Amore ha cent'occhi

Part 24

Chapter 243,871 wordsPublic domain

— La signorina saprà ogni cosa subito, rispose Silvio, rifacendosi grave, venga con me, ingegnere...

— Che cosa vuol fare? domandò l’innamorato con un dolce sgomento; devo venire anch’io?

— Lei non è di troppo, rispose Silvio; se vi è qualcuno di troppo, non è lei.

Così dicendo, il professore si impadronì del braccio del suo rivale. Si avviarono a gran passi.

Per via, nessuno dei due parlava, il professore perchè aveva detto abbastanza, l’ingegnere perchè non sapeva che dire. Guardavano entrambi alla finestra di Angela, dove la pezzuola bianca continuava a promettere amore; a un certo punto si arrestarono; la pezzuola veniva ritirata lentamente fra le stecche della persiana...

— To’, disse il professore al suo compagno, non l’adora più!

Ma l’ingegnere non rispose, e aspettò sulla via, senza muoversi, che apparisse un altro segnale.

— Significa? domandò Silvio quando vide spuntare una pezzuola rossa fra le stecche della persiana chiusa.

— Significa che ha bisogno di parlarmi...

— Me lo immagino; e non le dice altro?...

— Mi dice di trovarmi sotto la sua finestra alla mezzanotte...

— Lei non ci andrà, ordinò il professore con una severità burlesca, che mise il colmo alla felicità del suo rivale; io glielo proibisco.

Quando giunsero all’abitazione, Cosimo non era ancora tornato dalla sua visita al nuovo pozzo della miniera, ma Beatrice, informata d’ogni cosa da Annetta, venne sul pianerottolo col piccino in collo.

Non ostante la sollecitudine della sua buona amica, sembrò a Silvio, come prima gli era sembrato, che essa pure obbedisse all’egoismo della felicità, e che, lieta del suo grande amore di madre, si fosse fatta un poco indifferente verso il compare e l’amico.

— Caro! disse Silvio accarezzando con un dito una guancia del figlioccio; caro! gli vuoi bene al padrino? sì? tanto tanto? e allora vediamo se ti lasci dare un bacio senza piangere...

Silvio accostò la faccia barbuta a quella del bambino, il quale cacciò uno strillo e si nascose nel seno della mamma.

— Cattivo, gli disse comare Beatrice, coprendolo di baci: cattivo, cattivo, cattivo!

— Angela è sempre nella sua camera? domandò il professore, e Beatrice rispose di sì; poi disse; — entrino, entrino, e senza staccare la bocca dalla guancia della sua creatura, precedette i due nel salotto.

Si vedeva chiaro che voleva mostrarsi severa collo ingegnere; ma nemmeno questo le riesciva, perchè era troppo felice.

— Comare mia, disse Silvio con accento deliberato, fatemi il piacere d’andare a dire ad Angela...

Che cosa? Ci pensò; non sapeva nemmeno lui.

— D’andare a vedere, corresse, se Angela sta meglio, se può venire qui... se posso andare io da lei... A quest’ora deve essere guarita; le emicranie non durano molto alla sua età...

Sotto uno sguardo affettuoso di comare Beatrice, il professore si sentiva indebolire; si guardava intorno e cominciava a credere che aveva fatto male a tirarsi dietro l’ingegnere.

— Devo proprio andare? disse un’occhiata della contessa.

Si avviò lentamente, quasi a malincuore, e si voltò sull’uscio sperando forse che Silvio si pentisse; l’ingegnere, cogli occhi fissi sulla parete di fronte, pareva un ladro che non volesse restituire la roba rubata.

Subito il professore, andando su e giù per la sala, senza badare al suo rivale, cominciò mentalmente così:

— Ragazza mia, il padre tuo, morendo, ti ha affidata a me; io ho giurato di fare la tua felicità; ti restituisco la parola... no, ti restituisco la fede... ti restituisco la promessa... — Rimanendo in dubbio su ciò che propriamente doveva restituire, ricominciò più volte da capo: — ragazza mia, il padre tuo, morendo...

Rientrò comare Beatrice.

— Peggio che mai, — disse parlando quasi all’orecchio di Silvio per affliggere l’ingegnere; — non ha la forza di vedervi, vi chiede perdono, vuole morire; ma non mancherà alla promessa data...

