Al polo australe in velocipede
Part 8
— Avanzerò, dovessi sfracellare la mia nave e andare al polo a piedi.
— Ciò riguarda voi.
— E voi anche. Se la mia nave si spezza, chi vi trasporterà in America?
— E chi ricondurrà in patria il vostro equipaggio?
— È vero, disse l’armatore, la cui fronte si era rannuvolata. La perdita della mia nave sarebbe la rovina di entrambi. Quanto tempo calcolate d’impiegare per giungere al polo?
— Tutto dipende dalle circostanze e dagli ostacoli che incontrerò, ma io spero di ritornare alla costa prima che ricominci il gelo. Colà aspetterò la vostra _Stella Polare_.
— E se un disastro colpisse la mia spedizione?
— Ho una scialuppa di mia proprietà e con quella cercherò di raggiungere la Terra del Fuoco; e voi, quando sperate di ritornare?
— Quando avrò raggiunto il polo, disse Linderman, con voce risoluta.
— Ma se la vostra nave non potesse inoltrarsi?
— Lo raggiungerò a piedi.
— E come ritornerete in America?
— Colle scialuppe.
— Ma una marcia a piedi al polo richiederà molti mesi.
— Non importa: sono deciso a tutto.
— In tal caso non so se mi troverete allo stretto di Bismark. Ai primi geli, se non vi vedo comparire, abbandonerò il continente.
— È cosa che poco m’interessa. Mi sorprende, però, la vostra fiducia di raggiungere il polo — disse con marcata ironia.
— Mentre voi cominciate a dubitare della vostra spedizione, è vero, signor Linderman? disse Wilkye con non minore ironia.
— È una supposizione vostra, ribattè l’armatore con sorda rabbia. Io riuscirò nel mio intento, dovessi avventare la mia nave attraverso i ghiacci e perdere tre quarti del mio equipaggio, e voi rimarrete a metà strada coi vostri famosi velocipedi. Ah!... vorrei vedervi alle prese coi freddi intensi, colle nevi, coi ghiacci, ed avrete anche da lottare colla fame. Rammentatevelo, signor americano: sul continente polare voi non siete più mio ospite, ma sarete mio rivale ed io non vi porgerò soccorso alcuno!.......
— Siamo già intesi, signor inglese: ognuno agirà per proprio conto.
In quell’istante si udì il capitano Bak a gridare dall’alto del ponte di comando:
— Lo stretto di Bismark!.......
CAPITOLO XIV.
La separazione.
Lo stretto di Bismark, sulle cui sponde la spedizione americana contava di accamparsi, prima di intraprendere le mosse verso il polo australe, è una specie di canale che s’inoltra fra la Terra di Palmer e quella di Graham.
Dinanzi si trova un arcipelago di isole deserte che chiamansi Elisabeth, Friedburg, Peterman, Krogman e Doot; più oltre, verso l’ovest, al di là del 65° meridiano, si trova invece quello di Pitt e più lontano, quello considerevole di Biscoë, scoperto dal navigatore omonimo nel 1832.
Nessuno ha mai esplorato quello stretto, essendosi limitati, i navigatori che mossero alla scoperta di quelle terre, a visitare solamente le coste. Infatti nè Palmer che le esplorò nel 1822, nè Foster che intraprese la spedizione del 1829, nè Biscoë osarono affrontare i ghiacci e cimentare le loro navi fra le spiaggie di quel braccio di mare; quindi si ignora se si prolunghi assai entro il continente o se sia semplicemente un grande _fiord_.
[Illustrazione: Si strinsero cordialmente la mano e si lasciarono..... (pag. 128)]
Ciò però non aveva nessuna importanza per la spedizione americana, che contava di giungere al polo per la via di terra e non per acqua. Del resto, tentarne l’esplorazione, almeno pel momento, sarebbe stata una pazzia, poichè quello stretto era bloccato da ghiacci così enormi, da sfidare gli speroni delle navi più potenti.
La _Stella Polare_, che aveva fretta di ripartire colla spedizione inglese, mosse verso la punta settentrionale dello stretto, la quale scendeva dolcemente verso il mare, unendosi ad un banco di ghiaccio che aveva un’estensione di oltre mille metri.
Giunta presso il banco, il capitano Bak fece mettere in mare le scialuppe, ormeggiare solidamente la nave ad un piccolo _ice-berg_, poi ordinò lo scarico del materiale appartenente alla spedizione americana.
