Amore ha cent'occhi

Part 19

Chapter 193,855 wordsPublic domain

— Bisogna scrivere a quella disgraziata, balbettò la giovine moglie; ho pensato... che basterà per ora.... che io le mandi del denaro. Al resto vi è sempre tempo.

Disse queste ultime parole con dispetto, come se una forza ignota, superiore alla sua volontà («il buon senso» aveva detto prima) gliele strappasse dalle labbra.

Cosimo cominciò sorridendo: «brava...» ma essa gli tappò la bocca colla mano.

— Sta zitto!

Quella buona azione non riuscita, non pesò lungamente sulla coscienza di Beatrice, perchè due settimane dopo ella potè dire a sè stessa sul serio che forse — o generosa natura! — sì, forse non era stato il suo mal animo a farla andare a male, nè il mal animo del suo Cosimo, ma l’egoismo d’un altro, il primo capriccio d’una creaturina, che per venire al mondo metteva le sue condizioni. E appena intravide un bagliore di questa idea grandiosa, e le si fu accostata timidamente senza uscire ancora dall’ombra che essa lasciava intorno a sè, Beatrice sentì svanire tutti gli scrupoli di un falso sentimento, e disse forte a sè stessa, e lo disse a Cosimo, che solo qualche anima buona aveva potuto impedirle di commettere una corbelleria.

— Ce ne saremmo pentiti dieci volte, non avremmo osato confessarlo e saremmo forse stati miseri per tutta la vita.

Così assicurava Cosimo, che pure non sapeva... Se poi avesse saputo! Ma Beatrice, per non gettare l’animo suo nelle ansie di chi sogna la felicità e teme di svegliarsi, ancora non gli diceva nulla.

Era sola a godersi la speranza, sola pure a temere.

Non erano questi i loro patti, lo sapeva bene, ma era certa di non far male, violandoli, perchè sentiva pure di non esser stata mai così vicina al suo Cosimo.

Si provava a dirglielo: — io peggioro, gli diceva ridendo, io sono sempre più innamorata di te. Ogni giorno scopro che ti voglio bene in un modo nuovo; ti ho voluto il bene di sposa, di amica, di sorella, ora credo di volerti anche quello di madre. Mi pare che vorrei fasciarti e portarti in braccio...

Cosimo, che non voleva essere da meno, rispondeva che anche lui, sì, anche lui... almeno gli pareva... ma allora Beatrice, col dolce imperio dell’amore, gli ordinava di smettere.

— Sta zitto... sta zitto... tu non sai!

No, egli non sapeva, non indovinava, non ci si provava neppure, il malaccorto, e bisognò che dicesse lei ogni cosa, quando non si sentì più la forza di fare da sola tutta la fatica di aspettare, dubitando e sperando.

Ma in compenso, appena Cosimo ebbe aperti gli occhi, dichiarò di vederci per due. Nè ansie, nè dubbi; per lui tutto era chiaro; aveva fatto dei buoni studi, nel primo anno di matrimonio; poteva confessarlo, egli aveva di là, nella libreria, un libriccino malizioso, che gli aveva insegnato molti segretuzzi.

Non aveva essa un po’ di nausea? No? L’avrebbe più tardi. Non sentiva languori e brividi? No? Li sentirebbe forse fra un mese, forse prima. Già questi incomodi si sentono sempre troppo presto. Cosimo non dubitava di nulla, aveva la fede. Se a sua moglie facesse piacere saperlo, egli si sentiva capace, per via di certi calcoli matematici e lunari, di dirle il giorno preciso in cui... No? Ebbene, no, essa brancolerebbe nelle tenebre, egli terrebbe per sè la scienza; ma se Beatrice preferisse veder brancolare lui pure nel buio, non aveva che a dirlo.

Pareva ubbriaco, tanto era felice; felice tanto, che sua moglie si pentì di aver parlato troppo presto, e pianse.

Egli domandò:

— Perchè piangi? Ed essa rispose: Perchè ho paura di essermi ingannata. — Ma era inutile, Cosimo non si sgomentava.

Se Beatrice l’avesse lasciato fare, egli sarebbe corso subito a _Speranza Nostra_ per dare la gran notizia a Silvio.

IV.

