testa colle mani, due manine piccolissime e bianche. Essa voltava le spalle alla scrivania, egli aveva la faccia melanconica abbassata amorosamente verso di lei.
Silvio si arrestò a contemplare quel quadro; le maniche dell’abito della contessa, che usavano corte, erano accorciate ancora dalla positura, e lasciavano vedere quasi interamente due braccia candide e tonde; la contessina aveva il corpicino snello, ma non scarno, tutt’altro; sotto il grosso mazzocchio di capelli biondi, attraverso la peluria ribelle al pettine, si vedeva un grosso neo, messo lì dalla tentazione....
Il signor orso notò tutto questo e cominciò a sorridere, proponendosi di star lì ad aspettare i comodi dell’amico per ridergli poi in faccia, allegramente. Tutto ciò nel primo istante; un momento dopo egli cessava di guardare e si rimetteva al suo scritto. Si affacciarono forse all’anima di quell’uomo invecchiato dai pensieri e dagli studi le larve d’un mondo ignorato, perchè egli ripiegò sbadatamente la lettera, la suggellò, prese la penna per fare la soprascritta e rimase lì senza scriver nulla.
— Ha finito? chiese la voce della contessa Beatrice.
— Ha finito? ribattè Silvio con accento giocondo, senza voltarsi.
Allora il professore scrisse, curvandosi molto sulla carta:
«Al Signor Efisio Pacis — ferma in posta — Sassari.»
La contessina ripeteva sottovoce al marito: «ci ha visti!» e rideva.
IV.
In campo rosso seminato di bisanti d’oro, una croce nera di Sant’Andrea; sullo scudo, un elmo disposto a mezzo profilo, tutto d’argento rabescato, bordato ed ingraticolato di diciasette pezzi d’oro, colla gorgeretta dello stesso metallo, e su quest’elmo, unico cimiero, una penna d’aquila; sopra un listello svolazzante il motto: _semper olet!_
Era questo lo stemma glorioso della nobilissima famiglia De Nardi, che aveva attraversato i secoli serbando intatta la sua gloria primitiva e raccogliendone dell’altra. Quando nel 1326 i Pisani sconfitti dagli Aragonesi abbandonarono l’isola per sempre, si erano già innestati nella famiglia De Nardi i più puri elementi della vecchia nobiltà sarda. I Pisani se ne andarono, ma i De Nardi rimasero. Ne troviamo uno — Cosimo De Nardi — delegato dal giudice di Arborea agli _stamenti_ che si tennero in Alghero dal re Pietro d’Aragona per pacificare i vassalli tumultuanti; e uno ne troviamo segretario intimo di quel Guglielmo di Narbona che si sottomise alla corona aragonese. Fra quello degli _stamenti_ e questo della sottomissione, ve ne sarebbe dovuto essere almeno un altro, più fortunato ancora, vissuto al fianco della grande Eleonora, — ma l’albero della famiglia De Nardi in quel tempo glorioso intristì, e non produsse che un Martino De Nardi, sospetto di aver voluto far parte coi repubblicani, contro la savia giudicessa.
Poi l’antico seme dell’albero gigantesco si prese la rivincita con una serie di De Nardi uno più meraviglioso dell’altro.
Un Imperio De Nardi nel 1535 si trovò alla conquista di Tunisi con Carlo V, e un Mattia De Nardi fu giudice della Corte Criminale fondata da Filippo IV; a quel tempo la famiglia De Nardi si era già riconciliata colla Spagna e le rimase fedele, attraverso le generazioni, fino al trattato di Utrecht, che dava la Sardegna all’Austria. Allora il più disgraziato dei De Nardi, per non offrirsi vittima alle persecuzioni succedute alla guerra civile, se ne andò in Ispagna, d’onde ritornava glorioso nella spedizione navale del cardinale Alberoni; ma mettendo il piede nella sua terra riconquistata, cadde ai primi colpi.