L’ingegnere continuava a guardare la parete, come se non avesse udito nulla.

Silvio esclamò con allegria nervosa:

— Ci è un equivoco di sicuro; quando la povera ragazza saprà che io sono contento...

Ma non sapeva risolversi ad andare a picchiare egli stesso all’uscio della cameretta di Angela. Gli venne un’idea che già gli aveva servito una volta; strappò un foglio dal taccuino e scrisse, sotto gli occhi di comare Beatrice che baciucchiava la sua creatura:

«Angela, non piangere; il padre tuo morendo mi ha affidata la cura di renderti felice; ed io lo farò, fino all’ultimo giorno della mia vita. Non ti credere legata da una promessa che hai fatto sognando; destati e lascia che il tuo cuore batta liberamente. Io benedirò i tuoi affetti senza rancore.»

Rilesse lentamente queste poche righe, e le sottoscrisse: _lo zio Silvio_; poi le consegnò con un gesto largo all’ingegnere.

— Io sono stanco, disse, ho viaggiato tutta notte in diligenza ed ho bisogno di riposarmi un poco; comare Beatrice, vi raccomando l’ingegnere; accomodate voi le cose; all’ora del desinare mi farete svegliare, e a tavola non voglio vedere che facce allegre. Lei, ingegnere, dica ad Angela che non ci è proprio nessuna ragione di disperarsi, nè di morire... Solamente, aggiunse mutando accento, badi che io non le concederò la mano di mia nipote fino a tanto che essa non abbia compiuto i quindici anni, e possa pigliar marito... Io non metto in dubbio che oggi la ragazza sia innamorata di lei; ma nella mia qualità di tutore ho dovere d’essere cauto, e come pretendente a spasso ho il diritto di credere che la ragazza, crescendo, possa ancora innamorarsi d’un altro.

Furono queste parole la sua sola vendetta. Sorrise all’ingegnere, strinse la mano di Beatrice, baciò a viva forza il neonato.

— Sapete la strada, compare? domandò Beatrice, tanto per accompagnarlo un tratto.

Quando furono distanti da quell’altro, gli disse sottovoce:

— Siete troppo buono a cedere così... Angela vi ama ancora.

— Può essere, rispose Silvio; non mi meraviglio più di nulla; ma io poi l’amo?... comincio a credere che non l’ho amata mai; è una bambina.

La cameretta che Silvio aveva già occupato era all’estremità dell’edifizio; bisognava attraversare un lungo androne per giungervi; Beatrice si arrestò sul principio del corridoio; Silvio lo attraversò tutto a passi celeri e sonori, senza voltarsi.

Quando fu nella cameretta nota, dove egli era arrivato la prima volta, allo svegliarsi da un altro sogno, si chiuse a chiave e si buttò nel lettuccio senza svestirsi.

Ora il decoro era salvo; nessuno lo vedeva ed egli poteva piangere in silenzio.

All’ora del desinare, venne Cosimo a svegliarlo; gli recava una letterina dell’ammalata d’emicrania.

Il professore l’aprì con un po’ di tremito. Che sperava egli ancora?

La lettera cominciava con queste parole: «Uomo generoso!»

XIV.

Accaddero molte cose in due anni.

_Speranza Nostra_ non tardò a richiamare il suo Silvio; poco dopo tutti gli ospiti della miniera partirono, e la casina bianca riebbe i suoi inquilini.

Sotto le brune arcate degli ulivi, le voci delle raccattatrici echeggiarono un’altra volta, ma Angela non cantò in coro come l’anno antecedente, e se al tempo delle vendemmie la bella fanciulla apparve ancora fra i vitigni, al braccio di Beatrice, non vi portò più il suo riso infantile, nè i suoi sospiri di donnina romantica, e ciò, sebbene lo zio Silvio facesse di tutto per non metterla in soggezione, lasciandosi vedere il meno possibile, e non le parlando mai di cose che potessero richiamare da lontano il loro tempo passato.

L’ingegnere Marini era venuto tre volte, che in un lungo anno d’amore non sono troppe, a rivedere la propria innamorata. L’ultima sua visita ebbe uno scopo, rinnovare la domanda di matrimonio. Quando il professore fu informato solennemente da Baingio Marini che Angela aveva compiuto i quindici anni da una settimana, e che nondimeno lo amava ancora e lo voleva sposare, se ne dichiarò lietissimo, ma volle che la nipotina venisse a dirgli essa stessa che Baingio Marini non si vantava troppo.