Silvio intanto continuava il suo sogno vano, ma non ne soffriva. Si era fatto un’abitudine del lavoro, come già dello studio; e nel suo sonnambulismo egli poteva rasentare tutte le trappole preparate all’umana stoltezza, senza mai lasciarvisi pigliare per davvero. Una mezza ebrietà da filosofo solitario, in uno stanzone chiuso, colle finestre aperte sulla campagna, per potervi gettare i suoi piccoli gridi baldanzosi e versare le sue lagrime innocenti, — ecco il suo stato. Se ne compiaceva. Aveva attraversato l’età più bella della vita in lotta con sè stesso, era passato cento volte accanto alla felicità senza riconoscerla; oggi amava per l’ultima volta, ma non isperando nulla, e gli piaceva che fosse così; per combattere ancora, si dava vinto. In lui una stanchezza non prodotta dalla sazietà, una sfiducia senza nausea, quasi un godimento.

Vi erano due persone nel professore: una sana, l’altra malaticcia e fantastica; ma non si davano più alcuna noia. Silvio aveva ogni giorno un disegno, una impresa ardita, e non gli veniva mai meno la volontà necessaria ad incominciare una cosa nuova. Egli si era avvezzato a volere prontamente, perchè il suo spirito attento gli aveva dimostrato che di tutte le molle umane la volontà è la prima ad irrugginire.

Aveva per sè stesso indulgenza e rigore; entro certi limiti tollerava le proprie miserie con animo di padre e di amico. Sentiva che la miglior parte della vita già gli sfuggiva, e ancora non vedeva bene che cosa gli proponesse in cambio l’avvenire — ma aveva una coscienza indeterminata che la vita dovesse compiersi così, a gran tappe, per via di baratti non vantaggiosi forse, necessari.

Fallita l’impresa di riabilitare solennemente la memoria del fratello, egli aveva dato un altro trastullo alla propria immaginazione; si era messo in capo di gettare in Sassari la semente d’una pianta, che non vi aveva voluto mai attecchire, l’associazione.

In un giornaletto che si pubblicava allora due volte la settimana, egli cominciò una serie d’articoli per dimostrare che tutti i mali dell’isola provenivano non tanto dalla scarsità di popolazione, che anzi questa sotto certi aspetti si poteva considerare come un vantaggio, perchè escludeva la miseria; non tanto dal clima in alcuni luoghi malsano, perchè in molti luoghi invece e per regioni estese era ottimo; non tanto dalla legislazione, dall’abbandono del governo, secondo assicuravano i pessimisti, quanto da un poco di accidia individuale e da moltissima diffidenza. Egli affermava coraggiosamente, facendo ridere ogni giorno il suo prossimo, che anche in pochi, pur di lavorare tutti e di mettere insieme le proprie forze e i propri risparmi, si potrebbe fare gran cose in Sardegna. Additava la via dei commerci d’esportazione, quella delle industrie agricole e minerarie, quella della gran pesca, il miglioramento delle coltivazioni e delle produzioni, ai ricchi possidenti avidi d’impadronirsi delle terre, per il gusto di cingerle d’un muricciuolo.

Affermava alla buona, in forma semplice ma convinta, una verità economica che non aveva letto nei libri; diceva che il primo fattore dell’aumento della popolazione è la formazione del capitale. Voleva le banche, consigliava le grandi imprese collettive, e dallo spirito di associazione, si riprometteva una forza morale capace per sè sola del risorgimento della razza sarda.

Il nome di Silvio Boni, prima ignoto, a poco a poco si faceva strada fra i suoi conterranei; venne un giorno che le sue idee non fecero più ridere, ma furono lette, discusse, approvate. Ma chi mai le metterebbe in pratica?

— Il tempo, rispondeva Silvio, ne dubitate voi dei miracoli che fa il tempo?

Due ne veniva facendo sotto gli occhi stessi di Silvio, il quale non se ne avvedeva: una sposa diventava madre, e una fanciulla donna.

Era il primo capriccio, e bisognava rispettarlo; Beatrice non voleva che nessuno sapesse il suo stato, e si era fatta promettere da Cosimo la segretezza. Volendo sottrarsi all’esercizio di una virtù difficile a un padre novellino, Cosimo aveva messo innanzi la considerazione che tanto tanto un giorno tutto il negozio si svelerebbe da sè, ma era stato inutile; aveva dovuto promettere.

Non gli fu penoso serbare il segreto coi pochi conoscenti di Sassari; ma offendere l’amicizia una volta il giorno, andando incontro a Silvio senza gridargli da lontano, come ne aveva voglia: «Allegro, amico, io sono felice!» — questo gli costava.

