Part 18
Il maresciallo per quel giorno si accontentò di mettere il brigadiere in sentinella nella prima stanza e un carabiniere al portone d’ingresso, perchè l’ammalato non uscisse di casa alla chetichella.
Ma Giorgio rese vane tutte quelle precauzioni — morì nella notte.
Furono risparmiate ad Angela le angosce di quelle ultime ore, in cui Giorgio, dopo aver confidato nella morte, sentendola finalmente venire, lottò contro di essa, sorretto da una forza nuova; e si rivolse a suo fratello, a prete Emanuele, ed allo stesso brigadiere perchè dessero un po’ d’aria al suo petto impotente.
Solo pochi minuti prima di morire, quando già prete Emanuele si era curvato su Giorgio per fargli sulla fronte il segno del cristiano, Silvio andò a svegliare la fanciulla, la quale giunse in tempo a ricevere l’ultimo bacio di suo padre. E questa volta non pianse, ma fissò a terra, istupiditi, gli occhi che avevano visto il dolore.
PARTE TERZA.
I.
Vi erano dei momenti in cui Angela non comprendeva più sè medesima; essa aveva finalmente trovato una grossa vena di lagrime per la memoria del suo povero padre, una vena che prometteva d’essere perenne; ma quando aveva pianto molto, era poi così contenta di sè, che, pensandoci, inorridiva quasi dei propri sentimenti. Non era nemmeno sicura che sotto certi aspetti la morte di suo padre non fosse una bella cosa; sotto l’aspetto del lutto grave, per esempio, che le era toccato vestire e che si adattava bene alla bianchezza del visino tondo ed alla capigliatura bionda; ed anche sotto l’aspetto del giornale in cui ogni sera, prima d’andare a letto, poteva rileggere, correggere ed aumentare la propria sventura. E sotto quale altro aspetto? Ah! questo era il segreto di Angela; ancora essa non ne aveva detto nulla al suo libriccino di memorie, nè a Bice, nè quasi a sè stessa, se non in maniera dubitativa, perchè si era proposta di aspettare con rassegnazione che parlasse _lui_. Già un giorno o l’altro, dovrebbe pur parlare, so non volesse sposarla alla muta.
Però Angela non si faceva illusioni; forse le toccherebbe aspettare un pezzo. Non già che non si sentisse capace di far la moglie anche fra un anno, anche subito; era un dito appena più piccola di Bice; se andava incontro allo specchio, a testa alta, poco mancava che non sembrasse una matrona. Che cosa le mancava? Un po’ di strascico; quattro palmi di coda, due palmi di coda, un palmo solo — non le mancava altro. Invece portava ancora le vesti corte! Perchè mai le gonnelle delle ragazze stentano tanto a crescere?
Ad ogni modo era contenta anche così; non s’ha a chiedere troppo alla sorte; la quale, quando ad una fanciulla di tredici anni ha fatto vedere lo sposo che le tiene in serbo, non ha fatto poco.
Signorine Sassaresi di venti anni sonati e magari di venticinque, le quali a messa, alla benedizione, alla predica, giravano gli occhi peggio di Madonne miracolose ricercando nella folla un devoto che tardava a venire, Angela ne conosceva parecchie. Alla passeggiata dei giardini pubblici, quando la banda sonava: _Tutte le feste al tempio o M’apparì tutto amore_, e le meschine a cui ancora non era apparso nessuno, gettavano le loro occhiate di qua e di là, e si voltavano col batticuore ad ogni tintinnio di sciabola, Angela poteva fare la sua via tranquillamente, andare su e giù nel viale, non si curando degli studenti di liceo, i quali parlavano forte dell’amore di Platone e di quello di Shopenahuer per farsi udire da lei.
Si sentiva arrivata, si sentiva a cavallo della vita; e se non l’avessero trattenuta le convenienze, si sarebbe voltata per dire alla scolaresca che il venirle dietro era tempo buttato, che lei lo sposo forse ce l’aveva, e non uno sposo da burla, ma uno sposo colla barba nera e perfino con qualche pelo bianco, uno sposo che non era studente, perchè era professore. Forse si chiamava Silvio, ma essa non ne sapeva nulla; toccava a lui parlare, ed egli non aveva aperto bocca.
