Amore ha cent'occhi

Part 21

Chapter 213,844 wordsPublic domain

Avrebbe voluto fargli comprendere che sorta d’amore singolare, stranissimo, essa sentiva per lui. — Ma era inutile; non vi riescirebbe mai. Gli diceva: «Fa conto che, amando te, io ami un altro... ma non un altro davvero... qualcuno o qualche cosa che non sei tu — come posso io cessare d’amarti?» Il professore non capiva bene il caso difficile, ed Angela insisteva: «Io non so come sia, ma mentre ti voglio tanto bene quando ti vedo, mi basta che tu mi volti le spalle e te ne vada... che so io? là... in fondo a quel viale, per volertene subito un poco di più. Ecco come ti voglio bene io... Tu invece!...»

Anche Silvio credeva di volerle bene così; egli pure si era accorto che, trovandosi separato da lei, qualche volta l’aveva amata di più; ma siccome poi se essa non gli stava dinanzi, colle sue ariette di donnina matura per l’amore, cominciavano gli scrupoli melanconici dell’età, così non era sicuro di vedere chiaro nella natura del proprio sentimento.

Per tutto ciò quelli erano i giorni belli di _Speranza Nostra_; la felicità di Beatrice e di Cosimo, più sicura di sè, ma pur non priva di qualche segreto sgomento, e la felicità dei due innamorati si compievano a vicenda.

Già Cosimo, quando si provava a leggere tutte le promesse dell’avvenire negli occhi della sua ammalata d’amore, vi poteva mettere egli pure la sua piccola promessa, perchè era alla vigilia di ridiventare un’altra volta ricco. Egli ricomperava i suoi poderi, riappendeva al loro posto, nella casa di Ploaghe, i ritratti degli antenati, e faceva contenta la povera madre morta; abbelliva la casa di Florinas, ristorava il _nuraghe_... ma non abbandonerebbe mai _Speranza Nostra_, salvo che la faccenda della miniera diventasse così grossa, da richiedere la presenza di qualcuno in Iglesias.

Non ispiacerebbe a sua moglie diventar minatrice?

No, se lui diventasse minatore. — Ad ogni modo erano invitati e bisognerebbe pure andarvi! E allora sentirebbe che aria, che bei venti marini nell’alta gola del monte. Quando Beatrice avesse compiuto il suo capolavoro, riacquisterebbe la salute più presto, e al piccino non farebbe male respirare di buon’ora l’aria montana!

Tutte queste speranze, tutte queste promesse, facevano sorridere la bella donnina, la quale soffriva molto, soffriva sempre, pagava ogni giorno per sè e pel marito una parte del gran debito che contraevano colla generosa natura; ma fra tante promesse parlavano al suo cuore di madre lontane minaccie, crudeli perchè indistinte.

La vendemmia era finita, e Angela si era già fatta la più brava delle racimolatrici per soddisfare i gusti capricciosi dell’amica sua, che preferiva i grappoli meschini e terrosi avanzati nei vitigni, alla bell’uva moscatella appesa nella dispensa, quando il giornaletto di Sassari portò agli abitanti di _Speranza Nostra_ una gran notizia:

«È arrivata fra noi da Oristano la prima compagnia italiana acrobatica-equestre diretta dal famoso signor Alfonso, la quale si fermerà un mese, dando ogni sera rappresentazioni nel Teatro Diurno, trasformato in Circo. La compagnia comprende quattro amazzoni: le signore Ada, Maria, Giovanna, Emma, due _clowns_ e un Alcide. La compagnia vanta pure due curiosità: una è il celebre nano Battistone, detto l’_uomo palla_; l’altra è Nenna, ragazza meravigliosa, detta la _rana_. Per domani si annunzia la prima rappresentazione.»

IX.

Il signor Alfonso aveva presentato un cavallino sardo, piccolo, ma intelligente come un cristiano, che in due mesi di lezione si era impadronito di tutto lo scibile della razza cavallina. Esso si rizzava sulle gambe deretane, batteva insieme gli zoccoli delle zampe anteriori, e veniva incontro al suo padrone per abbracciarlo; ballava a suon di musica, batteva il tempo, s’inginocchiava, sparava una pistola, faceva il morto, per risuscitare di scatto, salutare il pubblico ed andarsene alla greppia di corsa, accompagnato dagli applausi del pubblico delle gallerie e dei palchetti. Poi era comparsa la signorina Emma, un’amazzone, magra e nera come un chiodo, la cui missione in terra era di sfondare dei cerchi di carta aumentandone successivamente il numero; il pubblico sassarese, sebbene la giovane fosse brutta, le aveva fatto buona accoglienza, e ad ogni cerchio per cui era passata gridando _hop!_ aveva battuto le mani, ma senza entusiasmo. La signorina Giovanna, un altro chiodo, capocchia espressiva, che cavalcava a dorso nudo, si era fatta segnalare per certi salti, con cui balzava in groppa ad una magnifica cavalla bianca, afferrandosi colle mani alla criniera.