Angela venne e non morì di vergogna come aveva creduto; parve invece a Silvio che la fanciulla gli leggesse nell’anima qualche cosa che essa era stata chiamata appunto per non vedere, e che colla sua fatuità d’innocentina dicesse fra sè e sè: «Egli mi ama ancora!»

Non era vero; Silvio non l’amava più; solamente egli si accusava di aver desiderato fino all’ultimo che Baingio Marini non fosse più fortunato di lui. Poichè si amavano ancora, tanto meglio; Silvio li manderebbe volentieri a farsi benedire.

— E il più presto sarà il meglio, disse, perchè non si sa mai...

Angela si fece rossa a questo sospetto; ma suo zio si affrettò a chiederle scusa, soggiungendo con accento di celia che questa volta si vedeva bene che essa faceva sul serio...

Anche Silvio, insomma, recitò la sua parte senza bisogno di suggeritore, e quando comare Beatrice e Cosimo gli vennero a dire per la ventesima volta che egli era stato troppo pronto a rinunziare ad Angela, che prima di cedere avrebbe dovuto provarsi a riconquistare il cuore della sua fidanzata, egli per la ventesima volta ripetè ridendo che le fanciulle non isposano mai il primo uomo di cui si innamorano, che per lo più sposano il terzo; che se Angela sposava il secondo, era perchè l’ingegnere Marini non le dava tempo.

— Quanto a riconquistare il cuore d’una fanciulla di quattordici anni, soggiungeva Silvio, comare mia, dovete rallegrarvi meco che io non abbia pensato neppure un momento a mettermi in quella impresa. Pensate invece se ciò che è avvenuto prima, fosse seguito dopo! E poi, che credete? Ho fatto un buon negozio, ho perduto la sposa, ma ho acquistato un nipote su cui posso fare assegnamento.

Era verissimo. L’ingegnere Marini, dopo avere rubato la fidanzata al professore, ad ogni costo voleva dargli qualche cosa in cambio, e non sapeva che cosa, poichè già gli aveva dato la sua amicizia.

— Disponga di me, zio Silvio, gli disse il giorno degli sponsali; io sono piccino e debole, ma un amico, che voglia davvero, può sempre fare qualche cosuccia, ancora che sia debole e piccino.

Con queste savie parole egli onorava l’amicizia, ma forse faceva torto a sè stesso. Non doveva essere poi tanto piccino nè tanto debole, se arrivava ad intingere la penna nel calamaio d’un ministro, per nominare Silvio cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Il professore non seppe mai che la prima mossa di quel giochetto era stata fatta in casa sua, e leggendo nel decreto come qualmente il Re lo avesse nominato cavaliere «_dietro_ proposta del ministro d’agricoltura e commercio» si compiacque di vedere che i ministri del regno d’Italia avevano la vista lunga.

Ma l’ingegnere Baingio non si contentava di così poco; approssimandosi il giorno delle nozze, egli sentiva il bisogno di pagare un’altra porzione del suo grosso debito e meditava il tiro di mandare Silvio al Parlamento. Incoraggiato da Angela, forte delle parentele estese e delle amicizie vecchie e nuove, lavorando sotto lo stimolo del rimorso, colla parola e colla penna, egli riuscì ad avviare la faccenda per modo da non temere più se non una cosa, cioè che Silvio non avesse ambizioni. Silvio però ne aveva una, di essere apprezzato quanto valeva dai suoi concittadini — e accanto a quell’una ci potevano stare comodamente tutte le altre. Cosicchè quando alcuni elettori zelanti vollero dare ad intendere al professore che erano stati i primi a pensare a lui come all’uomo nato e cresciuto per essere il loro deputato, invece di «quell’altro», Silvio, che non era ingenuo, non credette un’acca, ma non sospettò neppure che la deputazione gli venisse offerta, come gli era stata data la croce, per merito dell’uomo che gli aveva rubato la sposa.