E una mattina, in _Speranza Nostra_, il desiderio fu più forte della promessa.

Cosimo si mise innanzi un preambolo lungo, si fece promettere il segreto, e svelò all’amico ogni cosa.

La notizia cadde come una mazzata sul cervello di Silvio, il quale per un poco non disse nulla; poi esclamò ingenuamente: «possibile!»

— Tanto possibile, che è vero, rispose il marito crudele; essa non vuole che si sappia ancora, e tu capisci....

— Pudore materno, rispose Silvio.

— Lo chiami pudore materno? Sarà pudore materno, lo chiamerò così anch’io. Però è inteso che tu terrai a battesimo la creatura. Si chiamerà Silvio come te.

— È un maschio? domandò il professore, serio serio.

Cosimo intese benissimo lo scherzo, e rispose, anche lui serio: — È un maschio.

Poi il padre contento andò a visitare i tini preparati per la prossima vendemmia, e Silvio si cacciò sotto l’ombra degli ulivi. Nel suo cuore era un gran silenzio e una gran pace, come dopo una rovina.

Era caduto un ramoscello d’ulivo ai suoi piedi, e Silvio camminava a passi lenti, spingendoselo innanzi di zolla in zolla; era un ramoscello disseccato, come la sua giovinezza, il simbolo della sua vita avvenire.

No, non sentiva alcun rammarico. Uscito dal cerchio magico in cui si moveva da tanto tempo come un pazzo, vedeva chiaro dentro di sè e stupiva d’essere stato così cieco.

La natura gli aveva fatto vedere la verità nuda nuda per uno di quegli spiragli che essa apre improvvisamente all’anima umana. E la verità nuda nuda era questa, che egli aveva fatto un giuoco pazzo in cui poteva perdere la coscienza.

Ebbe bisogno di tastare tutte le parti addolorate dell’anima, per accertare la propria guarigione.

Ma non gli rimase dubbio — la maternità di Beatrice lo aveva proprio guarito.

V.

In quel tempo la piccola colonia di _Speranza Nostra_ ricevette la visita dell’ingegnere Marini, il quale veniva alla libera, con una semplice lettera di presentazione, per proporre al conte Cosimo un negozio.

Quest’ingegnere Marini era un bravo giovinotto sardo, di ventitrè anni al più, il quale aveva preso la laurea d’ingegnere delle miniere in Germania e da poco era tornato in patria, disposto a tastare col martello del minatore tutta quanta la crosta montagnosa dell’isola.

Era entrato a far parte della direzione dei lavori d’una miniera in Iglesias, dove si era guadagnato la fiducia dei proprietari. Queste cose lasciava intendere la lettera di presentazione. Il rimanente lo disse egli stesso, con una scioltezza di maniere e di linguaggio, che avrebbe fatto onore ad un avvocato.

Sopra Iglesias, disse, seguendo nelle viscere del monte un grosso filone di piombo argentifero, egli aveva dovuto arrestarsi a un tratto per non violare la proprietà altrui.

Un ingegnere sosteneva l’opportunità di abbandonare il filone già quasi esaurito, ma egli prima di abbandonare il filone aveva voluto vedere e toccare. Si era fatto lecito, e chiedeva un milione di scuse, di assaggiare il terreno soprastante in molti punti, ed era convinto che quel pezzo di prato, di castagneto e di pascolo valeva una bella sommetta. Si capisce che il prato, il castagneto, il pascolo sotto cui si era cacciato il filone di piombo argentifero appartenevano al conte Cosimo.

L’ingegnere Marini veniva a proporre, a nome dei proprietari della miniera, l’acquisto del terreno, oppure una specie di società per lo sfruttamento di tutto il minerale che si potesse estrarre dalle viscere di quel podere.

Questo secondo partito doveva certamente riuscire il più vantaggioso a Cosimo, e l’ingegnere Marini non esitava a consigliarlo. Dette queste cose colla massima gravità, il giovine ingegnere sprigionò la risatina indocile dell’uomo contento di sè, poi si rifece grave ed aspettò la risposta.

Il conte Cosimo chiese un’ora per riflettere, e l’ingegnere Marini, generoso, concesse tutta la serata, avvertendo che egli partirebbe il domattina colla diligenza, com’era venuto.