Ci furono dei De Nardi assolutamente infelici; i quali patirono la confisca dei beni, quando l’Austria riebbe la Sardegna in forza del trattato di Londra; e ce ne fu uno, il vescovo Giaime De Nardi, il quale ottenne da Vittorio Amedeo II il bene intenzionato, la restituzione dei beni alla famiglia e il riconoscimento dei diritti feudali.
I De Nardi non tralignarono più; e per tutto un secolo noi ne vediamo qualcuno del ramo laterale giudice della reale udienza, professore o monsignore; ma il capo della famiglia, il conte glorioso, non lasciò più una sua casa di Ploaghe, onorandola del nome di palazzo e della propria presenza.
L’ultimo De Nardi, padre della contessa Veronica, portò degnamente per 70 anni la gloria d’essere il rampollo autentico d’una grande famiglia, il dolore di essere il rampollo ultimo; e visse, per colpa dei tempi volgari, in guerra col cinghiale, col cervo, colla grammatica e coll’ortografia.
Sì, perchè il conte Gavino De Nardi era ignorante come un bue, ma non se ne vergognava perchè era superbo e vano come un eroe d’Omero. Quand’egli, circondato da’ suoi cortigiani, mandava in giro la vecchia malvasia e la vecchia arguzia, tutto il coro sentenziava che erano squisite entrambe. Al quarto bicchiere di malvasia, alternato coll’_almadras_ e colla _vernaccia_, il conte De Nardi era intimamente persuaso di valere assai più di certi dottoruzzi dei tempi novissimi. E quando, dopo aver vantato prodezze ed accortezze ad un pubblico sonnolento, si alzava barcollando per mettere gentilmente alla porta i proprii ammiratori, se gli veniva fra le mani la gazzetta che si faceva mandare dal continente, gli bastava leggere sulla fascia: _All’Illmo signor conte Gavino De Nardi_ per provare una segreta compiacenza, una contentezza di sè, ignota agli uomini volgari. Egli non leggeva quasi mai altro, nella sua gazzetta; quel foglio di carta stampata attraversava il mare ogni settimana per venire come un postulante in casa del magnifico conte De Nardi, che non gli dava retta. In questo modo di trattare la stampa, il vecchio metteva una certa vanagloria, di cui sarebbe stato imbarazzatissimo a dichiarare la natura, dove avesse mai avuto l’ingenuità di perdere il tempo nel ricercare l’origine e la composizione dei proprii sentimenti. «Questa è roba per lor signori, diceva un bel giorno al curato ed al giudice di mandamento, spingendo sulla tavola un fascio di gazzette intatte; se le spartiscano da buoni fratelli.» Gli altri ridevano, ma il magnifico conte Gavino De Nardi rimaneva serio per non guastare il sapore della celia.
Bei momenti quelli! e in sostanza i soli in cui trovasse un po’ di conforto l’ultimo rampollo di un albero genealogico, che aveva sfidato i secoli, e che doveva inevitabilmente cadere. La faccetta tonda e vivace della sua figliuola Veronica, il visino soave e patito della piccola Mimmia gli sorridevano inutilmente. Egli aveva pensato perfino ad un secondo matrimonio; sebbene avesse fatto il primo a quarantacinque anni e fosse rimasto vedovo a sessanta, anzi per questo appunto, dopo alcuni bicchieri di vernaccia saviamente alternati, come si è detto, coll’almadras e colla malvasia, si sentiva capace ancora di grandi cose. Ma la difficoltà di trovare una sposa giovine e di antica nobiltà, la quale fosse disposta a tentare con lui la impresa malsicura di far nascere un rampollo maschio ai piedi della vecchia pianta, questa e parecchie altre difficoltà, non confessate ma intravedute a digiuno, lo avevano serbato fedele alla memoria della sua defunta compagna.
Un giorno la contessina Veronica, il senno in persona, era venuta a dire al babbo che pensasse a darle marito.
— È vero, aveva risposto il conte, guardando sua figlia, è vero, tu hai diciannove anni — («Diciannove e mezzo,» aveva corretto la contessina) — è vero, non ci avevo mai pensato.
