Part 10
In poche parole ebbe informato il bandito dello stato delle cose; quando disse che la fanciulla era stata tenuta al buio della sorte di suo padre, e che ciò era sembrato necessario alla sua felicità, almeno finchè non fosse in età di comprendere meglio la vita, _Su Mazzone_ allungò le labbra, ma non disse nulla.
Silvio a capo basso pensava.
— Fermati a cenare con noi, propose improvvisamente rialzando la testa, dirò che sei...
— Efisio Pacis, è un nome che ha già servito e può servire ancora...
— Fermati a cenare con noi, insistè il professore.
— Grazie; Moro mi aspetta.
— Chi è Moro?
— Non te l’ho detto? è il mio cavallo; l’ho legato in un oliveto sopra Logu Lentu... però ha la corda lunga, e a piè degli ulivi ci è dell’erba.... _Brigadiere_ gli fa compagnia.
— Chi è _Brigadiere_?
— È il mio cagnuolo.
— Fermati a cenare con noi.
— E perchè no? esclamò il bandito allegramente; non mi tentare, demonio, se no mi fermo.
— È cosa intesa.
— Nessuno sa chi sono?
— Togline i servi, rispose Silvio ridendo, lo sanno tutti.
— Farò paura alla piccina...
— Anche la piccina non sa nulla.
Il bandito titubava ancora; l’idea di sedere ad una mensa colla tovaglia, di trovarsi a cena in una sala piena di luce, in faccia ad una bella signora, di poter dimenticare nella ciancia e nel bicchiere la propria miseria, quest’idea lo tentava. Silvio gli lesse nell’anima, e cacciandogli una mano sotto il braccio, gli disse risolutamente: — Ora è detta; tu rimani.
— Non è detta ancora, protestò _Su Mazzone_ facendosi rosso in viso.
— Ebbene, di’ su, presto; tu rimani.
— Com’è vero Dio, sì! Rimango! ma lascia almeno che pigli il mio bagaglio... Non si sa mai...
Prese la pistola e il sillabario che aveva deposto sul tavolino, intascò ogni cosa, e seguì il suo ospite.
Nell’attraversare il corridoio che menava alla sala da pranzo, dalla cui porta vetrata usciva una luce allegra, quell’uomo temuto metteva il passo come un fanciullone impacciato. Ma si ricompose subito; appena entrato nella sala piena di luce, si arrestò sulla soglia sberrettandosi, e disse con dignità: _salute a tutti e allegrie molte_. Cosimo gli venne incontro, e il bandito gli porse la mano.
— Cena con noi, annunziò Silvio. — Bisogna aggiungere un piatto, disse alla servetta che, invece di avvicinare le seggiole, veniva studiando la propria parte sulla faccia dei nuovi arrivati.
Intanto che Annetta eseguiva, _Su Mazzone_ andò a porgere la mano a Beatrice, la quale, oramai iniziata a questo rito isolano, fu pronta a pigliarla.
— Benvenuto!
— Ben trovata! rispose il bandito, guardandola negli occhi; e la ragazza dov’è?
Angela era nel vano d’una finestra, nascosta nell’ombra; sentendo il proprio nome, intascò qualche cosa che aveva in mano e cacciò innanzi il capo.
— Angela! disse _Su Mazzone_ con voce commossa.
Angela abbandonò il suo cantuccio e venne colla testa alta, col viso audacemente bello, a porgere la mano al visitatore.
— Benvenuto! disse anch’essa; ed aveva tutta l’aria d’una donnina.
— Ben trovata! rispose il bandito; quanti anni ha? chiese voltandosi ad interrogare Silvio.
Ma fu Angela che rispose: — Ne ho quasi tredici.
— È vero... ne hai quasi tredici; non ti ricordi più di me?
Non piaceva ad Angela sentirsi dare del tu, ma oramai si era rassegnata; in Sardegna pareva che si fossero messi d’accordo per mortificare la sua vanità di signorina; tutti le parlavano con questa confidenza bizzarra.
— Aspetti, rispose senza amarezza, mi pare, ma ero tanto piccina...
— Ti ho portato in braccio; ti ho portato in groppa; disse _Su Mazzone_, e gli tremava la voce, mentre continuava a tenere gli occhi fissi su quel visino adolescente, che gli ricordava un vago sembiante di donna.
— Mi sembra di vedere tua madre, disse poi, è per questo che ti guardo; e dimmi, non me lo vuoi dare un bacio?
