Part 23
Il professore non aveva molta voglia d’essere consigliere comunale; mettendo una mano sulla coscienza, non poteva nemmeno dire d’aver molte idee amministrative, era però quasi sicuro che il modo migliore di amministrare la cosa pubblica fosse l’onestà operosa ed attenta. Scrisse queste cose alla buona al direttore per iscusarsi se non si faceva avanti — e il direttore le stampò gridando in prima pagina che la migliore amministrazione della cosa pubblica, Sassari la doveva chiedere all’onestà operosa ed attenta. Conchiudeva: «Mandate al Municipio degli uomini onesti, mandate il professore Silvio Boni, le cui doti d’ingegno e di cuore, ecc.»
Così Silvio si vide preso dal suo eremo, e _portato_ in piazza. Non ne fu scontento, aveva anch’egli il suo amor proprio, e non era indifferente ad una dimostrazione di stima; credeva inoltre che la qualità di consigliere comunale dovesse rendergli più facile il fare un po’ di bene al suo paese — e in questo forse s’ingannava. Intanto la qualità di candidato fu per due settimane la sua croce. Si pubblicò in quei giorni un foglietto a posta per combattere i consiglieri proposti dal _Giornale di Sassari_; a Silvio facevano il rimprovero d’aver passata tutta la vita nel continente, di vivere ancora come un eremita, di non conoscere i bisogni veri di Sassari, di vagheggiare certe utopie che non conducono a nulla, e infine d’essere, in buona fede, uno di quei novatori spesso fatali, sempre pericolosi.
Finalmente la tortura finì; Silvio fu consigliere comunale.
Egli ne diede la notizia ai suoi amici e ad Angela; la quale rispose che era molto contenta, sebbene non si facesse un’idea chiara del valore di questa nomina. Aveva anch’essa una gran notizia da dargli; la recita della _Francesca da Rimini_ era stata un trionfo; battimani ad ogni scena; grida di brava! chiamate — ma il più bel momento era stato la morte di Francesca, dopo il duello fra i due fratelli. Angela era caduta magnificamente sul fianco; si era perfino fatta un pochino male ad un braccio, ma non era nulla; costretta dagli applausi, così morta com’era, aveva dovuto sollevarsi un tantino per ringraziare. Veramente essa voleva tener duro, perchè non si è mai visto che i morti ringrazino, ma sì, quel pubblico di minatori non la voleva intendere. _Francesca da Rimini_ doveva essere replicata la settimana dopo.
La notizia non rallegrò niente affatto Silvio; egli si risovvenne che nella _Francesca da Rimini_ vi è un Paolo, il quale dice delle cose audaci a Francesca, e gliele dice in versi sciolti, che dispiacciono molto a Gianciotto.
Se non fosse stato per assistere alla prima adunanza del Consiglio comunale rimesso a nuovo, Silvio avrebbe dato retta ad una voce che gli raccomandava di far subito la valigia e pigliare la diligenza. Invece d’andare, scrisse una lettera di quattro pagine fitte, tutta piena di _espressioni_ come piacevano ad Angela, una lettera in cui parlava del proprio cuore e del cuore della fanciulla come di due persone separate, poste a mezza via fra cielo e terra, e incaricate unicamente di custodire il loro amore, o per dire con più esattezza, la fiamma sacra del loro amore.
La risposta a quelle quattro pagine tardò a venire, ma fu piena d’amore. Angela confessava d’aver avuto torto non scrivendogli subito; ma non sapeva come era; le fuggiva il _tempo_; del resto non faceva che rileggere la sue lettere, e pensare a lui; e l’amava, oh! l’amava come una pazza, e non vedeva l’ora d’essere di lui per sempre, di lui o di nessun altro, di lui o della morte.
Fu un gran silenzio nella mente di Silvio, dopo la lettura di questo foglio, il quale non era giunto da Iglesias solo. Ce n’era un altro di cui gli pareva di conoscere i caratteri; il professore l’aprì e lesse:
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote...»
Silvio si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e non lesse altro. La mattina successiva prima del passaggio della diligenza egli era sullo stradone, con una valigia in mano, un po’ pallido ma sorridente ancora. Dava le ultime istruzioni a Giovanni, il quale gli raccomandava dal canto suo di dire tante cose ad Annetta. Poi la diligenza si annunziò col rumore dei sonagli, il professore fece un cenno, il carrozzone si arrestò, lo accolse sull’imperiale, partì. Subito Silvio cavò di tasca la lettera dell’ingegnere Marini che aveva già letto parecchie volte, e la rilesse ancora.