La contessina, arrossendo modestamente, aveva lasciato intendere d’averci pensato lei. Allora il magnifico conte aveva sentito ad un tratto il grave pericolo che lo minacciava, ma sua figlia lo ebbe rassicurato prontamente.
Non aveva fatto altro la poverina che mandare uno sguardo in giro, e pigliare informazioni e note. Di quanti nobili erano capitati a Ploaghe essa conosceva l’origine, i fasti, le ricchezze; e a conti fatti, il solo che le potesse convenire interamente era, — Chi era? aveva chiesto il conte De Nardi trattenendo il fiato — era il conte Rodriguez di Florinas.
Allora il vecchio padre tirando il fiato lungo, aveva detto:
— Il conte Rodriguez è di vecchia nobiltà...
— Vecchia quanto la nostra, aveva risposto la savia fanciulla; ci furono dei Rodriguez in tutte le crociate; lo scudo dei Rodriguez porta un’aquila in campo azzurro, e tre bisanti d’argento; l’elmo è di mezzo profilo, come il nostro, tutto d’argento rabescato, come il nostro, ingraticolato di diciasette...
A questo punto Gavino De Nardi non aveva potuto vincere i sentimenti paterni e stringendosi al petto la testina tonda di sua figlia, aveva esclamato: tu sei il mio orgoglio, tu sarai contessa Rodriguez!
Del conte Rodriguez non si erano occupati nè l’uno nè l’altra, tanto si tenevano sicuri di pigliarlo quando volessero. Infatti era notorio che quell’avanzo di tutte le crociate pativa il martirio dei creditori, ed aveva tante ipoteche sul suo feudo, che era presso a poco come se non avesse feudo, s’intende agli occhi della gente plebea. In oltre non era più molto giovine; aveva quarant’anni sonati, e non era mai stato bello.
Se non era il senno esemplare della contessina Veronica, il conte Rodriguez sarebbe morto celibe ed indebitato. Breve; si fecero i negoziati, l’alleanza fra il crociato di Florinas e quello di Ploaghe fu conchiusa, e la contessina Veronica divenne contessa Rodriguez.
Fu un bel giorno nella vita del conte De Nardi. Giorno bello, ma fuggevole. Quando suo genero se ne fu andato da Ploaghe a Milano, portandosi via la sposa e la dote, il padre abbandonato si guardò intorno cercando qualche cosa che lo compensasse di quanto perdeva, e non trovò che il visino lagrimoso di Mimmia, un visino di Madonna, con certi occhioni in cui non luceva mai lampo d’orgoglio, con una bocca troppo dolce ed un sorriso troppo buono — un angelo borghese.
Su quella fronte bianca nemmeno l’ombra del lucido senno di Veronica.
Il vecchio De Nardi comprese tutto ciò in una sola occhiata indagatrice — ma non vide il resto.
Ohimè! il resto era già l’amore!
Sì, la piccola Mimmia, a sedici anni non compiti, era innamorata. Tutte le notti, mentre suo padre si copriva della gloria degli avi al cospetto del giudice e del farmacista, essa se ne veniva sul balcone ad interrogare l’avvenire. E l’avvenire le parlava nel buio, dal ciglio d’un muricciuolo, per bocca di Gaspare Boni, giovinetto ventenne, che non aveva due goccie di sangue di crociati nelle vene, ma faceva ogni sera molta strada a piedi per dire a Mimmia che l’amava più della vita.
Quando il conte De Nardi seppe il disastro di cui era minacciata la sua casa, fu pronto a deliberare. Le porte del convento di Santa Elisabetta in Sassari si aprirono per ricevere una novizia, e fu Mimmia.
La timida fanciulla entrando nel convento non pianse; al contrario, alzò gli occhi sereni al cielo, in un certo modo rassegnato, in cui le superiore non seppero leggere altro che una rinunzia alle vanità del mondo. Ma la notte, quando la novizia andò in coro ed affacciò il viso alla grata di legno, spingendo lo sguardo nel buio della chiesa, rotto dalla lampada dell’altare maggiore, essa interrogò ancora l’avvenire, come già sul balcone della propria casa feudale. Alle funzioni religiose Mimmia cantava, e la sua voce limpida, mentre si innalzava al cielo invocando l’ostia della salvezza, scendeva pure in chiesa a ricercare fra le navate un’eco del mondo che la chiamava.
