Part 2
Tacque un momento per guardare ad occhi chiusi in quel tempo lontano, poi mormorò: — Ho fatto male ad abbandonare tutte quelle brave persone, volevano bene alla loro nipotina, la guardavano con indulgenza, me ne ricordo; ce n’era uno, il vescovo Giaime de Nardi, che non mi perdeva mai di vista un momento; dovunque andassi, mi accompagnava coll’occhio.... Mi dava noia qualche volta e qualche volta mi faceva perfino paura.... quando era sola.... Nella mia testa di bimba non poteva entrare che un vescovo dipinto movesse gli occhi come le Madonne. Aspettate, ora mi affaccio all’uscio per pigliarlo alla sprovveduta, come facevo allora; eccolo, è sempre lì ed ha gli occhi fissi sopra di me, e colle due dita alzate per benedire ha l’aria di dirmi che egli la sa lunga e che non gliela posso fare... Bei tempi! sospirò.
Nessuno le rispose; il conte Cosimo teneva le labbra strette e tormentava la catena del proprio orologio con tutte e due le mani. Beatrice veniva guardando ora la madre ora il figlio.
— E il _nuraghe_? esclamò ad un tratto l’inferma, che cosa ne abbiamo fatto del _nuraghe_?
— Quello non muta, rispose Cosimo con uno strano accento; ci è ancora.
— Quand’ero fanciulla, disse la contessa, avevo deciso di farne il sepolcro di famiglia, ora non mi piacerebbe più essere sepolta sotto quel mucchio di macigni, e nemmeno a Ploaghe mi piacerebbe essere sepolta... Dove mi piacerebbe? Non lo so nemmen io.
Chiuse un’altra volta gli occhi e parve addormentarsi. Cosimo guardava innanzi a sè, come chi fissa un’immagine del proprio pensiero; la contessina Beatrice si moveva lentamente, senza far rumore, andava di qua e di là per la camera, con certe mosse di uccelletto in gabbia, facendo nascere l’ordine e la simmetria dove metteva le manine bianche. A un certo punto, dopo d’aver ottenuto un risultato mirabile, col semplice spostamento d’una sedia e senza fare il minimo rumore per non destare l’ammalata, la vaga donnina cercò nel volto del marito un sorriso od almeno uno sguardo d’approvazione, ed ebbe l’uno e l’altro, e parve contenta e proseguì l’opera sua, non badando a leggere il pensiero che rimaneva sul volto del marito quando il sorriso si era cancellato. Quel pensiero diceva: «La pazzerella ama l’ordine, è la sua monomania; amore di gran dama per un borghesuccio spiantato, la metterà in rovina.»
— In cimitero no, disse a un tratto la vecchia contessa, senza aprire gli occhi; ed aprendoli ripetè più forte: in cimitero no, figliuoli miei, tenetelo bene in mente, non voglio essere sepolta in cimitero. Farete trasportare il mio corpo in Sardegna e lo seppellirete in qualcuna delle mie terre, a Sassari, o a Ploaghe, o a Iglesias, vicino alla miniera — e sulla mia tomba pianterete una palma...
Furono picchiati due colpi all’uscio.
— Avanti, disse Beatrice.
La porta si aprì appena tanto da lasciar passare la testa di Ambrogio.
— Il notaio! disse; e la testa scomparve.
Il dottor Parolini, notaio, fece il suo ingresso con faccia ridente, con passo leggiero.
— La signora contessa, disse accostandosi confidenzialmente al letto dell’ammalata, vuol fare testamento, per vivere poi lungamente senza fastidii; benone — è un’astuzia che non isbaglia mai — auguro cent’anni di vita alla signora contessa. E come sta?
— Sto bene, grazie, rispose l’ammalata; oggi mi sento meglio.
— Possiamo dire _sana di corpo?_ domandò il notaio mettendosi a sedere dinanzi ad una scrivania, mentre la contessa Beatrice gli presentava l’occorrente per iscrivere.
— Temo di no, Parolini.
— Peccato! sospirò il Parolini; io sono felice quando posso mettere ne’ miei atti: _sano di corpo e di mente_. — Della signora contessa, diremo invece: nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da una leggiera indisposizione...
— Mettete _malattia_, gemè la contessa; la verità è una sola, anche quando ci affligge.
