Al polo australe in velocipede

Part 9

Chapter 93,618 wordsPublic domain

— Andiamo — disse Bisby che aveva mangiato tanto, da correre il pericolo di scoppiare. — Una passeggiata mi faciliterà la digestione.

Wilkye, il negoziante ed i due velocipedisti, armatisi di carabine a retrocarica e di bastoni colla punta ferrata per aiutarsi nell’ascensione, lasciarono la capanna e si diressero verso le colline che chiudevano l’orizzonte verso il sud-est. La temperatura era fredda assai, essendo scesa a 15° sotto lo zero, ma splendeva un vivo sole, il quale già cominciava a sciogliere i ghiacci accumulati dinanzi alla costa di Graham. Dal sud soffiava però, ad intervalli, un vento freddissimo il quale gelava i nasi e le orecchie degli esploratori.

Una infinità di uccelli marini svolazzavano lungo le spiaggie. Se ne vedevano dappertutto, sugli ice-bergs, sui campi di ghiaccio, in mezzo alla neve, sulle scogliere e si udivano le loro grida scordate e rauche.

Anche alcune foche si scorgevano, indolentemente stese sull’orlo dei banchi, scaldandosi ai raggi del sole, ma erano così lontane da far perdere a Bisby, che avrebbe voluto assaggiare la loro carne, ogni speranza di raggiungerle.

Superata la costa, gli esploratori s’arrampicarono sulle colline, i cui pendii erano scabrosi e difficilissimi, essendo coperti da una crosta di ghiaccio e di neve gelata che doveva avere un grande spessore. Però qua e là si vedevano dei tratti che avevano già perduto il loro rivestimento invernale e fra le fessure di quelle rocce che sembravano composte di un tufo rossastro, erano tosto spuntate le prime pianticelle. Infatti si vedevano rizzarsi timidamente dei muschi, i licheni _Usnea melanoxantha_, qualche _Fuchsia magellanica_ che aveva giù cominciato a mettere i bottoni pendenti, dei piccoli cespugli di _Metrosideros stipularis_ colle foglioline punteggiate, ma che non avevano ancora messi i piccoli fiori bianchi; delle lecanora e delle ulve, bizzarre pianticelle queste ultime, che non spuntano che all’ombra. Si direbbe che temono il sole ed infatti, se i raggi dell’astro diurno le toccano, ben presto muoiono, ma forse in causa dalla mancanza di acqua. Infatti, spuntando solamente sulle rocce, il sole non tarda ad assorbire l’umidità a loro necessaria per vivere, ed appassiscono.

Procedendo lentamente e con mille precauzioni per non scivolare nei crepacci e nei burroni che s’aprivano dovunque, verso le 4 pomeridiane gli esploratori giungevano sulla cima della catena.

Al di là, verso il sud, si estendeva dinanzi a loro una pianura sconfinata, coperta di neve, leggermente ondulata, ma non interrotta da quei rialzi, da quelle piramidi, da quelle guglie acute e da quei crepacci come si osservano nelle regioni del polo Artico. Il continente australe pareva piano come un vero deserto e solamente ad una immensa distanza, si vedevano delinearsi sul fondo azzurro del cielo, rade catene di montagne.

Su quella vasta pianura gelata regnava un silenzio di morte, nè si scorgeva alcun essere vivente. Perfino gli uccelli, così numerosi sulle coste, mancavano, e non se ne vedeva uno solo volare su quella superficie immacolata, mai calpestata da piede umano, fin dal tempo della sua formazione.

— Che deserto di ghiaccio! esclamò Bisby, rabbrividendo. Mette paura solamente a vederlo.

— Sono contento che sia così, disse Wilkye. Il nostro velocipede filerà senza trovare ostacoli.

— Ed il polo, è laggiù?

— Al sud, ma a millecinquecento miglia di distanza.

— Ci vuole del coraggio, Wilkye, per andarlo a cercare. Ed io che volevo andarci a piedi!....

— Ditemi, signor Wilkye, chiese il velocipedista Peruschi. Troveremo altre pianure, dietro quei monti che si vedono laggiù?

— Lo spero, amico mio.

— Ma come attraverseremo quei monti?

— Se non troveremo un passaggio, li gireremo.

— Allungheremo il viaggio considerevolmente.

