Amore ha cent'occhi

Part 22

Chapter 223,754 wordsPublic domain

Babbo Nicola, quando ebbe lasciato durare un poco il silenzio, cacciò una mano dopo l’altra nella gran spazzola de’ suoi capelli, e disse: «non bisogna parlare di queste cose. Nenna ci soffre.... pare così, che essa sia indifferente...»

Pareva davvero; Nenna alzava gli occhietti scrutatori in faccia al babbo.

— Quando è morta? domandò Beatrice.

Babbo Nicola tossì e rispose:

— Non sono ancora tre mesi. Ecco come è andata: Dovevamo partire per Oristano, dove la compagnia aveva bisogno d’un Alcide; voleva venire anche lei, ma non istava bene; un giorno si sentì più male, venne il medico e mi disse: — È spacciata! — È andata così.

Nenna, che non gli aveva staccato gli occhi di dosso un momento, a questo punto lo interruppe per dire a Beatrice:

— Piange.

— Non è vero, protestò Alcide; ma era verissimo.

— È una sciocchezza, disse per iscusarsi; lo so bene che è una sciocchezza, perchè se io l’ho picchiata, qualche volta un po’ forte, è perchè ho le mani pesanti e uno non può sempre regolarsi come vuole; essa poi mi tirava a cimento, io faceva pel suo bene, ma ora mi dispiace, povera anima, vorrei non averle mai dato nemmeno uno scappellotto... Era una buona donna in fondo.

— Babbo Nicola, disse Beatrice coraggiosamente, voi siete un brav’uomo; la vostra ragazza non ha più madre; volete toglierla dal circo ed avviarla meglio?

— Avviarla meglio?... balbetto l’Alcide.

— Che cosa vuol dire avviarmi meglio? chiese Nenna.

— Vuol dire entrare in un collegio, studiare, e divenire maestra di scuola, per esempio; ti piacerebbe?

— Altro! fare la maestra, sì, mi piacerebbe; babbo Nicola, lasciami fare la maestra, io insegnerò alle bambine a fare la rana.

Quando Beatrice ebbe lasciato andare Nenna, colle tasche piene di confetti e di soldi, e si fu fatta promettere dall’Alcide che tornerebbe presto a farle visita, corse col tremito della gioia impaziente ad aprire un uscio, dietro cui l’aspettava suo marito a braccia aperte.

— Cosimo mio! disse, quanto siamo felici! poi tacque lungamente, stretta al seno di lui.

Egli non interrogava, perchè aveva inteso tutto, stando sull’uscio.

— Quell’uomo non sa nulla, disse ad ogni modo Beatrice; si vede che essa lo ingannava; egli non legge nè scrive, l’hai visto? è una forza bruta, ma non pare un uomo cattivo. E la Nenna? Non è bella, non è nemmeno piacente, veduta da vicino; è tutta il ritratto di suo padre, ma ha qualche cosa nel sorriso e nello sguardo che quell’uomo non ha. Mi pare che essa sia la sua tiranna. Non mi piace, ecco. È una crudeltà, ma sento così... Già, posso essere severa perchè non mi faccio più illusioni nemmeno sul conto mio, conchiuse sospirando.

Che cosa voleva dire?

Voleva dire che oramai sapeva d’essere come tutte le altre. Cioè? Cioè niente di meglio delle altre.

— Quando quell’uomo, che pure picchiava la sua donna, mi ha detto con voce lagrimosa che la funambola era morta, io che mi credeva migliore di tanti, perchè non ho mai picchiato nessuno, io ho sentito una gioia feroce... Fortunatamente ho avuto vergogna di compiangere la povera orfanella. Non sono ancor giunta all’ipocrisia, ma chi sa? Forse vi sono avviata benino.

Le parole di Beatrice erano severe e l’accento voleva essere grave — ma bastò che Cosimo le dicesse: _proprio?_ con un po’ di canzonatura, per farla ridere come una pazza.

Beatrice riuscì a ripigliare il tono serio, per dire:

— Il cielo ci colma di favori; ha fatto morire quella donna perchè non gettasse la sua ombra in casa nostra, ha dato a Nenna un babbo che le somiglia, che le vuol bene e che non si adatterebbe a vivere senza di lei. La nostra buona azione a cui avevamo rinunciato, nessuno ce la domanda, nessuno la vuole, nemmeno Nenna, che preferisce far la rana nel circo.