Ma tutto codesto, senza i lazzi dei due pagliacci, che ogni tanto facevano la burletta di spararsi a vicenda parecchie ceffate rumorose, avrebbe lasciato freddi gli spettatori. Quei due pagliacci avevano certamente l’obbligo di non star mai zitti, e per obbedire a tale necessità dicevano tutto quello che veniva loro in capo. Ma non mancavano ogni tanto di chiamare Battistone, curvandosi a terra e mettendo le mani alla bocca per fare arrivare la voce fino a lui, di lamentare l’assenza di Battistone, di domandarsi a vicenda che cosa era avvenuto di Battistone.

— Ah! poveretto me! disse uno che aveva il viso trinciato di sberleffi rossi e neri, ora mi ricordo; l’ho lasciato dinanzi al catino, in cui mi sono lavato la faccia, vi sarà caduto dentro e sarà annegato.

— Sai bene che non può essere, è impermeabile e non va a fondo — non è forse perciò che lo chiamano l’uomo palla elastica? — Era vero, l’altro pagliaccio se n’era dimenticato. Ma dov’era Battistone? Perchè mai Battistone non veniva? Perchè abbandonava così i suoi amici? Senza Battistone non ci sarebbe modo di spassarsi un momentino a far quattro giochetti. Battistone! Battistone! — A forza di sentir parlare di Battistone, anche il pubblico aveva una gran voglia di vederlo, e quando finalmente il nano affacciò la grossa testa ridente al parapetto del circo, lo accolse una risata rumorosa, più lusinghiera di, qualsiasi applauso. Battistone indossava una specie di zimarra umoristica, che gli scendeva un po’ più giù dei piedi, e nella quale egli inciampava ad ogni passo, ruzzolando sull’arena, balzando e rimbalzando come una pallottola vera e propria. Per causa di quella zimarra misteriosa gli spettatori non avevano ancora accertato se Battistone avesse un paio di gambe, ed erano tentati di credere ai due pagliacci, i quali assicuravano che l’amico pallottola si moveva su due ruote di orologio da tasca; ma Battistone aveva le mani assai bene attaccate a due solidi moncherini e le adoperava per menare palmate formidabili, che se non arrivavano alle facce impiastricciate dei suoi colleghi, non cadevano senza rumore sopra un’altra parte del corpo, e facevano ridere anche meglio. Lui poi era invulnerabile; gli scappellotti passavano sopra il suo testone, andando a colpire il terzo pagliaccio, e le pedate non lo arrivavano mai. In un momento egli ebbe guadagnato tutte le simpatie del pubblico.

Ma Battistone tutto quanto, nessuno ancora l’aveva visto; e quando i due pagliacci proposero al nano di fare alcuni giochetti per passar l’ora, ed offrirono di aiutarlo a togliersi la zimarra, grande fu l’aspettazione del pubblico. È incredibile quanta difficoltà s’incontrava volendo svestire la zimarra di Battistone; i pagliacci v’inciamparono prima molte volte e caddero, si rialzarono e ricaddero, poi v’inciampò lo stesso Battistone, il quale attraversò tutta l’arena barcollando, ma reggendosi sempre in piedi e pigliando in ultimo un atteggiamento da silfide, per ricevere gli applausi e beffarsi dei compagni; ma finalmente la zimarra cadde dalle spalle del nano, e Battistone apparve in maglia rosea e corte brache di velluto nero, strette alle reni ed alle cosce, tondo, grasso, inverisimile.

— Senti — gli propose uno dei pagliacci — facciamo una bella sonata, io sarò il sonatore, la tua pancia sarà la gran cassa.

Ma Battistone non ebbe tempo di rispondere per le rime, perchè in quel punto un corpicciuolo contorto, strano viluppo di gambe e braccia, saltò dal parapetto nell’arena, e corse saltelloni a cacciarsi fra i pagliacci. Quel mostricino era tutto coperto d’una maglia a gran chiazze verdi e gialle, aveva in testa un cappuccio della medesima stoffa, e saltellava battendo quasi col ventre sull’arena.

