Al polo australe in velocipede
Part 10
— Può produrre anche delle dolorose oftalmie, ma ho portato con me un ottimo rimedio. Aprite le borse appese ai vostri sedili e troverete parecchie paia di occhiali affumicati.
— È vero, rispose Blunt, ma vedo qui anche degli altri oggetti. Ecco qua un bicchiere, delle forchette e dei cucchiai di corno.
— Sono necessarii, Blunt: il vetro ed il metallo sono pericolosi nelle regioni polari.
— E perchè?.......
— Perchè quando il freddo scende a 40° o 50° gradi, non potete accostare un bicchiere di vetro alla bocca, senza lasciarvi attaccata la pelle delle labbra, e non potete adoperare nè un cucchiaio, nè una forchetta senza riportare delle lesioni che sembrano bruciature. Tutti gli esploratori l’hanno avvertito!
— E voi dite che il freddo scende a 50° sotto lo zero! esclamò Peruschi. Ma come può resistere l’uomo a tale temperatura?
— Eppure resiste, rispose Wilkye, anzi gli Esquimesi del polo Artico non mostrano di soffrire menomamente.
— Gli Esquimesi, ma noi?
— Tutti gli uomini, siano americani od europei, hanno dimostrato di poter resistere a temperature eccessivamente fredde. Per darvi degli esempi vi citerò il capitano Bak, che al forte Réliance, che è situato nelle pianure dell’America Inglese, sopportò per parecchi giorni una temperatura di 56° sotto lo zero e senza soffrire troppo.
— Quello era un vero freddo!
— I navigatori artici sopportarono freddi anche maggiori: il Parry, Ross, Franklin, Mac-Clure, ecc., affrontarono parecchie volte delle temperature che superavano i 55° sotto lo zero. L’equipaggio dell’_Alert_, che fece la spedizione del 1876 sotto il comando di Markham, ebbe a subire dei geli spaventevoli, durante i quali il termometro segnò perfino 61° sotto lo zero.
Anche i Siberiani sopportano freddi intensi; un viaggiatore russo constatò che a Nicney-Eudinsk il termometro segnò più volte 62°,5.
— E in questo continente, i navigatori hanno provato grandi freddi?
— Intensi, Peruschi, anzi maggiori che nel polo Artico, poichè mentre gli esploratori nordici si avanzarono colle loro navi fino all’82° parallelo, quelli australi non riuscirono a sorpassare il 78° 9′ e 30″ in causa dei ghiacci e del freddo.
— Pure ora si resiste benissimo.
— È vero, ma fra poche settimane può avvenire un brusco cambiamento di tempo e piombarci addosso una gelata insopportabile.
— Non si deve vivere troppo bene con quei freddi, quantunque si possa sopportarli!
— L’esistenza diventa dura, quasi impossibile, amico mio. A 45° gli uomini di forti tempre infiacchiscono, le loro facoltà sono come annichilite, lo sguardo diventa vitreo e torvo, l’energia si spegne. Bisogna muoversi continuamente, darsi ad un esercizio violento per non gelare, e respirar lievemente per non provare dei dolori.
A 50°, il fiato si cristallizza e cade a terra in forma di sottili aghi che producono un rumore analogo allo stracciarsi di un pezzo di velluto; i baffi e le barbe si coprono di ghiacciuoli, le vesti formano una massa dura, gelata, le pipe non possono funzionare poichè il fumo si converte, in bocca, in un pezzo di ghiaccio; i metalli non si possono più toccare perchè bruciano come fossero roventi, la carne ed il pane bisogna spezzarli a colpi di scure, il legno diventa duro come l’osso, il _visky_ gela, e bisogna mangiarlo a pezzetti, il rhum si condensa e sembra melassa, e gelano il petrolio, il vino, l’aceto, l’acquavite e perfino il mercurio!
— Basta signore! esclamò Peruschi. Mi avete gelato solamente nell’ascoltarvi. Cosa accadrà di noi, se l’inverno ci sorprendesse prima di aver compiuto il viaggio?
— Speriamo di giungere alla capanna prima dell’inverno, disse Wilkye. L’estate è appena cominciata e ci lascierà il tempo per ritornare.
— Ma è vero, signore, che al polo fa minor freddo che nelle sue vicinanze? chiese Blunt.
