Al polo australe in velocipede
Part 11
— Lo so, amici, ma non vi nascondo che la nostra situazione sta per diventare critica assai. Eccoci arrestati a mille miglia dal polo, con viveri per tre sole settimane e colla provvista di petrolio quasi esaurita. È bensì vero che ci siamo molto inoltrati in questo continente, ma non basta, quantunque sia convinto di avere preceduto il mio rivale di parecchi gradi.
— Altri esploratori, si sono inoltrati più di noi? chiese Peruschi.
— Sì, poichè Weddell ha superato il 74° di latitudine e Giacomo Ross è giunto al 75° 4′.
— Allora bisogna superarli, signore.
— E senza perder tempo, amici. Sono assai inquieto per la nostra situazione ed anche pei compagni che abbiamo lasciati alla costa.
— Cosa temete per loro?
— Che tardando noi a ritornare, s’imbarchino sulla _Stella Polare_.
— Bisby non ci abbandonerà, signore.
— Lui no, ma gli altri? E poi cosa volete che faccia quell’uomo che non sa far altro che mangiare?
— Ma credete che il signor Linderman ritorni?
— Colla sua nave non s’inoltrerà in questo continente che sembra formare una massa sola. Questa immensa catena di montagne dimostra che queste terre non sono isole raggruppate attorno al polo.
— Lo sapremo presto con maggior sicurezza, disse Blunt.
— Non siamo ancora al polo, amico.
— Ma ci andremo, signor Wilkye, disse Peruschi.
— Ma questi monti?
— Li supereremo, quand’anche dovessimo trasportare sulle nostre spalle il velocipede.
— Sì, signor Wilkye, disse Blunt.
— Grazie, compagni: tentiamo la sorte. Vedo laggiù una vallata che mi pare salga tortuosamente presso quel ghiacciaio e che non mi sembra troppo erta. Forse ci permetterà di raggiungere la cima.
— Tentiamo, signore, dissero i due velocipedisti.
Risalirono sulla macchina e ripresero la corsa verso il sud-est, in direzione del cono colossale, da loro chiamato monte Bisby, e presso il quale s’apriva la valle notata da Wilkye.
Colà infatti s’apriva come una profonda spaccatura che pareva prodotta da qualche tremenda convulsione vulcanica e saliva verso i piani superiori lambendo due immensi ghiacciai. Il velocipede che procedeva con una velocità di venti miglia all’ora, s’addentrò nella valle che era sparsa qua e là di lastroni di ghiaccio, ma che però aveva dei lunghi tratti che permettevano alla macchina di passare.
Quantunque la pendenza fosse rimarchevole, pure le ruote, dentellate come erano, non scivolavano e procedevano con sufficiente rapidità, trasportando in alto gli esploratori. Ben presto però cominciarono gli ostacoli: i ghiacci senza dubbio scivolati colà dai piani superiori o rovesciati dai vicini ghiacciai, diventavano più numerosi, costringendo Wilkye ed i suoi compagni a discendere per aprire la via al velocipede.
Quelle frequenti fermate facevano perdere un tempo prezioso agli esploratori, i quali vedevano, con grande inquietudine, consumarsi la già tanto scarsa provvista di petrolio ed avvicinarsi quindi il momento in cui sarebbero stati forzati a dividere quel capolavoro della meccanica.
Alla sera non avevano superate che quattro miglia e con infiniti stenti. S’accamparono sui fianchi della montagna, su di una specie di piattaforma che aveva a loro permesso di rizzare la tenda, e dopo una magra cena si addormentarono strettamente avvolti nelle loro pelliccie, essendo lassù il freddo assai pungente.
Tutta la notte però i ghiacciai vicini tuonarono incessantemente, svegliando parecchie volte Wilkye il quale temeva che dall’alto piombassero dei massi di ghiaccio.
Il mattino seguente riprendevano con lena la salita. Per economizzare il petrolio, avevano spento la macchina spingendo innanzi il velocipede che era più d’impiccio che di utilità su quelle chine, le quali diventavano più rapide e più scabrose.
I loro sforzi però non davano che scarsi risultati. Gli ostacoli crescevano ad ogni passo, la pendenza aumentava, i massi di ghiaccio si accumulavano per ogni dove costringendoli ad aprirsi una via colle scuri ed il freddo diventava così intenso, da intirizzirli.
