Amore ha cent'occhi

Part 20

Chapter 203,877 wordsPublic domain

Silvio non potè udir altro, ma alzando il capo sopra il muricciuolo, vide alle spalle quei due e riconobbe di non essersi ingannato. Erano Giovanni ed Annetta.

— Nozze! mormorò il professore. Egli proseguì la sua via, fra gli ulivi, mentre i due si allontanavano nella viottola. Giunto al muricciuolo di cinta che separava il podere di Don Giacomo da Speranza Nostra, Silvio si arrestò e stette un poco affacciato ad una breccia del muro. Da quel luogo egli vedeva la casa biancheggiante fra gli alberi, la via tortuosa che scendeva al sedile di sasso fra le palme, ma non vedeva le palme, nè il sedile. Era anche là un grave silenzio fra gli ulivi, ma tendendo l’orecchio si poteva udire il canto degli usignuoli e delle passere solitarie che saliva dal fondo della vallata. Silvio scavalcò facilmente il muricciuolo, e fu contento di sè, perchè nessuno lo aveva veduto. Pensava avviandosi: — chi sa quanto mi credono lontano! — Ma fatti appena pochi passi, si arrestò. Dinanzi a sè, in un sentiero, ecco due figure femminili.

— Sono desse! Angela e Beatrice.

Le due donne camminavano lentamente, e parevano dirette alla vigna; erano sole.

Il professore le seguì da lontano, rallentando il passo; ma quelle andavano più lente di lui, voltandogli le spalle, ed egli non tardò ad avvicinarsi. Allora guardando bene, riconobbe di aver sbagliato: di quelle due donne una non aveva il corpicino snello di Beatrice; tutt’altro, era grossa, discinta, un po’ sformata; l’altra era più piccola di Beatrice, ma certamente più alta di Angela. Chi erano dunque quelle donne?

Silvio si arrestò per lasciarle dilungare senza abbandonarle cogli occhi — poi riprese le sue mosse prudenti. Le due donne erano giunte al vigneto; una, la più snella, sparve fra i vitigni e gridò a un tratto:

— Corri, Bice, un grappolo maturo!

E siccome Bice non correva, Angela tornò tenendo in alto un bel grappolo nero e mostrando il viso splendente di bellezza giovanile.

Silvio comprese subito perchè comare Beatrice gli fosse sembrata un’altra; ma come mai Angela fosse tanto cresciuta in meno di due mesi, non lo intendeva affatto. Egli se ne stava dietro un melo nano, e così nascosto poteva abbracciare coll’occhio le amiche sue. Ancora Beatrice non si era voltata, ed egli era curioso di accertare da lontano se il lavoro occulto — anzi non più occulto — della maternità le avesse pure guastato il visino furbo e soave. In compenso gli si mostrava appieno la luminosa bellezza di Angela, sul cui volto pareva che il sole deponesse ogni giorno un raggio.

La fanciulla e Bice reggevano insieme con una mano il bel grappolo nero e coll’altra lo venivano piluccando di conserva; quando non rimasero più che pochi acini al raspo, Angela consigliò di buttarlo via. — Vado a prenderne un altro maturo, disse, ce n’è ancora... — ma la contessa volle serbare il raspo, perchè le piaceva l’aspretto degli acini acerbi. E Silvio comprese anche questo.

In quel punto Beatrice buttò via il raspo, che, andato a cadere sopra un arbusto, vi rimase appeso. La contessa si volse.

Ah! povera donnina, quanto era mutata!

Non si poteva dire che non fosse ancora bella, ma aveva le guance scarne, gli occhi ingranditi, sporgenti, le labbro scolorite. Beatrice era di quelle donne nelle quali il lavoro casto della maternità si compie a spese della bellezza.

Il professore vide agonizzare un’altra volta il suo vecchio ideale che credeva morto e sepolto, e quasi quasi ne fu contento. Stette ancora un poco nel suo nascondiglio, poi si mosse; ma per non ispaventare Beatrice, che in quello stato poteva averne danno, attraversò di corsa gli alberelli del pometo, si cacciò fra i vitigni ed apparve come un Dio silvestre agli occhi innamorati di Angela.

La fanciulla lo vide, mandò un grido e venne a buttarglisi fra le braccia.

Beatrice accorse e stette tranquilla e sorridente ad osservare quel cattivo zio, che tentava inutilmente di svincolarsi dalla nipote.