Al solito gli fu chiesto di mettere fuori il programma, e questa volta ancora gli giovò la frase che lo aveva mandato al palazzo comunale. «Il mio programma, egli disse, eccolo: essere onesto, amare il mio paese; non ho mai desiderato di andare al Parlamento, ma se mi mandate, vi andrò a portare una forza: la coscienza.» Belle parole, modeste e sincere, che lo avrebbero fatto stare a casa, se passando per le bocche dell’ingegnere e dei suoi non si fossero ingrossate per modo da non escludere tutto ciò che prometteva «quell’altro», cioè i ponti e i porti, le strade ferrate e l’incanalamento dei fiumi, le bonificazioni dei terreni e l’asciugamento delle paludi, le colonie agricole e l’esenzione dalle imposte.

Intanto che si combatteva la battagliuola segreta dei due deputati, si facevano le pubblicazioni di matrimonio. E un giorno Baingio Marini e Angela Boni, legati dal sindaco, benedetti dal parroco, si imbarcarono per il viaggio di nozze in Terraferma.

Il loro viaggio fu breve. Essi tornarono più innamorati di prima, in tempo per assistere alla inaugurazione della strada ferrata tra Sassari e Portotorres.

Quello fu un gran giorno. I Sassaresi se lo ricordano ancora sebbene di poi abbiano visto una commissione d’inchiesta, un ministro e altre rarità più pompose d’una locomotiva attraversare i loro campi e le loro vallate.

I pastori venuti allora dai lontani stazzi della Gallura e della Nurra, descrivono con linguaggio poetico ai loro figliuoli il gran mostro, che ha le viscere di bragia ardente, la voce del tuono e una gran lingua di fumo nero.

Quello fu un gran giorno. A Portotorres erano accorsi a cavallo, colle loro donne in groppa, quei dell’Asinara e della Maddalena; — quei d’Alghero, di Castelsardo e di Sorso erano tutti a Sassari, diventata un grande albergo. Quivi il pittoresco, ma semplice costume delle donne di Sennori gareggiava col fasto delle belle ragazze di Osilo; e non mancavano le donne di Nuoro e di Bono, ad affacciare nel chiasso dei colori le loro teste fasciate di bianco e i loro busti audaci, con una civetteria mista, di monache e di balie. Nella porta Sant’Antonio, a Sassari, e dinanzi al mare superbo in Portotorres, furono ballati quel giorno i più larghi e chiassosi balli tondi, e fu vista saltellare in quella danza anche la berretta severa di più d’un bandito d’Agius.

Per tutta la via quanto è lunga, attraverso lo sterpeto di San Gavino, per gli oliveti e le vigne di Sassari, era disseminata una gente varia; brigatelle plaudenti d’uomini, donne e fanciulli si affacciavano ai muricciuoli dei poderi; e per salutare il treno, ogni pezzuola divenne una bandiera.

Fra i pochi banditi audaci, che nella confusione di quel gran giorno si erano frammisti alla folla, nessuno aveva veduto _Su Mazzone_, perchè la molta celebrità rendeva a lui molto pericolosa la folla; ma non perciò egli era mancato alla festa — e quando la locomotiva ebbe passato fischiando l’ultima linea che separa l’oliveto dalla landa, e poi che la gente sparsa sui muricciuoli si fu avviata per lo stradone o per le viottole a Sassari, o raccolta a banchettare nelle case di campagna, un vecchio, piccolo ma superbo, apparve fra i macigni d’un _nuraghe_ diroccato, e stette lungamente, collo schioppo in pugno, colla fronte pensosa, a guardare con diffidenza la via per cui era entrata nella sua isola la nuova civiltà.

Quel bandito canuto, ritto su quella rovina misteriosa d’un _nuraghe_, come a rappresentare l’ultima barbarie, scese dal suo vecchio piedistallo, coll’anima piena d’ammirazione; un entusiasmo gentile era entrato nel suo cuore superbo; e volle penetrare in Sassari egli pure e chiedere il nome di quel suo fratello ignoto e lontano che aveva inventato le strade ferrate, per poterlo ripetere ai pastori della Gallura e agli echi del monte Limbara. Fu visto e riconosciuto, e gli toccò fuggire.

Da quel tempo non si ebbero più novelle del bandito; una volta corse voce che la giustizia l’avesse arrestato dopo un combattimento accanito; molti Sassaresi si adunarono sullo stradone per veder arrivare _Su Mazzone_, legato sopra un cavallo, in mezzo ai carabinieri; e fra questi curiosi era uno a cui batteva il cuore, Silvio; ma la giustizia giunse anche questa volta a mani vuote.