— Perchè no? disse Angela e scoccò un bacio sulla faccia barbuta.
— Questo non è mio, scappò detto a _Su Mazzone_, ora me ne darai uno per me — non ho figliuoli, io, e tutti i bambini mi baciano.
— Io la bacio, protestò Angela, ma non sono una bambina.
— È vero, tu non sei una bambina... ripetè il bandito guardandola.
_Su Mazzone_ non provava più verun impaccio; sedette a mensa nel posto che gli fu assegnato, e non si avvide neppure che, rimettendosi la berretta in capo senza chiederne licenza alla contessa, dava scandalo a Cecchino, il quale fu ingegnosissimo nel vendicare i suoi padroni; e ad ogni piatto che portò in tavola, riuscì a cacciare il gomito sotto il naso del bandito.
Era un uomo amabile _Su Mazzone_; una volta avviato a cianciare, trovava facilmente l’aneddoto e la barzelletta; conosceva tutta la Gallura, tutta l’Anglona e tutta l’arma dei carabinieri a piedi ed a cavallo. Beatrice che si trovava per la prima volta a contatto con un uomo di quella fatta, veniva stuzzicando le confidenze, per tenere sveglio quello sgomento piacevole che si era impadronito dell’anima sua. E _Su Mazzone_, continuando a spacciarsi per Efisio Pacis, frugava nella propria vita per alimentare quella curiosità femminina da cui si sentiva lusingato. Una volta gli venne sulle labbra il suo vero nome.
— _Su Mazzone_! interruppe prontamente Beatrice, ha conosciuto _Su Mazzone_?
— Un poco, rispose il bandito con un sorriso.
— Com’è? Vuol parlarci di lui? disse la contessa.... Cecchino, guarda che cacci il gomito nella faccia del signore.
Cecchino ritirò il gomito, ma non diede alcun indizio di pentimento.
— Ha le braccia lunghe, osservò scherzosamente il bandito, ed è un ragazzo serio — come ti chiami?
Cecchino guardò l’audace, che lo interpellava così, e finse di non intendere; _Su Mazzone_ gli ghermì il braccio, lo guardò fisso, e senza cessare di sorridergli, ripetè la domanda in sardo: _comente ti naras_? Al povero Cecchino si aprì un orizzonte in quello sguardo, e il dialetto lugudorese commentato da quella stretta, divenne la più chiara dello lingue.
— Cecchino! si affrettò a rispondere, Cecchino Misirolli!
Il bandito disse che Cecchino Misirolli era un bel nome, e l’ex guattero si ritrasse in un canto giurando di vendicarsi.
— _Su Mazzone_, cominciò il bandito, è un uomo come me; piccolo, asciutto, magro, come me; non è vero che sia terribile; non ha mai fatto del male a nessuno; non sa che difendersi; gli piacciono le belle donne, e se i carabinieri gli lasciassero un po’ di pace, vecchio com’è, colla barba lunga e grigia come la mia, non andrebbe no a farsi cappuccino, ma si piglierebbe in moglie una ragazza bella e un po’ matta...
— Perchè un po’ matta?
— Perchè per pigliarsi un marito colla barba grigia una bella ragazza non ha bisogno d’esser savia. Non è vero forse?
Beatrice rise, dicendo che era verissimo, e così disse Cosimo; Silvio stette zitto, ed Angela, che non istaccava gli occhi dal bandito, non intese neppure.
La cena fu allegra. Alle frutta, fu mandata in giro la vernaccia di Solarussa, ma il bandito vi bagnò appena le labbra, e rivolgendosi alla padrona di casa, e sberrettandosi con una galanteria campagnuola degna dei tempi pastorali, incominciò in versi così:
Nadu m’ana cosas mannas De tua belesa e buntade...
ma mentre tutti applaudivano al commensale, che si rivelava a un tratto improvvisatore, il poeta perdeva il filo.
— Avanti! avanti! disse Beatrice; io non ne capisco nulla, ma mi diverto lo stesso; avanti signor Efisio!
Il falso signor Efisio sembrava in ascolto, tenendo gli occhi fissi nella finestra.
— Quella finestra dà sulla strada? domandò tranquillamente.
— Sì.
Il bandito ascoltò ancora in mezzo ad un silenzio penoso, poi rise e disse: mi era sembrato d’udire il latrato d’un cane...
— Non ci sono cani, annunziò Cecchino, che si era avvicinato alla finestra; la strada è deserta.