Diceva, come rispondendo ad una domanda sommessa: — Sì, sono io, sono proprio io, lo zio Silvio, tornato or ora colla diligenza. Ho lasciato andare la valigia a Sassari, io sono sceso nella viottola, sapeva che vi avrei trovate qui, ed ho voluto farvi l’improvvisata. Ma non ci è nessuna ragione di piangere; che ragazzata è questa? Comare Beatrice, come vanno le cose? Benone, si vede. E il mio figlioccio come sta? Ingrossa, si vede... Ma che cosa ha questa ragazza che piange?

Angela si staccò allora dal petto di quell’uomo tanto amato e tanto indifferente e volle fuggire.

— Dove vai ora?

— Vado ad avvertire il conte Cosimo, rispose la fanciulla, cercando di svincolarsi.

Ma Silvio l’aveva presa per le due mani, e tirando il capo indietro la guardava:

— Sai che non ci capisco nulla; ho lasciato una ragazza che rideva e trovo una signorina, una vera signorina, che piange. Ma che cosa è dunque avvenuto?

Egli aveva l’aria di domandarlo a Beatrice, ad Angela e a tutto quanto il vigneto circostante, il malaccorto.

— È avvenuto che ora porta le vesti lunghe, dichiarò Beatrice.

— To’, è vero! esclamò il professore, lasciando andare Angela, che si allontanò di corsa.

— E che altro è avvenuto? domandò Silvio.

Comare Beatrice prima sorrise ad un’idea tentatrice, poi si lasciò tentare, e cacciando una mano sotto il braccio dell’ingenuo:

— Compare mio, lo volete proprio sapere che cos’è avvenuto ad Angela? È avvenuto che si è innamorata. Indovinate ora il resto, io non ve lo dico.

Silvio fece una risatina stupida, non indovinò il resto, ma non insistette neppure per farselo dire.

VII.

Quella sera medesima, andando a letto, Silvio disse a sè stesso che l’amore d’una fanciulla di tredici anni non deve lusingare l’amor proprio d’un uomo maturo, e si propose d’intraprendere la cura della sua piccola ammalata. Non si faceva una idea chiara del metodo da seguire, ma così all’ingrosso gli pareva che se esagerasse la propria naturale gravità di modi e di linguaggio non istenterebbe ad ottenere un ottimo risultato.

Egli stette un pezzo ad occhi aperti nel letticciuolo, considerando la ferita che aveva fatto, senza volere, nel cuore della povera ragazza, e giudicò in buona fede che non era una ferita senza rimedio. Non si illudeva, il professore. Gli sembrava di comprendere che la piccina si fosse innamorata di lui, perchè la natura le aveva svelato ieri il gran segreto, ed essa s’immaginava di non aver tempo da perdere. Andava anche più oltre, il professore; confessava che se Angela aveva preferito lui, che a conti fatti poteva essere suo padre, ai giovinetti di liceo che erano passati tante volte sotto le finestre della casina bianca, era appunto per causa dell’età. Quando Angela giocava ancora colle bambole — questo non accadeva più da un anno — non preferiva forse una bambolona grossa, la quale aveva una guardaroba da regina?

Era ad ogni modo una cosa singolare che quel cervellino di tredici anni avesse lavorato così bene a compiere il sogno di suo padre morente. Quasi era da credere che sapesse tutto... Se lo sapesse! Ebbene, se lo sapeva, tanto meglio; l’innamoramento, essendo _riflesso_, cederebbe più presto alla cura del buon senso.

Il professore spense con un soffio la candela, ma continuò a vedere un raggio di luce che attraversava il fondo nero della camera e svaniva dinanzi alla finestra. Quel raggio entrava dalla cameretta di Angela.

La fanciulla innamorata vegliava ancora, e Silvio non ebbe cuore di addormentarsi mentre essa forse penava per lui. Senza contrasto, senza nemmeno pensarci un momentino, per istinto d’uomo che ha viscere di carità, cedendo ad un sentimento quasi paterno, il professore deliberò di stare sveglio finchè il raggio non fosse scomparso. E intanto che fare? Fantasticare nel buio, così.