Il solo che avesse aperto bocca era il parroco. Quel prete consumato si era lasciato pigliare in una trappola veramente primitiva che la fanciulla, a cui piacevano le notizie sicure e le cose nette, aveva preparato col suo garbo d’ingenua. Essa era andata a dirgli piangendo che sapeva tutto, che aveva udito il sogno di suo padre, e che le era sacro — e lui: «Non so nulla,» aveva risposto, baciandola in fronte, e se non le aveva dato la benedizione nuziale, poco vi era mancato. Solo più tardi prete Emanuele ebbe un sospetto che Angela gliel’avesse fatta; ma l’ingenua era già partita nel biroccino a fianco del suo fidanzato.
Era stato un gran lavoro per il cervellino di Angela il provarsi ad immaginare le parole, l’accento, le maniere con cui il suo Silvio le avrebbe svelato tutta la faccenda. Preparare la risposta le era riuscito più facile. «So tutto,» avrebbe detto, e gli si sarebbe buttata al collo; forse avrebbe soggiunto: «e ti amo,» forse no; secondo i casi. Ma tutta la strada, da Tempio a Sassari, Silvio non disse quattro parole più del necessario; e tornati alla casina del mulino a vento, egli era ancora lo zio d’una volta, tale e quale; e così rimase.
E così rimaneva da parecchie settimane. Era andato a Sorso, era andato a Sennori; sebbene fosse sempre occupatissimo di _Speranza Nostra_, trovava tempo a colloqui lunghi con Cosimo, con Beatrice, cogli avvocati di Sassari. Una volta era ricomparso nella casina bianca Efisio Pacis, quell’altro, quello che faceva delle poesie, e una mattina il pastore e suo zio erano partiti insieme di buon’ora, poi lui era ritornato solo, poi... insomma, ci era in tutta la casa la presenza continua d’un’idea nuova. Angela da principio non vi badò, perchè anch’essa aveva un gran lavoro da fare per dar sesto al suo avvenire, ma quando vide che lui non si risolveva proprio a parlare, ed ebbe la prova sicura che nè Beatrice, nè il conte Cosimo erano informati del gran segreto, allora volle sapere che sorta di propositi togliessero il riposo al suo Silvio.
— Lo sai? gli disse una mattina, trattenendolo nell’uscio di casa mentre stava per andare pe’ fatti suoi. Lo sai che da qualche tempo non ti occupi di me?
Silvio la guardò un momentino e sorrise, assicurandola che sbagliava e che invece s’occupava molto di lei.
— Non mi guardi neppure! insistè Angela; non hai nemmeno badato al mutamento che ho fatto; vedi... soggiunse tirandosi indietro un passo e facendo un giro largo nel vestibolo.
Silvio la guardò e non vide nulla.
— Il vestito!... suggerì Angela con accento di misericordia, i vestiti!.... non ti sei accorto che sono più lunghi? Bice me gli ha fatti allungare tutti.... prima scendevano appena fin qua, ed ora guarda...
— Se non me lo dicevi, confessò Silvio, non me ne sarei accorto; manca ancora una spanna perchè tocchi terra, si vede tutto lo stivaletto.
Fu una rivelazione per la fanciulla; l’uomo che suo padre le aveva destinato per marito non si dichiarava ancora, perchè non credeva la sposa abbastanza matura.
— Quest’inverno li porterò lunghi, disse Angela, quest’inverno avrò quasi quattordici anni.
— Lo so, disse Silvio.
Non disse altro. Egli si avviò tranquillamente, almeno in apparenza, e ad Angela non venne neppure in pensiero di trattenerlo. Rimaneva lì, nel vestibolo, un po’ indispettita, ma punto scoraggiata da tanta freddezza; poi ricordandosi che le fidanzate non lasciano mai uscire di casa il loro promesso senza accompagnarlo cogli occhi da un uscio o da una finestra, venne ad affacciarsi al terrazzino. Egli se n’andava con passo celere, diritto e superbo. Guardato alle spalle, pareva un uomo incapace di voltarsi nella sua via per nulla al mondo, e invece... e invece prima di scantonare, si voltò.
A questo grave indizio d’amore, Angela non seppe, non volle resistere, e subito, senza mettere tempo in mezzo, andò a dire ogni cosa al suo giornale. Già, lo sapeva bene, fino a tanto che non avesse scritto nel quaderno che Silvio era lo sposo suo dinanzi al Cielo, l’uomo più bello, più amabile e più amato di questa terra, non potrebbe dire d’esserne innamorata abbastanza. Da questo momento ne era cotta; era scritto.