Wilkye fece scendere a terra i suoi marinai americani che aveva condotto con sè, sei pezzi d’uomini alti come granatieri, robusti come tori, colle spalle larghe, i volti abbronzati dai venti del mare e dalla salsedine, poi i due velocipedisti.
Tosto l’equipaggio inglese cominciò lo scarico, accumulando sul banco una considerevole quantità di legnami che parevano destinati a qualche costruzione, un gran numero di casse, di barili, di colli di proporzioni gigantesche e una provvista di carbone calcolata a due tonnellate e quindi calò una scialuppa che poteva contenere comodamente tutti i membri della spedizione.
— Vi manca nulla? chiese Linderman a Wilkye, che numerava con grande attenzione tutti quegli oggetti.
— No, signore, rispose l’americano.
— Allora riparto.
— Vi auguro di raggiungermi al polo.
— Ed io vi auguro che non vi possiate giungere, rispose l’armatore ruvidamente.
— Forse che vi spiacerebbe di dividere con me l’onore di aver scoperto il polo australe?
— Preferisco che lo scopra un inglese solo, anzichè un inglese ed un americano.
— Lo vedremo, signore.
Gli si avvicinò e gli stese la mano, ma l’armatore fece un passo indietro dicendo:
— Non siete più mio ospite ma un rivale e un accanito rivale. La guerra è dichiarata fra noi.
— Conto però sul vostro ritorno per riguadagnare l’America: tale è il patto.
— Lo manterrò se.......
— Che cosa? chiese Wilkye, aggrottando la fronte. Sareste capace voi.......
— No, esclamò l’armatore. Datemi la mano, signor Wilkye, voi siete troppo generoso e quantunque rivali, lottiamo pel trionfo della scienza.
Si strinsero cordialmente la mano e si lasciarono augurandosi un felice viaggio. Bisby, commosso, gettò le braccia al collo dell’armatore e discese sul banco urlando:
— Urràh pel polo!.....
La _Stella Polare_ aveva ritirato l’ormeggio. Lanciò un fischio acuto che si ripercosse stranamente su quelle immense muraglie di ghiaccio e ripartì a gran vapore verso il sud, filando fra le isole e la costa.
Sul cassero si scorgeva Linderman, colle braccia incrociate sul petto, in attitudine pensierosa e lungo le murate l’intero equipaggio che teneva gli occhi fissi sul banco. Anche Wilkye si era spinto fino sull’orlo del ghiaccione, e guardava la rapida goletta che si allontanava: anche lui pareva pensieroso, preoccupato.
Poco dopo la _Stella Polare_ scompariva dietro all’isola Boot e sull’orizzonte fosco, altro non si vide che un leggier pennacchio di fumo.
— Quale sorte l’attenderà? mormorò l’americano. Il tempo forse me lo dirà!
— Avete finito di guardarli? chiese Bisby. Io comincio ad avere freddo in mezzo a questo ghiaccio e rosicchierei volentieri una costoletta accanto ad un buon fuoco.
— Mi chiedevo come finirà quella rapida nave, disse Wilkye.
— Come volete che finisca? Farà un viaggetto fra i ghiacci e poi tornerà a prenderci.
— Temo il contrario, Bisby: noi non la rivedremo più.
— E perchè?
— Perchè Linderman, piuttosto che retrocedere, la frantumerà fra i ghiacci per trascinare il suo equipaggio verso il polo.
— E noi? chiese il negoziante, impallidendo. Bell’affare se ci abbandonassero su queste coste!..... Se sapevo ciò prima, vi assicuro che non mi movevo da Baltimòra. Come torneremo noi a casa? Volete vivere eternamente fra questi ghiacci, come gli orsi bianchi? Vi ripeto che ormai ne ho abbastanza del polo, e sarei ben contento di tornarmene agli Stati Uniti.
— Tò! Dov’è andato tutto il vostro entusiasmo per la spedizione? È sfumato, ora che cominciamo il viaggio? Finchè eravate a bordo della goletta, dove mangiavate e bevevate a vostro piacimento e dormivate tranquillamente in una comoda cabina, volevate vedere il polo; ed ora cominciate a spaventarvi?
— È vero, amico mio, ma questo paese comincia a mettermi indosso delle malinconie. Cosa volete? Io non sono nato per i viaggi.
— Se volete ritornare a casa, accomodatevi, disse Wilkye, ridendo. Il nord è lassù.