Una notte, quando la chiesa fu piena d’ombra e di silenzio, qualche cosa, che ai riflessi rossigni della lampada lontana pareva un ragno attaccato al suo filo, fece un’audace ascensione fino al coro delle monache; e un’altra notte scese e risalì. Quella cosa, che non era un ragno, sebbene fosse un’insidia del mondo, portava nel cuore di Mimmia e di Gaspare una felicità sacrilega. E dal più vicino altare un santo alzava la mano a benedire.
Vennero i giorni pasquali; le monache di Santa Elisabetta furono occupatissime a preparare colle loro mani i pasticcini di mandorle, che forse non a caso furono chiamati _sospiri_. A questa manipolazione importante pigliavano parte tutte le suore; le più abili davano lezione alle inesperte, e la notte della grande infornata, una pallida gioia accendeva tutti quei volti scoloriti dalla clausura. Mimmia volle vedere ogni cosa, venne anch’essa dinanzi alla gran bocca del forno, e si affacciò a guardarvi dentro ridendo e battendo le mani, poi finse d’andare nella sua cella, ma entrò invece nello stanzino della portinaia, prese una chiave e scese le scale al buio.
Il cuore non le batteva più; e quando fu dinanzi alla porta del piccolo giardino, per poco Mimmia non cadde — ma le fanciulle timide pigliano a volte un gran coraggio nella stessa paura; Mimmia trovò la toppa ed aprì.
Eccola in giardino, fra le braccia di Gaspare. Un’altra porticina che metteva sulla strada era socchiusa; Mimmia allora sciolse la veste d’educanda che lasciò sulla soglia di quel luogo profanato, ed apparve agli occhi dell’amante in una succinta veste di fanciulla. Uscirono. L’aria della libertà e dell’amore diede il capogiro a Mimmia, ch’ebbe bisogno d’essere sorretta da Gaspare; ma fu una debolezza passeggiera.
— Dove andiamo? — disse.
— A sposarci prima, poi a casa di mia zia, che ti accoglierà come sua figlia.
I due fidanzati attraversarono frettolosi la città addormentata, vennero a picchiare ad una casa modesta.
Fu aperto da prete Serafino in persona.
— Dio grande! — esclamò il prete con uno stupore eccessivo.
— «Questa è la mia sposa davanti a Dio» — disse Gaspare.
— «Questo è il mio sposo davanti a Dio» — disse Mimmia.
Prete Serafino si tappava le orecchie, ma Gaspare gli fece osservare che era inutile, perchè aveva udito benissimo e non poteva più negare la benedizione.
— Io vi benedico in nome del Padre — disse allora solennemente prete Serafino; — io vi benedico in nome del Figliuolo; io vi benedico in nome dello Spirito Santo. Ma badate, ragazzi — soggiunse cambiando tono — che mi avete preso a tradimento; intendiamoci, non mi fate avere dei grattacapi col vescovo.
Così Mimmia e Gaspare furono marito e moglie a dispetto dei crociati e del convento.
Sebbene a quel tempo _i matrimoni colla fuga_ fossero frequenti in tutta l’isola, questo di Mimmia fece chiasso per le circostanze che lo accompagnavano. Il vecchio conte De Nardi empì la casa feudale d’invettive, tempestò la curia vescovile di querele, ma tutto inutilmente.
Mimmia era divenuta una borghesuccia. E allora il vecchio conte fece testamento. Diseredò la figlia degenere e raggiunse gli antenati in un mondo migliore.
Mimmia era la nonna di Angela, di quella piccina che si annoiava in collegio e della quale la contessa Veronica, che era il senno in persona, non aveva mai parlato senza crollare il capo.