Ora non le pareva vero che avesse potuto vivere tanto tempo al fianco di Silvio senza vedere in lui altro che uno zio; però, a pensarci bene, _qualche cosa_ ci era sempre stata fra lui e lei; fin da quando era bambina, fin da quando gli saltava sulle ginocchia, essa aveva sempre sentito _qualche cosa_. Ora se ne ricordava benissimo. Era forse l’istinto o il presentimento, forse il destino, ma qualche cosa era. E tutto ciò a dispetto della sua fantasia tanto diversa dal proprio cuore. Perchè, bisogna pur dirlo, l’ideale di Angela in altri tempi era stato uno sposo che avesse avuto vent’anni appena, i baffi e la mosca e nemmeno un pelo di più sulla faccia. Non sembra vero, ma è così. Gli uomini dell’età di Silvio le erano sembrati vecchi! Che poco giudizio aveva allora! Per fare ammenda onorevole, Angela sentenziò nel suo quaderno che l’uomo non dovrebbe mai prender moglie prima dei trent’anni.
Si può credere, sebbene Angela non abbia lasciato scritto nulla in proposito, che non sia così quanto alla donna.
II.
Che Silvio si occupasse di Angela, era verissimo; che se ne occupasse molto, era anche vero.
Dal giorno che il fratello gli era spirato fra le braccia, dopo avergli detto d’un certo suo sogno paterno, generato dallo sgomento di dover abbandonare la propria creatura a un mondo ingiusto, che per farle scontare la pena inflitta al padre, o non le avrebbe dato marito, o glielo avrebbe dato pessimo, da quel giorno, l’amoroso zio non si era occupato quasi d’altro che della nipotina. Egli aveva acconsentito a tutte le idee stravaganti del fratello, perchè non bisogna contraddire ai moribondi, ed anche perchè gli pareva che il disgraziato Giorgio, facendo la vita del bandito in Africa, avesse perduto la pratica del mondo, dimenticato di che imprese sia capace l’amore, e perciò fosse più pessimista del ragionevole. Ma che si avesse a trovare un eccellente marito per Angela, anche senza uscire dal territorio di Sassari, per ogni persona di questo mondo non poteva essere dubbio. Solo che il musetto della ragazza mantenesse la metà di quanto prometteva, e lo zio Silvio era pronto a scommettere che tutti i giovinotti sassaresi la vorrebbero sposare, ad occhi chiusi. Fosse anche la figlia d’un brigante, per andare a nozze Angela non avrebbe che a scegliere; era come se lo vedesse. — Forse che la storia del padre non era nota? E forse che perciò tutti gli studenti di Liceo, e i più arditi del ginnasio, non le lasciavano gli occhi addosso?
Dunque i terrori di Giorgio non avevano fondamento, e la promessa vaga fatta da Silvio al fratello morente non gli metteva paura.... «Sta tranquillo, gli aveva detto, a far felice tua figlia ci penso io.»
Ci pensava.
E intanto, a voler essere sincero, prima condizione di felicità futura per Angela, era di non pigliar sul serio nemmeno un momento la possibilità d’un matrimonio così bizzarro.
Non si faceva illusioni, il professore. Egli aveva ora più del doppio dell’età della ragazza, e quando questa fosse appena appena a tiro, a diciannove anni poniamo, egli ne avrebbe ancora il doppio.
Non era egoista Silvio; avesse anche potuto carpire la felicità, non l’avrebbe voluta, sagrificando una fanciulla innocente. Nemmeno l’amore ottenuto coll’inganno da un’ingenua lo poteva contentare. Angela era una ragazza bella, buona, piena di seduzioni e di grazie, degna di tutte le dolcezze dell’amore spontaneo e corrisposto. Pigliarsela lui già stanco della vita, già disilluso, già quasi vecchio, sarebbe stata una colpa — e Silvio aveva peccato abbastanza. Chi sa? forse peccava ancora, forse l’uomo non ha il diritto di accarezzare col pensiero un ideale femminino, quando questo ideale è la moglie d’un amico. E pure non gli pareva di far male; non si era egli accertato che Beatrice non sentirebbe mai nulla per lui? Sì, mai nulla, salvo che l’amicizia. Se Silvio avesse solo immaginato che la sua santa potesse scendere dall’altare per dirgli: «t’amo,» si sarebbe creduto il più indegno degli uomini. Egli era sicuro di non aver mai immaginato nulla di simile, altro non voleva che vivere e morire del suo gran male occulto. Ahimè! sì, occulto.