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote. Io ho ventiquattro anni compiuti, sono padrone di me stesso, ho una professione abbastanza lucrosa, e qualche pezzo di terra nel Campidano di Cagliari.
«Del mio temperamento, del mio passato, potrà avere informazioni a Cagliari, ad Iglesias e qui alla miniera. Mi sento capace di far felice la donna che acconsentirà a legare la sua sorte alla mia. Ho detto tutto; amo ardentemente la signorina Angela, e voglio consacrare la mia vita a rendermi degno dell’amor suo...»
Silvio fece parecchie domande a questa lettera. Prima di tutto l’ingegnere Marini, che andava per le vie spicciative, aveva detto nulla alla ragazza? Nella lettera non era fatta alcuna allusione ai sentimenti di Angela, non vi si vedeva traccia di lusinga, fuorchè la fiducia generica di render felice la donna che acconsentisse a legare, ecc.
Quell’ingegnere, col suo risolino d’uomo contento, si comportava onestamente; non empiva la testa d’una ragazza, prima di scrivere al tutore; ma anche senza empire la testa di Angela, qualche parolina, qualche occhiata, avevano dovuto tradirlo, e se con tutto ciò scriveva, era indizio che Angela... Orribile pensiero! Ma no, solo che Angela avesse notato qualche cosa d’insolito nella parte dell’ingegnere, qualche cosa che Paolo non fosse in tutto il suo diritto di dire o di fare a Francesca, subito gli avrebbe lasciato intendere che essa era già fidanzata ad un altro.
Anche comare Beatrice, anche Cosimo, se avessero avuto il minimo sospetto, si sarebbero affrettati a scrivergli, e invece gli avevano mandato i saluti per mezzo di Angela. No, no; quell’ingegnere era savio; non sapendo che Angela era d’un altro, la voleva per sè, e si rivolgeva al tutore prima d’aprirsi colla ragazza. Uomo esemplare!
A Silvio basterebbe pigliarlo in disparte, dirgli bonariamente come stavano le cose, magari fargli leggere l’ultima lettera di Angela, quella in cui la fidanzata «non vedeva l’ora di essere di Silvio per sempre, di Silvio o di nessun altro, di Silvio o della morte.»
Bizzarro fenomeno; queste ultime parole che, a dirle con un accento da stordito, gli davano una compiacenza baldanzosa, rivedute da vicino, sulla carta, gli fecero il medesimo effetto della prima volta.
E quest’idea fu un cattivo compagno di viaggio per Silvio; il quale arrivando il giorno dopo ad Iglesias, non aveva soltanto le ossa rotte dai trabalzi della diligenza, ma anche la testa stordita.
Non era ancora il mezzodì quando la diligenza arrivò ad Iglesias; secondo il suo vecchio costume, Silvio non aveva avvertito nessuno del suo arrivo, affidò la valigia ad un oste, coll’incarico di mandarla alla miniera, e si avviò sconosciuto e pedestre.
Aveva già almanaccato in viaggio, ma all’ultimo momento gli bisognava ancora raccogliere le idee.
Nell’immaginare disastri egli era andato fino all’inverisimile; aveva preveduto il caso che Angela si fosse innamorata dell’ingegnere Marini, e perfino — orribile a dirsi — che l’ingegnere gli avesse scritto colla complicità della fanciulla.
Ed era sopratutto in queste ipotesi disgraziate che importava arrivare inaspettato, per leggere subito nel turbamento dei colpevoli e salvare... che cosa mai? la dignità offesa. Ahi! il professore era giunto a quel punto della vita in cui le piaghe dell’amore si medicano coi cerotti dell’amor proprio.
Affrettando i passi su per l’erta, egli si rallegrava melanconicamente della propria accortezza: — Supponiamo sempre il peggio, pensava, cioè che si amino; se io prima di giungere fra loro due mi fossi fatto annunziare dal telegrafo, che cosa seguirebbe? Che troverei probabilmente Angela ammalata, lui assente — comare Beatrice e Cosimo si piglierebbero la briga di spiegarmi il resto.