Non fu che verso la sera del 18 dicembre, cioè dopo otto giorni d’incredibili sforzi, che poterono finalmente giungere sulla cima di quella catena, dopo d’aver affrontato cento volte il pericolo di scivolare negli abissi o di farsi schiacciare dai ghiacci che precipitavano dall’alto.
Di lassù, a cinquemila piedi d’altezza, la vista spaziava su un immenso tratto di quella regione del gelo e delle nevi. A destra ed a sinistra si estendevano due immensi ghiacciai, due veri fiumi di ghiaccio in movimento, i quali scintillavano sotto i raggi del sole e che tuonavano sordamente e quasi senza interruzione. Al nord si estendeva la grande pianura che gli esploratori avevano percorsa nei giorni precedenti, e al sud un’altra immensa pianura ondulata, interrotta qua e là da alcuni picchi isolati, imporporati dal sole.
— Laggiù vi è il polo, disse Wilkye, che fissava avidamente quella nuova pianura. Ah! potessi giungervi presto e spiegare ai confini del mondo la bandiera della nostra patria!...
— Domani scenderemo su quella pianura, signore, disse Peruschi. Ho scoperto un passaggio che ci permetterà di effettuare la discesa e senza accendere la macchina. Basterà chiudere i freni e lasciarci scivolare.
— A domani, disse Wilkye.
Stavano per rizzare la tenda, quando udirono a breve distanza un rauco urlo, che pareva emesso da un animale.
— Avete udito, signor Wilkye? chiese Peruschi.
— Sì, rispose questi, che pareva assai sorpreso.
— Che ci siano delle foche?
— Non è il ruggito d’un leone marino, e poi delle foche qui, fra i monti, a cinquecento miglia dalla costa?
— Gli esploratori che visitarono le sponde di questo continente, hanno mai fatto menzione di animali feroci?
— Mai, ma si sono limitati a visitare solamente le coste. Chi può dire che non ne esistano nell’interno?
Il rauco urlo si fece udire più vicino. Pareva che uscisse da un profondo crepaccio che formava una specie di caverna, addentrantesi nel fianco della vicina montagna.
— Andiamo a vedere, disse Wilkye, armandosi di fucile. Sono curioso di sapere quali animali popolano questo continente.
S’appressarono tutti al crepaccio ma con precauzione, non sapendo ancora con quale avversario avevano da fare; ma percorsi soli pochi passi, videro comparire sette od otto animali che avevano l’aspetto di lupi, senza però aver l’aria feroce di quei carnivori delle regioni boreali. Avevano il pelame eccessivamente folto e lungo, le orecchie corte, le gambe magre ed emettevano dei rauchi urli.
Vedendo i tre esploratori s’arrestarono sorpresi, non avendo forse mai, prima di allora, veduti degli uomini, poi fecero un brusco voltafaccia e s’allontanarono con grande rapidità, salutati da una triplice scarica che gettò a terra i due più grossi.
— Sono lupi, disse Peruschi, che si era affrettato a raccogliere le prede.
— A me sembrano invece _warrak_, disse Wilkye, che li osservava con curiosità.
— Cosa sono questi _warrak?_ chiese Blunt.
— Sono specie di lupi, ma non feroci, che si trovano nelle isole Falkland, rispose Wilkye.
— Li mangiano gl’isolani?
— Sì, e noi faremo altrettanto. Questa carne giunge a proposito per ingrossare le nostre provviste, le quali scemano rapidamente.
— Se ne troveremo degli altri, non li lascieremo fuggire, disse Blunt.
Si ritirarono sotto la tenda, contando di mettersi in marcia per tempo. Infatti alle cinque del mattino cominciarono la discesa, lasciandosi scivolare lungo le valli dell’opposto versante. Quantunque quella discesa fosse facile, impiegarono nondimeno quattro giorni prima di giungere in quella pianura che pareva si prolungasse, senz’altre interruzioni, fino al polo.
Il 25 dicembre, riaccesa la macchina, si rimettevano in viaggio verso il sud, con una velocità di trenta miglia all’ora. Bisognava affrettarsi, poichè il sole, dopo d’aver toccata la massima altezza, cominciava a scendere e verso la mezzanotte radeva l’orizzonte settentrionale. Era bensì vero che prima del 21 marzo non doveva tramontare per sei mesi interi, piombando quelle regioni in un’oscurità perfetta, in una notte cupa e paurosa, ma i primi freddi potevano sopraggiungere ben presto.