— Vi ho detto che porteremo con noi dei viveri per quaranta giorni.

— Sperate d’incontrare la spedizione inglese al polo?

— Dubito molto che Linderman possa trovare un passaggio sulla Terra Alessandra. Io sono convinto che le terre australi formino un vero continente e non siano un aggregamento d’isole, quindi una nave non potrà mai giungere al polo.

— Che tenti di giungervi a piedi?

— Lo tenterà, ne sono certo, ma sarà costretto a ritornare. Un equipaggio, per quanto robusto ed agguerrito, non può percorrere millecinquecento miglia a piedi sui ghiacci e carico dei viveri necessari per parecchi mesi. Tutte le spedizioni tentate nei mari artici, anche coll’aiuto delle slitte tirate dai cani, hanno dato risultati negativi, anzi disastrosi. Ritorniamo, amici: scenderemo per quei burroni che mettono alla costa e andremo a fare quattro fucilate contro gli uccelli marini.

— Li preparerò per la cena, disse Bisby.

— Ci preparerete un arrosto un po’ duro, signor cuoco.

Lasciarono la vetta e si misero a scendere attraverso ai burroni, scivolando sul ghiaccio che copriva le rocce. In meno di mezz’ora giungevano sulla costa, in fondo ad una specie di canale o fiord che dir si voglia, e che si trovava ad un miglio dalla capanna.

I ghiacci coprivano l’acqua, ma quantunque avessero uno spessore enorme, erano in moto in causa del calore solare che cominciava a scioglierli. Tuonavano come se sotto di loro scoppiassero delle mine, si aprivano qua e là lasciando il passo all’acqua marina che schizzava fuori gorgogliando, correndo in vere ondate pei pendii, e le cime degli _ice-bergs_ oscillavano e tremavano come se quelle enormi masse fossero lì lì per perdere l’equilibrio. Di tratto in tratto, una punta od un masso del peso di parecchie tonellate, si staccava dall’alto e piombava con grande fracasso attorno ai ghiacci sottostanti, rimbalzando e frantumandosi. Vere nubi di uccelli marini avevano collocati i loro nidi sulle sponde del _fiord_. Erano _Aptenodytes forsteri_, uccelli assai grossi poichè pesan circa trentacinque chilogrammi, colle penne color ardesia sopra e bianche sotto e con un collare giallastro sotto il capo.

Molti covavano le uova, ma altri si trascinavano sui ghiacci aiutandosi coi loro grossi piedi palmati e colle ali che sono foggiate a pinne. Malgrado la loro pesantezza, camminavano però più lestamente d’un uomo.

— Sono buoni? chiese Bisby.

— Eccellenti, quantunque la loro carne sia nera.

— Allora la cena è assicurata.

— Vi avverto però di sezionarli, prima di metterli allo spiedo o nella pentola.

— Per qual motivo? Cosa temete?

— Di rompermi i denti.

— Non vi comprendo.

— Allora vi dirò che questi uccelli sono ghiotti di sassi. Taluni cacciatori ed anche James Ross, il noto esploratore, trovarono perfino quattro chilogrammi di pietre nel ventre di quei volatili!

— Che scambino i sassi per dolci?

— Non me l’hanno mai detto. Orsù, fuoco a volontà o scapperanno tutti.

Quattro detonazioni echeggiarono e quattro uccelli stramazzarono sui ghiacci. Bisby stava per precipitarsi sulla preda, quando s’arrestò bruscamente urlando:

— Fuggiamo!... Ho udito a ruggire dei leoni!...

CAPITOLO XVI.

La partenza pel Polo.

Bisby, dimenticando la futura cena, si era dato ad una rapidissima fuga cercando di scalare i ghiacci del fiord, ma nessuno dei suoi compagni l’aveva seguito, anzi ridevano a crepapelle senza pensare a ricaricare le armi. Il negoziante, vedendo che non si muovevano, e credendo che non l’avessero compreso, si arrestò gridando:

— Ma fuggite, disgraziati!... Ho udito a ruggire dei leoni!...

Un fragoroso scoppio di risa, fu la risposta.

— Ridete?... gridò egli, stupito.

— Vi è da ridere per ventiquattro ore, pauroso esploratore, disse Wilkye. Credete di essere nel deserto di Sahara?

— Ma non udite questi ruggiti?