Al mezzodì egli era arrivato alle case della miniera, allora rallentò il passo perchè non si potesse dire che aveva l’aria di accorrere a smorzare un incendio amoroso, e penetrò nell’abitazione del direttore, senza che nessuno l’avesse visto. Un momento dopo era alla presenza di Beatrice, la quale, vedendolo, mandò un piccolo grido e si rizzò per fargli festa. Silvio notò subito che l’aria montanina aveva fatto molto bene a Beatrice. Le sue guance erano rifiorite; nel suo corpo ingentilito e rassodato un’altra volta non si vedeva più traccia del lavoro troppo casto della maternità.
— Compare mio! diceva la contessa; e le brillavano gli occhi e le tremava un tantino la voce — compare mio, siete proprio voi? Oh! perchè non ci avete avvisato? Il mio Cosimo vi sarebbe venuto incontro ad Iglesias col biroccino, si sarebbe tutti qui a farvi festa. Le improvvisate hanno un lato brutto.... Ecco, mi trovate sola; e se non fosse del mio bimbo, forse non sarei qui nemmeno io...
Essa si voltava a guardare una culla di vimini, dove il piccolo Silvio dormiva coi pugni chiusi.
— Siete sola? disse il professore facendo l’allegro; non me ne lagno; dov’è Cosimo?
— Cosimo è uscito col direttore della miniera; sapete? cominciamo ad ammalarci di nostalgia, non vediamo l’ora di tornare a _Speranza Nostra_; mio marito faceva conto di sbrigare ogni cosa questa mattina e di partire...
— E Angela?
— Angela... per parlarvi del mio bimbo dimenticavo Angela; siamo tutti un poco egoisti... Angela dorme. L’ho vista poc’anzi, è incomodata... ma si sente meglio...
— È ammalata? balbettò il professore.
— Una cosa da nulla... è stata bene fino ad un’ora fa: era abbastanza allegra, ma si è sentita venire il capogiro... e si è messa a letto.
— E ora dorme, conchiuse Silvio.
— Vado a vedere se dorme, disse Beatrice; quando sappia che siete arrivato, guarirà subito.
— E l’ingegnere Marini?
— Ah! stamattina era qua; ma ha ricevuto un telegramma da Iglesias ed ha detto che andava via.... Vado a vedere se Angela è sveglia; vi lascio con vostro figlioccio.
Essa escì, e il professore rimase solo in faccia a quell’innocente, che, dormendo, stringeva i pugni, come era tentato di fare anche Silvio, per resistere ad un brutto sogno.
Non rimaneva nemmeno un’ombra al suo disastro. La commedia tutta quanta, eccola: un telegramma ha annunciato l’arrivo del padre nobile corbellato; subito la prima amorosa si è fatta venire il capogiro, il primo amoroso si è nascosto.
E tutto ciò perchè? Perchè il tutore abbia agio di comprendere il grosso della faccenda senza farsela spiegare e si prepari alla scena ultima.
— Dorme! annunciò comare Beatrice entrando; non l’ho svegliata perchè potrebbe farle male.
Silvio guardò fissamente in volto la sua bella comare e la costrinse ad arrossire.
— Comare mia, le disse melanconicamente; voi non sapete nascondere la verità; subito vi piglia la paura di dire una bugia.
— Compare mio, mormorò Beatrice, stringendogli la mano; vi assicuro che dorme.
— So tutto, insistè Silvio freddamente; l’ingegnere mi ha scritto.
— Vi ha scritto! Ha proprio perduto la testa... Ma quello che non vi avrà detto lui ve lo dirò io, ve lo diremo noi; a noi presterete fede, compare mio? ebbene, non ci è nulla, altro che una di quelle vampate di un’ora... una ragazzata... Appena essa vi vedrà, sarà tutto finito, e quando saremo a _Speranza Nostra_ non ce ne ricorderemo neppure... giusto per questo Cosimo voleva partire la settimana ventura...
Silvio, volendo salvare almeno la propria dignità, sorrideva e crollava il capo.
— Angela dorme? domandò dopo un breve silenzio.
— Ve lo assicuro.
— Grazie, sono contento che dorma; addio, comare mia, vado in cerca di Cosimo...
— State allegro, compare... io non posso venire con voi perchè questo piccolo monello mi sente anche dormendo; se lo abbandono si sveglia, è pieno di giudizio...