— Non vi avevamo rinunziato, osservò Cosimo, ora tu sei ingiusta con te stessa...

— Ora tu sei un poco ipocrita, ribattè Beatrice.

La _rana_ venne un’altra volta in casa dei buoni signori, la vigilia della rappresentazione a beneficio di babbo Nicola.

Nel manifestino che andava distribuendo, l’Alcide prometteva al colto pubblico ed all’inclita guarnigione di piantarsi ritto sull’arena e di non lasciarsi smovere da un torello sardo, che tirasse con tutte le sue forze, prometteva inoltre di sparare una cannonata reggendo il cannone sulle braccia. Beatrice quel giorno fu generosa coll’Alcide, ma si scusò di non assistere alla rappresentazione.

— Non posso, disse; e poi le cannonate mi fanno paura.

— Te lo diceva io, osservò Nenna, se sanno che spari il cannone, nessuno viene in teatro; tutti si turano le orecchie, quando Giovanna fa l’esercizio militare sul cavallo e poi spara il fucile, pensa!

Nenna tornò un’ultima volta nella casina del mulino a vento, e fu dopo l’ultima rappresentazione, quando si doveva imbarcare per Livorno; ma fu ricevuta da Ambrogio, il quale consegnò alla ragazza un cartoccio di confetti e un borsellino, a nome della contessa che non aveva potuto aspettarla in casa, perchè aveva dovuto andare lontano...

Essendo inutile continuare la bugia, poichè tanto tanto la ragazza non chiedeva della contessa, ed era occupata a tastare il cartoccio e il borsellino, il vecchio Ambrogio s’interruppe.

— La signora contessa, soggiunse, dice di scriverle quando avrai bisogno di qualche cosetta e di non dimenticarti di lei.

— Non ce ne dimenticheremo, cominciò l’Alcide, la nostra riconoscenza...

Nenna, impaziente di trovarsi all’aperto per aprire il borsellino, tirò babbo Nicola per un braccio: — Andiamo babbo, sai bene che è tardi...

Non era vero che la contessa fosse andata lontano: ma siccome Nenna, veduta da vicino due volte, non ci aveva guadagnato nulla, Beatrice se n’era rimasta in _Speranza Nostra_. Aveva preferito dare un bacio di meno alla bimba e metterle una moneta di più nel borsellino.

XI.

Tutta l’invernata successiva fu per Cosimo e per Beatrice un tempo di pace, fuggito nell’aspettazione tranquilla del loro piccolo Messia, che doveva arrivare in primavera. A Silvio e ad Angela la felicità sorrideva ancora da lontano, ma non perciò essi si perdevano d’animo; erano abbastanza contenti di sapere che la meta non fuggiva e che ogni giorno tramontato segnava un passo innanzi. Poichè se il Codice civile era severo con Angela, la fanciulla si proponeva d’essere scrupolosa nel far valere il proprio diritto e di non rimanere zitella nemmeno un giorno più del necessario. Silvio fingeva di ridere della fretta della sua fidanzata, ma per essere sinceri, a momenti aveva più fretta lui. Era quando gli sembrava di declinare a vista d’occhio, di precipitare addirittura nella vecchiaia. Allora, col pretesto di tormentare un pochino la sua fanciulla, manifestava sgomenti e dubbi che tormentavano lui.

— Vedrai, diceva; ora ti sembra d’amarmi, ma quando tu avrai quindici anni, io ne avrò trentacinque, sarò vecchio e non mi vorrai più bene.

Al che Angela aveva già trovato la risposta.

— Quando tu avrai novant’anni, aveva detto, io ne avrò settanta, e saremo vecchi tutti e due e ci vorremo sempre bene.

Ah! essa poteva pensare alla vecchiaia senza sgomento, perchè il suo amore, perchè tutta la sua vita erano l’avvenire!