Beatrice, accecata dall’amore per suo marito, non sembrava nemmeno sapere di che malattia Silvio languiva. Si era però accorta che non istava bene; e glielo diceva spesso. — Lei dimagra, gli diceva, lei non si cura abbastanza, signor Silvio; lei a _Speranza Nostra_ si costipa, si scalmana; lei avrebbe bisogno di qualcuno al fianco che l’obbligasse a riposarsi un poco ed a pigliare qualche medicina... — Così diceva la cieca Beatrice. Non è vero che, se essa avesse solo potuto sospettare il tarlo segreto, che mordeva il cuore di Silvio, non sarebbe stata tanto crudele e tanto stupida? Quando, a quattr’occhi, in una stanzetta, oppure attaccata al braccio di Silvio nella passeggiata, gli parlava di Cosimo, gli diceva la confidenza intera che ora Cosimo aveva messo in lei, e gli descriveva, con tanta ingenuità da parer malizia, la festa del proprio cuore e quella del cuore di Cosimo, certamente Beatrice era un pochino stupida. Fra una donna giovine e bella e un uomo ancora giovine, quand’anche non sia bello, ci è sempre qualche cosa che ammette, anzi richiede, anzi pretende l’esclusione tacita del marito; non è nulla d’impuro, non è nulla d’illecito; chiamatelo l’_eterno mascolino_.
Dunque Silvio si occupava molto della nipotina.
Sebbene egli non dubitasse menomamente che a suo tempo le fioccherebbero i mariti, voleva pure che il passato non potesse gettare ombra sulla festa nuziale, voleva rivendicare la memoria del povero padre e correggere la sentenza che ne aveva fatto un assassino volgare.
Già una volta egli si era raccomandato ad un celebre avvocato milanese per averne un buon consiglio, ma la risposta era stata breve e crudele: «non vi è altro mezzo di correggere la sentenza contumaciale, aveva scritto l’avvocato, fuorchè purgare la contumacia, cioè provocare un nuovo giudizio consegnandosi alla giustizia...» Ma ora Giorgio era morto e certamente la cosa mutava aspetto. La legge doveva aver preveduto il caso d’un uomo accusato e condannato ingiustamente in contumacia, poi morto e non più in grado di purgare nè la contumacia nè altro.
Quando un testimonio, o un documento, o checchessia venisse a dire ai giudici che essi avevano errato condannando un uomo, certamente i giudici non chiederebbero di meglio che riabilitare la memoria del defunto con una nuova sentenza da affiggere alle cantonate.
Così credeva il professore d’agronomia, ma gli avvocati sassaresi erano di diverso parere, e il celebre giurista milanese, a cui Silvio si era rivolto nuovamente, tardava a rispondere. Intanto Silvio, persuaso che una qualunque via dovesse pure aprirsi alla riabilitazione della memoria d’un morto e che tutto stava nel trovarla attraverso i labirinti della legge e delle procedure, lavorava a radunare le armi della difesa. Aveva messo le mani sopra due galantuomini di Sennori, che si erano trovati presenti nel momento in cui il marito di Bebbia, scampato all’agguato, aveva ucciso il suo rivale, per difendere la propria vita.
I due sennoresi narravano d’aver visto ogni cosa stando dietro il muricciuolo dell’oliveto di fronte, che era l’oliveto di Don Antonio Muras, e di non essersi mostrati prima, nè aver parlato poi, per prudenza, considerando ch’essi medesimi non avrebbero avuto nessuna ragione di trovarsi dietro al muricciuolo, se non fosse stato che le ulive quell’anno abbondavano e che nell’oliveto di Don Antonio si tardava troppo a raccoglierle. Ora il sentimento della giustizia combinato colla prescrizione dell’azione penale pei furti di campagna, lo stimolo del rimorso e quello d’una mancia avrebbero fatto dire ai due galantuomini tutta la verità e nient’altro che la verità.