Lo accompagnò nondimeno fino all’uscio, e di là gli raccomandò ancora una volta:
— Tornate presto, compare, state allegro.
Il professore non andò in cerca di Cosimo, ma diresse tranquillamente i suoi passi alla scuola, per vedere il teatro in cui si erano rappresentate le scene precedenti della sua piccola tragedia.
La scuola era a terreno, e la porta di strada era socchiusa; entrò.
Attraverso la gran tenda che separava la sala dal vestibolo giungeva il suono d’una voce cadenzata.
Era Annetta, che provava la sua parte.
Scena seconda; il professore e detta.
XIII.
— Brava Annetta! disse Silvio attraversando la platea.
— Gran Dio! esclamò la servetta; il professore!
— Sono io; e indovina che cosa ti porto?
— Lo indovino, Giovanni!
— È troppo; ti porto soltanto i suoi saluti.
Dicendo queste parole Silvio, saliva l’unico scalino che separava la platea dal palcoscenico.
— Che parte provavi? Che cosa si prova? Quando si recita?
— Forse non si recita più, sospirò Annetta; l’ingegnere Marini è di cattivo umore.
— Ah! è di cattivo umore! e dov’è l’ingegnere Marini? Non verrà qui?
Annetta guardava fisso il professore; pareva che avesse una gran voglia di parlare, ma che non sapesse ancora se l’accento agrodolce di Silvio significasse proprio quello che s’intendeva lei.
— Ha detto che partiva, rispose; che andava ad Iglesias...
— Ma non è partito, aggiunse Silvio tranquillamente.
— Come lo sa?
— Senti, Annetta, ho bisogno di parlare subito all’ingegnere Marini; vagli a dire che lo aspetto.
Annetta si lasciò pigliare nella trappola, e disse:
— Vado e vengo. Ha visto la signorina?
Siccome Silvio non rispose, Annetta alzò gli occhi al cielo congiungendo le mani, e scese in platea con evidente ripugnanza, perchè avrebbe preferito uscire da una porta in fondo o dileguare fra le quinte.
Scena terza — il professore solo.
Egli andò lentamente dalla bocca d’opera alla parete in fondo, dove si apriva un finestrone, e stette là, coi gomiti appoggiati al davanzale; gli sembrava di recitare la commedia davvero, e ripeteva fra sè e sè la frase con cui doveva accogliere il suo rivale. Le parole di Beatrice non gli lasciavano alcuna incertezza sulla propria dissavventura amorosa, ed era meglio così; pensava con raccapriccio alla parte che egli avrebbe dovuto fare, se fosse giunto impreparato dinanzi all’ingegnere, con tutte le sue illusioni di fidanzato maturo. Il cielo pietoso gli aveva risparmiato il ridicolo. — Grazie, cielo pietoso!
Disse queste parole con accento teatrale, e si voltò per assicurarsi che nessuno l’aveva udito. In teatro non c’era anima viva. Gli venne veduto uno scartafaccio sopra una mensola ed andò a prenderlo; lesse: «_Aristodemo_, tragedia di Vincenzo Monti.» Collo scartafaccio si battè la fronte, e domandò a sè stesso: — Ci è altro a fare? — Non rispose neppure, tanto era chiaro che non c’era altro. Se avesse tentennato ancora, un’occhiata ad una breve epigrafe scritta colla matita sul muro scialbato e chiusa fra quattro linee come in una cornice, avrebbe troncato ogni dubbio. La scritta diceva:
PAOLO e FRANCESCA COSÌ ALMENO UNITI
Da principio il professore non intese bene in che modo Paolo e Francesca si unissero, ma notando che Paolo era scritto da una mano e Francesca da un’altra, e che _almeno_ era sottolineato, ebbe un primo barlume della faccenda. La quale gli parve proprio chiara, quando sulla stessa parete, un po’ più sotto, vide accoppiati altri due nomi autografi: _Angela Boni e Baingio Marini_. — Nient’altro, ma bastava.
Il professore aprì lo scartafaccio, e declamò con accento magnifico:
_Ecco la tomba, ecco l’altar che deve_ _Del mio sangue bagnarsi...._
— «Paolo e Francesca, soggiunse cambiando tono, così almeno uniti.» È troppo poco essere uniti così.
— Lei qui! esclamò l’ingegnere Marini, entrando in platea.