— Grazie, Cecchino, disse il bandito, e Cecchino buon figliuolo, senti svanire tutto il suo rancore per amor delle Muse.
Il bandito, colla berretta in una mano e il bicchiere nell’altra, ripigliò, parlando alla contessa:
Nadu m’ana cosas mannas De tua belesa e buntade.... Como però no m’ingannas.
Furbo _Su Mazzone_! A queste parole fece seguire una sospensione maliziosa, col pretesto di aspettare i comodi della Musa.
— Che cosa ha detto? domandò Beatrice a Silvio; e il professore spiegò: «mi hanno detto tante cose della tua bellezza e della tua bontà; ora però non m’inganni...»; ha detto così.
L’effetto era ottenuto; sulla faccia della contessa, _Su Mazzone_ cominciava a leggere quell’ansia penosa di chi teme che una persona amica commetta o dica una villania; e subito proseguì con grazia:
Chi ses bella già lu ido, E chi ses bona già l’isco; De s’oju meu mi fido!
Angela, dilettata da questa scenetta, che le risvegliava nella mente la memoria d’un tempo in cui, bambina, assisteva alle gare dei pastori nelle feste campagnuole, e premiava i vincitori e i vinti con un bacio, fu la prima a battere le mani.
— E ora che cosa ha detto? domandò Beatrice a Silvio.
«Che sei bella lo vedo; che sei buona lo so; mi fido dell’occhio mio.»
— Grazie tante.
Ma _Su Mazzone_ non badava più a nulla; aveva deposto sulla mensa il bicchiere di vernaccia, dopo avervi bagnato le labbra appena, e stava in ascolto.
Questa volta non vi era dubbio; un cagnuolo latrava a piè della casa.
— È _Brigadiere_! disse il bandito, come parlando fra sè; si levò da tavola tranquillamente, porse la mano alla contessa e le disse celiando: _a nos bidere_, poi tradusse egli stesso in italiano: _arrivederci_, baciò Angela sulla fronte, ed uscì dando un buffetto a Cecchino, che cominciava ad ammirare quell’ometto senza saper bene il perchè.
La fama poetica del bandito, raccomandata ad Annetta, era scesa in cucina e nella dispensa; Ambrogio, Pantaleo e Giovanni si trovarono per caso sul limitare dell’uscio per veder passare quell’uomo bizzarro che nessuno aveva visto venire, e che si era trovato improvvisamente commensale alla cena dei padroni. Annetta, attraverso la porta d’ingresso, parlava al cagnuolo che si lamentava in istrada, raccomandandogli di star zitto ed annunziandogli l’arrivo imminente del suo padrone; poi si voltava al suo amico Pantaleo, per osservare che i cani sono pieni di giudizio.
_Su Mazzone_ non era punto agitato, e neppure frettoloso; egli trattenne, nel principio del corridoio, Cosimo e Silvio, e disse loro:
— Non abbiamo potuto combinare nulla; un bigliettino a Efisio Pacis fermo in posta, che mi dica il giorno.
— È inutile, disse Cosimo; non bisogna ritardare; fra otto giorni.
— Giovedì venturo, confermò Silvio, saremo a Tempio, in casa di prete Emanuele.
— Giovedì venturo a Tempio, in casa di prete Emanuele, disse il bandito, verrà un amico a prendervi e vi accompagnerà fino allo stazzo; io non posso venire, me ne dispiace, soggiunse celiando. _A nos bidere._
Volle baciare Silvio, od andarsene; il professore, inquieto, si rifiutò a quell’addio.
— Ti accompagnerò un tratto, disse; ma _Su Mazzone_ gli prese le braccia e lo costrinse a rimanere, ripetendo: _a nos bidere_!
Fu aperto l’uscio di strada da Ambrogio, e il cagnuolo irruppe chiassosamente nel corridoio.
— Zitto, _Brigadiere_, ordinò il bandito, e _Brigadiere_ tacque.
— _A nos bidere!_ disse il vecchio per l’ultima volta; si serrò il cappotto ai fianchi, tirò sulla testa il cappuccio e scese tranquillamente lo scalino che lo separava dalla strada.
Cosimo e Silvio, venuti sull’uscio, lo accompagnarono cogli occhi.
_Su Mazzone_ seguì per un breve tratto la strada deserta, col cagnuolo attaccato ai calcagni come l’ombra del suo corpo; si arrestò dinanzi a un muricciuolo che cingeva un terreno non ancora fabbricato, afferrò il cagnuolo per il collo e lo buttò dall’altra parte, dopo di che scavalcò egli stesso quella barriera.