— Sì, Bisby, e vi dirò anzi, che promettono una cena migliore di quella guadagnata ora. Vi piacerebbe una frittura di fegato o di cervello?

— Di leone?

— Sì, ma marino, o se vi piace meglio, di foca.

— Ma ruggiscono come i leoni, le foche di questo paese del gelo?

— Sì, Bisby, ma non sono pericolose, anzi si possono ammazzare a colpi di bastone.

— Allora andiamo ad ucciderle.

— Adagio, o fuggiranno.

— Ma dove sono?

— Dietro a quella costa, se non m’inganno. Andiamo innanzi e cerchiamo d’impedire a loro di raggiungere il mare.

Scesero sui ghiacci del _fiord_, risalirono la costa e si diressero in silenzio, ma rapidamente, verso una catena di rocce le cui cime avevano perduto il loro manto invernale.

Giunti a un centinaio di metri, furono colpiti da un fetore insopportabile, che appestava l’atmosfera.

— Dietro a queste roccie vi deve essere un vero _rookories_, disse Wilkye, arrestandosi.

— Cosa significa? chiese Bisby.

— Voglio dire che vi è un vero campo di foche. Forse troveremo delle centinaia di animali.

— Che uccideremo tutti, disse il negoziante.

— Ci accontenteremo di un paio, Bisby. Sarebbe un massacro inutile.

— Eccole! esclamò Peruschi, che le precedeva. Vi sarebbe qui la fortuna di un cacciatore o di un baleniere.

Wilkye, Bisby e Blunt lo raggiunsero e gettarono uno sguardo al di là delle rocce.

Vi era colà un vero campo di foche appartenenti alla specie delle _otarie jubate_ o dei leoni marini. Erano cinque o seicento anfibi, dispersi sulla sponda, la quale scendeva dolcemente verso l’oceano, gli uni raggruppati in quindici o venti, gli altri isolati.

Le _Otarie jubate_ differiscono dalle foche dei mari artici e formano una specie transitoria fra i mammiferi carnivori e il tipo ordinario delle foche propriamente dette. I maschi sono più grandi, poichè oltrepassano i due metri di lunghezza, hanno l’aspetto feroce dei leoni avendo attorno al collo una criniera che è irta; gli occhi grandi, piccole orecchie coniche e lunghi baffi setolosi. Udendoli a ruggire, producono una certa impressione paurosa, ma in realtà, tali anfibi sono timidi, non si difendono che rade volte e soccombono facilmente.

[Illustrazione: Quegli animali, ignari del pericolo che li minacciava... (pag. 150)]

Le femmine, essendo sprovviste di criniera, hanno un aspetto meno formidabile e mentre i primi hanno il pelame più giallo e più rossiccio, esse lo hanno più oscuro e più rado.

In queste foche è rimarchevolissima l’elasticità dei corpi, che permette a loro di prendere le pose più strane. Mentre, infatti, taluni di quegli anfibi stavano rannicchiati in modo da sembrare sacchi semi-vuoti, altri nel trascinarsi allungavano il collo in siffatto modo, da misurare tre e perfino quattro metri, ossia da raddoppiare la lunghezza del loro corpo.

Quegli animali, ignari del pericolo che li minacciava, parte sonnecchiavano presso l’oceano, altri invece si trascinavano attraverso i banchi di ghiaccio alzandosi sulle pinne, mentre le femmine allattavano i piccini, scherzando con loro e accarezzandoli amorosamente.

Presso di loro, appollaiati sulle rocce, si vedevano numerose bande di uccelli somiglianti agli avoltoi i quali vivono esclusivamente di sterco di foche, contendendoselo accanitamente.

— Quanti animali! esclamò Bisby. Se potessimo prenderli tutti!

— Alle prime fucilate si affretteranno a guadagnare il mare, disse Wilkye.

— Ma è mangiabile la loro carne?

— È troppo oleosa e troppo rancida, ghiottone, rispose Wilkye. Il fegato ed il cervello, come vi dissi, sono eccellenti.

— Allora apriamo il fuoco!