— La rana! La rana! — gridò Battistone.

Beatrice e Cosimo assistevano alla rappresentazione da un palchetto di proscenio. Cosimo era pallido e un po’ agitato, quasi dispettoso di aver dovuto cedere al capriccio di sua moglie; la contessa invece sorrideva perchè aveva promesso di essere forte e di divertirsi.

Quando la rana fece il suo ingresso nel circo, Cosimo si chinò verso sua moglie e le disse all’orecchio: — Ce ne andiamo, Bice? è meglio.

No, essa voleva rimanere, voleva vedere, ed ebbe la forza di sorridere ancora.

Per indurre il suo povero Cosimo a condurla in teatro, Beatrice aveva adoperato le carezze e il ragionamento.

— Domani — gli aveva detto — quella cattiva donna ti verrà a cercare in casa tua, ti presenterà la sua creatura, colla sfrontatezza in cui è maestra. Tu che cosa le dirai? La farai cacciare? Andiamole incontro noi stessi, facciamoci vedere uniti, sarà meglio.

E quanto durarono le corse delle amazzoni e i lazzi dei pagliacci, essa aveva tenuto d’occhio il portone da cui entravano i cavalli e i cavalieri e dove ogni tanto si affacciava qualcuno della compagnia. Pensava: a quest’ora la zoppa ha visto Cosimo, ha visto me, e perciò non osa mostrarsi.

La rana era apparsa all’improvviso; in un momento in cui Beatrice aveva gli occhi sopra Battistone, qualcuno aveva messo sopra il parapetto la fanciulla, che di là era balzata nell’arena.

Quando Battistone e i due pagliacci gridarono in voce di falsetto: — La rana! La rana! — Beatrice allungò la mano e trovò quella di suo marito e la strinse in silenzio, senza abbandonare cogli occhi lo strano spettacolo.

Del corpicciuolo di Nenna, non si vedeva altro che il dorso contratto, intorno a cui le gambe e le braccia contorte mettevano una mostruosa cornice; le mani spuntavano di dietro, dando immagine delle zampe d’una rana.

I due pagliacci presero a dichiarare, rubandosi le parole a vicenda, la natura strana di questo fenomeno, ma la _rana_ irrequieta saltellava di qua e di là e Battistone le raccomandava di star ferma, intanto che si faceva la spiegazione. A un certo punto, perdendo la pazienza, il nano disse:

— Ah! non vuoi smettere? Ti farò smettere io. Signori e signore — soggiunse, rivolgendosi agli spettatori: quando abbiano in casa una ragazza che non voglia star ferma, facciano come vedono fare a me.

Egli prese la rana per la maglia, la sollevò e la depose a terra capovolgendola. Uscì allora dal cappuccio rovesciato una testina di fiamma, una faccetta petulante contornata da un’aureola di capelli rossi.

Il pubblico batteva le mani — Nenna rideva.

In quella positura, la rana non si poteva più muovere, e Beatrice, a cui batteva forte il cuore, ebbe agio d’esaminarla. Non era bella, Nenna; solamente aveva la faccia bianchissima, macchiata di lentiggini, e i capelli abbondanti, rossi e crespi, che le stavano tanto bene; rideva, e ridendo apriva una bocca troppo grande, dalle labbra troppo sottili; gli occhi lucevano di compiacenza, ma erano piccoli e tondi, e nel naso schiacciato si aprivano due fosse larghe; — era paffuta e fresca, ma non bella.

Da tanto tempo, senza volere, anzi con un sordo dispetto, Beatrice si era venuta immaginando una fanciulla sottile e delicata, con un visino ovale e pallido, due occhioni aperti e neri come i capelli.

Se quel fantasma le fosse apparso lì, sorridente con melanconia, in sembianza d’una fanciulla viva, forse essa avrebbe avuto ancora il coraggio d’amarla — certo non l’avrebbe potuta odiare, come ne aveva avuto paura. Ma quella Nenna era tutt’altro. Beatrice guardò Cosimo alla sfuggita, e vedendo che egli teneva lo sguardo altrove: — Ma guarda, gli disse con gioia trattenuta, guarda.

— Ed ora che cosa facciamo? disse Battistone ai compagni.

— Facciamo l’obelisco.

— Sì, sì, facciamo l’obelisco.