Egli aveva l’aria di affrettare il passo, ma impiegò in realtà un poco più del tempo necessario ad attraversare il camerone, e giunto sul palco scenico aveva la faccia accesa come se arrivasse di corsa e di lontano.
— Scena quarta; l’ingegnere Marini e detto — disse il professore pigliando la mano che gli veniva offerta, e cercando cogli occhi una seggiola.
Più pratico del luogo, l’ingegnere corse a prendere due sgabelli fra le quinte.
— Quando è arrivato? domandò poi, tentando con poca fortuna la solita risatina d’uomo contento.
— Ho ricevuto la sua lettera, disse il professore con un sussiego da primo attore; e invece di mandarle la risposta, gliela porto io stesso.
L’ingegnere non fiatava più. Silvio proseguì come se fosse incalzato dal suggeritore:
— Ma prima di risponderle, bisogna che io le faccia una domanda; dopo di che c’intenderemo facilmente.
— Dica... balbettò l’ingegnere.
— Sa lei che Angela è la figlia d’un bandito?...
— Sissignore...
— Sa che questo bandito, mio fratello, fu accusato ingiustamente...
— Ingiustamente.
— Accusato d’omicidio e condannato a morte?
— Sissignore.
— Sa che la condanna non fu eseguita perchè Giorgio fuggì in Africa, e sa che tornato dopo molti anni per rivedere la figlia, il disgraziato morì senza aver potuto provare la propria innocenza?
— Sissignore.
— Lei sapeva tutte queste cose prima di scrivere la sua domanda, o ne fu informato dopo?
Senza riflettere e fregandosi le mani un tantino, l’ingegnere Marini rispose che ne era stato informato prima e dopo... cioè...
— Cioè?
— Cioè, mi spiego... la storiella del padre della signorina è notoria... venendo a Sassari la prima volta, io sapeva già ogni cosa.
— E nondimeno, chiese Silvio con disinvoltura, lei non ha titubato?
Non aveva titubato — parola d’onore.
E non era pentito...? E non c’era pericolo che si pentisse? Era proprio sicuro di non obbedire ora ad un capriccio?
L’ingegnere era sicurissimo, sebbene paresse un poco impacciato. Ma a questo punto Silvio trovò una bella idea e fu magnifico nell’improvvisare la sua parte.
— Dia qua la mano, diss’egli; lei mi toglie da un grave impiccio, e non saprà mai quanta gratitudine le debbo; forse è meglio che non lo sappia; io vorrei dirle fin d’ora: Angela è sua; ma rimangono alcuni ostacoli.
Silvio diede un tempo lungo all’ingegnere, perchè egli potesse dire qualche cosa; l’ingegnere non fiatò.
— Il primo ostacolo può essere la volontà della fanciulla; io non so se Angela sarà contenta...
— È vero... lei non sa...
— E nemmeno lei, probabilmente?
— E nemmeno io...
— Un secondo ostacolo potrebbe essere questo: Angela è fidanzata ad un altro.
L’ingegnere zitto.
— Ma si rassicuri, proseguì Silvio; quest’altro sono io; e la ringrazio tanto tanto.
— Lei! esclamò l’ingegnere, tirando indietro il capo come per stupore.
Disse male la parola, non eseguì bene l’atto, e Silvio ebbe la tentazione di raccomandargli la naturalezza; ma era stordito egli stesso, e tacque un poco prima di ripigliare il filo. Durante quel silenzio l’ingegnere si provò un’altra volta a ripetere: lei! tirando indietro il capo, ma non riuscì bene ancora. Con un gesto risoluto il professore mandò qualcuno o qualche cosa a farsi benedire, poi riprese a dire pacatamente:
— Dunque mio fratello buon’anima si era messo in capo che la figliuola corresse il rischio di rimanere zitella per colpa sua, e mi aveva fatto promettere di pensare io a farla felice. Ciò significava: — sposala — ed io sebbene non mi senta una vera e propria vocazione per il matrimonio...
L’ingegnere Marini invece se la sentiva, vera e propria e irresistibile — gli si leggeva in faccia.
— Me la sposavo, concluse Silvio. La ragazza non era scontenta; all’età di Angela si è sempre contente d’un marito purchessia... Essa è quasi una bambina...
— Quasi... fece eco l’ingegnere.
— Ha soltanto quattordici anni...
— Compiti...