Il dottor Parolini fece omaggio alla profondità di questa massima, scrivendo e pronunziando forte: «nel pieno possesso di _tutte_ le facoltà mentali: sebbene costretta a letto da una leggiera malattia...»
— Non mettete _leggiera_, disse la contessa; non bisogna fingersi più rassegnati di quello che si è, ma non mettete nemmeno _grave_, perchè io non voglio aver l’aria di lamentarmi troppo.
— _Malattia_, ripetè allora il Parolini, con accento melanconico; poi si voltò e chiese: i testimoni?
— Mio figlio, disse la contessa, e mia nuora; meglio che non ci siano altri.
— Domando mille scuse, contessa Veronica, se non le obbedisco; ma la legge vuole che i testimoni siano idonei, e la contessa Beatrice, agli occhi della legge, non è un testimonio idoneo.
— Perchè? chiese la contessa Beatrice.
— Perchè sei donna, perchè siamo donne, rispose l’inferma.
— La legge non l’ho fatta io, protestò il Parolini: e l’innocenza parlava sulle sue labbra.
— Chiamate Ambrogio, disse la contessa Veronica.
— Non basta ancora.
— O che non è idoneo nemmeno lui?
— La legge (compatiamola), disse il Parolini, vuole un notaio e quattro testimoni.
— Chiamate il cuoco, suggerì la contessa con amarezza, chiamate lo sguattero, chiamate lo stalliere — la legge vuole che la contessa Rodriguez De Nardi faccia testamento alla presenza de’ suoi servi.
— La legge non pretende questo, osservò umilmente il Parolini: e siccome ha compreso la difficoltà di trovare quattro testimonii, consente che il testamento sia fatto alla presenza di due soli testimoni, ma con due notai... Ho preveduto il caso anch’io e mi sono permesso di condurre meco il dottor Larucci, mio socio, il quale è di là che aspetta.
— In buon’ora, disse la contessa, fatelo venire innanzi.
Beatrice toccò il bottone del campanello; apparve Ambrogio.
Il Parolini, che era rimasto a sedere colle braccia sulla scrivania, e la testa alzata verso l’uscio, si volse un tantino al letto dell’inferma a chiedere licenza, poi disse:
— Dica al dottor Larucci che può venire, e venga anche lei, signor Ambrogio, ne abbiamo bisogno.
Un momento dopo entrava il più magro dei dottori.
Vestiva interamente di nero, certi abiti di taglio antico ridotti a pessima condizione dall’abuso della spazzola, e si vedeva chiaro che egli trattava la propria sorte colla medesima severità con cui era trattato.
— Signora contessa, disse il Parolini, fingendo di alzarsi da sedere senza farne nulla, le presento il dottor Larucci mio egregio collega.
Non passò neppure l’ombra d’una lontana compiacenza sulla faccia scolorita del notaio magro, il quale fece un inchino e continuò a fissare severamente la propria sorte.
Il notaio grasso — appariva ora luminosamente che il Parolini era grasso — continuò, rivolgendosi al suo egregio collega:
— Dottor Larucci, si accomodi qui, vicino a me: la signora contessa Rodriguez De Nardi richiede l’opera nostra, perchè vuol fare testamento; è nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene _degente_ per momentanea infermità; i testimoni idonei e qui presenti (egli si voltò per assicurarsene, e il dottor Larucci seguì quell’atto colla coda dell’occhio) sono il signor conte Rodriguez, unico figlio della contessa, e il signor Ambrogio... che Ambrogio?
— Cima, disse il vecchio senza muoversi dal suo cantuccio.
— Cima, ripetè il Parolini. Ho preparato, come può vedere, tutta la parte che serve di preambolo... Oggi (la data è in bianco) regnando felicemente Vittorio Emanuele II.... Vegga se le pare che sia in ordine.
Il dottor Larucci, notaio che non si faceva illusioni, respinse la carta bollata e le carezze, si cavò un guanto che cacciò diligentemente in una tasca, prese una penna in mano e stette ad aspettare.
Il Parolini si volse verso l’inferma ed accennò che poteva incominciare.
— Nomino, incominciò la contessa con gran solennità, erede universale...
— Ed esecutore testamentario... suggerì il Parolini.
— Che cosa significa? Non importa... ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo; e gli raccomando la esecuzione delle mie ultime volontà.
— Ecco, ecco, disse il Parolini con compiacenza — ecco che cosa è un esecutore testamentario... lei ne ha dato la definizione giusta.... Non è così, dottor Larucci?