E intanto Angela veniva facendo di tutto per correggere gli scrupoli di suo zio; in pochi mesi si era fatta alta quanto comare Beatrice, e senza cessare di essere un po’ monella e un po’ sentimentale aveva certi quarti d’ora di sussiego da contentare il più austero dei mariti. In lei la donna non vi era forse ancora, ma il pretesto all’amore vi era già tutto. — Che cosa è l’amore? aveva chiesto Angela un giorno che si faceva il giuoco delle domande; al che Silvio aveva risposto all’improvviso, colla matita: — Un desiderio sempre sveglio, sempre insoddisfatto, di ottenere una cosa che ci sfugge. — La fanciulla lì per lì non aveva capito nulla, e lo stesso Silvio, lì per lì, ne aveva inteso pochino; più tardi, quando egli ritrovò la domanda e la risposta nel quaderno di Angela, scritte con inchiostro rosso, che pareva sangue, ci pensò lungamente e sotto gli occhi di Angela aggiunse al quaderno queste altre parole cattive che la fanciulla intese anche meno delle precedenti, che non è dir poco:

«Pensa, scrisse Silvio, che cosa deve essere l’amore d’un vecchio, il quale, senza avvedersene, ama nella sua fanciulla la propria giovinezza perduta!»

— Il vecchio... senza avvedersene... nella sua fanciulla, ama la propria giovinezza perduta... balbettò Angela. E vuol dire?

— Vuol dire che t’amo tanto da perdere il giudizio e scrivere delle cose senza capo nè coda.

Angela non istentò a credere che fosse proprio così.

Non perciò era scontenta del suo Silvio, gli piaceva essere amata anche in quel modo strano ed oscuro; e solo che Silvio avesse avuto il cuore un po’ più aperto all’entusiasmo, all’estasi, non avrebbe trovato nulla a ridire in quella sua filosofia, quasi sempre bigia, qualche volta nera. Glielo diceva chiaro: — Zio Silvio, gli diceva (essa lo chiamava ancora «zio Silvio» fuori del quaderno) — zio Silvio, a ragionare così nel buio che gusto c’è? A me non dispiace la melanconia, tutt’altro, ma la melanconia che piace a me è una melanconia diversa, che non fa male.

Verissimo; ad Angela non dispiaceva la melanconia, anzi ci trovava gusto; ma doveva essere una melanconia senza fondamento, come a dire lagrime di rugiada, gemiti di tortorella, ferite orrende fatte colla spina d’una rosa. Tante volte, se lui fosse stato capace di comprenderla, tante volte, al crepuscolo, accompagnando cogli occhi una nuvola viaggiatrice, si sarebbe ammalata così, di nulla, cioè d’amore e di dolore, per farsi guarire dal venticello del tramonto, da una carezza, da un bacio. — Ma sì, lui non sapeva sospirare al vento e pigliare sul serio le nuvole vespertine.

Non la comprendeva bene, ecco.

Era da compatire, aveva altre nuvole nel cervello, il professore, nuvole vespertine anche queste, ma un po’ scettiche, molto filosofiche e punto romantiche. E se egli non pretendeva che la sua fidanzata vi tenesse fissi gli occhi della mente, che sarebbe stato pretendere l’impossibile, doveva pur riconoscere che mancava qualche cosa a rendere perfetto il loro amore e che vi era ancora un distacco fra Angela e lui. Che farci? nulla; aspettare che il tempo compisse l’opera sua, e intanto pigliare dell’amore quel poco che concedevano i quattordici anni della futura sposa.

Dell’amore di Angela, Silvio non poteva dubitare, perchè essa aveva trovato cento maniere di dirgli che l’amava, che lo adorava come un angelo mandato da Dio, come Dio stesso, ed anche più. Cosicchè il professore finì col dire a sè medesimo senza peccare di immodestia che la cosa era naturale. Pensò: «Aiutandosi coll’immaginazione, essa vedrà sempre in me un ideale severo che non potrà mai raggiungere; forse è il privilegio dei vent’anni che ci separano; oggi il mio amore la lusinga; la rassicurerà domani; la conforterà più tardi.»

Gli pareva bensì che a lui dovesse toccare un giuoco difficile, quello di parlare all’immaginazione col ragionamento, ma era determinato a vincere; la posta era grossa: amare ed essere amato.

Tutta questa filosofia, che più tardi doveva fare un gran bene al professore, intanto qualche volta lo seccava. Allora diceva sottovoce a sè stesso: «amico, tu ragioni troppo; fa come lei: accontentati d’amare» — e diceva forte scherzando: «bambina mia, quanto bene mi vuoi oggi?» Angela accettava subito lo scherzo; pigliando un’aria infantile e allargando le braccia, balbettava: «tanto così.»

Ma non sapeva fare come una volta.