I cacciatori mirarono le più vicine e scaricarono le armi. Tre foche colpite dalle palle stramazzarono sul banco, ma le altre, spaventate da quelle detonazioni che forse mai avevano udite, s’affrettarono, con sforzi disperati, a trascinarsi sull’orlo del ghiaccione ed a precipitarsi in mare. Le femmine soprattutto strisciavano con una rapidità veramente straordinaria, per anfibi così pesanti e male conformati, tenendosi stretti al seno, con una pinna, i loro piccini.

In pochi istanti tutte scomparvero sott’acqua e non riapparvero che ad una grande distanza, dirigendosi verso un campo di ghiaccio che la corrente trasportava verso il nord.

Wilkye ed i suoi compagni raggiunsero le prede. Erano state colpite tutte e tre nel capo, pure si muovevano ancora ed una tentava, con sforzi indicibili, di raggiungere l’orlo del banco. Bisby però, che ci teneva alla cena, s’affrettò a finirla col calcio del fucile.

— Ritorniamo alla capanna, disse Wilkye. Manderemo i marinai a raccoglierle.

— Non ce le mangeranno gli animali?

— Quali? Se vi ho detto che in questo continente non si sono mai veduti nè orsi, nè lupi.

— Potrebbero esserci, Wilkye.

— Levatevi dal cervello questo timore, nessuno vi toccherà la cena.

Si rimisero in cammino costeggiando i banchi di ghiaccio, sparando di tratto in tratto qualche fucilata contro gli uccelli marini che volteggiavano presso le sponde, e verso le sette di sera ritornavano alla capanna.

I marinai, che in quel frattempo avevano trascinata la scialuppa sulla costa e che avevano posto in ordine ogni cosa nell’interno della piccola abitazione, furono mandati sul banco, e un’ora dopo il cuoco si poneva dinanzi alla stufa, per preparare la cena, la quale fu da tutti lodatissima. I fegati e le cervella delle foche, preparate sapientemente dal negoziante, non potevano riuscire più squisiti e tutti fecero molto onore alla frittura. All’indomani, per tempo, gli americani erano in piedi. Wilkye ed i suoi due compagni avevano annunciata la loro partenza pel polo australe.

Furono aperte le grandi casse contenenti i pezzi del velocipede e tutti si misero all’opera per aiutare il capo della spedizione.

Quel velocipede, ideato da Wilkye e fatto costruire da un abile meccanico di Baltimòra, era un vero capolavoro. Era composto di otto ruote, due più grandi e più solide, le altre eguali, accoppiate a due a due in modo da potersi, all’occorrenza, trasformare in tre biciclette, essendo, le due prime eccettuate, tutte munite degl’ingranaggi, delle catene e delle sterze necessarie. Costruite di acciaio di una resistenza incalcolabile, ricoperte di una pelle leggiera ma solida, per non causare ustioni pericolose agli uomini che dovevano montare la macchina, essendo già noto che i metalli, durante i freddi eccessivi, producono su chi li tocca delle vere scottature, quelle ruote erano munite all’ingiro d’una grossa striscia di gomma vulcanizzata, ma piatta, e per colmo di precauzione, onde evitare gli sdrucciolamenti, leggermente dentellata.

Sul dinanzi di quel velocipede era stata collocata una piccola caldaia, fornita di tutti gli attrezzi necessarii per poter sviluppare la forza di un cavallo. Due alberi, forniti d’ingranaggi e di catene, si collegavano colle ruote anteriori, che erano più solide e più grosse delle altre.

Prevedendo la difficoltà di trovare dell’acqua sciolta necessaria per la generazione del vapore, Wilkye aveva fatto adattare presso la caldaia un recipiente destinato a sciogliere la neve od il ghiaccio.

Tre sedili, disposti l’uno dietro all’altro, dovevano servire ai viaggiatori, mentre una specie di cassettone, alto e largo due metri, doveva servire per le provviste, per le coperte, per le vesti, per le munizioni e pel petrolio necessario alla piccola macchina.

— Vi soddisfa? chiese Wilkye, quand’ebbe spiegato a tutti il funzionamento del suo velocipede.

— È meraviglioso! esclamarono Peruschi e Blunt.

— Sorprendente! esclamò Bisby. Mi sembra però, che non potrete portare con voi molte provviste.

— Ho tutto calcolato, disse Wilkye, e potrò portare con me i viveri necessari per quaranta giorni.

— Ma non potete caricarvi di una grossa provvista di petrolio.