Al consulto di famiglia, compare Silvio fu precisamente dell’opinione di comare Beatrice, e Cosimo fu di parere che avessero tutte le ragioni del mondo, cioè che il meglio fosse andare fino in fondo della cosa (_del filone_ corresse Silvio, che in presenza della sua comare era sempre di buon umore e propenso alla festevolezza), e partecipare alla sorte. Chi sa? sotto il castagneto vi poteva essere qualche centinaio di migliaia di lire. Compare Silvio non ne dubitava.

— Voi altri siete in vena, diceva, vi toccano tutte le fortune; ha ragione il proverbio milanese, che dice — che cosa dice il proverbio milanese, comare Beatrice, ve ne ricordate?

Sebbene non ricordasse bene bene il proverbio, comare Beatrice ne aveva una reminiscenza vaga, che l’obbligava ad arrossire un poco.

Infatti il proverbio milanese dice che ogni figlio venendo al mondo porta il suo fardelletto.

In conclusione fu deciso di entrare in trattative per la società; Cosimo avrebbe dovuto naturalmente andare alla miniera e star lontano alcuni giorni; ma Silvio, dopo aver fatto penare un poco comare Beatrice, promettendo che le avrebbe fatto compagnia lui, propose d’andar egli stesso ad accomodare la faccenda.

— Io posso andare dove voglio e star lontano quanto mi pare e piace, assicurò tra il serio ed il faceto — non vi è pericolo che nessuno pianga per me.

Quando l’ingrato pronunziò queste parole tremende, Angela era presente, e le raccolse, e le tenne in mente, e per non dimenticarle mai più fino all’ultima sua giornata, le scrisse nel proprio quaderno.

Il domani Silvio partiva accompagnato fino alla diligenza dal più felice degli uomini, dalla più gentile delle comari dell’ultimo San Giovanni, e da una fanciulla infelicissima, a cui era negata perfino la consolazione del pianto.

L’ingegnere Marini, quando si fu accomodato sull’imperiale della diligenza a fianco di Silvio, mandò all’aria mattutina una risata, poi disse al suo compagno d’una scoperta che aveva fatto e in cui il martello dell’assaggiatore di montagne non entrava per nulla.

— Dica, dica, ingegnere, che cosa ha scoperto?

— Ho scoperto che la contessa Beatrice è una gran bella signora e che la signorina Angela è una ragazza magnifica.

E rise.

Silvio rispose che lo sapeva. Ma per un buon tratto di strada non parlò più; seguiva, lontano lontano, in un punto dello spazio, le mosse d’un ingegnere amabile ed affaccendato, come quello che gli stava a fianco, ma anonimo. A un dato momento questo fantasma si picchiava la fronte, correva a Sassari per innamorarsi d’Angela e se la sposava.

E lui? Ecco, lui ora andava a Iglesias ad accomodare il negozio del filone, poi tornava prontamente a _Speranza Nostra_ per prepararsi alla vendemmia che prometteva di dargli molto da fare, intanto dava ancora una spinta alle idee delle associazioni, teneva a battesimo il primo maschio di comare Beatrice, e si cacciava in parecchie seccature tanto per non istare in ozio.... Non si poteva lagnare: la sua vita doveva essere bene spesa.

E che fece la disgraziata Angela durante l’assenza dell’ingrato?

Angela pianse, Angela scrisse pagine piene d’amore e di desolazione nel suo quaderno. Angela si consolò studiando il Codice civile, e finalmente, non sapendo resistere al contrasto dei propri sentimenti e riuscendole oscuro il senso dell’articolo 68, Angela svelò il proprio segreto a Beatrice.

La contessa battè le mani, baciò la sua piccola amica in fronte e dichiarò che la cosa non poteva essere più bella e che era proprio contenta.

— E tu eri fidanzata e non dicevi nulla? Come hai fatto a tacere?

— Ah! se sapessi che fatica ho fatto! Tutte le mattine mi svegliavo pensando: glielo dico o non glielo dico? — andando a letto e dicendo le preghiere pensavo: glielo dico o non glielo dico? e perfino dormendo sognavo così: glielo dico o non glielo dico? Credilo, ne avevo una voglia, una voglia!

Bice non istentò a crederlo, ma intanto dichiarò che Angela era stata un’eroina.

— E come mai non mi sono accorta?...

— Lascia che io ti guardi, disse tirandosi indietro.... ma già, guardandoti così, non si capisce nulla.