Era egli proprio sicuro di essere indifferente a quell’amore infantile che aveva acceso nel cuore d’una bella fanciulla? Indifferente, no; forse ne aveva dispetto. Uscendo illeso da una vera passione che poteva essere fatale, quel trovarsi fra i piedi una bimba gli sembrava una beffa, un’ironia. Non era il momento buono per accondiscendere ad un giuoco infantile... Era forse questo che egli sentiva? Forse — ma non ne era sicuro. Forse era un rammarico dolce, un’indulgenza serena, una pietà gentile. Egli voleva essere il medico di quella animuccia che aveva testè indovinato l’amore, non si sottrarrebbe alla promessa fatta al fratello morente; ma per rendere felice davvero la cara piccina, bisognava impedirle d’innamorarsi di lui. «Io sono vecchio,» confessava umilmente. Essere ridiventato padrone del proprio cervello, di tutto quanto il suo _io_, era la gran miseria, per esser sinceri; ma pareva una forza, e se non altro bisognava farne buon uso.

Quella notte Silvio cedette al sonno prima che la candela d’Angela fosse spenta.

La mattina successiva ebbe una curiosità legittima, volle essere il primo a vedere la ragazza quando si affacciasse alla sua finestra e sapere da lei stessa che cosa avesse fatto col lume acceso tanta parte della notte.

Non si udiva nessun rumore nella cameretta di Angela; forse la fanciulla dormiva ancora, e Silvio dovrebbe aspettare chi sa quanto; — ma era preparato anche a questo. Per ingannare il tempo si rase la barba — era una settimana che non si radeva — si pettinò, ed avendo visto un capello bianco nella tempia destra, lo volle strappare, tanto per fare qualche cosa.

Angela dormiva sempre; almeno, era ancora un gran silenzio nella sua cameretta.

Strappato quell’unico capello bianco, che fece il professore per non istare in ozio? Cercò con poca speranza un altro capello bianco, e fu fortunato, ne trovò tanti, che gli venne detto con un po’ di sgomento «quanti...!»

Sempre un gran silenzio nella cameretta di Angela.

Silvio ravviò la capigliatura folta; vide che i capelli bianchi si nascondevano in modo da sfidare l’occhio più maligno e ne fu contento. Perchè? Qualcuno fece al professore questa dimanda. «S’invecchia» rispose il professore. Poi venne alla finestra, l’aprì, buttò lo sguardo nella campagna... Angela era là, fra i rosai bagnati di rugiada, più bella d’ogni rosa, più fresca della rugiada.

Al rumore che fece la finestra aprendosi, la fanciulla non solo non alzò il capo, ma si chinò a cogliere una rosellina bianca non ancora sbocciata interamente, se la collocò sui capelli, guardando all’orizzonte come in uno specchio, poi si allontanò a passo lento per un sentieruolo del giardinetto.

Il professore aveva voluto chiamarla a nome, ma si era distratto egli pure; stando ritto dinanzi alla finestra aperta, egli seguiva tutte le mosse di quell’uccelletto ferito, e invece di sentire un raddoppiamento di pietà, apriva il labbro ad un sorriso e il cuore alla compiacenza. Compiacenza di medico, s’intende, anzi di medico che ha portato in tasca la medicina. Aspettava solo che essa alzasse il capo per dirle: «Or ora scendo e ti guarisco» — o qualche cosa di simile. Ma Angela non alzò il capo, diede a quello zio indifferente tutto l’agio di esaminarla dal capo ai piedi, di notare colla massima freddezza che col vestito allungato essa pareva proprio una donnina fatta, e che aveva il corpo snello ma pieno, le braccia bianche, tonde, sul collo una peluria bionda, sul volto la gravità che v’imprime per solito la sventura, oltre della bellezza ostinata e della freschezza sfacciata che nemmeno la sventura riesce a cancellare — poi si allontanò con un fare sbadato, fiutando tutte le rose che si trovava accanto, strappando le foglie ai ramoscelli che si allungavano verso di lei per porgere un ultimo trastullo alla sua infanzia mascherata.

Già era lontana, senza che avesse mai voltato il capo, e il professore rimaneva alla finestra come uno smemorato, pensando che a quell’età le ferite del cuore si rimarginano prontamente, e che forse Angela era già guarita.

— Tanto meglio! — disse.

Ebbene no, non era meglio, perchè avrebbe voluto guarirla lui, colla propria ricetta. Ma questo non lo disse.