Ormai lo sgelamento si era arrestato, non essendovi sul continente australe che uno sgelo parziale e mai totale, e quando il sole s’abbassava il freddo aumentava rapidamente, rinsaldando gli immensi campi di ghiaccio. Già il termometro due volte aveva segnato 8° sotto lo zero e quello era un brutto indizio.
Guai se l’inverno polare avesse sorpreso gli audaci esploratori nella loro ritirata!... Forse nessuno avrebbe potuto raggiungere la costa ed i compagni che li attendevano nella capanna.
Il 27, cioè dopo due giorni di corsa rapidissima, gli esploratori passavano il 78° 9′ 30″ di latitudine, il punto più inoltrato verso il sud, toccato dai navigatori antartici che li avevano preceduti in quelle regioni. Lo stesso giorno, scorsero, con loro grande sorpresa, una grossa banda di _Chloephaga antartiche_, che filava rapidamente verso il sud.
Quei volatili che sono grossi come oche, di forme eleganti, colle penne candidissime nei maschi e nere ma listate di bianco nelle femmine, vivono in prossimità delle coste o presso i laghi. Come mai si dirigevano verso il sud, invece di fuggire verso il nord?
— Che al polo australe esista realmente il mare libero come si suppone che vi sia al polo artico? si chiese Wilkye. Ma allora questo continente dovrebbe avere dei canali interni.
— L’hanno mai veduto questo mare libero, gli esploratori antartici? chiese Peruschi.
— Come vi dissi, il baleniere Morrell asserì di aver scoperto un mare libero nel 1820, a 70° 14′ di latitudine, ma nessuno ha prestato fede a ciò che lasciò scritto.
— Credete che esista voi?
— No, disse Wilkye, con profonda convinzione.
— Se esistesse, potremmo incontrare la spedizione inglese.
— Non speratelo, Peruschi. Lo sgelamento è mancato quest’anno e la _Stella Polare_ deve trovarsi imprigionata fra i ghiacci.
— Ma quegli uccelli? Perchè si dirigono al sud?
— Lo sapremo se giungeremo al polo. Affrettiamoci amici: la provvista di petrolio sta per terminare ed in questa regione, fra un mese, può ricominciare l’inverno.
Risalirono sulla macchina e ripresero la corsa verso il sud, salendo e discendendo le ondulazioni di quella gran pianura.
Il 28, dopo una marcia rapidissima e quasi mai interrotta, giungevano all’84° di latitudine, senza aver incontrata alcuna catena di monti, nè alcun essere vivente. Quella sera il freddo quasi all’improvviso scese a -22°. Durante le due ore che il sole stette nascosto sotto l’orizzonte scese di altri 5°, e sotto la tenda, non più riscaldata dalla macchina per economizzare il petrolio, regnò una temperatura tale che i due velocipedisti, non abituati a quei rigori invernali, penarono assai a dormire e batterono i denti lunghe ore, quantunque Wilkye avesse accesa la piccola lampada ad alcool.
L’indomani il freddo non cessò. I tre esploratori si videro costretti a coprirsi le mani con grossi guanti foderati internamente di pelo ed il viso col cappuccio di pelle d’orso per evitare la congelazione.
— Siamo in estate e comincia già l’inverno, disse Blunt. Brutto segno, signor Wilkye.
— Lo so, amico mio, e da oggi vi raccomando di non levarvi più i guanti, se non volete perdere le mani.
— Nemmeno di notte?
— Mai, Blunt.
— Sono le mani le prime a soffrire, mentre sono così necessarie?
— La temperatura della pelle non è eguale in tutto il nostro corpo. Le parti più esposte all’influenza dell’aria, come l’estremità del naso, gli orecchi e le dita hanno una temperatura molto più bassa, cioè di soli 24° ed anche 22°.
— E la temperatura normale sarebbe invece?
— Per gli uomini dai venti ai trent’anni la temperatura della pelle varia fra i 29°,5 a 32° di Celsio.
— C’è una bella differenza quindi fra quella delle mani e del naso e quella del corpo, disse Peruschi. La parte più calda, quale sarebbe invece?
— La pelle di quelle parti del corpo sotto la quale si trovano i muscoli, mentre la più fredda è sempre quella che copre le ossa ed i nervi.
— Aumentando l’età dell’uomo, scema la temperatura della pelle?