— Mi basteranno cento litri, Bisby, poichè le prove fatte hanno dimostrato che dieci sono sufficienti per una marcia di cento miglia.

— Ma se il viaggio si prolungasse?

— Scioglieremo la macchina e saliremo sui bicicletti. Basta adattare alle ruote i manubri e le selle.

— Ma non potrete caricarvi di alcun peso.

— Se sarà necessario abbandoneremo tutto, le coperte, la tenda, perfino le armi per poter portare con noi cinquanta o sessanta chilogrammi di viveri. Anche senza la macchina a vapore, noi che abbiamo fatto le nostre prove, potremo percorrere, in media, cento miglia al giorno.

— Ma se vi piomba addosso l’inverno, come potrete avanzare in mezzo alle nevi?

— Siamo al principio dell’estate e spero di essere di ritorno prima della fine. Volete che impieghiamo tre mesi, per percorrere tremila miglia?

— Uhm! fe’ il negoziante, scuotendo il capo. Io ho dei sinistri presentimenti, Wilkye.

— Ed io nessuno, Bisby. Io sono certo, convinto, di trionfare sopra tutti gli ostacoli, e di spiegare la bandiera dell’Unione al polo australe.

— Ve lo auguro di cuore, amico mio.

— Orsù, prepariamo il nostro corredo.

Fece aprire una cassa di grandi dimensioni ed estrasse una quantità di cassette accuratamente numerate, che visitò minutamente.

— I nostri viveri, diss’egli: biscotti, pemmican, farina, pesce secco, porco salato, grasso, cioccolato, caffè, ecc.: centoventi chilogrammi.

— Ma voi volete digiunare, disse Bisby.

— Contiamo anche sulla caccia, rispose Wilkye. Tre vesti di ricambio, tre paia di scarpe di feltro e di tela da vele, tre coperte, una tenda, un po’ di vasellame, due pentole di ferro: venticinque chilogrammi.

— E non soffrirete il freddo? chiese Bisby.

— Ritorneremo prima dei geli, ve lo dissi già. Tre fucili, tre ascie, dei pezzi di ricambio per la macchina, polvere, palle, piccoli oggetti: trenta chilogrammi.

— Totale, centosettantacinque chilogrammi, disse il negoziante.

— Peso nostro centosessantadue chilogrammi, disse Wilkye. Aggiungiamo ora cento litri di petrolio, alcune bottiglie di gin e di wisky ed altri piccoli oggetti, formeremo un peso di quattrocentocinquanta chilogrammi, ossia il necessario per poter ottenere, dal nostro velocipede, una rapidità di trenta miglia all’ora. È tutto a posto?

— Tutto, signore, risposero i due velocipedisti.

— Avete preparata la colazione, Bisby? È una colazione d’addio e dovete procurare che sia eccellente ed abbondante.

— Le pentole bollono in modo che pare vogliano scoppiare. Ehi, sotto-cuoco, a che punto siamo?

— Possiamo servire, signore, rispose il marinaio.

Bisby, anche in quella solenne circostanza, non aveva mancato di farsi onore ed anche di abbondare un po’ troppo, tanto anzi, da far nascere a Wilkye delle serie inquietudini sulla durata delle provviste.

Quella colazione, quantunque assai deliziosa, fu triste e l’allegria mancò. Tutti erano commossi per l’imminente partenza degli esploratori per le misteriose regioni del sud e rabbrividivano all’idea che forse quella colazione era l’ultima che facevano in compagnia. Pur mangiando, pensavano ai pericoli che dovevano affrontare in mezzo agli sterminati campi di ghiaccio del continente polare.

[Illustrazione: ... Wilkye dinanzi, Blunt secondo e Peruschi ultimo (pag. 156)]

Alle frutta, Bisby, che malgrado la sua commozione aveva divorato per sei, si alzò per brindare al trionfo della bandiera dell’Unione, ma la voce gli mancò e non fu capace di far altro che di gettarsi fra le braccia dell’audace esploratore. Due lagrime brillavano sugli occhi del negoziante.

— Tornate presto — borbottò.

— Ritorneremo, Bisby — disse Wilkye che era pure commosso — e se la Provvidenza ci aiuta, torneremo vincitori.

Poi raddrizzando l’alta statura, disse:

— Partiamo, amici: la fortuna è cogli audaci!