— Tu intanto, soggiunse il nano parlando a Nenna, tu puoi andare dove ti piace, ma bada a non venirmi fra i piedi.

Egli voltò la rana, che subito diè un balzo, come se avesse una molla sotto il ventre.

La costruzione dell’obelisco umano fu difficile, perchè i pagliacci pretendevano di far stare Battistone sotto, e Battistone invece voleva andare in cima.

Ne nacque una contesa, in cui si spararono gran numero di ceffate sonore, ma Battistone al solito non ne toccò nemmanco una.

Poi uno dei pagliacci disse a Battistone gravemente:

— Se io ti do una buona ragione, che ti persuada, prometti di startene sotto tranquillo?

Battistone promise e l’altro ripigliò:

— Vedi, amico, tu non devi venire sopra di noi, perchè hai dimenticato a casa le ali.

Battistone si picchiò la fronte. — Era vero! Quale disgrazia! — E crollando l’enorme testone e allargando il breve compasso delle gambe polpute, si piantò nel mezzo dell’arena, e si lasciò saltare sugli omeri uno dei pagliacci senza barcollare, ma cacciando fuori la lingua per far ridere gli spettatori.

La rana intanto faceva il giro dello steccato a saltellini; le era caduto il cappuccio, e la sua testina vivace appariva intera in mezzo all’onda dei capelli rossi; dai palchetti della prima galleria le signore si affacciavano per dirle qualche cosina gentile quando passava sotto: — Nenna! Nenna! Ed essa alzava gli occhi giocondi. — Ti fa male star così? — La rana faceva di no col capo e rideva.

Il secondo pagliaccio tirato su dal primo era andato a metterglisi sugli omeri, e Battistone li reggeva tutti e due, senza piegare, ma allungando sempre più la lingua, con gran gioia del pubblico.

— Ne puoi portare ancora? domandò quello che stava in alto.

Battistone brontolò con voce soffocata un sì grottesco.

— Signori e signore, annunziò il pagliaccio più alto, Battistone dice di _sì_, ma non ne ha voglia; quando è di buon umore egli è solito portare a spasso a questo modo tutta la compagnia, ma oggi non è di buon umore. Porterai ancora la Nenna e nessun altro, sei contento? aggiunse curvandosi a parlare al nano.

La Nenna, che stava allora vicina al palchetto del conte Cosimo, si voltò a guardare verso il portone d’entrata. Un uomo tozzo, di forme poderose, l’Alcide della compagnia, uscì dondolandosi, colle mani sui fianchi. Aveva un faccione che pigliava luce da una gran bocca ridente e da due occhietti tondi ed azzurri; i capelli tagliati a spazzola, del più bel rosso di fiamma, e un grosso naso schiacciato. Vedendo quel colosso curvo accanto a Nenna, non poteva rimanere alcun dubbio della loro parentela. L’Alcide domandò sottovoce alla fanciulla:

— Sei stanca?

E la fanciulla rispose di no.

Allora l’Alcide le prese un braccio, lo piegò adagino, e lo fece uscire da quel viluppo di ossa e di carni, poi fece altrettanto coll’altro braccio; dopo di che le gambe si trovarono naturalmente libere e la fanciulla fu in piedi di scatto. Era, per l’età sua, piccola e tarchiata, ma così agile che pareva quasi snella.

Con un salto fu sulla palma d’una mano del colosso, il quale la fece passare più volte, da una mano all’altra, per presentarla al pubblico. Poi Nenna pose un piede sul ventre di Battistone come sopra uno sgabello e di là si arrampicò sul corpo dei pagliacci. Quando fu in cima, si piantò ritta e superba mandando baci a tutti. Allora l’obelisco si mosse con lentezza, preceduto dall’Alcide fulvo, il quale camminava rinculoni, non istaccando gli occhi da Nenna, e pronto a riceverla nelle proprie braccia, se avesse a cadere.

Battistone cacciava fuori una spanna di lingua.

X.

Invitato da Ambrogio a recarsi alla casina del Mulino a vento, babbo Nicola, ovvero sia l’Alcide, si era affrettato a recarvisi dopo la prova, conducendo per mano la piccola Nenna.

Facendo la lunga e difficile ginnastica della vita, babbo Nicola non aveva avuto molto tempo da pensare, ma pure egli aveva imparato che i mestieri migliori sono quelli pei quali si fatica meno — ed ora andando alla casina, egli aveva in mente d’essere avviato a fare un _mestiere_ eccellente.