— Sì, ed è perciò che i vecchi amano più la stufa che i giovani. Basta, amici: una tazza di thè bollente e poi ripartiamo colla massima velocità, poichè il petrolio sta per finire.
La macchina era sotto pressione e pareva impaziente di ripartire. Sorseggiarono il thè per riscaldarsi, si calarono i cappucci sul viso per difendersi dall’aria freddissima che soffiava dal sud e si slanciarono attraverso alla interminabile pianura con una velocità di ventotto miglia all’ora.
Se nessun ostacolo veniva ad interrompere quella corsa, e se il petrolio non veniva a mancare, alla sera potevano rizzare le tende a breve distanza dal polo.
Disgraziatamente la provvista di petrolio spariva rapidamente. A mezzogiorno non ne rimanevano che pochi litri e la macchina diminuiva di pressione.
Furono gettati tutti nel fornello. La macchina, che aveva cominciato a rallentare, riprese la corsa sbuffando e fischiando, salendo e discendendo a precipizio gli avvallamenti del suolo e scuotendo fortemente gli esploratori, che faticavano non poco a mantenersi sui loro sedili.
Ben presto la velocità divenne vertiginosa: filavano come veri uccelli, come un treno accelerato. Tutte le parti del velocipede fremevano con un lungo tintinnio metallico e pareva che da un istante all’altro dovessero spezzarsi.
Ahimè! erano gli ultimi sforzi! Alle tre pomeridiane la celerità cominciò a rallentare; alle tre e mezza la macchina non sbuffava che stentatamente e alle quattro meno dieci minuti le ruote s’immobilizzavano in un crepaccio del campo di ghiaccio.
Per quella splendida macchina, costruita con tante cure, per quel capolavoro della meccanica, era suonata l’ultima ora. Il polo australe l’aveva vinta!.....
CAPITOLO XX.
I biciclettisti.
La situazione degli arditi esploratori stava per diventare molto critica e le rosee speranze stavano per svanire. Arrestati a più di trecentocinquanta miglia dal polo, a corto di viveri, lontani mille e cento miglia dalla capanna, d’ora innanzi non dovevano contare che sulle loro forze e sulle loro gambe.
Il polo era vicino e colle biciclette potevano raggiungerlo; ma avrebbero potuto effettuare il ritorno alla costa, prima che il tremendo inverno piombasse loro addosso e tramutasse quelle pianure in un immenso deserto di neve, impossibile ad attraversare? E poi avrebbero potuto resistere a quei freddi senza una stufa od una macchina che li riscaldasse, non possedendo che una lampada e dodici litri di alcool? Ed i viveri, avrebbero potuto durare tanto, mentre ormai cominciavano a scarseggiare? Quale suprema lotta stavano per intraprendere e quali crudeli sofferenze stavano per affrontare?
Wilkye, disceso dalla macchina, si era seduto su di un hummock come fosse sfinito ed affranto da una tetra disperazione, e di là, colle braccia incrociate, le labbra strette, il viso pallido ed alterato, gettava cupi sguardi sull’immensa e silenziosa pianura che smarrivasi verso le lontane regioni del sud. Pareva immerso in profondi pensieri o in lotta contro una disperata risoluzione.
I suoi due compagni si erano intanto messi a scaricare i viveri, la tenda e tutto il corredo, accumulandoli sul ghiaccio. Sembravano però tranquilli e fidenti nel loro capo.
— Signor Wilkye, disse Peruschi, quand’ebbero terminato. Dobbiamo rizzare la tenda o ripartiamo? Possiamo provare le biciclette e guadagnare un altro grado, prima dell’ora della cena.
Wilkye si alzò e porgendo a loro le mani, disse con voce commossa:
— Siete due valorosi, due uomini degni di comparire a fianco dei più audaci esploratori. Dunque non vi spaventa ancora, questa corsa verso il polo?
— No, signore, e siamo pronti a seguirvi.
— È mio dovere di avvertirvi che stiamo per giuocare le nostre esistenze. I viveri ci possono mancare nel ritorno.
— Ci metteremo a razione, signore, disse Peruschi. Ve lo abbiamo già detto, noi non siamo venuti qui per fare una gita, ma per lottare contro gli ostacoli più tremendi, pur di spiegare la bandiera dell’Unione Americana ai confini del mondo.
— È vero, signore, confermò Blunt.