La macchina era già stata accesa ed aveva ormai la pressione necessaria: il gran velocipede pareva impaziente di lanciarsi attraverso i campi di ghiaccio.

Wilkye ed i due velocipedisti abbracciarono Bisby che emetteva dei sospironi, poi i marinai, quindi salirono in sella: Wilkye dinanzi, Blunt secondo e Peruschi ultimo.

— Addio, amici, o meglio arrivederci presto, — disse Wilkye. Vi raccomando di economizzare i viveri, se volete evitare un disastro.

— Mi nutrirò di carne di foca, se sarà necessario, rispose Bisby, stringendo le mani di Wilkye.

— Buon viaggio signori, e buona fortuna, dissero i marinai.

Wilkye abbassò il braccio di leva e la macchina si mise in moto salendo la costa, mentre i marinai e Bisby gridavano ad una voce:

— Viva Wilkye!..... Hurrà per la bandiera dell’Unione! Hurrà pel polo Australe!.....

CAPITOLO XVII.

Il deserto di neve.

Wilkye non si era ingannato sulla scelta della macchina, per procedere prontamente e con piena sicurezza verso quel misterioso polo australe, che fino allora aveva opposto le sue immense barriere di ghiaccio agli arditi tentativi delle navi di tanti esploratori. Si poteva dire, quasi con certezza, che egli stava per sciogliere felicemente la secolare questione sui mezzi meglio adatti per poter raggiungere quel punto, fino allora mai veduto da alcun essere umano.

Se le navi avevano fatto cattiva prova, se le spedizioni pedestri erano terminate quasi tutte con un completo disastro, quella macchina leggiera ma solida, che poteva filare sopra gli immensi campi di ghiaccio con una velocità superiore a quella dei più agili animali od ai più rapidi steamers moderni, poteva riuscire nell’ardua impresa e trionfare pienamente sulla spedizione inglese che non disponeva che dei mezzi ordinari e assolutamente insufficienti in quelle regioni del freddo.

Era bensì vero che gli esploratori americani avevano appena allora cominciato il viaggio e che forse gravi pericoli li attendevano sull’immenso continente polare, il quale poteva preparare a loro delle tremende sorprese, ma pel momento dovevano essere soddisfatti ed anche sperare nella buona riuscita della spedizione.

Infatti il velocipede funzionava perfettamente bene e divorava la via procedendo senza scosse e senza slittamenti, quantunque rimontasse la costa che era erta assai. Le gomme dentellate pareva che si aggrappassero alla liscia superficie dei ghiacci e guadagnavano terreno con tale velocità, che in pochi minuti i tre esploratori si trovarono sulla cima delle colline.

Volsero gli sguardi verso la costa e scorsero, fermi dinanzi alla capanna, Bisby ed i sei marinai, che li salutarono per l’ultima volta agitando i loro berretti.

— Addio amici! gridò Wilkye.

Un hurrà fragoroso fu la risposta, poi quei sette uomini scomparvero. Il velocipede, superata la cima, scendeva l’opposto versante, seguendo un burrone ricoperto di ghiaccio, muovendo diritto verso le immense pianure che si estendevano verso il sud, fino ai piedi della lontana catena di montagne scorta il giorno innanzi.

I tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un’immenso specchio.

La temperatura non era più rigida come sulla costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra, si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere di grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunque si udivano crepitii e detonazioni.

Quella pianura o meglio quel deserto di ghiaccio, era però affatto spopolato. Non si vedeva, su quella candida superficie, alcuna macchia oscura che indicasse la presenza di qualche foca o di qualsiasi altro animale. Solamente in aria volavano pochi _Ænops aura_, puzzolenti uccelli che cadendo vomitavano una tale quantità di sterco, da infettare l’aria per parecchio tempo.

— Ebbene, amici, cosa dite di questo viaggio? chiese Wilkye ai due velocipedisti.

— Che se non sopraggiungono delle disgrazie, noi vedremo ben presto il polo, disse Peruschi.

— Ed io dico che non ho mai viaggiato così comodamente, disse Blunt. Un viaggio di tremila miglia sui ghiacci!..... Tenterebbe molte persone, signor Wilkye.

— Lo credo, Blunt.

— C’è una cosa però che infastidisce, disse Peruschi. Il riflesso di questo sole accieca.