— Così si afferma. Dei naviganti, in diverse epoche, hanno asserito di aver trovato, specialmente al polo Nord un mare perfettamente libero al di là della barriera dei ghiacci ed anche nei pressi del polo australe. L’americano Morell ha asserito di aver scoperto, nel 1820, il mare libero a 70° 14′ di latitudine, ma io non credo nè agli uni nè agli altri, quantunque molti scienziati abbiano sostenuto questo fatto.
— E perchè non vi credete, signore?
— Perchè io dico che il sole non potrebbe avere tanta influenza da sciogliere i ghiacci del polo, lasciando quasi intatti quelli del circolo polare. Il freddo intenso che regna alle due estremità della terra, per noi non ha altra causa che il raffreddamento del nostro globo. Il freddo quindi non deve essere, al polo, minore di quello che regna sul circolo polare.
Ne volete una prova chiara? Da seicento anni i ghiacci hanno continuato a guadagnare, rendendo sempre difficili le esplorazioni polari. Un tempo, nel Labrador, che allora chiamavasi Vinland o Terra del vino, gli Scoto-Danesi coltivavano la vite, ed oggi quella terra è coperta di nevi e di ghiacci gran parte dell’anno; quattrocento anni or sono, l’Islanda era approdabile senza tanti pericoli anche nella stagione invernale, mentre ora enormi ghiacci la circondano. Da cosa può derivare questa crescente calata di ghiacci? Solo dal raffreddamento della nostra terra, il quale s’avanza gradatamente verso l’equatore.
— Sicchè verrà un giorno che il nostro pianeta sarà completamente raffreddato e quindi inabitabile?
— Senza dubbio.
— Sarà una lotta terribile, quella che impegnerà l’umanità contro l’avanzarsi dei ghiacci.
— Sì, ma trascorreranno prima migliaia d’anni, e nè noi nè i nostri nipoti prenderanno parte a quella lotta. Forse...
— Che cosa, signor Wilkye?
— Alto! esclamò l’americano. La via è tagliata dinanzi a noi!
— Da un fiume? chiesero i due velocipedisti.
— No, da una spaccatura, rispose Wilkye, arrestando il velocipede.
Scesero tutti e tre e s’avanzarono verso una profonda apertura che misurava una larghezza di oltre cinquanta metri e che si estendeva dal nord-ovest ad sud-est per un tratto immenso. In fondo si scorgeva una superficie liscia, rotta qua e là da leggiere ondulazioni che parevano fossero state prodotte dall’acqua.
— Un fiume? chiese Peruschi.
— O un braccio di mare? disse Wilkye, che era diventato pensieroso.
— Un braccio di mare qui? Siamo già a ottanta miglia dalla costa.
— Pure io sospetto che questo sia lo stretto di Bismark. Comunque sia, ci chiude il passo e rende critica la nostra situazione.
— Cerchiamo di girarlo, disse Blunt. La discesa è impossibile con queste sponde tagliate a picco.
— Sapete dove finirà? Può prolungarsi fino al mare e tagliare la costa sulla quale sorge la nostra capanna. Nessuno ha esplorato l’interno di queste terre.
— Cerchiamo una sponda meno erta, disse Peruschi.
— Proviamo.
— Ma ci sosterrà il ghiaccio? chiese Blunt.
— La forza del ghiaccio è prodigiosa, rispose Wilkye. Una lastra dello spessore di due pollici sopporta un uomo senza spezzarsi; di tre e mezzo il peso d’un cavallo col suo cavaliere, di cinque un pezzo d’artiglieria, di otto un forgone carico, e di un piede dei reggimenti di soldati. Andiamo a cercare il passaggio.
Il velocipede riprese le mosse costeggiando il canale con una rapidità di venticinque miglia all’ora, essendo il ghiaccio perfettamente liscio.
Alle quattro pomeridiane, dopo d’aver percorso sessanta miglia, gli esploratori scoprivano una sponda che scendeva dolcemente nel canale. Furono chiusi i freni e la macchina scese o meglio scivolò per la china, giungendo sulla superficie dello stretto.
Un acuto crepitìo avvertì tosto gli esploratori che quel ghiaccio, rôso forse da una corrente tiepida e scaldato sopra dai raggi del sole, minacciava di cedere.
— Scendiamo! esclamò Wilkye precipitosamente. Se il ghiaccio si frange, siamo perduti.
Abbandonarono in fretta la macchina e retrocessero verso la sponda, temendo che da un istante all’altro si aprisse il vuoto sotto i loro piedi.
Una sorda esclamazione uscì dalle labbra di Wilkye.