— Mio figlio, proseguì l’inferma, ha già l’amministrazione del mio patrimonio da parecchi anni e sa che esso ascende ad un milione e dugento mila franchi, sui quali gravano alcune piccole... alcune piccole...
— Ipoteche? suggerì timidamente il Parolini.
— Bravo! ipoteche.
Non disse altro. Si udì la penna del notaio magro passare stridendo sulla carta bollata, mentre il notaio grasso, piegandosi un tantino, seguiva coll’occhio ogni parola. Finchè durò quel silenzio, la contessa Veronica e la contessa Beatrice cercarono allo stesso tempo lo sguardo di Cosimo, il quale si ostinava a spingere l’occhio per entro ad una via buia e profonda che si apriva nella parete dirimpetto. Anche Ambrogio fissava lo stesso punto della parete, ma se ne seppe staccare due volte per rivolgere un’occhiata fuggitiva al conte Cosimo ed agli altri personaggi di quella scena singolare.
— Pic... co... le, disse forte il Parolini, leggendo sopra il braccio del suo collega e staccando le sillabe, _ipoteche_ conchiuse brevemente. Possiamo proseguire.
— Voglio, disse l’ammalata, che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora — coll’obbligo, soggiunse voltandosi a ricercare con uno sguardo carezzevole la vaga donnina, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.
Beatrice era venuta al capezzale del letto senza far rumore, e fu pronta a ringraziare ed a promettere solennemente con un bacio.
Il Parolini ed il suo egregio collega consegnarono alla carta bollata anche questa suprema volontà della testatrice, la quale poco dopo proseguì:
— Al mio caro amico Ambrogio Cima....
Ambrogio si svegliò dal suo sogno ed aprì tanto d’occhi.
— Lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo in Sorso, oppure una somma di lire _cinquemila_ in denaro, a sua scelta.
— Ma io... cominciò Ambrogio con cupo accento...
Gli fu imposto silenzio, e la penna del dottor Larucci ripetè scricchiolando questo legato.
— Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille.
— Quanti servi? chiese il notaio magro senza staccare gli occhi dalla carta bollata.
— Quanti sono i suoi servi, signora contessa? ripetè il Parolini.
— Il cuoco, lo sguattero, lo stalliere, il cocchiere, il domestico...
— E si chiamano? insistè il Larucci.
— Il nome de’ suoi servi, signora contessa... Ce lo vuol dire il nome?
— Chi vuole che sappia il nome dei propri servi? Il cuoco si chiama Giovanni, lo stalliere Stefano, il cocchiere... Lo sai tu Beatrice come si chiamano i miei servi?
Beatrice rispose ridendo, segno che non lo sapeva.
— E tu Ambrogio lo sai? chiese l’inferma.
— Lo so, sissignora, e se permette....
Si fece, in punta di piedi, alle spalle del dottor Larucci e gli suggerì ad uno ad uno i nomi richiesti, poi se ne tornò tranquillamente al suo cantuccio.
— Alla mia cameriera Annetta... che Annetta?... Beatrice mia, che Annetta?
Questa volta i neri occhi della giovine donna sfavillarono di malizia, e la compiacenza le scavò due fossette nelle guancie.
— Annetta Baroni... lo so benissimo.
Certo il conte Cosimo aveva trovato nelle sue fantasie nere uno spiraglio allegro, perchè a queste parole si volse, fingendo uno stupore eccessivo, e venne con gravità scherzosa a fare tante congratulazioni alla moglie, la quale non le avrebbe voluto tacite, e senza abbandonare la mano del marito protestò che non ci aveva poi molto merito, perchè Annetta, orgogliosa del proprio casato, a cui attribuiva una certa origine cavalleresca, non si era lasciata sfuggire nessuna occasione di ripeterlo.
— Alla mia cameriera Annetta Baroni, ripigliò a dire l’inferma, e subito si allentò la stretta che allacciava la mano di Beatrice, mentre le nuvole oscuravano un’altra volta l’orizzonte del conte Cosimo — lascio tutti i miei oggetti di vestiario, e un regalo di lire mille in denaro.
Proprio in quel punto, tale e quale come una servetta di commedia, Annetta Baroni si affacciò all’uscio; con un suo meraviglioso istinto comico indovinò la situazione, e ne fu lieta; e per istare degnamente in iscena si circondò d’una confusione eccessiva.