Più d’una volta anzi aveva aggiunto una frasetta sibillina a quella mimica di mal’augurio; e la frasetta, come la mimica, diceva press’a poco che Angela un giorno o l’altro avrebbe fatto la sua corbelleria, perchè aveva nelle vene il sangue della nonna buon’anima, quello della madre che non valeva molto più, e per sua maggior disgrazia anche quello di suo padre, che valeva meno di nulla.
La madre di Angela, l’unico frutto delle nozze celebrate da prete Serafino, era stata dotata di una di quelle bellezze che mozzano il respiro alla gente. Buona ragazza del resto, essa appena appena sapeva di esser bella; si chiamava Bebbia. Si era lasciata amare da tutti i giovinotti senza preferirne alcuno, e si era lasciata promettere in moglie per l’appunto a quello che le piaceva meno. Il fidanzato però era nobile, e alla buona Mimmia, che per unirsi al suo Gaspare aveva sceso tutta la scala dell’araldica, non ispiaceva di farne risalire qualche gradino a sua figlia, mettendola al braccio del cavalier Maurizio.
Ma intervenne l’amore, che era sempre rimasto in disparte in tutto questo negozio, ed intervenne proprio all’ultim’ora, quando i preparativi delle nozze erano fatti e le nozze imminenti. Un brutto giorno il cavalier Maurizio in persona fu testimonio dell’estasi che colpì un certo signor Giorgio vedendo la bellissima Bebbia, e del turbamento e del pallore che resero Bebbia ancora più leggiadra. Quel signor Giorgio era plebeo, ma bello, più bello del cavalier Maurizio, che non era bello niente affatto; in compenso il cavalier Maurizio era impertinente e s’immaginò di dare una lezione a Giorgio; vi riuscì male; apparve chiaro a tutti, e prima che ad ogni altro a Bebbia, che non solo Giorgio era un bel giovinotto, ma aveva spirito e cuore. E quindici giorni dopo, Bebbia, per sottrarsi al cavalier Maurizio che ormai la minacciava da vicino, se ne fuggì con Giorgio e divenne sua sposa al cospetto di Dio e dello stesso prete Serafino, che aveva unito in matrimonio suo padre e sua madre.
Questa volta la storiella fu gaia, ma non per il cavalier Maurizio e per il suo parentado; tutta Sassari ne parlò allegramente, e prete Serafino, oramai vecchio, ne empì le orecchie della gente sfidando senza paura i fulmini della curia vescovile. Giorgio condusse la sposa conquistata a Castelsardo, e visse colà solitario, nella casa dei suoi padri, in compagnia di un fratello minore, Silvio. Ma un giorno Gaspare si ammalò gravemente e volle vedere la figlia prima di morire. Da Castelsardo a Sassari, per un buon tratto di via, tutta una carovana di amici e di servi a cavallo accompagnò la bellissima Bebbia; poi i due sposi proseguirono soli con l’unica compagnia d’un vecchio pastore soprannominato _Su mazzone_[1], che aveva lo schioppo lungo e la vista lunga.
A Bebbia, sebbene sempre innamorata del marito, non piaceva viaggiare standogli in groppa e stringendoselo al petto; essa preferiva cavalcare liberamente il suo bel baio, il quale la conosceva e voltava la testa a guardare la mano bianca che gli lisciava la criniera.
Nulla si seppe mai di quel viaggio; solo quando Bebbia giunse alla casa paterna e vi trovò suo padre morto e la madre in lagrime, fu notato che essa tremava per tutta la persona, ma non pianse. Suo marito e _Su Mazzone_ lasciarono Sassari frettolosamente con un pretesto che non accontentò nessuno, e il giorno dopo, in un campo aperto sulla strada di Castelsardo, fu trovato il cadavere del cavalier Maurizio; una palla gli era penetrata in bocca spezzandogli i denti; un’altra palla gli aveva passato il cuore.
Il parentado del cavalier Maurizio accusò ad alta voce Giorgio, e la voce pubblica si unì sordamente ad accusarlo, dandogli un complice, _Su Mazzone_.