Angela le fece notare che era colpa del vestito corto.

— È vero, ma noi lo allungheremo e sembrerai proprio una donnina.

— Ah! sì, esclamò Angela con un impeto di gioia, allunghiamolo subito, io non gli posso più soffrire questi vestiti che lasciano vedere gli stivaletti. Anche a lui non piacciono.

— Te l’ha detto?

— Me l’ha lasciato intendere.

— Bisognava dirmelo...

Allora Angela chinò il capo come un giglio percosso.

— Era inutile, disse, egli non mi ama.

— E tu?

Essa? Ah! misera fanciulla! essa lo adorava.

Bice ascoltò in silenzio tutti i lamenti di quel cuore ferito, poi affermò che Silvio non tarderebbe ad arrendersi ad un amore così ardente.

Diceva queste cose in un certo modo, con un risolino così malizioso, che la ragazza disse:

— Tu ti beffi di me?

— Il cielo me ne scampi! Parlo sul serio. Lo sai come dice Dante; lo devi sapere: _Amor che a nullo_...

Sì, sì, Angela queste cose le sapeva; ma sapeva anche che cosa diceva il codice civile.

Ah! e che cosa diceva?

— L’articolo 55 dice così: «non possono contrarre matrimonio l’uomo prima che abbia compiuto gli anni diciotto, la donna prima che abbia compiuto gli anni quindici.»

— E che importa questo? disse Beatrice; egli aspetterà, può aspettare, non è già vecchio.

— Tutt’altro, e poi lo stesso codice nell’articolo 68 dice che il re può ammettere al matrimonio la donna che ha compiuto i dodici anni.

Ora Angela era una donna a cui non mancava neppure un mese per compire i tredici anni.

— Il re ha tante cose da fare, disse Beatrice, — è meglio aspettare e non incomodarlo.

Opinioni! Angela invece aveva tutta l’aria di pensare diversamente.

— Quanto al re, disse, in ogni modo bisognerà incomodarlo.

— Perchè?

— Perchè l’articolo 59 dice che il matrimonio è vietato tra lo zio e la nipote, e l’articolo 68 dice che il re può dispensare da questo impedimento, quando concorrano gravi motivi. Lo sai tu quali sono i gravi motivi?

Beatrice non aveva mai letto il codice civile e si trovava impreparata a risolvere il difficile problema.

— Dice proprio così?

— Proprio così, lo so a memoria... Vuoi vedere?

— Vediamo.

Non ci era dubbio, diceva proprio così.

— Se due si vogliono tanto bene è un grave motivo per sposarli? domandò Angela.

— Io credo di sì, rispose l’amica sua per consolarla.

Ma era tutto inutile; la fanciulla, l’aveva già detto, voleva tanto bene a Silvio; però Silvio a lei non pensava neppure.

Nondimeno era contenta d’aver confidato il proprio segreto a Beatrice; non avrebbe mai creduto che le confidenze dessero tanto sollievo.

— Ora ti ho detto tutto, — conchiuse intascando il suo codice; — tu promettimi di non dirlo a nessuno, nemmeno a tuo marito.

Beatrice promise, per farle piacere; ma appena fu sola con Cosimo si fece promettere il segreto e gli disse ogni cosa.

Angela, che credeva, in buona fede, d’aver detto tutto all’amica, quando fu sola nella sua camera, s’avvide che le erano rimaste in cuore alcune di quelle confidenze che non si fanno se non ad un quaderno fidato, e si affrettò a scriverle:

«Quanto l’amo! scrisse, ogni giorno che passa mi svela in lui un pregio che non aveva veduto; egli ha la faccia bruna, severa e dolce; è alto e dignitoso, ha le sopraciglia che paiono tracciate col pennello ed ha anche i capelli un po’ ricciuti! Ed io l’amo come una pazza! Non potrei più vivere senza di lui!»

VI.

Il professore non potè sbrigare la faccenda del filone di piombo argentifero così presto, come si era immaginato. Prima di tutto riconobbe che bisognava fare una stima probabile della ricchezza nascosta sotto il podere di Cosimo, per determinare in quali rapporti presumibili fosse la spesa col frutto; e poi sebbene egli avesse dall’amico suo pieni poteri, al momento di stringere il contratto sociale si trovò che gli mancava una procura regolare, fatta in carta da bollo, dinanzi al notaio. Nel mandargli la procura, Cosimo gli scrisse che le uve annerivano a vista d’occhio sotto il bel sole d’agosto, che i tini erano pronti e che l’albero in faccia alla casa di _Speranza Nostra_ dava ogni mattina a Beatrice e ad Angela i più bei fichi del territorio di Sassari.