— Sono troppo grande, diceva per iscusarsi, ma ti adoro!

Non era aspettato che a marzo; venne invece una notte di febbraio, annunziandosi quasi all’improvviso ed empiendo ad un tratto la casina bianca di un trambusto silenzioso e solenne. Ma fu, come doveva essere, un maschio; e dopo aver portato per tutta una settimana i più strani nomi che l’amore paterno possa immaginare, ebbe finalmente un nome di cristiano battezzato. E si chiamò Silvio, come il compare della pallida mammina, la quale, sorridendo dal suo letto al nuovo amore, era certamente così bella, come non era stata mai. Ma ora il professore poteva notare questa cosa ed altre senza turbamento.

Quando la mammina, sotto gli occhi di tutti, dava la merenda o la cena al neonato, a Silvio bastava guardare la faccetta bianca di Angela per leggervi che essa era pronta e rassegnata a fare altrettanto.

Nel mese di marzo l’ingegnere Marini scrisse, rammentando al conte Cosimo la promessa fatta per bocca di Silvio.

Egli dava le migliori notizie del filone; era un filone grosso, alquanto inclinato, e se i calcoli non erravano, faceva una giravolta, tanto per fermarsi più lungamente nei poderi del conte. Già compiuti i lavori di preparazione, un nuovo pozzo d’estrazione e un pozzo d’aria, assicurava che per istrappare al filone tutta la calamina e il piombo argentifero, ci vorrebbero un paio d’anni almeno, forse più.

Se Cosimo manteneva la promessa d’andare a visitare la miniera colla sposa, ci sarebbe forse qualche piccola modificazione da fare nel contratto, coll’utile dei proprietari vecchi della miniera e del proprietario nuovo.

— È necessario andare, disse Silvio; ora poi che sei padre di famiglia, non devi stare in dubbio un momento. L’aria del monte farà bene a comare Beatrice e non farà male a mio figlioccio. Partite, a _Speranza Nostra_ basto io...

Egli disse queste parole senza pensarci quasi, tanto erano facili e naturali; ma appena le ebbe dette, ne vide la conseguenza necessaria e dolorosa — anche Angela dovrebbe partire. Non sarebbe bello che la sua fidanzata rimanesse sola con lui, tanto più che Annetta accompagnava la padrona. Invano si provò a dire che non vi era alcun male, che Angela era sua nipote, anzi sua pupilla, e che in fin dei conti era una fanciulla; guardandola appena, si vedeva subito che non era più una fanciulla. E poi che farebbe Angela in _Speranza Nostra_, sola con Giovanni, con Ambrogio e con lui?

Non vi era rimedio; bisognava soffrire.

— Sarà per poco, disse ad Angela, dopo averlo detto a sè stesso, ma ci dobbiamo separare; va, fanciulla mia, sposa mia, vedrai una campagna diversa, una vita nuova, respirerai tu pure l’aria sana del monte, mi amerai sempre e me lo scriverai spesso.

Il professore non avrebbe mai immaginato che il sacrificio fosse tanto difficile per lui; l’aveva creduto invece meno facile ad Angela. La quale prima pianse, poi parve rassegnarsi e in ultimo non nascose quasi la contentezza di variare per poco la vita che faceva da tanto tempo, di fare un lungo viaggio in diligenza, di salire sopra una montagna per poi scendere nei pozzi delle miniere e far delle passeggiate misteriose colle fiaccole nelle gallerie sotterranee. Solo al momento di partire per davvero, la tenerezza la vinse una altra volta, e parve che volesse versare nuove lagrime; ma appena l’eroico Silvio le ebbe detto, ridendo nervosamente:-ecco, ora piangi, ci scommetto, — essa nascose un momentino la faccia nella pezzuola, poi disse piantando gli occhi lucenti in faccia al suo adorato sposo: — non piango; guarda... non piango.

— Brava! disse il professore, così va bene.

— E ricordati, soggiunse parlandole all’orecchio, ricordati di amarmi tutti i giorni e di scrivermi tutte le settimane.

Essa era disposta a fare di più, anche a scrivergli tutti i giorni.

Del resto non sapeva egli in che modo essa lo amava?

Sì, lo sapeva, Angela cara!

Silvio accompagnò i viaggiatori fino alla valle di _Scala di Gioca_, e colà diede l’ultimo addio: diede anche un bacio agli amici, un bacio che cominciò dal figlioccio, passò per Cosimo e per comare Beatrice, e si trattenne in ultimo un po’ più sulle labbra di Angela.