Diceva alla bimba, parlandole come se fosse una donna:

— Nenna, t’immagini tu che cosa andiamo a fare in casa dei signori?

Nenna ci pensò un poco, poi rispose:

— A prendere dei soldi.

Quell’acume fece ridere forte l’atleta.

— Ma tu che sai leggere, insistè, hai capito bene bene che cosa voleva quel vecchio e tutte le domande che ti faceva?

— Altro! rispose la ragazza, mi ha domandato se a far la rana ci si piglia gusto, ed io gli ho detto di sì, che quando ci è molta gente in teatro ci si piglia gusto; ha voluto sapere se tu sei il mio babbo; oh! bella, e chi dovresti essere se non il mio babbo?

Nicola lasciava cadere uno sguardo di compiacenza sulla piccina, che alzava verso di lui gli occhietti tondi e vivaci.

— Ma l’altra domanda che ti ha fatta quel vecchio, l’hai capita?

— Altro! Mi ha domandato se mi piacerebbe stare in una bella casa, giocare in una bella campagna e imparare tante belle cose.

— E io indovino che cosa gli hai risposto, disse l’Alcide ridendo con malizia.

— Bella prova! osservò Nenna, è facile.

— Tu gli hai risposto, proseguì babbo Nicola, che ti piacerebbe.

— Invece no, corresse Nenna, andare a scuola non mi piacerebbe.

— Sta zitta, disse l’atleta, siamo arrivati; ecco il signor Ambrogio sulla porta; che cosa gli dirai entrando?

— Gli dirò che mi dia i confetti che mi ha promesso.

Ambrogio, stando sull’uscio, sorrideva con indulgenza alla fanciulla, ma senza abbandono. Quella Nenna che egli aveva visto un giorno fare la rana sopra un tappeto, in una piazza di Milano, era molto mutata, e per essere sinceri, senza guadagnarci nulla. Crescendo, si era fatta grossa e tozza; aveva la guardatura audace, il sorriso sfacciato; non era bella, e per quanto costasse al vecchio Ambrogio l’arrischiar d’essere ingiusto verso una fanciulla innocente, forse quella Nenna non era nemmeno buona.

— Sono venuta, disse la fanciulla porgendo distrattamente le guance per farsi baciare; e tu i confetti ce li hai?

Invano babbo Nicola la guardò scoraggiato e le raccomandò timidamente di smettere. Nenna con un’occhiata ordinò a lui di non seccarla, poi cacciò le mani nelle tasche di Ambrogio. Il vecchio lasciò fare e intanto veniva cercando nella faccia grassa e lentigginosa della ragazza il suo piccolo fantasma d’un tempo. Frugarono così entrambi inutilmente.

— Non ci è nulla! disse Nenna.

— Non ci è nulla, disse Ambrogio. Ma ti ho promesso i confetti e li avrai.

Egli prese per mano la bambina e la introdusse nel salotto a terreno. L’Alcide li accompagnò colla coda dell’occhio, non osando staccarsi dal vestibolo, perchè non gli avevano detto di entrare.

— Aspettami un momentino, disse Ambrogio alla bimba, io vado ad avvertire una signora che ti vuol vedere.

— Non dimenticare i confetti, disse Nenna.

— Te li darà la signora, disse il vecchio.

— Dille che ne porti tanti, insistè la rana; e siccome il vecchio era già fuori dell’uscio e non rispondeva, Nenna gli corse dietro gridando: tanti, tanti.

Il povero Alcide, stando nel vestibolo, alzava inutilmente una manaccia poderosa; da lontano quella correzione paterna riusciva tanto inefficace, che Nenna gridò ancora una volta, sebbene Ambrogio non la potesse più udire: tanti!

— Sta zitta, piccolo demonio, brontolò babbo Nicola.

La ragazza venne tranquillamente a sfidare la collera dell’atleta, ripetendogli sotto il naso: gli ho detto solamente che ne voglio tanti.

Babbo Nicola, disarmato dall’impudenza della sua Nenna, guardava severamente innanzi a sè, e la ragazza gli chiese:

— Che cosa guardi nel muro?

Allora l’atleta staccò lentamente gli occhi dal punto in cui li aveva messi e li chinò verso quel piccolo portento. Ma Nenna lo prese per mano e voleva tirarlo nel salotto.

Egli non ci voleva andare.

— Vieni, diceva la bimba piantando i calcagni e curvandosi a tirar con tutte le sue forze — quella signora darà a me i confetti, darà a te i soldi.