Pochi minuti dopo il bandito era scomparso nel fondo nero della campagna.
— Noi non sappiamo che cosa sia seguito, disse Cosimo a Silvio, ma _egli_ pareva tranquillo e sicuro di sè; a buon conto non sarà male che nessuno parli del commensale che abbiamo avuto a cena.
— È vero, rispose Silvio.
— Amici, disse il conte, affacciandosi alla cucina; nessuno di voi ha visto l’uomo che se n’è andato; nessuno di voi sa che un pastore ha cenato qui stanotte; mi raccomando.
Non disse altro, ma ce n’era d’avanzo.
Fu interrotta la lavatura dei piatti, e l’immagine di quell’omino, tutto pelo, e niente sostanza, empì la cucina per il resto della serata.
— Dov’è Angela? chiese Cosimo, rientrando nella sala da pranzo e trovando Beatrice sola.
Angela era di là, nella sua cameretta bianca.
E che faceva Angela?
Ritta dinanzi alla sua scrivania, essa rileggeva furtivamente alcune pagine scritte da lei stessa in un quaderno nuovo; quando fu giunta al termine, guardò verso l’uscio per paura di essere veduta, trasse di tasca e contemplò un istante una fotografia sbiadita, poi si curvò sul quaderno, e scrisse col suo bel rondo:
«10 Maggio. — Non è lui! Il supplizio ricomincia! Dio mio! quanto sono....»
La fiamma della candela, su cui si era curvata troppo, volle baciarle i capelli, e Angela mandò un piccolo grido di terrore. Subito, abbandonando il quaderno, andò col lume in mano a guardarsi nello specchio, e riconobbe con gioia che solo un ricciolino ribelle al pettine era stato danneggiato.
Tornò gravemente alla scrivania, scostò da sè la candela e finì la frase incominciata:
«Dio mio! quanto sono infelice!»
IV.
Il giornale di Angela, non risaliva ad un tempo molto lontano, tutt’altro; come confessava essa stessa nella prima pagina, aveva avuto il torto di passare parecchi anni in collegio, senza nemmeno gettar gli occhi sul proprio cuore. Ora le sarebbe piaciuto ritrovare giorno per giorno le speranze colle quali era andata incontro alla delusione ed allo sconforto, di tappa in tappa, dal primo castigo della direttrice, alla parte recitata in una commediola morale, al romanzo letto di nascosto, al primo sogno d’amore ed alla prima comunione! Così, per una colpevole trascuranza, tutto si era cancellato; gioie e dolori; e solo era in grado di poter dire all’ingrosso che le sue gioie, le erano state _misurate avaramente_. Ma non è forse questo il retaggio comune? domandava Angela. Sì, è questo, e la vita non è che una lotta, nella quale bisogna vincere o morire, vincere e morire.... La morte! oh la morte!... L’idea della tomba non faceva paura ad Angela; fin dalla prima pagina ella era preparata a morire; aveva il presentimento di non dovere vivere a lungo; una voce segreta l’avvertiva che il suo destino era di non gustare neppur le poche gioie concesse agli umani. Non importa, essa accettava la propria sorte, le andrebbe incontro come una martire, scrivendo ogni sera nel proprio quaderno la storia della sua giornata. E un giorno, anzi una mattina di maggio, quando essa fosse giunta all’ultima ora, si farebbe portare al letto di morte il segreto confidente della sua breve vita... e... Non sapeva bene che cosa ne farebbe, ma certamente un uso che dovesse far piangere tutti gli astanti come fontane. Dato così un saldo fondamento alla propria determinazione, Angela voltava pagina e cominciava il proprio diario.
«_1 aprile._ Giovannina e Geltrude hanno scommesso di farmi portare il pesce, ma io non l’ho portato; mi volevano mandare dalla direttrice e in parlatorio, io non ci sono andata. La giornata è finita, e Giovannina e Geltrude hanno perduta la scommessa. Ho promesso a me stessa di scrivere la storia della mia vita; eccola:
«Io sono nata nell’isola di Sardegna, in Sassari; mia madre si chiamava Bebbia, ma io non l’ho conosciuta; essa morì pochi giorni dopo la mia nascita. Tutti mi hanno detto che era molto bella, che aveva gli occhi grandi e neri, la bocca piccola. Non ho il suo ritratto, ma ricordo che mi fu fatta vedere un’immagine che somigliava a mia madre; dicono anche che io stessa somiglio molto a mia madre, ma come può essere se io non sono bella?...»