— Maledizione! esclamò. Si direbbe che il polo è assolutamente inaccessibile agli uomini e che una potenza misteriosa lo difende, ma...
S’interruppe bruscamente e si curvò verso la superficie gelata. Sotto quella crosta, si udiva un sordo mormorio, come se una rapida corrente d’acqua fuggisse.
— Comprendo, diss’egli. Sotto questo ghiaccio vi è il vuoto.
— Perchè, signore? chiese Peruschi.
— Questo mormorio m’indica che l’acqua si è abbassata e che scorre liberamente.
— Dunque il ghiaccio è rimasto sospeso?
— Sì.
— E non potrà sostenerci?
— Forse, passando uno ad uno.
— È un tentativo che bisogna fare?
— Sì, ma chi oserà affrontarlo?
— Io, signore.
— Ma non sapete che se il ghiaccio cede cadrete nel canale?
— Sono nuotatore.
[Illustrazione: Il velocipedista ebbe appena il tempo di mandare un grido... (pag. 166)]
— Ma la corrente può trasportarvi lontano.
— Mi aggrapperò ai bordi del ghiaccio.
— E ricadrete.
— Ma chi vi assicura che il ghiaccio cederà? Forse ha uno spessore tale da sostenermi.
— Ma se si rompe?
— Non siamo venuti qui per fare una passeggiata ma per affrontare i pericoli del polo, disse Peruschi, con voce grave. Piuttosto di retrocedere e di perdere un tempo prezioso, io tento la sorte.
— Allora io la tenterò prima di voi.
— Mai, rispose. Voi siete il capo della spedizione e dovrete essere l’ultimo.
— Ma ci sono anch’io, disse Blunt.
— Ma sei il più pesante di tutti, disse Peruschi. Ritirate la macchina; io vado a tentare la sorte.
Il coraggioso giovanotto, per essere più libero si sbarazzò della grossa giubba di pelle di foca e si avventurò arditamente sul ghiaccio, che nel mezzo si rialzava, formando una specie di vôlta.
— State in guardia, Peruschi, disse Wilkye.
— Non temete, signore, rispose il giovanotto.
Il ghiaccio, quantunque non dovesse più posare sull’acqua, pareva che presentasse una forte resistenza, poichè aveva cessato di scricchiolare sotto i passi del velocipedista il quale, incoraggiato da quel primo successo, procedeva speditamente..... Era giunto quasi nel mezzo, quando si udì improvvisamente un lungo crepitio e si videro disegnarsi su quella superficie delle linee biancastre.
Il giovanotto si era subito arrestato, e malgrado la sua audacia, erasi fatto pallido, mentre due grida di terrore sfuggivano dalle labbra dei suoi compagni che attendevano, trepidanti, l’esito di quell’ardito tentativo.
— Non muovetevi! gridò Wilkye.
Aveva appena terminato quelle parole che il ghiaccio si spezzò con fracasso, formando un buco semicircolare, vasto quanto il boccaporto-maestro d’una nave.
Il velocipedista ebbe appena il tempo di mandare un grido e sparve sotto la vôlta gelata, con un sordo tonfo.
CAPITOLO XVIII.
Lo sgelamento.
Vedendolo precipitare nel canale, Wilkye e Blunt, non badando che al proprio coraggio e senza pensare al pericolo che li attendeva, si erano slanciati innanzi colla speranza di soccorrerlo, ma dovettero arrestarsi, poichè un’altra fessura si era aperta dinanzi a loro, minacciando d’inghiottirli.
Disperati, angosciati, si misero a correre lungo la sponda, gridando.
— Peruschi!... Peruschi!...
Il loro compagno però non rispondeva: udivano invece le acque che muggivano sordamente, come si frangessero contro degli ostacoli. Pareva che sotto quella vôlta di ghiaccio scorresse un fiume impetuoso.
— Peruschi, ripetè Wilkye, che pareva impazzisse dal dolore. In nome di Dio, rispondete, o...
— Zitto, signore! esclamò Blunt, afferrandolo strettamente per un braccio.
— Cosa avete udito?
— La sua voce: silenzio, signore.
Entrambi si erano fermati a circa trecento metri dalla fenditura, e curvi verso la crosta di ghiaccio, ascoltavano con profondo raccoglimento.
Poco dopo, sotto la vôlta, ma ad una grande distanza, si udì una voce distinta che gridava:
— Ci sono!...