Beatrice, entrando, intese quelle ultime parole.

Essa venne dinanzi alla bimba, si chinò, e le strinse colle mani asciutte e bianche il faccione paffuto; poi guardò babbo Nicola, che apriva la bocca, dandosi ad intendere di sorridere, e gli disse allegramente:

— Si vede subito che è vostra figlia.

L’Alcide rise forte, parendogli il partito migliore in un caso simile. Poi disse col fiato mozzo, come se inghiottisse le parole:

— È un po’ monella, mi fa tribolare, ma mi vuol bene.

— Non è vero, dichiarò Nenna.

— Non è vero che sei monella? disse Beatrice.

— Non è vero che gli voglio bene; è un babbo cattivo.

Beatrice veniva guardando attentamente la fanciulla, ne interrogava con un resto di paura gli occhi tondi e il viso audace.

— Perchè mi guardi così? disse Nenna.

Allora la contessa si chinò a baciare in fronte la ragazza, la prese per mano e la trasse sul canapè.

— Mettiti a sedere vicino a me, rispose, e lascia che ti guardi; non ti voglio male, io.

Perchè le diceva questo? Ci pensò appena l’ebbe detto e fu pronta a soggiungere:

— L’altro giorno ti ho vista in teatro, tu facevi la rana...

— Mi hai visto! esclamò Nenna, non è vero che la faccio bene la rana?

— E appena ti ho vista, mi è venuta in mente un’altra ragazza della tua età, una ragazza che ti somigliava e che è morta.

— Faceva la rana anche quella ragazza? domandò Nenna.

Beatrice non rispose; la fanciulla aveva girato la testa in modo repentino, e a un certo punto aveva mostrato un profilo, una linea forse, o un’illusione.

— Guarda quel vaso, disse la contessa.

— Ebbene; che cosa ci è in quel vaso?

— Guarda più in là, quel quadro.

— Perchè devo guardare quel quadro?

— Bambina cara! esclamò Beatrice con un impeto di gioia. Ora sono contenta!

L’atleta rimaneva in piedi sull’uscio, con una gamba nel salotto e l’altra nel vestibolo.

— Babbo Nicola! chiamò Beatrice, venite avanti; sentiamo, quando l’avete avuta questa figliuola?

L’interrogato portò prima tutta la persona nel salotto, poi disse:

— Ha otto anni e mezzo, faccia il conto, mi è nata nel... aspetti un poco.

Ma Beatrice aveva altre dieci domande sulla lingua, e non poteva aspettare.

— Da quanto tempo non vai più a scuola, Nenna? Che cosa hai imparato a scuola? Sai leggere? Sai scrivere? Che cosa sai fare? Non ti piacerebbe saper tante cose?

— Anche quell’altro, quel vecchio, mi ha fatto la stessa domanda, rispose Nenna; ma io a scuola non ci voglio più andare; ne so abbastanza, ne so fin troppo! So leggere, so scrivere; ho anche scritto una lettera.

Beatrice domandò senza paura: a chi?

E Nenna rispose che una volta aveva scritto una lettera ad un conte, per fargli sapere che essa andava in Sardegna con babbo Nicola. La sua mamma aveva piegata la lettera ed aveva pensato lei a mandarla.

La contessa guardò deliberatamente in faccia babbo Nicola, il quale rimase impassibile come l’innocenza.

Beatrice non fu soddisfatta.

— Che lettera? domandò all’Alcide.

Il poveraccio si strinse nelle spalle. Egli non sapeva leggere nè scrivere, lo confessava umilmente; egli non sapeva far altro che sollevare dei pesi. Non ignorava che la povera Cesira aveva avuto degli amici... delle brave persone a cui scriveva qualche volta; aveva qualche difetto, la povera Cesira, bisognava darle qualche correzione ogni tanto, ma in fondo era una buona donna. — Diceva queste cose con semplicità, ma dimenando il capo, come per nascondersi allo sguardo insistente di Beatrice.

— Non bisogna parlare di queste melanconie, conchiuse; alla ragazza fa pena.

Nenna lo guardava in faccia con malizia.

— Si chiama Cesira la tua mamma? domandò la contessa alla fanciulla.

— Si chiamava Cesira, — rispose l’Alcide con voce rauca.

— È morta! spiegò tranquillamente la piccina.

La contessa Beatrice non volle guardare nel proprio cuore, e si strinse al petto la fanciulla.

Sentiva un gran bisogno di dire qualche cosa, ma si faceva forza e taceva.