— Gran Dio! disse — posso entrare?
Essa interrogò successivamente tutti i personaggi di quella scena: la vecchia contessa, che aveva chiuso gli occhi, il conte Cosimo, che non le badava, il notaio Parolini, che si fregava le mani, seguendo la penna stridula del suo collega, e infine la contessa Beatrice, la quale era la sola che avesse lo sguardo rivolto a lei.
— Entra, le rispose costei ridendo, entra pure Annetta.
Ed Annetta entrò in punta di piedi, rialzando un tantino le ali, vogliamo dire le braccia, per farsi più leggiera, con qualche cosa da dire, visibile sulla bocca semi-aperta, ma trattenendo il fiato, perchè le parole non venissero fuori prima d’essere a tiro. Tutte queste precauzioni, consigliate dall’arte scenica, per non disturbare, ottennero il risultato opposto; l’inferma aprì gli occhi, il conte Cosimo si volse, Parolini alzò il capo.
— Che è stato? domandò forte la contessina Beatrice, e con questa domanda sembrava suggerire l’abbandono di tutte le grandi precauzioni prese dalla prudente Annetta; ma la prudente Annetta sapeva la sua parte a memoria e tenne duro; padroni gli altri di sbagliare l’accento, il gesto e magari le parole; padronissimi di confondere anche la scena prima colla scena ultima; essa però non doveva violare nemmeno uno dei grandi principii di un’arte ammaliatrice, e rispose con un filo di voce:
— Ci è di là il professore Silvio.
La contessa Beatrice battè le mani e disse che andava lei a riceverlo, invitando Annetta a seguirla. Ma nella parte della servetta ci era qualche cosa ancora.
— La signora contessa non desidera nulla da me?
La madre nobile non desiderava nulla; allora Annetta uscì, come era entrata, in punta di piedi, per la porta laterale.
— Dicevamo? chiese il notaio Parolini dopo un momento di silenzio.
— Per oggi punto e basta, rispose l’inferma.
— Punto e basta, ripetè il Parolini.
Il dottor Larucci era già in piedi, e si affrettava a nascondere un dito lordo d’inchiostro nel guanto.
— Domani alla stess’ora, disse la contessa.
— Siamo a’ suoi comandi, risposo il Parolini, intanto che abbottonava il farsettone da cima a fondo.
Sull’uscio d’ingresso, si arrestò per aspettare il suo collega e costringerlo a passare prima, onore a cui il dottor Larucci, tutto intento ad abbottonarsi i guanti, giunse impreparato e che accettò senza nemmeno ringraziare, da uomo che comprendeva il valore della propria fortuna.
Ambrogio seguì i due notai alle spalle; madre e figlio rimasero soli.
Si poteva credere che la contessa Veronica, tenendo gli occhi chiusi, non avesse badato a nulla; invece appena Ambrogio fu scomparso, essa chiamò: Cosimo!
Il conte venne presso il letto della paralitica.
— Che vuoi? chiese dolcemente.
— Tu sai che io sono molto curiosa, ma non ti fai un’idea di quanto mi diverto andando di stanza in stanza coll’immaginazione, dacchè non lo posso fare per davvero...
— Non ti comprendo, balbettò Cosimo.
— Voglio andare liberamente per la mia casa, e tu hai chiuso una stanza...
— Io?...
— Sì, la camera gialla; essa è chiusa da quindici giorni e non vi entra più nessuno... Che cosa hai messo in quella camera?
Il conte Cosimo si battè la fronte e rispose con disinvoltura:
— Ah! alcuni quadri antichi che non ho potuto ordinare ancora.
— La tua mania, mormorò la vecchia con indulgenza; ti rovinerai, figliuolo mio.
Balenò uno strano sorriso sulle labbra del conte, il quale si chinò a baciare la mano fredda della vecchia.
— Te ne vai ora?
— Silvio è di là, mi aspetta... vuoi vederlo?
— No, disse l’ammalata con forza — dormo.
Il conte Cosimo cacciò le due mani in tasca e si avviò tranquillamente.
Egli era appena uscito, quando si affacciò, da un’altra porta, Annetta.
Essa mandò prima un’occhiata in giro, poi si accostò in punta di piedi all’uscio, sebbene l’inferma le facesse intendere che era inutile prendere tante precauzioni.
— Annetta, diceva la contessa Veronica, che cosa ti piglia ora?