— Peruschi! gridò Wilkye.
— Sono vivo, signore, rispose il velocipedista.
— Dove siete?
— Sotto la vôlta.
— Ferito?
— No, ma mezzo assiderato.
— Nuotate?
— No, ho approdato.
— Tenete fermo, che giungiamo.
La voce del velocipedista veniva più innanzi; senza dubbio la corrente lo aveva trasportato molto lontano dalla fenditura. Wilkye e Blunt si misero a correre lungo la sponda che fiancheggiava un vero bastione tagliato quasi a picco.
— Peruschi! gridò Wilkye, arrestandosi.
La voce del velocipedista, che echeggiava proprio sotto la crosta di ghiaccio, si fece udire distintamente.
— Eccomi, signore.
— Siete sotto di noi?
— Lo suppongo.
— Correte pericolo?
— No per ora, ma se non vi affrettate, gelerò.
— Spezziamo il ghiaccio, Blunt, disse Wilkye.
Impugnarono i fucili per la canna e servendosene a guisa di mazze, sfondarono il ghiaccio attorno alla sponda, facendo un’apertura larga parecchi metri. Curvatisi, scorsero sotto di loro, aggrappato ad una roccia, il compagno, il quale era immerso fino ai fianchi. Attorno a lui l’acqua, che pareva seguisse una forte pendenza, muggiva sordamente cercando di strapparlo.
— Grazie, signor Wilkye, disse Peruschi con voce balbettante. Temevo di non rivedervi più.
— È profondo il fiume? chiese Wilkye.
— È un vero braccio di mare, signore, poichè è acqua salata. Scorre però come un fiume.
— Potete risalire?
— È impossibile; la sponda è tagliata a picco ed alta almeno sei metri, e poi sono così intirizzito da non potermi servire delle membra.
— Potete resistere alcuni minuti?
— Lo spero.
— Blunt, correte a prendere delle funi; ve ne sono nella cassa.
Il velocipedista partì correndo e poco dopo ritornava con una fune lunga parecchi metri. Wilkye fece un nodo e gettò un capo al naufrago, il quale lo afferrò con forza sovrumana.
— Stringete bene, disse Wilkye.
— Non la lascio, signore.
— Issa!...
Aiutato da Blunt, che era dotato d’una forza erculea, ritirò lentamente la grossa fune alzando il giovanotto il quale la stringeva sempre con disperata energia. In pochi istanti toccò la sponda superiore e cadde fra le braccia dei compagni. Il disgraziato era ridotto in tale stato di assideramento, da non potersi reggere in piedi; le sue vesti, poco prima inzuppate d’acqua, si erano quasi istantaneamente gelate e indurite in modo da formare un pezzo solo.
— Presto, alla macchina, disse Wilkye.
Soccorso da Blunt, lo trasportò presso il velocipede. Levò le coperte di pelle d’orso che dovevano servire a loro di letto, ve lo sdraiò sopra e gli strappò di dosso, non senza fatica, le vesti.
— Rizzate la tenda che accamperemo qui, disse a Blunt. Intanto datemi uno straccio di lana inzuppato di wisky.
— A voi, disse Blunt porgendoglielo.
Wilkye si mise a strofinare energicamente le membra assiderate di Peruschi, poi quand’ebbe riattivata la circolazione del sangue, lo avvolse in una coperta di lana riscaldata presso la macchina e quindi nelle pelli d’orso.
— Ora mandate giù una buona sorsata di _wisky_, diss’egli. Vi riscalderà.
— Grazie, signore, rispose il velocipedista. Ora comincio a sentirmi meglio.
— Domani potrete ripartire.
Intanto Blunt, che lavorava per due, aveva rizzata la tenda di feltro, foderata interiormente di pelli di foca, e per riscaldare l’ambiente aveva spinto il velocipede presso Peruschi, essendo la macchina ancora accesa.
— Preparate un thè bollente, disse Wilkye, poi allestirete la cena.
— Non c’è bisogno, signor Wilkye, disse Peruschi. Sotto la vôlta di ghiaccio faceva un freddo acutissimo, ma qui sto benissimo e sono più disposto a cenare che a bere del _thè_.
— Avete dovuto provare una tremenda emozione, sentendovi precipitare nel vuoto, mio povero amico.
— Un po’, lo confesso, ma mi consolo pensando che colla mia caduta ho evitato un disastro. Se la vôlta fosse ceduta sotto la macchina, cosa sarebbe accaduto di noi?