— Scherzate, Wilkye, ma ora cosa faremo? Vi confesso che non mi trovo troppo bene su questo banco e con questo freddo.
— Fra poco avremo una capanna.
— Ed una pentola che bolle?
— Anche la pentola.
— Allora affrettiamoci.
— Vi metto anche voi al lavoro; vi scalderete.
— Purchè non diventi magro!
— Tutt’altro, mangerete il doppio.
— Allora sono a vostra disposizione.
— Cominciamo a costruire la capanna: sarà il nostro quartier generale ed il nostro magazzino.
— Ma dove la rizzerete? Sul ghiaccio forse?
— Volete costruirla sulle roccie? Bisognerebbe rompere uno strato di ghiaccio di quindici o venti metri.
— Ma non geleremo noi?
— Staremo caldi egualmente, Bisby. Orsù, al lavoro; bisogna trasportare tutto questo legname al di là del banco, poi penseremo a trascinare tutti questi colli, queste casse e le botti.
I sei marinai, i due velocipedisti, il negoziante e lo stesso Wilkye si misero tosto in moto. Essendo il sole tosto al tramonto, la temperatura scendeva con rapidità, ed era necessario procurarsi un pronto ricovero.
[Illustrazione: L’erezione di quella capanna non doveva esser lunga..... (pag. 133)]
Quei dieci uomini si caricarono di legname e si diressero verso la costa che era lontana solamente sei o settecento metri. Trovato un luogo, ai piedi di una grande rupe che doveva ripararli dai gelidi venti del sud, Wilkye, aiutato da Bisby diede mano alla costruzione, mentre i marinai ed i due velocipedisti tornavano sul banco per riportare gli altri pezzi.
L’erezione di quella capanna non doveva essere lunga, poichè i legnami erano stati costruiti appositamente e numerati. Bastava unire i diversi pezzi e saldarli con poche viti.
Tre ore furono sufficienti per ottenere un comodo ricovero, a due tetti pioventi, diviso in quattro stanze, lungo dodici metri e largo sei. Le tavole erano così unite da impedire l’accesso al freddo, ma Wilkye e Bisby, per conservare meglio il calore interno, turarono ermeticamente le fessure mediante striscie di grossa carta incatramata, come usano i coloni danesi della Groenlandia e gl’Islandesi.
Per evitare il contatto col ghiaccio, stesero in tutte le stanze della grossa tela da vele, sovrapponendovi dei tappeti di feltro per meglio combattere l’umidità che in quei climi può essere causa di serii malanni.
Infine nella stanza centrale, che doveva essere il salotto da pranzo, collocarono una stufa di ferro, fornita d’un tubo assai curvo, per impedire che il calore si espandesse troppo facilmente al di fuori.
Bisby era più che soddisfatto e non finiva di ammirare e di lodare le comodità di quella casetta, che egli chiamava pomposamente palazzo d’inverno. Faceva progetti sovra progetti; si prometteva di dare dei festini da ballo, di passar delle serate allegre e soprattutto di offrire dei pranzi poco meno che luculliani. Contava poi specialmente d’ingrassarsi accanto alla stufa e per serbarsi i migliori bocconi o per tema che il cuciniere volesse fare delle economie, si proclamò il cuoco della spedizione.
La proposta venne accettata fra la generale ilarità, ma Wilkye si credette in dovere di avvisarlo che i loro viveri erano limitati, e che quelli esistenti dovevano durare sei mesi, non potendosi contare, con certezza, sul ritorno della Stella Polare.
Erano allora le tre del mattino e non avevano ancora chiuso occhio. Quantunque il sole cominciasse ad alzarsi sull’orizzonte, la temperatura era così fredda su quella costa, da gelare il naso e le mani.
Wilkye fece accendere la stufa e accordò un riposo di alcune ore prima di trasportare alla capanna tutte le casse, le botti ed i colli sbarcati dalla goletta.
Tutti approfittarono per fare una dormita accanto alla stufa, che russava allegramente, spandendo nella capanna un dolce tepore. Bisby fu il primo a dare l’esempio, coricandosi sulla sua famosa pelle di bisonte.
Un riposo di cinque ore fu più che sufficiente per rimettere tutti in forze. Dopo d’aver bevuto una tazza di thè bollente, ripresero il difficile e faticoso lavoro.
Le botti, le casse, i colli, spinti o rotolati sul banco di ghiaccio e poi issati sulla costa, furono accumulati intorno alla capanna, dove Wilkye li esaminava con minuziosa attenzione e li metteva poi in una stanza aiutato da Bisby e dai due velocipedisti.