E accaddero altre cose in due anni lunghi.

Accadde che Annetta si pigliò Giovanni, e che rimasero entrambi a _Speranza Nostra_, dove tutto il talento comico della servetta fu messo a larga prova nelle scene di gelosia suscitate dalla barba di Pantaleo.

E accadde che Cecchino Misirolli estrasse un numero basso alla leva e andò soldato, e scelse di fare il carabiniere per non abbandonare l’isola.

E accadde che Ambrogio si ammalò e che credendosi giunto alla sua ultima ora sentì il bisogno di annullare le ultime sue disposizioni testamentarie con un nuovo testamento, il quale fu scritto alla presenza del notaio Pirisi, di Giovanni, di Andrea, di Cecchino, carabiniere appuntato, e di Silvio. Ambrogio con quell’atto solenne d’ultima volontà nominò suo erede universale il conte Cosimo.

Ma quell’eredità non doveva giovare a quel povero conte, non solo perchè Ambrogio si affrettò a guarire, ma anche perchè, continuando a frugare nelle viscere del monte, sopra Iglesias, Cosimo non tardò a vedere che la ricchezza gli veniva incontro un’altra volta.

Già prima che al piccolo rampollo di casa Rodriguez fosse spuntato il dente del latte, suo padre aveva comperato i terreni di Ploaghe, tanto per contentare gli antenati di casa De Nardi, i quali, nelle loro cornici scrostate, sembravano i soli che avessero preso in mala parte la rovina della loro vecchia grandezza.

E accadde che Angela e Baingio se ne partirono per andare a farsi il nido nella miniera; e molte altre cose accaddero che qui è inutile ricordare. Ma il più importante avvenimento di quei due anni lunghi, se si bada al rumore che fece, fu certamente la lotta per l’elezione del nuovo deputato.

La vittoria, non ostante gli sforzi del partito contrario, veniva assicurata al professore purchè egli andasse in giro per le frazioni del collegio, a promettere qualche spaccio di tabacco e molte croci di cavaliere; Silvio si ribellava a ciò con tutte le forze umane, ma intervenne l’ingegnere Marini, prima con lettera, poi in persona, accompagnato, s’intende, da Angela, la quale non si sarebbe potuta staccare nemmeno un giorno dal marito. Quando vide che l’ingegnere Marini era accorso da lontano per preparargli un trionfo nel collegio, e che Angela non aveva esitato a mettersi in viaggio anche lei, non potè resistere e si dichiarò pronto a fare tutto quello che l’ingegnere volesse, per il bene dell’isola. E l’ingegnere giudicò che la prima cosa da fare per il bene dell’isola fosse un viaggio a Castelsardo, dove in un desinare che gli verrebbe offerto dagli amici, ma a cui interverrebbero le autorità, il futuro deputato potrebbe esporre alla buona le proprie idee.

Per preparare a Silvio un’accoglienza festosa nel suo paese natale, l’ingegnere Marini aveva sfruttato ad una ad una tutte le nuove parentele acquistate sposando Angela; e perchè il desinare degli elettori di Castelsardo riescisse degno della solennità, egli aveva strappato al suo talamo il cuoco Giovanni; e perchè la notizia di quel banchetto politico potesse correre veloce e andar lontano, l’ingegnere aveva fatto invitare il corrispondente del giornale di Sassari, e si preparava egli stesso a scrivere in veste di _assiduo_ o di _associato_ al giornale di Cagliari. Non mancava proprio nulla. E veramente il desinare riuscì anche meglio di quanto si poteva aspettare, primo, perchè Giovanni fece miracoli di scienza, poi perchè la politica non vi entrò che a metà, essendo state invitate al banchetto anche le signore. V’intervennero infatti oltre la signora Beatrice e la giovane signora Marini, anche la moglie del sindaco e quella del conciliatore. A tavola Silvio ebbe il posto d’onore, all’estremità della mensa; aveva alla diritta la sindachessa, a mancina la conciliatrice. Dirimpetto a lui stava il sindaco, stretto fra Beatrice ed Angela. Cosimo gli si era messo vicino, proprio accanto alla sindachessa, ma l’ingegnere Marini, dopo essersi fatto in quattro per lui, lo aveva abbandonato all’ultimo per stare al fianco della sua giovane sposa.