«Ricordati,» disse quel bacio. E quel medesimo bacio rispose: — lo sai bene come t’amo!

— Sì, sì, lo so, Angela cara!

La diligenza cominciò la discesa tortuosa, e Silvio rimase appoggiato al parapetto di sasso, che domina la splendida vallata.

Egli seguiva come istupidito il grosso carrozzone, che si portava via, frettoloso, tutta la festa del suo cuore, scomparendo ogni tanto, in lontananza, dietro gli ulivi, riapparendo più giù, annunziato dal rumore dei sonagli e da una pezzuola bianca sventolata ad uno sportello.

Silvio accompagnò così la diligenza fino al fondo della vallata, poi la perdette di vista, poi la rivide come un punto sullo stradone di Codrongianus. Da un pezzo non iscorgeva più nulla, e rimaneva ancora dinanzi al parapetto.

Rimasto solo, il suo primo pensiero fu che avrebbe potuto egli pure andare ad Iglesias cogli amici; che _Speranza Nostra_ avrebbe sopportato benissimo quindici giorni di assenza, od anche un mese, tanto più che Giovanni sapeva il fatto suo e pur d’istruirlo a dovere....

Silvio pensò sul serio tutte le raccomandazioni che avrebbe dovuto dare al cuoco per potersi pigliare un poco di vacanza, e non permettere alla sua fidanzata di andarsene sola. Quando ebbe pensato molto, ed accomodato ogni cosa, si svegliò come da un sogno, e disse: a quest’ora sono a Codrongianus. Volse le spalle alla vallata, e tornò a _Speranza Nostra_, dove l’aspettava un compagno di sventura. Il cuoco era sull’uscio di casa, ed aveva il faccione tondo spartito dal suo sorriso enorme — non penava niente affatto.

— Sono andati? domandò allegramente, e non ricevendo risposta e non ne aspettando, soggiunse confidenzialmente: ma torneranno! e faremo le nozze quest’estate.

Il professore credette che parlasse di Angela, e si meravigliò che Giovanni ne sapesse più di lui; ma guardando in faccia il cuoco, si ricordò il frammento di dialogo inteso nella viottola e comprese ogni cosa.

— Annetta ti piglia?

— Se mi piglia! esclamò il cuoco: mi ha già preso e non mi lascia.

Per spiegare il proprio concetto, quel fatuo accostò una mano alla bocca, come per assaggiarla, ed annunciò semplicemente e sicuramente: «è cotta!»

XII.

Il professore trovò quello stesso giorno molte cose da fare che quasi aveva dimenticato. Prima di tutto il direttore del giornale gli mandò a dire che aspettava il seguito di un articolo sulla colonizzazione della Sardegna, troncato sul più bello, come già era seguito e doveva seguire più tardi alla colonizzazione medesima; e si rammentò in tempo che aveva dato la posta a due dei consiglieri più danarosi della Banca Nazionale, per trattare insieme della fondazione d’una Banca-agricola-commerciale. Poteva dunque far tacere tutte le vocette di rimprovero dell’amor ferito — non era punto vero che egli avrebbe potuto accompagnare la comitiva ad Iglesias, affidando le proprie faccende al cuoco.

Egli si chiuse in camera per quattro lunghe ore e in dodici paginette finì di colonizzare tutta l’isola. Poi distribuì i lavori primaverili ai contadini, gettò colle proprie mani il seme delle pianticelle annuali, che dovevano ornare il giardino di comare Beatrice e d’Angela, radunò le idee e rifece certi calcoli per tenersi pronto alla conferenza sulla Banca agricola. — Trovò anche tempo di pensare ad Angela.

La fanciulla aveva lasciato molta parte di sè nella sua cameretta gentile; Silvio vi trovò un pettine che aveva strappato alcuni capelli biondi e li teneva ancora fra i denti; vi trovò un mazzolino di rose bianche staccate la mattina e una pagina su cui l’innamorata aveva scritto: «parto, ma non ti lascio; io sono qui; aspettami. Angela tua.»