— Compiti...
Ancora un breve silenzio; il professore proseguì:
— Lei dice benissimo: ha quattordici anni compiti. Per isposarla, aspettavo che ne avesse quindici, anzi un po’ più di quindici — ma Angela non sapeva questo; la piccina s’impazienta facilmente. Io non voleva chiedere due dispense. Perchè lei, caro ingegnere, deve sapere...
Sapeva ogni cosa l’ingegnere; era benissimo informato delle nostre leggi civili e religiose, non ignorava che al matrimonio fra zio e nipote occorre una dispensa del re... e una del papa, che la prima è facile e la seconda difficile...
— Come sa che è difficile? domandò l’ingegnere.
— Mi sono informato... scappò detto all’ingegnere.
Subito guardò in faccia il suo rivale, e vedendosi colto in fallo, fu il primo a ridere.
— Ebbene sì, disse mentre Silvio lo minacciava col dito, ebbene sì, lo confesso; io sapeva tutto; la mia scusa è l’amore... si metta ne’ miei panni e mi compatirà.
Silvio ci si metteva nei panni dell’ingegnere, comprendeva tutto e compativa ogni cosa — ma nondimeno continuava a minacciare col dito il suo rivale.
— E sapendo che Angela era la mia fidanzata, lei non ha titubato a domandarmela in isposa...?
Ecco... questo poi no; l’ingegnere al contrario aveva titubato molto; ma siccome per isposare una ragazza, prima di tutto conviene impedire che la sposi un altro, così aveva scritto...
Angela aveva acconsentito?... non si era provata a dissuaderlo?
— La povera ragazza, disse l’ingegnere, non voleva.
— Ah! e che cosa voleva la povera ragazza?
— Voleva morire...
— Povera ragazza! disse Silvio; a quattordici anni non si muore, se si ha da pigliare marito a quindici.
— Ma io, confessò l’ingegnere trionfando, scrissi a lei di nascosto, e solo dopo aver scritto la domanda ho confessato ogni cosa alla signorina...
Silvio credette di poter indovinare facilmente il resto.
— Il resto si capisce, disse; lei pensò che io sarei subito venuto a vedere e toccare come stavano le cose.
L’ingegnere faceva di sì col capo.
— Mi aspettava oggi o domani?
L’ingegnere faceva sempre di sì.
— E aveva incaricato un amico d’Iglesias di mandarle un telegramma appena io fossi apparso all’orizzonte.
— Proprio così! esclamò il giovinotto; lei ha capito tutto...
— Il telegramma, proseguì Silvio incoraggiato, è giunto due ora fa; lei ha visto subito Angela e le ha consigliato di ammalarsi...
— Angela è ammalata? domandò l’ingegnere ansioso.
— Non lo sa?... si rassicuri, Angela ha solamente l’emicrania e il mal di nervi; essendo fidanzata ed infelice è doppiamente nel suo diritto di avere questi incomodi... Ma dunque lei non l’ha informata?
— Le voglio dir tutto, disse l’ingegnere guadagnato interamente dall’arrendevolezza del suo rivale, e già reso un po’ brillo dalla propria felicità — ecco, come ho fatto; guardi da quel finestrone; vede quella casetta rossa? la terza finestra...
— Quella che ha una persiana chiusa e l’altra aperta?
— Quella... è la finestra della mia camera, e se le persiane non sono chiuse tutte e due, sebbene vi batta il sole, è perchè lei è arrivato... Mi comprende?
— Altro! e dov’è la finestra della camera di Angela?...
— Bisogna mettersi di qua per vederla... eccola... è la quarta finestra, contando dal balcone...
— Quella che ha le persiane chiuse?
— E una pezzuola bianca calata per le stecche...
— Che cosa significa la pezzuola bianca? domandò Silvio allegramente.
— Nulla di particolare... ma solo...
— Solo che cosa?...
L’ingegnere Marini non lo voleva dire, e allora il professore si provò ad indovinare:
— Io lo so, disse, che cosa significa... significa «ti amo!»
— Invece no, significava: «t’adoro!»
Il professore rise di tanto gusto, che si fece perfino venire le lagrime agli occhi; e l’ingegnere si sforzava invano d’imitarlo; un’ansia lo tormentava, ed egli non seppe nasconderla lungamente.
— Se la signorina sapesse! gli venne detto con un sospiro.