Si guardò nello specchio, scese in giardino e per andare alla vigna prese la via più lunga, il sentiero tortuoso pel quale Angela era passata poc’anzi.

Per tutto quel giorno Silvio spiò inutilmente negli occhi stupendi, nella faccetta bianca, nel contegno di Angela, un bagliore, un rossore, un turbamento che dessero indizio sicuro di mal d’amore. Pareva davvero che la piccola innamorata avesse indovinato tutte le malizie del proprio stato, perchè non si lasciò mai cogliere in fallo; e Silvio potè quella sera medesima notare in sè i primi indizi dell’impaccio che nasce dalla incertezza nelle faccende amorose. Ne rise, ed aspettò il domani. Ma la fanciulla non mutò, salvo che apparve più bella e singolarmente cresciuta. Silvio non ci capiva più nulla. E veramente per capire qualche cosa sarebbe bisognato essere alle spalle della piccola innamorata, di notte, e poter leggere nel suo cuore o nel suo quaderno, che è tutt’uno, quando, contenta della propria parte di vittima, si dichiarava preparata a bevere il calice, il famoso calice amaro, non solo sino alla feccia, che si capisce, ma sino alla morte. Essa non chiedeva altro che morire d’amore, ed oramai era sicura di ottenere il suo intento. Però voleva ridere e soffrire, soffrire e ridere fino all’ultimo. Infatti rideva e cantava; la notte, sola col suo giornale, non andava a letto se prima non le paresse di aver invelenito abbastanza la piaga maligna di cui doveva finire sul fiore degli anni, e la mattina cantava come una rondine, rideva come una creatura felice. Davvero avrebbe ingannato chicchessia.

I lavori delle vendemmie afferrarono di lì a poco il professore, il quale non ebbe più tempo di occuparsi molto della fanciulla. Pensava però sempre al suo caso e cominciava a credere che comare Beatrice lo avesse corbellato. Una sera poi che fu certo che Angela non commetterebbe più la stranezza di piangere vedendolo, nè di fuggirlo, trovandosi solo colla povera comare Beatrice, del cui bel volto e del cui corpo gentile la maternità veniva facendo scempio, si provò a farla parlare di Angela. Per vie indirette non riuscì a nulla, e se volle sapere qualche cosa gli toccò dire il contrario di quello che pensava, cioè che la nipotina gli sembrava turbata.

— Non ve l’ho detto, compare, che è innamorata? disse Beatrice con malizia. La piccina ha saputo d’essere fidanzata ad un tale, ad un certo tale, che ancora non pensa a lei, ed è bastato questo perchè ne sia cotta.

— Ha saputo! balbettò Silvio... Da chi?

— Volete proprio saper tutto; l’ha saputo da prete Emanuele... Non andate in collera, ve ne prego.

No, no, non andrebbe in collera.

— Essa mi crede il suo sposo, ed aspetta!... — pensò Silvio — e questo pensiero empì l’anima sua di un turbamento dolce non mai provato.

Sapersi amato da una fanciulla tanto bella, in un’età in cui si sta lì lì per credere che l’amore sia un giuoco proibito è una tentazione a cui difficilmente anche un professore può resistere. Silvio si arrese. In fin dei conti non bisognava sofisticare. La prima medicina che deve dare un medico ad una inferma innamorata di lui è certamente lasciarsi amare. Già egli non era poi tanto vecchio come gli era piaciuto farsi per ipocondria. Aveva moltissimi capelli, quasi tutti neri; a differenza dei fannulloni incanutiti o fatti calvi nell’ozio o nel vizio, egli, studiando agronomia e facendo una vita semicasta, aveva ottenuto di poter entrare in rifioritura quando volesse. Quanto alla ragazza, non importava che essa avesse poco più di tredici anni. La natura aveva fatto moltissimo per rimediare a questo difetto, il tempo farebbe il resto. Due anni passano prontamente. E questo tempo era necessario anche a Silvio per prepararsi alla felicità.

Guardando ora comare Beatrice, che gli sorrideva colle labbra scolorite come se gli leggesse ad uno ad uno i pensieri man mano che si venivano formando nel suo cervello, si meravigliava che un giorno avesse potuto....