Tutto quel giorno il povero professore aveva assaporato la lode espressa nelle forme più schiette ed ingenue; quelle parole lusinghevoli, dette alla buona, messe innanzi talvolta bruscamente quasi come un rimbrotto paterno, talvolta come una sentenza brutale, contro cui fosse vano ogni appello, avevano per lui un sapore agreste. E già prima che la malvasia di Sorso cominciasse ad andare in giro, Silvio si sentiva mezzo brillo. Riconosceva ora che un’altra forza si celava nell’anima propria, e che poteva essere quella stessa che egli a mente riposata aveva chiamato la propria debolezza, la vanità; gli piaceva la violenza che veniva fatta da ogni parte alla sua modestia, perchè si desse vinta; senza avvedersene, pigliava gusto agli assalti continui e inaspettati, coi quali lo costringevano a riconoscere che egli era un uomo di gran merito, un agronomo di prima forza, un economista pieno di senno, un amministratore capace di cose grandi.

L’ingegnere Marini l’aveva avvertito che alle frutta il sindaco gli avrebbe fatto un discorsetto per dargli il _ben tornato_ in patria, che dopo il sindaco avrebbe parlato il notaio Piredda, e poi il segretario comunale, e che un giovane caro alle Muse avrebbe improvvisato qualche strofetta prima di levar le mense. Il professore era rassegnato a tutto.

— Lei, zio Silvio, risponda poche parole di ringraziamento; poi accenni, senza determinare nulla, alle prosperità che l’isola è in diritto di avere dal Governo e dalla sorte — più dalla sorte che dal Governo, perchè io credo che alla vigilia di divenir deputato non convenga mettere il Governo colle spalle al muro; la sorte invece ci si può mettere.

Così era venuto dicendo, in forma di celia, l’ingegnere Marini; e Silvio gli aveva dato un sacco di ragioni, aggiungendo che, per non trovarsi alla mercè della parola e della malvasia, gli sarebbe convenuto preparare il discorsetto da improvvisare alle frutta. Ma come fare ora?... Lo sgomento di Silvio fu breve, fin troppo, da non parer sincero all’ingegnere Marini. E veramente, già degno dei lauri parlamentari, nella notte il professore aveva scritto e mandato a mente una magnifica risposta ai temuti brindisi e discorsi.

«Amici — (la sua risposta incominciava così) — permettete che io vi chiami con questo nome, il solo che mi suggerisca la commozione che io sento in questo istante — amici, io vi ringrazio con tutto il cuore, non solo perchè mi avete data una gran prova d’affetto, ma perchè qui ho inteso generose parole non a me dette, chè io sono poca cosa, ma all’isola nostra, grande anche nella sua miseria.»

Silvio era sicuro che qualche parola generosa verrebbe pronunciata dal sindaco o dal maestro di scuola, o che almeno ciascuno degli oratori si darebbe ad intendere di averne detta più di una — e non ebbe timore che gli toccasse poi variare l’esordio; piuttosto, ogni tanto, nel portare il bicchiere alle labbra, quando il desinare era più innocente, egli veniva colto ad un tratto da uno sgomento tremendo; gli pareva che già toccasse a lui, e che tutti gli occhi fossero fissi sulla sua bocca per vederne uscire un fiume di oratoria, e che il discorso della notte si fosse cancellato interamente dal suo cervello. Titubava un poco, sorridendo alla sindachessa o alla conciliatrice, ed afferrato il filo, si provava a ripetere mentalmente: «amici, permettete che io vi chiami con questo nome, il solo che mi conceda la commozione che io sento...» Era da compatire; egli non aveva mai parlato in pubblico, il vino nero di Sorso era tonico come un cordiale, e in faccia a lui Angela, più bella che mai, continuava a tenere una mano sotto la tovaglia, voltandosi a sorridere a suo marito, quando egli probabilmente glie la stringeva più forte.

Approssimandosi il momento dei brindisi, anche il sindaco pareva inquieto e da un poco stava zitto, e accanto a lui, a diritta, la leggiadra e buona contessa Beatrice girava i begli occhi confortatori dal suo Cosimo a compare Silvio. Il segretario comunale picchiò tre colpi sul bicchiere, e subito fu fatto rumorosamente un gran silenzio. Il sindaco era già in piedi e parlava.