— È vero, Peruschi. Era acqua salata quella che scorreva?
— Acqua marina, signore.
— Allora noi dobbiamo trovarci su di un’isola. Come attraverseremo questo canale?
— Forse in altro luogo il ghiaccio può essere più solido, disse Blunt.
— Lo tenteremo, disse Wilkye.
— Ditemi, signore, chiese Peruschi. Per quale motivo l’acqua si è abbassata, lasciando uno spazio fra la sua superficie ed il ghiaccio?
— Forse perchè esiste un forte dislivello fra l’entrata del canale e l’uscita, prodotto senza dubbio dall’accumularsi dei ghiacci. In qualche punto i ghiacci hanno ceduto, lasciando sfogo alle acque, le quali si sono affrettate a ritirarsi. Orsù, mangiamo questa zuppa di _pemmican_ ed affrettiamoci a coricarci. Domani cercheremo il passaggio.
Divorarono con appetito la cena, vuotarono un bicchiere di _wisky_, poi si avvolsero nelle loro pesanti coperte, avendo la precauzione di coricarsi presso la macchina che spandeva sotto la tenda un benefico calore.
La notte — notte per modo di dire, poichè il sole non tramontava che per una sola ora — fu tranquilla e non doveva essere diversa in quella regione che è priva di animali feroci.
All’indomani, verso le 7, gli esploratori risalivano sul rapido velocipede, per cercare un passaggio attraverso a quello stretto che pareva si prolungasse indefinitamente. Le loro ricerche ebbero un felice risultato, poichè verso le 9, dopo d’aver percorso circa sessanta miglia verso il sud-ovest, si trovarono dinanzi ad un enorme masso di ghiaccio che era piombato attraverso a quel braccio di mare, formando un vero ponte.
Attraversatolo dopo non poche difficoltà, passarono sulla sponda opposta, lanciando il velocipede sulle sterminate pianure del sud, che si seguivano con ondulamenti appena sensibili.
Un silenzio assoluto, che faceva una profonda impressione, regnava su quei ghiacci e su quelle nevi, prima di allora mai calpestate da alcun esploratore. Nessun uccello attraversava lo spazio; nessuna pianticella cresceva in alcun angolo: era proprio il deserto polare che il sole invano sforzavasi di rendere meno triste.
Perfino i ghiacci più non crepitavano, quasi avessero paura di turbare i silenzi gelati di quella regione desolata ed inabitabile.
Gli intrepidi esploratori però, non si arrestavano e si lasciavano trasportare verso le misteriose regioni del sud dal velocipede, il quale divorava la via con crescente rapidità.
A mezzodì, secondo i calcoli di Wilkye, si trovavano già a trecento miglia dalla capanna. Fecero una breve sosta per allestire un modesto pranzo, poi risalirono sulla macchina e si rimisero in viaggio dirigendosi verso la catena dei monti che ormai si delineava nettamente verso il sud.
Il freddo si manteneva costante, quantunque il sole brillasse sempre. Il termometro oscillava fra i -5° ed i -7°, ma non accennava a discendere.
L’estate in quelle regioni doveva essere ben breve, e forse non riusciva a sgelare interamente il continente polare.
Alle 9 di sera gli esploratori si arrestarono e rizzarono la tenda presso un’alta rupe, che si elevava solitaria in mezzo all’immensa pianura. Per la prima volta scorsero degli uccelli, che avevano collocati i loro nidi sulla cima di quell’altura.
Erano alcune coppie di _Micropterus cinereus_, volatili che sono grossi come un pinguino, pesanti sette od otto chilogrammi, colle penne grigie sul dorso e bianco-giallastre sull’addome, colle ciglia bianche che danno ai loro occhi un aspetto bizzarro e le zampe giallo-aranciate con screziature nere. Questi grossi volatili, i maschi specialmente, tramandano un odore disaggradevole e la loro carne è oleosa e rancida, cibandosi esclusivamente di pesci.
Wilkye non potè frenare la sua sorpresa, nel vedere in quel luogo quegli uccelli, che quasi mai si scostano dal mare.
— Che un altro canale si spinga in queste vicinanze? si chiese.
— Non si scorge in alcun luogo, disse Peruschi.
— Forse ci sarà qualche lago, disse Blunt.
— È probabile, rispose Wilkye, ma dovrebbe essere gelato. Non saprei quindi, come questi uccelli possano pescare. Domani forse sapremo qualche cosa.