— Abbiamo tutto? chiese il negoziante, quando il trasporto fu ultimato.
— Non manca nulla, rispose Wilkye.
— Si possono conoscere ora le nostre ricchezze? Come cuoco della spedizione, bisogna che sappia dove potrò trovare la carne, la farina e gl’ingredienti necessari ai miei succulenti pasticci.
— Ho collocato tutto a posto: tutti quei barili contengono i viveri; queste casse i velocipedi, le armi, le munizioni, gl’istrumenti necessari pei miei calcoli e per le mie osservazioni e gli attrezzi della scialuppa; quei colli le vesti, le coperte, le brande, i materassi, le tende, ecc.
— Abbiamo viveri per molti mesi?
— Per sei, calcolate dieci persone.
— Sono pochini, Wilkye, disse Bisby. Dovevate calcolare che io sono venuto al polo per ingrassare.
— Sono sufficienti, rispose Wilkye, ridendo. E poi non calcolate la caccia? Troveremo delle otarie, degli uccelli....
— E degli orsi?
— Non ve ne sono al polo australe, ve l’ho già detto.
— I nostri viveri, in cosa consistono?
— In quei barili troverete biscotti, farine, porco salato...
— Delizioso! esclamò Bisby. So arrostirlo molto bene.
— Del thè, che è indispensabile in questo clima, del caffè, della cioccolata, zucchero, pesce secco, grasso, fagiuoli, pomi di terra, una grossa provvista di _pemmican_.
— Cos’è questo _pemmican_?
— Serve per fare delle zuppe assai nutritive. È composto di carne secca ben battuta, ridotta quasi in polvere, e di grasso. Basta mettere a bollire un po’ di quella miscela ed otterrete un brodo eccellente.
— Piatto spiccio: benissimo.
— Poi troverete dei cavoli in aceto, necessari per combattere lo scorbuto, del succo di limone, che è un buon antiscorbutico, delle frutta secche, ecc. Siete contento?
— Contentissimo, Wilkye; ma quando andremo al polo, come faremo a portare con noi tutte queste provviste?
— Le lascio qui, sotto la vostra custodia.
— Sotto la mia custodia? Ma rimarrò qui io?
— Sì, coi marinai.
— Ma qual’è il vostro progetto?
— Ve lo spiegherò a tavola. Signor cuoco, è mezzodì, ed i marinai cominciano ad aver fame.
— Sentivo anch’io un certo vuoto nel mio stomaco! Al lavoro!
Il ghiottone non perdette tempo. Aiutato da un marinaio, da lui nominato sotto-cuoco, aprì i barili contenenti i viveri e mise sul fornello due pentole di ferro per far sciogliere la neve, non essendo possibile, con quel freddo intenso, trovare una goccia d’acqua.
Poco dopo nella capanna si espandevano dei profumi appetitosi, i quali indicavano come il cuoco non facesse risparmio di condimenti. Alle due pentole che grillettavano allegramente, egli aveva aggiunto dei pentolini entro i quali friggevano certe frittelle, che promettevano di essere deliziose.
Due ore dopo Bisby annunciava, con voce maestosa, che il pranzo era pronto. Tutti si assisero a tavola e assalirono vigorosamente i cibi.
Il cuoco si era fatto onore, fin troppo, poichè se avesse continuato ad ammanire pranzi simili, non avrebbe tardato a dare fondo alle provviste. Una zuppa squisita fatta con brodo di _pemmican_, del bue in stufato, del maiale arrostito, dei fagiuoli conditi, dei cavoli in aceto, del pesce in salsa piccante e delle frittelle, costituivano la minuta. Il ghiottone vi aveva aggiunto un prosciutto salato, del formaggio, delle frutta secche e parecchie bottiglie.
— Voi mi volete rovinare, disse Wilkye. Il pranzo è delizioso, ma se non vi moderate, consumerete le provviste in due mesi.
— Caccieremo! amico mio, rispose il negoziante, che divorava per quattro.
— Ma la selvaggina può diventare scarsa, Bisby.
— Voi mi spaventate.
— Non ho questa intenzione, vi dico solo per prudenza di essere economo. In questa regione non vi sono provveditori, ci possono toccare centomila disgrazie, possiamo essere costretti a passare fra questi ghiacci molti mesi e forse qualche anno.