Allora Silvio fece le sue valigie e dichiarò a quei della miniera che se ne andava; fu impossibile tenerlo; l’amabile ingegnere Marini sprecò con lui tutte le sue risatine compiacenti; bisognò accompagnarlo ad Iglesias in biroccino, e là, dinanzi al notaio Masia, fare il contratto in carta da bollo. In virtù di questo contratto, il conte Cosimo cedeva ai proprietari della miniera il diritto di penetrare con gallerie nelle viscere del proprio podere, per cavarne tutto il piombo argentifero; prometteva di cedere a giusto prezzo quelle parti del fondo in cui bisognasse aprire nuovi pozzi per agevolare l’estrazione del minerale e far giungere l’aria respirabile ai minatori. Gli utili, dedotte le spese, dovevano essere spartiti fra il conte Cosimo e i proprietari della miniera, escluso in ogni caso, a favore del conte, il rischio dell’impresa, se mai non dovesse riuscire rimuneratrice.

Quest’ultima clausola aveva fatto ridere molto l’ingegnere Marini, e l’altro ingegnere, e i minatori, i quali erano sicuri del fatto loro; ma a buon conto Silvio aveva voluto che fosse scritta nel contratto, — perchè, diceva lui, la mia scienza finisce a poco più d’un metro sotto la superficie terrestre, dove termina il lavoro delle forze vegetative; e di quello che segue più sotto io non me ne intendo affatto.

Poi Silvio proseguì la sua strada, e giunto alla viottola che menava a _Speranza Nostra_, fece arrestare la diligenza, raccomandando al postiglione il proprio bagaglio. — Lo manderò a prendere domattina, disse. — La diligenza si avviò con gran rumore di sonagli e il professore imboccò la viottola. Strana cosa! Gli batteva il cuore, come ad un innamorato. Dove i muricciuoli si abbassavano, dove si apriva un cancello, egli spingeva l’occhio fra gli ulivi; riconosceva le piante mutilate dall’ultimo uragano, diceva: — ecco il fico moresco, ecco l’agrifoglio; dietro quella svolta, vedrò spuntare il noce che s’affaccia sulla strada per buttare i suoi frutti ai monelli.

E intanto pensava che era prossimo il tramonto e che se la diligenza avesse tardato ancora un poco, egli, trovando chiuso il portone dell’oliveto, avrebbe dovuto scavalcare il muricciuolo come un ladroncello.

L’idea di scavalcare il muricciuolo lo tentò; sì, invece di entrare dalla porta, per esser veduto da lontano, egli, con un giro lungo, andrebbe a cacciarsi in mezzo agli amici all’improvviso, come un fantasma. A quell’ora comare Beatrice, Cosimo ed Angela dovevano essere sulla panca di sasso fra le palme.

Silvio conosceva un sentiero, che lo condurrebbe alle loro spalle.

S’immaginava la meraviglia allegra di Beatrice, di Angela e di Cosimo. In quel punto udì rumore di passi dietro la svolta, ebbe paura d’esser veduto e scavalcò il muricciuolo a sinistra senza riflettere.

Solo quando ebbe toccato terra dall’altra parte e si sentì circondato dall’alto silenzio degli ulivi, disse: — Sono entrato nell’oliveto di Don Giacomo.

I passi si avvicinavano nella via sassosa, e col rumore dei passi giungeva anche una voce grave interrotta da una risatina di donna. I due svoltarono. La voce grossa diceva:

— Comare mia, non dite di no, ve ne potreste pentire.

— Compare mio, rispondeva la vocetta ridente, siete più vano di un pavone; che cosa volete che ne faccia d’un uomo tondo come un barile?

La voce grossa insistè.

— Ci è barile e barile, comare mia, ci è il barile pieno d’acqua piovana...

La vocetta interruppe:

— Ci è anche il barile vuoto.

— E ci è quello che contiene vino generoso, proseguì la voce grossa.

— Vino vecchio, ribattè la risanciona.

Erano passati oltre; si udì ancora:

— Comare mia, non fate lo sproposito di preferire Pantaleo.