Ma già l’amore, per chi viaggia solitario nella vita, appare spesso, come il miraggio, riflesso ingannevole d’una felicità che ci aspetta.... o che ci fugge. Egli aveva visto Angela in comare Beatrice — doveva essere così — perchè ora comare Beatrice gli stava davanti, lo guardava cogli occhi sporgenti, gli sorrideva colle labbra ingrossate e scolorite, ma non riusciva nemmanco più a dirgli com’era fatto l’ideale d’una volta.

Davvero era impossibile riconoscere la contessa Beatrice in quella donnina pallida, che si slacciava il busto a tavola e che aveva sempre una minaccia di mal di mare.

Il professore non aveva ancora detto al proprio cuore: «Ama un’altra volta;» ma era pronto ad innamorarsi al primo segnale, e se tardava tanto, è perchè quella nipotina misteriosa cominciava a fargli perdere la testa. Essa non faceva più come in passato, non gli andava più dietro come un’ombra, non gli metteva più in faccia quei due occhioni pieni di luce, e Silvio, per sua scienza maligna, era quasi indotto a sospettare che egli non fosse stato che un pretesto alla fanciulla impaziente, tanto per amare l’amore. Quella freddezza apparente di Angela, riuscì come un’astuzia; venne un giorno in cui Silvio — dopo aver appreso inutilmente un’arte rimasta ignota a lui per tanto tempo, quella di variare il nodo della cravatta; dopo di aver contratto l’abitudine di radersi ogni mattina — venne un giorno, anzi una notte, che si dichiarò stanco e volle finirla.

— Angela! chiamò, mettendosi alla finestra della propria camera; e la fanciulla venne alla finestra accanto.

— Che cosa vuole, zio Silvio?

— Ora nulla, rispose il Savio, ma domani mi rammenterai che ho una cosa da dirti.

Angela rispose di sì con un filo di voce, rientrò subito nella sua cameretta, e il professore l’udì piangere attraverso l’uscio.

Era la notte alta; tutti dormivano in _Speranza Nostra_, e il pianto della fanciulla, sebbene soffocato, rompeva il silenzio. Allora Silvio tornò alla finestra e chiamò un’altra volta:

— Angela!

Ma Angela non venne.

Il professore si guardò intorno, cercando un’idea, e ne trovò una fanciullesca. Era lecito ridiventare fanciullo per un quarto d’ora di quella notte d’autunno; prese un foglietto di carta e scrisse: «Angela, non piangere; il padre tuo, morendo, affidò a me la cura di asciugare le tue lagrime; io lo farò se tu vuoi, fino all’ultimo giorno della mia vita.»

Egli picchiò due colpi all’uscio, piegò il foglio, e lo spinse attraverso la fessura, rasente terra.

La fanciulla asciugò le lagrime e rispose per la stessa via: «Non piango più, non piangerò più. Sono troppo felice!»

Bisognava crederle: ricevere una lettera di Silvio e rispondergli, attraverso l’uscio, era troppa gioia. Una felicità simile Angela non era stata capace nemmeno di sognarla.

VIII.

Cominciarono giorni d’amore e di lavoro, i più bei giorni che _Speranza Nostra_ avesse mai veduto. La mattina, un’ora dopo l’alba, giungevano a frotte le vendemmiatrici; più tardi i pigiatori dell’uva, che avevano acconsentito a passare la notte nel podere, scavalcavano i tini colle gambe ignude, e vi si dimenavano come ossessi, empiendo lo stanzone di cantilene amorose; il barbuto Pantaleo arrivava dai poderi vicini, col carrettone pieno di raspe che veniva ammucchiando nel magazzino, dove era stato piantato il lambicco, e Cecchino Misirolli, nude le braccia e riparata la testa da un enorme cappello di paglia, si piantava nel sentiero colla carriuola a mano, entro la quale alcune delle vendemmiatrici, con cui aveva fatto speciali patti, venivano a posare le sporte ricolme di grappoli neri. Poi egli faceva una corsa rapida fino alla tinaia, sopportando le celie delle altre donne, che gli venivano dietro colla sporta carica d’uva in testa, per versarne il contenuto nei tini.

Al diverso lavorìo presiedeva Giovanni, non dimenticando la cucina, non dimenticando l’amore. Posto fra quei due fuochi, il poveretto sudava in modo inverosimile, tanto che la perfida Annetta, ogni volta che veniva dal vigneto alla casa, gli gridava da lontano di mettersi all’ombra, altrimenti si squaglierebbe tutto, che sarebbe un peccato.