— Ma allora cosa accadrà di noi! esclamò Bisby, impallidendo. Corro il pericolo di tornare in America secco come un merluzzo, anzichè grasso come un elefante marino, e di farmi espellere dalla Società degli uomini grassi, anzichè diventarne il presidente.
— Tutto può accadere in questo continente, che non ha un solo abitante che ci possa soccorrere. Spero però di compiere la spedizione in breve tempo e di lasciare queste regioni prima che il tremendo inverno ci piombi addosso.
— Ma quali sono adunque i vostri progetti? Noi tutti li ignoriamo.
— Sì, spiegatevi, dissero tutti.
— Servite quel _punch_ che fiammeggia, disse Wilkye a Bisby, poi accendete le pipe e vi spiegherò ogni cosa.
CAPITOLO XV.
La spedizione polare.
Riempite le tazze dell’ardente bevanda e accese le pipe, Wilkye spiegò sulla tavola una carta del polo australe, sulla quale si vedevano tracciate tutte le esplorazioni eseguite dal Gherith, da Bellinghausen, da Brunsfield, da Morrel, da Powel, da Weddel, da Foster, da Biscoë, da Dumont d’Urville, da Welkes, da Balleny e da Giacomo Clarke Ross che fu, si può dire, l’ultimo che mosse alla scoperta del continente polare.
Egli posò l’estremità dell’indice sopra un punto e mostrando ai compagni una crocetta rossa che pareva fatta di recente, disse:
— Questo è il luogo dove noi attualmente ci troviamo, il quale è situato sui confini, si può dire, della Terra di Graham, calcolato che lo stretto di Bismark la divida da quella di Palmer. Gettate uno sguardo su questo continente polare, così irregolarmente disegnato, ed i cui margini spesso mancano, e contate quanti paralleli vi sono fra il luogo ove ci troviamo ed il polo australe.
— Circa venticinque gradi, dissero i marinai.
— Dunque noi ci troviamo a circa millecinquecento miglia dal polo.
— Così lontani! esclamò Bisby. Eppure allargando le mie dita tocco il polo e la costa di Graham.
— Avrei potuto, riprese Wilkye, scendere più al sud colla _Stella Polare_ e cercar di abbreviare questa distanza che è enorme; ma ho pensato che avrei potuto affrontare tali pericoli, da compromettere gravemente la nostra spedizione.
Questo continente è più pericoloso, più aspro, più coperto di ghiacci delle regioni del polo Artico, e le spedizioni tentate colle navi, non hanno mai dato splendidi risultati. Nessuno è riuscito a sorpassare il 78° 0 30″ di latitudine, e quasi tutti gli esploratori sono stati costretti a svernare fra questi deserti di ghiaccio.
A me preme di affrettare il tentativo di raggiungere il polo e bisogna che lo compia prima che sia terminato lo sgelo, o nessuno tornerebbe vivo alla costa. Credo quindi di aver agito prudentemente sbarcando qui, senza perdere un tempo preziosissimo seguendo la _Stella Polare_ verso il sud.
In un mese, se Dio ci aiuta, noi possiamo essere di ritorno e pronti a rimetterci in mare, anche senza attendere la _Stella Polare_.
— Colla scialuppa? chiesero i marinai.
— Sì, amici miei.
— Ma dunque contate di partire subito pel polo, disse Bisby.
— Fra qualche giorno. Silenzio ed ascoltatemi.
Wilkye sorseggiò la sua tazza, poi riprese:
— Vi spiegherò ora il mio piano: come voi già sapete, io tenterò di raggiungere il polo in velocipede. Tutti gli esploratori antartici hanno osservato che il continente polare è generalmente piano e che i suoi campi di ghiaccio non sono così scabrosi come quelli delle regioni artiche. Essendo posti sulla terra, non hanno spaccature, non hanno sollevamenti e forse non soffrono pressioni.
Una marcia a piedi si potrebbe fare con maggiore riuscita che nelle regioni nordiche, ma la distanza dalla costa al polo sarebbe troppa per un equipaggio che è costretto a portarsi dietro un pesante bagaglio. Ho quindi ideato di raggiungere il polo in velocipede.
Solamente una marcia rapidissima può dare dei felici risultati, poichè un lungo soggiorno fra questi immensi campi di ghiaccio potrebbe tornare fatale agli uomini: possono mancare i viveri, piombare improvvisamente i terribili geli e assiderare le membra o incancrenirle e sopraggiungere lo scorbuto, questo grave male che ha arrestate tutte le spedizioni polari tentate per terra.