Ma Annetta proseguì ad ogni modo.
— Sei matta? insistè l’altra.
La servetta non si scompose; aveva udito ben altre parole e in accenti più aspri. La contessa stessa in qualche scena precedente l’aveva chiamata _bestia_; ma che significava questo? Che la brutta parola era scritta nella parte della contessa. Non perciò Annetta aveva mai cessato di fare la parte propria con coscienza.
Ella adunque finì di assicurarsi che nessuno poteva udire quanto stava per isvelare alla padrona, e quando ebbe con questo artifizio preparato un orecchio più attento alle proprie parole:
— Ho scoperto! disse.
— Che cosa hai scoperto?
— Ciò che si nasconde nella camera gialla.
— Quadri, disse freddamente la contessa Veronica.
Annetta rimase un po’ sbigottita di quell’intoppo, che sorgeva impreveduto nella propria particina.
E la contessa, senza carità, insistè: quadri antichi.
— Per l’appunto balbettò la cameriera; come lo sa?
— L’ho chiesto a mio figlio. Tu invece come lo sai?
— Io, rispose Annetta con un turbamento delizioso, io, credendo di far piacere alla signora, prima ho guardato attraverso la toppa e non ho visto nulla; poi....
— Poi?
— Poi... stamane di bonissima ora, sono scesa in giardino, ho appoggiato al muro la scala del giardiniere, ho guardato attraverso i vetri della finestra ed ho visto tutto... Sono quattordici quadri con cornici verdi... Ve n’è uno che... ma la signora contessa non ha bisogno che io...
La contessa accennò col capo di proseguire.
— Ve n’è uno, ripigliò Annetta, che rappresenta un uffiziale a cavallo, dico un uffiziale così per dire.... tutto coperto di ferro, con una croce sul petto.
— Imperio de Nardi! mormorò l’inferma, e un sorriso d’orgoglio le illuminò la faccia patita.
— Ve n’è un altro colla toga rossa.
— Mio nonno.
— E ve n’è uno che pare un vescovo, e alza la mano per benedire.
— Monsignor Giaime De Nardi! mio prozio. Grazie Annetta.
III.
Il professor Silvio, ritto nel mezzo del salotto, col cappello stretto fra le due mani e lo sguardo fisso a terra, non udì il passo leggiero della contessina Beatrice, la quale gli fu sopra alla sprovveduta, gli afferrò il cappello con ambe le mani, e piantandosigli in faccia in una maniera dispotica, disse:
— Di che umore è oggi il signor orso? e soggiunse senza dargli tempo:
— Il signor orso è d’umor nero, si vede subito.
Silvio a queste parole si scosse e si provò a sorridere. Aveva un sorriso dolce il signor orso; alla luce di quel sorriso, la sua faccia scura pigliava un aspetto piacevole, quasi bello. Tuttavia egli non rispose nulla e non allentava nemmeno la stretta con cui teneva il cappello, sebbene la vezzosa interlocutrice facesse un po’ di violenza per istrapparglielo di mano. Non vi riuscendo, ordinò: «lasci andare,» e Silvio obbedì chiedendo scusa.
La contessina lo minacciò col dito ed andò a deporre il cappello sopra una sedia.
— Dunque? disse poi tornando incontro all’amico con una certa gravità. Dunque ce lo vuol dire che cosa ha quest’oggi? Ci vuol dire come sta Angela?
Beatrice si era buttata a sedere sopra un divano, ed invitava l’amico a venirle al fianco, ma l’invisibile laccio d’un pensiero tratteneva Silvio in mezzo alla stanza.
— Cosimo non viene? domandò, e avvedendosi dal suono della propria domanda che egli era in debito di una risposta, fece due passi avanti e si affrettò a dire:
— Angela sta benone; però in collegio non ci vuol rimanere più, si annoia.
— Alla sua età si annoia? osservò Beatrice, comincia presto: bisognerà comperarle una bambola che dica _mamma_.
— Bambole! rispose Silvio; sentisse come ne parla! le disprezza tutte. Le piace leggere, sonare il pianoforte e sopratutto recitare la commedia. Ma in collegio non ha che libri noiosi, le fanno sonare troppi esercizi, e non si recita che un paio di volte l’anno, in carnevale. Compiangiamola.
— Povera bimba! disse Beatrice.
Entrò Cosimo.