E Silvio era così docile all’amore, che stava lungamente nella cameretta di Angela, appoggiato alla seggiola dove essa si era seduta per iscrivere, contemplando il letticciuolo colle cortine bianche di mussola e lasciando parlare il mazzolino di rose. «Io t’adoro,» diceva il mazzolino di rose, e non sapeva dire altro — ma ce n’era d’avanzo.

Invece quante cose disse Angela, nella sua prima lettera! E non bastarono.

«La miniera mi ha innamorata, diceva, ma per carità bada di non diventare geloso.» Essa parlava con entusiasmo degli androni bui sotto terra. Passeggiare colle fiaccole fra quelle pareti affumicate, lontano dalla superficie terrestre; udire lo scoppio sordo d’una mina in lontananza; ovvero, stando sull’orlo d’una galleria, affacciarsi al pozzo d’estrazione e vedere venire su su, lentamente, la gabbia — tutto ciò l’aveva sbigottita e commossa. Confessava che non si era immaginata neppure una cosa simile, sebbene avesse letto tante descrizioni di miniere e di minatori, e cominciava a credere che tutto quanto si può leggere nei libri è sempre nulla in confronto di ciò che si vede e si tocca. Poi le parlava del loro amore; lui forse ne riderebbe, ma essa era sicura che in fondo al pozzo principale aveva sentito d’amarlo in un modo nuovo.

Quella lettera che Silvio aveva aperta col batticuore — strana cosa! — lo lasciò quasi freddo. Il suo egoismo d’innamorato accettava di mala voglia la verità; forse avrebbe preferito la bugia. Certo, l’inverisimile soltanto poteva contentarlo: che Angela, arrivata alla miniera, gli avesse scritto fra le lagrime: «Accorri, Silvio, vola; io non posso più vivere senza di te.»

Invece in quella prima lettera d’amore, la fanciulla accennava appena al vuoto che essa sentiva senza di lui; e una volta sola, nel poscritto, gli raccomandava di sbrigarsi delle faccende più urgenti per poter fare una giterella alla miniera egli pure.

Se non avesse avuto tanto da fare per la Banca Agricola, tutto quel giorno Silvio avrebbe ruminato il magro pascolo dato al suo grande amore. Più tardi, dopo l’adunanza per la Banca Agricola, seppe comprendere la sua piccola innamorata e fu così magnanimo da consigliarle di star allegra e di divertirsi.

Quell’indulgenza ebbe il giusto premio; Angela nella seconda lettera disse cose strazianti: essa faceva il possibile per accontentare Silvio e divertirsi, ma quando era riuscita, ne aveva dispetto, e si nascondeva agli occhi della gente per piangere. Voleva un esempio? L’ingegnere Marini aveva combinato una rappresentazione a beneficio della Società di mutuo soccorso fra i minatori; il teatro doveva essere il camerone della scuola; reciterebbero Annetta, l’ingegnere Marini, due caporali minatori e lei. Sì, anche lei; aveva accettato la parte di amorosa, Annetta faceva l’ingenua. Angela sapeva già tutta la parte senza suggeritore, le prove andavano benissimo — ebbene? — Silvio sapeva quanto gusto trovasse Angela a recitare la commedia? — ebbene? — quando alla prova le battevano le mani (perchè le battevano le mani anche alle prove) — ebbene, essa sentiva una cosa venirle su su, dal cuore fino alla gola, ed era inutile, doveva fuggire e piangere di nascosto per non soffocare.

Che cosa era mai questo, se non era il grand’amore?

Ci pensò anche Silvio. Veramente, se non era il grande amore, che cosa era mai questo?

Il professore non perdette un minuto; scrisse subito una lettera melanconica; volendo confortare la sua fanciulla, chiedeva conforti egli stesso; chiedeva anche il titolo della commedia in cui Angela doveva fare la parte di amorosa e Annetta quella d’ingenua. La risposta fu crudele; non era già una commedia, era la _Francesca da Rimini_, tragedia di Silvio Pellico; Annetta recitava solo nella farsa. Le prove andavano a gonfie vele; la rappresentazione doveva seguire prontamente.

In quei giorni Silvio ebbe il primo segno di stima dei suoi concittadini; dovendosi eleggere alcuni consiglieri comunali, gli vennero a proporre di farsi innanzi, assicurandogli la riuscita; il _Giornale di Sassari_ era disposto a _portarlo_ con tutte le sue forze; Silvio non doveva far altro che scrivere una lettera programma, manifestando brevemente tutte le sue idee amministrative.