Il velocipede che io adoprerò, non è di quelli soliti. È una macchina fatta costruire appositamente e con grande diligenza, munita di otto ruote, fornita d’un piccolo motore a petrolio, capace di portare tre uomini e un carico di duecento chilogrammi e di raggiungere una velocità di venticinque a trenta miglia all’ora.
— Un velocipede a vapore! esclamò Bisby. Ma allora non avevate bisogno di velocipedisti.
— Anzi, ne ho assoluto bisogno, Bisby, disse Wilkye. Il mio velocipede è costruito in modo, da potersi dividere ottenendo tre biciclette, le quali, come potete facilmente immaginare, non potranno avanzare che mosse dai piedi degli uomini.
Mi tocca una disgrazia qualsiasi? Si spezza o si guasta la macchina o esaurisco la provvista di petrolio (ciò che mi accadrà senza dubbio nel ritorno, non potendo portare con me una provvista considerevole), io divido il mio velocipede ed ecco ottenute tre biciclette pronte a ripartire.
— Ben ideato! esclamò Bisby. E quanto tempo contate di impiegare, per giungere al polo?
— Se non incontrerò ostacoli, marciando dodici ore al giorno, calcolo di giungervi in cinque giorni, ma non voglio essere troppo ottimista, e metterò invece dieci giorni.
— Dunque fra venti giorni voi potrete essere di ritorno.
— Lo potrei, ma chi può assicurarlo? Sarà cosa prudente portare con me i viveri sufficienti per quaranta giorni.
— Ma noi? chiese Bisby.
— Voi rimarrete qui coi marinai e ci attenderete. Condurvi tutti al polo è impossibile e poi, chissà quali vicende ci attendono in questo viaggio!... Noi saremo più tranquilli, pensando che alla costa abbiamo dei compagni, che vi è una casa per ripararsi e che vi sono dei viveri.
— Eppure sarei venuto volentieri anch’io al polo, Wilkye!....
— Non vi mancheranno le distrazioni qui, Bisby. Fra qualche settimana comincierà lo sgelo, la selvaggina si mostrerà su queste coste e potrete cacciare ed intraprendere delle esplorazioni per vostro conto.
— Andrò a fare una passeggiata fino alla Terra Alessandra.
— Un po’ più lontano e andrete al polo, disse Wilkye, ridendo.
— Una spiegazione, signore, disse un marinaio.
— Parlate.
— Se vi toccasse una disgrazia e non vi si vedesse ritornare dopo i quaranta giorni, cosa dovremo fare noi?
— Organizzerete una spedizione di soccorso e tenterete di raggiungerci fin dove lo permetteranno le vostre forze.
— E se non vi troviamo? È necessario prevedere tutto.
— Avete ragione, disse Wilkye. Allora ritornerete alla costa, ci attenderete fino alla fine dell’estate, poi vi imbarcherete o sulla nostra scialuppa o sulla _Stella Polare_, se sarà tornata, e raggiungerete l’America.
— Ma voi? chiese Bisby, impallidendo.
— Se in tre mesi non saremo ritornati, sarà segno che noi siamo morti.
— Voi mi spaventate, Wilkye.
— Eh! esclamò l’esploratore. Credete voi che le regioni polari non abbiano avuto le loro vittime? Il polo Nord è costato centinaia di vite umane.
— Ma col vostro velocipede.....
— Può spezzarsi, un campo di ghiaccio può aprirsi sotto i nostri piedi e inghiottirci, o una montagna di ghiaccio può piombarci addosso e stritolarci, o una valanga di neve può seppellirci o la fame ucciderci.
— Io rinuncierei al polo!
— Voi, ma io, mai! esclamò Wilkye, con suprema energia. O spiegare la bandiera americana ai confini del mondo australe o perire nell’impresa.
— E noi vi saremo fedeli compagni, signore! esclamarono i due velocipedisti, con entusiasmo... Lotteremo fino all’estremo delle nostre forze, pel trionfo della nostra bandiera.
— Grazie, valorosi compagni, disse Wilkye commosso. Sapevo di aver condotto con me due fidi amici. Ora, finchè i nostri marinai trasporteranno qui la scialuppa per metterla al sicuro dai ghiacci, che non tarderanno a mettersi in movimento per l’imminente sgelo, noi saliremo quella catena di colline e andremo a vedere le pianure dell’interno.