_Su Mazzone_ dal canto suo, purchè la giustizia gli assicurasse che non sarebbe arrestato durante il dibattimento, e dopo il dibattimento gli concedesse un paio di giorni tanto da mettere un po’ di campagna fra i reali carabinieri e lui, era disposto a presentarsi alla Corte d’assise, per ispiegare appuntino come erano andate le cose.
Ma tanta buona volontà si ruppe contro l’inerzia del Codice di procedura penale, che a questo caso non aveva pensato.
Come avevano detto e ridetto gli avvocati sassaresi, così scrisse l’avvocato di Milano.
«Lei mi domanda, — scrisse — che cosa possa fare la famiglia del condannato a morte in contumacia, quando, morto il condannato e saputasene la irresponsabilità, voglia far sparire la macchia della condanna.
«Purgare la contumacia a _sensi_ dell’art. 545 del Codice penale, no — perchè il morto non può presentarsi.
«Ottenere la revisione del processo, no, perchè il Codice ammette questa revisione in tre soli casi, che sono: 1.º che l’_ucciso_ non sia _morto_ — 2.º che l’uccisore sia un altro e venga condannato in contradittorio — 3.º che un testimone venga condannato per falso. L’irresponsabilità del condannato, accertata dopo, non è _contemplata_ dalla legge. E poi la revisione a prò dell’onore dei morti non si riferisce che alle sentenze esecutive, a termini degli articoli 688 e seguenti; le sentenze contumaciali, sebbene vengano pubblicate ed affisse (art. 339), sono sempre escluse da questo beneficio.
«Si può pensare alla riabilitazione, ma la riabilitazione della legge non riguarda che i vivi, senza dire che non si occupa dell’onore, ma solo dell’incapacità risultante dalla condanna. (Vedi art. 636).
«Non è il caso dell’amnistia che abolisce l’azione penale (art. 830), perchè questa è già estinta dalla morte (art. 13).
«Non è neppure il caso della grazia, prima di tutto perchè la grazia non ripara l’onore e poi perchè la grazia si riferisce solo alle condanne passate in giudicato (art. 826).
«Tutto ben considerato, non ci è nulla a fare. La legge però non vuole sembrare indifferente alle conseguenze morali d’un errore giudiziario, e dispone coll’articolo 24 del Codice penale, che l’infamia non si estenda oltre la persona del condannato.»
Silvio pure si era provveduto di tutti i codici del Regno d’Italia, e ne aveva sfogliato qualcuno, e si era sentito pigliare dalla collera più d’una volta, quando non capiva gran cosa e quando non capiva niente; ma dopo la lettera dell’avvocato milanese, sentì un bisogno prepotente e andò a prendere tutti i colpevoli per dare un esempio. Li trovò dove li aveva lasciati, ma ne mancava uno.
— Dov’è andato il Codice civile?
— L’ho preso io, rispose Angela, l’ho di là in camera, è un libro che diverte.
— Zio Silvio! proseguì la fanciulla, picchiandosi la fronte, «gli affini del medesimo grado» chi sono?
Lo zio Silvio, preso alla sprovveduta, non seppe rispondere; ma i Codici furono salvi.
III.
Facciamola questa buona azione! aveva detto Beatrice a suo marito; e al primo sorriso di Cosimo si era affrettata ad esclamare: «ho vinto!» — Non aveva vinto ancora; rimaneva un avversario, appostato dove meno se lo sarebbe immaginato, nel proprio cuore di sposa; quell’avversario era una debolezza, a cui Beatrice, nell’impeto della carità e dell’amore, non si era quasi degnata di guardare.
Presa da quell’ebbrezza baldanzosa che danno le grandi alture morali, si era creduta padrona di tutta sè stessa, aveva confidato di far tacere le vocette dell’amor proprio e di poter mettere al posto di tutti i piccoli sentimenti d’una moglie innamorata, la coscienza della donna. Ma quando aveva potuto credersi trionfatrice delle riluttanze di suo marito, si era sentita gli occhi bagnati di lagrime, senza sapere perchè, e quel giorno non le era riuscito di scrivere alla funambola.