Si accese la medesima luce nel volto abbronzato di Silvio e nella faccia pallida del conte; si strinsero la mano, si buttarono un braccio sull’omero e vennero così allacciati dinanzi alla contessina, che li guardava crollando il capo.
— Eccoli lì! disse, si vogliono bene come due innamorati.... Se pure ce n’è ancora degli innamorati che si vogliano bene così. Sapete voi altri che ce ne sia ancora?
— Io credo di sì, rispose Silvio.
— Io ne sono sicuro, rispose Cosimo.
— Una volta ci erano anche dei mariti che volevano bene così alle loro mogli! sospirò la contessa.
— Gelosa! disse il marito con tenerezza; ed aggiunse un gesto discreto, che, a saperlo intendere, era una carezza. Beatrice l’intese, ma nondimeno insistè:
— I mariti d’oggi sono affaccendati; hanno delle gravi cure, e se le tengono tutte per risparmiare le mogli. Devono essere molto riconoscenti le mogli.
Parve a Cosimo che tremasse una corda melanconica in queste parole, ma la gioconda natura riprese i suoi diritti, quando il marito stava per iscusarsi.
— Grazie, soggiunse Beatrice; meglio così, io già non saprei essere diversa da quella che sono; se è proprio necessario guardare una cosa con occhiate severe, o profonde, o cupe, non me la fate vedere.
Silvio interrogò Cosimo alla muta, ma Cosimo interrogava Beatrice, la quale rispose così:
— Che mi vuoi dire con quell’occhiata? Non mi sono spiegata chiaramente? Mi spiegherò meglio, per non farmi dare della pazzerella... stiano zitti; lei, signor marito, non me lo dice, ma lo pensa; e lei signor professore...
— Io?...
— Lei forse mi giudica con più indulgenza, diremo così. Dunque, dico io, non si potrebbe guardare il mondo e tutte le cose che vi si rappresentano con un po’ di buonumore? Io le guardo così, e rido. Ma forse non ci vedo abbastanza.
— Hai ragione, disse Cosimo, pensoso.
— Non ci vedo abbastanza? chiese Beatrice, rovesciandosi sul divano per ridere con abbandono.
— No, corresse il marito, forse le cose della vita dovrebbero essere guardate così... come tu le guardi; ma...
Quel _ma_ fece paura alla contessina... Annunziava esso un’immagine filosofica? Cielo! e allora chi potrebbe resistere? Rabbrividì eccessivamente, poi rise ancora, poi si rifece seria.
— Parliamo d’Angela, disse: lo sai, Cosimo, la cara bimba non vuol più stare in collegio, si annoia! e il signor filosofo, suo zio, fa profonde meditazioni sopra questo caso difficile.... È perfino venuto a chiedere consiglio a me, non è vero, professore? Ecco a che cosa conduce la filosofia!
— Sì, disse tranquillamente Silvio, sono venuto a chiedere consiglio.
— A me? interruppe Beatrice, dica di sì per farmi piacere.
— A lei ed a te, ed anche alla contessa Veronica, se la sua malattia mi concede un breve armistizio. Come sta oggi tua madre?
— Pare che stia meglio; ha la lingua più sciolta del solito...
— Allora avrà detto male di me, osservò Silvio con accento scherzoso.
— Tu esageri, si provò a dire il conte, non è vero che mia madre non ti possa soffrire, come ti sei messo in capo... Ci è una mala intelligenza di mezzo.
— I nostri fluidi non si combinano, disse Silvio leggermente.
— Peccato! sospirò Beatrice. La mamma è tanto buona, ed è sempre tanto allegra, tanto forte, anche quando soffre!...
— Ah! sì, è allegra, è forte, confermò il professore, ed è anche buona....
Cosimo interruppe:
— Il consiglio che ti bisogna riguarda Angela?...
— Angela ed un altro....
— Un altro?
— Lui!
Silvio aveva abbassato la voce istintivamente nel pronunziare questa parola, che fu subito intesa.
— Ha scritto? domandò Cosimo, mentre l’amico mostrava l’estremità d’una carta nel pugno chiusa.
Beatrice non rideva più: s’era fatta un po’ pallida ed aveva il respiro breve, nell’ansia d’una curiosità intensa e punto frivola.
— Sediamo! disse con un filo di voce, ma i due amici continuarono a stare ritti innanzi a lei; ed allora essa si alzò, e pose la testina vivace presso al foglio che Silvio aveva spiegato in silenzio.