Qui nel giornale di Angela seguiva una lunga fila di puntini, per lasciar tempo al lettore di risolvere il difficile quesito, poi l’autrice esclamava:
«Angela! povera Angela, tu sei entrata nel mondo per la porta della sventura!....
«Mi ricordo ancora di mia nonna; anche mia nonna era bella, ma piangeva di nascosto, e quando mi pigliava in braccio per baciarmi, io vedeva sempre una lagrima nei suoi occhi rossi. Morì, e rimasi sola nel mondo, collo zio Silvio, che è il fratello di mio padre.
«Mio padre! dov’è mio padre? perchè non è mai venuto ad abbracciare la sua creatura, a darle forza di sopportare questa vita? Un terribile mistero circonda l’esistenza dell’autore dei miei giorni. Nessuno me ne ha mai parlato, nessuno me ne parla mai; soltanto la nonna, ogni sera prima di andare a letto, mi diceva: «prega per il tuo povero padre che è tanto disgraziato!» Ora che la nonna è morta, nessuno mi fa pregare per mio padre, ma io non lo dimentico lo stesso, nelle mie orazioni.
«Signore, vi raccomando mio padre, che è tanto disgraziato, si chiama Giorgio Boni, e va ramingando per la terra.....
«Il cuore mi assicura che mio padre non è morto; non mi fu detto ancora: piangi, tu sei orfana! — Ma se egli è vivo, perchè non viene, perchè non mi scrive? Ho provato ad interrogare lo zio Silvio, ma egli non mi ha voluto rispondere; forse non mi ha creduto abbastanza grande; ma io gli dirò che è una cosa crudele nascondere ad una figlia la sorte del padre, e lo costringerò a dirmi tutto! L’ora dello studio è finita; ora si va a cena e poi a letto; a domani.
«_2 aprile._ La giornata è passata senza alcun avvenimento importante. Continuerò la storia della mia povera vita, una storia semplice, ma che nasconde un acerbo dolore. Morta mia nonna, lo zio Silvio mi ha condotta in Milano; noi abbiamo qui dei parenti; la zia contessa, che è sorella di mia nonna, non mi piace; è una donna stravagante, che mi fa sempre delle domande a cui non so che cosa rispondere. — È molto ricca, ed ha una magnifica casa in cui andavano tutte le signore di Milano a prendere il tè, a suonare il pianoforte e qualche volta a ballare; ma da molto tempo non ci va più nessuno, perchè la zia contessa è ammalata, e dicono che voglia morire. Lo zio conte è il figlio della contessa Veronica; è un uomo che ride poco, ma è buono; mi piace; sua moglie è la contessa Beatrice, la zia Beatrice, che però non vuol essere chiamata nè zia nè contessa; la chiamo Bice; è la mia migliore amica; essa ride sempre, perchè è felice, ed io.... io ho l’anima torturata.
«Credo che Bice sappia qualche cosa di mio padre, ma forse le hanno raccomandato di non parlarne con me.
«Geltrude e Giovannina mi hanno pagato la scommessa; Geltrude mi ha dato una bella immagine, Giovannina mi ha dato un anellino di argento. L’anellino è una _memoria_ d’un’altra amica; io non lo voleva accettare, ma Giovannina mi ha detto che l’amica da cui lo ha avuto è andata via e che non gliene importa più. Credo che anche l’immagine di Geltrude sia una _memoria_ d’un’amica andata via.
«_3 aprile._ Oggi ho compiuto i dodici anni e sette mesi.... Cinque mesi ancora e ne avrò tredici — età fatale! Ho un presentimento nero, sento una voce che mi dice che a tredici anni dovrò morire! Ma perchè penso alla morte? Sarà perchè la zia contessa sta molto male; oggi le hanno portato il viatico; lo zio Silvio è venuto a vedermi, e mi ha detto che non vi è speranza. — Stanotte, dicendo le mie preghiere, bisognerà raccomandare al signore l’anima della zia contessa...
«_4 aprile_..... La zia contessa è morta; io abbandono il collegio per andare in Sardegna; oh! padre mio! mi pare di andarti incontro; sono sicura di riconoscerti, sebbene nessuno mi abbia mai parlato di te; perchè il cuore non s’inganna, e poi ho il tuo ritratto.