E il giorno dopo Cosimo aveva detto: — Beatrice mia, la lettera a quella disgraziata aspetta ancora un poco a scriverla; pensiamoci; io credo che non bisogni fare nessuna cosa a precipizio, nemmeno le buone azioni. Non sei tu pure del mio parere? — No, che non era di quel parere, e per convenire che sebbene la pensasse altrimenti, era forse meglio rifletterci ancora, Beatrice si fece pregare un poco. Ma era in buona fede; appena lui aveva detto: _aspetta_, essa si era sentita tornare tutta la baldanza della vigilia, rinvigorita da un tantino di rimorso; avrebbe scritto lì per lì non una, ma dieci lettere, e nel rassegnarsi ad aspettare, potè credere proprio di fare un sacrifizio.
Passarono i giorni e lo settimane, e Beatrice non parlò più di scrivere alla funambola.
Che cosa aspettava? Non lo sapeva nemmeno lei, ma l’idea di pigliare in casa la figlia illegittima d’una ragazza del circo, che si era data a suo marito, a poco a poco andò perdendo agli occhi suoi la bellezza con cui le era apparsa la prima volta, d’improvviso e da lontano, fino a diventare ridicola, fino a diventare odiosa. Non le pareva vero che fosse stata tanto sciocca da fare una pensata simile.
Quella Nenna era certamente una fanciulla viziosa, già corrotta dalle funambule e dagli acrobati, e Beatrice dovrebbe farla venire da Milano per vedersela lì, sempre davanti, a ricordarle mattina e sera, per il rimanente della vita, che un’altra donna, una donna volgare... un giorno!...
E la cattiva madre che speculava sulla propria infamia, forse che sarebbe possibile tenerla distante, vietarle per l’avvenire ogni contatto con sua figlia? Perchè la Nenna non cesserebbe mai d’essere la figlia di Cesira, anche quando avesse imparato a dare a Beatrice quel nome di madre che la sorte non le aveva voluto concedere. E se venisse un giorno, quella Cesira? Con qual diritto chiudere le porte in faccia ad una donna che grida: «voglio vedere la mia creatura?...»
Altre paure, già domate, rizzavano il capo. Se guardando in volto a Nenna, studiandone le trasformazioni che vi porterebbe l’età, interrogandone il corpo e lo spirito, Beatrice venisse un giorno a sospettare che la disgraziata avesse la fronte, la bocca, o solo lo sguardo, o solo il sorriso di Cosimo. Se non potendo mai accertare il vero, vedesse nascere nel cuore di suo marito un sospetto, un dubbio pauroso e dolce, forse peggio, un sentimento istintivo capace di legarlo a quella creatura ed alla cattiva madre di lei, più che alla sua sposa legittima, che gli lasciava ignorare le gioie della paternità! Se il cielo, in premio della sua buona azione, le riserbasse questo spettacolo! Era pur stata sciocca! Ma come mai Cosimo non se ne accorgeva egli stesso, e non le veniva a dire colla dolce autorità dell’amore: «io ti proibisco di giocare su questa posta la nostra felicità?»
Ah! essa lo sapeva bene perchè suo marito taceva; perchè le leggeva nell’anima, perchè, vedendo la battaglia che le dava il buon senso, confidava che s’indebolisse tanto, da dover rinunziare ad una carità spropositata.
Non le spiaceva che fosse così, tutt’altro, ma si sentiva umiliata. Era la prima volta che il cuore le aveva detto una bugia nel suggerirle una buona azione superiore alle proprie forze; perchè ora poteva dubitare di tutto, e chi sa? forse gli scrupoli che erano succeduti al primo slancio, non erano già consigliati dal buon senso, ma dalla viltà. Le mancava il coraggio, ecco — bisognava convenirne apertamente, e nemmeno questo sapeva indursi a fare, aspettando accidiosamente non già che le tornasse la primitiva baldanza, ma che le fosse pure risparmiata la confessione umiliante. Suo marito non le diceva più nulla, ma si vedeva bene che ci pensava sempre e che egli pure aspettava.
E una sera, quando si credevano entrambi lontanissimi dall’arrivare ad una conclusione, ma pensavano tutti e due alla medesima cosa, si guardarono e s’intesero.
— Quanto siamo mai miseri! mormorò Beatrice.
Cosimo non disse di no.
Vedendosi compresa, Beatrice proseguì:
— Qualche volta ci crediamo angeli, ma siamo poi sempre... donne.
E suo marito le fece intendere con un bacio silenzioso che non gli spiaceva che essa fosse così.