Anche quella seconda notte, passata in mezzo ai ghiacci del continente polare, fu tranquilla. La superficie gelata però continuò a tremare quasi senza interruzione, aprendo qua e là delle lunghissime spaccature.
Il 4 dicembre gli esploratori ripartivano, seguendo il 68° meridiano. La pianura però non consentiva a loro di procedere colla consueta rapidità, poichè il ghiaccio si era spaccato in varii luoghi sotto il calore solare, producendo delle fenditure larghe assai e profonde, che li obbligavano a fare dei lunghissimi giri.
Lo sgelo, che pochi giorni prima pareva che non dovesse cominciare che molto tardi, ora procedeva con grande rapidità. Il sole, come se avesse improvvisamente acquistato maggior calore, dardeggiava coi suoi raggi le pianure, le quali si privavano con strana celerità del loro rivestimento invernale.
Una densa nebbia, prodotta dall’umidità, ondeggiava qua e là, sciogliendosi di frequente in una vera pioggia, che inzuppava gli esploratori. Wilkye, che temeva di trovare, sotto quella crosta di ghiaccio, un terreno disuguale o poco adatto alla sua macchina, cercava di affrettare la marcia per giungere al polo prima dello sgelo, ma gli ostacoli si moltiplicavano, poichè le fenditure diventavano ognor più numerose.
I ghiacci si spaccavano dovunque con sorde detonazioni, si squagliavano con estrema rapidità formando dappertutto dei torrenti e degli stagni, e parecchie volte la macchina corse il pericolo di cadere entro quelle fenditure.
Wilkye cominciava a diventare inquieto; non aveva preveduto quegli ostacoli che minacciavano di prolungare indefinitamente quella corsa verso il polo. Non era la mancanza di viveri che lo preoccupava, ben sapendo che quello sgelo avrebbe attirato di certo sopra quelle pianure gli uccelli polari e le foche, ma la provvista di petrolio che rapidamente scemava e che non doveva tardare ad esaurirsi, se quella marcia si prolungava.
È bensì vero che poteva sciogliere la sua macchina e convertirla in biciclette, ma sarebbe anche stato costretto a impiegare un tempo tre e forse quattro volte maggiore, e nel ritorno farsi sorprendere a mezza via dai primi geli e dalle prime nevicate.
Nei quattro giorni seguenti, la lor marcia non aumentò. Gli ostacoli crescevano sempre costringendoli ad arrestarsi ad ogni istante per trasportare la macchina al di là delle fessure od a girarle raddoppiando la via.
Il 10 dicembre, poco dopo il mezzodì, giungevano ai piè di quella grande catena di monti che avevano scorto parecchi giorni prima e che avevano chiamati Monti Baltimòra. Dalla loro partenza dalla capanna avevano percorso quattrocentosessanta miglia consumando tre quarti della loro provvista di petrolio ed un buon terzo dei loro viveri, mentre per giungere al polo australe dovevano ancora percorrere circa mille miglia, non avendo raggiunto che il 73° di latitudine.
[Illustrazione: Il 10 dicembre, poco dopo mezzodì, giungevano ai piedi... (pag 174)]
CAPITOLO XIX.
L’ultima goccia di petrolio.
Quella catena che tagliava la immensa pianura dal sud-est al nord-ovest, seguendo il 73° di latitudine, formava una barriera gigantesca, che pareva insuperabile per gli esploratori polari. Era un accatastamento enorme di monti coperti di nevi e di ghiacci che alzavano i loro picchi aguzzi come coni o come piramidi per parecchie migliaia di piedi, divisi gli uni dagli altri da profonde vallate, i cui margini parevano tagliati a picco.
Nel centro, un cono colossale, rivestito di ghiaccio dalla base alla cima, lanciava la sua punta a sette od ottomila piedi d’altezza e le sue vallate, trasformate in ghiacciai, vomitavano nella pianura, con boati continui e con sorde detonazioni, degli _ice-bergs_ del peso di migliaia di tonnellate, i quali scivolavano per lungo tratto, abbattendo sul loro passaggio i ghiacci minori.
— Fin dove si prolungherà questa catena? si chiese Wilkye che gettava sguardi corrucciati su quei monti. Troveremo un passaggio noi o saremo costretti a retrocedere, vinti dagli ostacoli di questa regione maledetta?
— Noi siamo pronti a tentare tutto, dissero i due velocipedisti.