«Ero bambina ancora, quando la nonna mi fece vedere un ritratto di mio padre che conservava dentro un libro; morta mia nonna, io aprii il libro, e trovai il ritratto. Da quel giorno esso non mi ha lasciato più. Eccolo, io l’ho davanti agli occhi; lo guardo e gli chiedo il segreto fatale che lo separa da sua figlia. — È un uomo magro, porta i baffi e la mosca, ha gli occhi grandi; sembra pallido, ma non ne sono sicura, perchè la fotografia è scolorita dal tempo..............
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«_7 aprile._ (In alto mare). Sono qui fra cielo ed acqua; ma si vede ancora una striscia di terra lontana, spero che fra poco non si vedrà più terra da nessuna parte.
«(Più tardi). Ho dimenticato di dire che il cadavere della contessa viaggia con noi; essa ha voluto essere sepolta in Sardegna, e noi andiamo a seppellirla. Sono passati i delfini; hanno il muso nero e gettano l’acqua in alto a zampilli; da un marinaio ho saputo che sono buoni pesci, che non fanno male a nessuno. Il sole tramonta ed ho appetito! Ho domandato ad un marinaio quand’è che non si vedrà più terra e mi ha risposto che ne vedremo sempre. Mi dispiace. Avrei voluto che per un’ora almeno non si vedesse che cielo ed acqua; l’ho detto alla zia Beatrice, si è messa a ridere e mi ha dato dell’indiscreta. Bice non comprende i miei sentimenti; è una donna diversa dalle altre; ma è tanto buona, e ride così di gusto!... bisogna compatirla.
«_8 aprile._ Siamo a Sassari. Sono venute molte persone a salutarci, ma _lui_ non è venuto. E pure io sento che mi sta vicino; a Porto Torres un uomo incappucciato mi ha rivolto la parola. Non comprendevo quello che mi diceva, perchè mi ero messa in testa che dovesse essere mio padre. Ho poi visto che era un uomo consumato dalla febbre che mi domandava l’elemosina. Mi sono proposta di vincere la mia commozione e di aspettare gli avvenimenti. Sono più tranquilla, sono più rassegnata. La mia Sardegna mi piace; i Sardi pure mi piacciono; non fanno molti complimenti, sono piuttosto superbi; però mi chiamano _signoricca_, e mi dicono in faccia che sono bella. Ma essi intendono che sono apparentemente robusta. Nessuno vede quello che avviene nell’anima mia; nessuno sa quanto io soffro, anche mentre rido; nessuno sa che ho un tarlo qua dentro....
«_9 aprile._ Oggi lo zio Silvio è tornato da Muros di malumore; che cosa è andato a fare a Muros? Gliel’ho chiesto e non mi ha risposto; sono entrata all’improvviso nella sala comune dell’albergo, quando vi erano lo zio Silvio, lo zio conte e Bice, e subito hanno taciuto; — questi misteri m’indispettiscono; perchè mio padre non viene?»
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Nel suo diario Angela proseguiva giorno per giorno a pigliar nota degli avvenimenti; descriveva la nuova casa dove erano andati ad abitare nel viale del mulino a vento; la deliziosa Valle Maledetta, le gite a Florinas, a Ploaghe, le frequenti assenze dello zio Silvio, il suo umore melanconico, il ritorno di Ambrogio, di Pantaleo e di Giovanni e ogni altra cosa che le era sembrata notevole. Non risparmiava l’esame dei proprii sentimenti; e quando era costretta a confessare che aveva passata una giornata allegra, che in sostanza essa si divertiva moltissimo, e che la Sardegna le aveva aperto dinanzi un libro bizzarro, in cui bastava voltar pagina per passare da una veduta curiosa ad una scena più curiosa; quando aveva scritto tutto ciò, allineava alcuni puntini, e interrogava «_e pure sono io felice?_» Domanda terribile, alla quale il più delle volte la fanciulla si accontentava di rispondere con un’altra fila di puntini.
Colla data del 10 maggio, Angela scriveva nel suo quaderno:
«È venuto un uomo, ha chiesto dello zio conte, poi è scomparso; sono stata alla finestra per vederlo uscire, ma non è uscito; lo zio rientrando in sala era turbato. Che cosa succede? Se fosse mai lui...
«(Più tardi). Quell’uomo è rimasto in casa; dev’essere chiuso nella camera di zio Silvio, ma mi manca la forza di accertarmi.
«(Più tardi). Non è lui! il supplizio ricomincia. Dio mio! quanto sono infelice!!!»....
V.