Giovanni rideva e la minacciava col dito.

— Comare mia — le diceva — voi sarete punita, come è vero Dio!

Il vecchio Ambrogio seguiva le vendemmiatrici, e additava loro i grappoli che esse avevano lasciato per la racimolatura, o li staccava colle proprie mani. Il conte e il professore erano un po’ da per tutto, nella cantina, nella casa, fra i vitigni; e dove andava il conte, poco dopo compariva Beatrice, grave e sorridente, colle mosse già un tantino dondolanti e col corpo rovesciato indietro, e dove andava il professore ivi accorreva Angela, maturata e fatta ancora più bella, se è possibile, dall’amore corrisposto.

Non più nuvole sulla fronte ampia di Silvio; la sua faccia abbronzata dal sole era piena di luce; egli era ancora grave, perchè la sua piccola tiranna non solamente glie lo consentiva, ma si faceva grave anche essa per dichiarargli spesso che si era innamorata di lui la prima volta, in un tempo molto lontano.... (A balia? No, in un’altra vita, era sicura di essere venuta al mondo ammirandolo ed amandolo).... che si era innamorata di lui, appunto perchè era grave.

Queste cose, se mai il signor zio si ostinasse a far l’incredulo, le troverebbe scritte un giorno, e allora le crederebbe... Ma allora essa sarebbe morta! — Morta! che orrore!... Sì, morta; era il destino che voleva così; essa non poteva vivere lungamente; ma pur che potesse sposarsi prima, non le importerebbe. — Queste idee funebri non oscuravano il visetto di Angela, le mettevano solo una pozzettina nel mento.

Avevano già parlato del tempo del matrimonio; Angela non voleva parere indiscreta nè impaziente, non era una bimba, e saprebbe aspettare se fosse necessario, ma lasciava intendere che se il re può dare la dispensa dell’età, non si fa nessun male approfittandone. Un’amica di una sua amica si era bene sposata a tredici anni e mezzo — era orfana anch’essa, ci s’intende; quando si è orfane bisogna pure aver qualcuno, e per aver qualcuno il meglio è prendere marito. Il re è pieno di giudizio, gli si vanno a dire queste cose, e lui concede la dispensa. La concede a tante!... Nel Campidano di Cagliari, per esempio, quante ragazze che si maritano prima dei quindici anni!

Silvio non aveva fretta. Si godeva la festa tranquilla del proprio cuore, si godeva la ciancia maliziosa della nipotina, e al contatto di quell’infanzia non tramontata ancora non sentiva più il peso dei suoi anni. Quando non era fra i tini, quando non iscriveva per il giornaletto di Sassari, quando non si cacciava in un capannello di zappatori miscredenti per predicare loro il verbo della nuova agricoltura sarda, quando non faceva nulla di tutto ciò, pigliava parte volentieri ai giuochi d’Angela; le dava tempo di nascondersi, tenendo scrupolosamente gli occhi chiusi finchè essa lo avvisasse con un grido d’andarla a cercare, o si lasciava proporre degli indovinelli che non decifrava mai per poter fare la penitenza. Vedendolo in quei momenti, cogli occhi lucenti, udendolo ridere coll’abbandono d’un fanciullo, Beatrice, già quasi alla vigilia d’esser madre, sentiva per quei due ragazzi una tenerezza materna, e lo diceva senza beffa. Ma allora Silvio cessava di ridere, per pensare un momentino alla bizzarra trasformazione del proprio spirito e decidere se vi fosse da vergognarsi o da emendarsi. — Non si vergognava nè si emendava; — ripigliava a ridere, e un’altra volta faceva peggio.

Ancora si lasciava cogliere da qualche malinconia fuggitiva; faceva di più, se ne vedeva qualcuna da lontano, la chiamava a sè, per dar da fare ad Angela, a cui toccava cacciarla. Diceva: «Oggi ti pare d’amarmi, perchè sogni; domani, svegliandoti, ti domanderai meravigliata chi è questo vecchio pazzo che ha potuto credere...» Angela, non gli lasciava mai finire queste frasi cattive; subito lo picchiava con tutte le sue forze, finchè non lo avesse obbligato a ridere; poi, facendosi seria, diceva: «Il vecchio pazzo è mio zio — egli non sa nulla, egli non capisce e non capirà mai nulla.»