— Allora noi andremo al polo, amici, disse Wilkye. Ormai più nessun ostacolo, nè la fame, nè il freddo, nè i ghiacci ci arresteranno. Sciogliete la macchina.
— Ma potremo noi trasportare tutti i viveri, le tende, le armi, le munizioni, le vesti, ecc.? chiese Peruschi.
— Non ci caricheremo che del puro necessario, rispose Wilkye. Dei viveri per nutrirci dieci giorni, la tenda che ci è indispensabile per ripararci alla notte dal freddo, le coperte di lana, le armi con cinquanta cariche e la lampada ad alcool.
— Lascieremo qui il resto?
— Sì, Peruschi, e riprenderemo tutto nel nostro ritorno.
— Ma gli animali possono divorarci i viveri.
— Rizzerò un _cairn_ come usano le popolazioni del polo artico. Al lavoro amici!......
Come si disse, la macchina era costruita in modo che si poteva smontare ottenendo tre biciclette. Wilkye, che aveva assistito alla costruzione, in pochi minuti sciolse i diversi pezzi, unì le ruote, vi adattò le sterze ed i manubrii che aveva recati con sè, mise a posto i sellini e consegnò ai suoi amici le tre biciclette, che in fatto di solidità nulla avevano da invidiare alle altre.
— È fatto, disse. Ora aiutatemi a rizzare il _cairn_.
Radunò tutti gli oggetti che non potevano trasportare ed intorno ad essi si mise ad ammucchiare dei massi di ghiaccio, che i suoi compagni tagliavano nel campo, formando una specie di piramide alta parecchi metri.
— Ecco ciò che si chiama un _cairn_, disse, quand’ebbe terminato. Ci sarà facile a ritrovarlo in questa pianura e nessuno toccherà la nostra riserva. In sella, amici e avanti sempre: la fortuna è con noi!.....
Salirono sulle biciclette dopo di essersi caricati delle provviste, delle tende, delle coperte e delle armi le quali potevano diventare preziose, e riforniti di viveri e della lampada ad alcool per la cucina, ripartirono verso il sud, con una velocità media di quindici miglia all’ora.
Quantunque fossero tutti e tre valenti velocipedisti, pure impacciati come erano da quelle vesti pesanti dapprima si trovarono a disagio, ma ben presto, specialmente dopo essersi riscaldate le membra, si abituarono. La pianura del resto si prestava molto a quella corsa, essendo perfettamente liscia e le ruote non scivolavano, essendo leggermente dentellate.
Dovevano però evitare con estrema prudenza le sporgenze ed i margini delle spaccature, per non correre il gravissimo pericolo di guastare le gomme, quantunque fossero vulcanizzate per poter meglio resistere ai freddi eccessivi di quella regione.
Peruschi, ch’era il più valente, apriva il passo, tenendo sulla cima della sterza la bussola per mantenere l’esatta direzione, quantunque già quell’istrumento avesse subìto una notevole variazione e non indicasse più il sud del globo, essendo situato il polo magnetico, a quanto sembra, a 70° di latitudine e 190° di longitudine, secondo Hanster, e secondo Duperrey a 70° 90″ di latitudine e 195° di longitudine.
L’intrepido velocipedista, che affrettava sempre più la marcia, additava ai compagni i crepacci e le striature del ghiaccio a margini rialzati, evitando a loro delle brusche evoluzioni, che potevano produrre dei gravi capitomboli.
Alle sette di sera avevano già guadagnato quaranta miglia verso il sud, toccando l’84° 40″ di latitudine. Wilkye, volendo risparmiare le forze dei compagni, stava per gridare a Peruschi di arrestarsi, quando vide piombare addosso al velocipedista una massa bruna, che era improvvisamente sorta dietro ad una piramide di ghiaccio L’assalto fu così repentino, che il disgraziato Peruschi stramazzò pesantemente sul campo di ghiaccio, emettendo un grido di terrore.
Quella massa oscura gli si era gettata addosso e pareva che stesse per stritolarlo.
— Peruschi!... gridò Wilkye, facendo uno sforzo disperato per accelerare la corsa.
— Aiuto, signor Wilkye!... rispose il velocipedista.
— Gran Dio! esclamò Blunt. Un animale lo divora!.......
[Illustrazione: Afferrò il fucile per la canna... (pag. 190)]
Wilkye con una rapida corsa giunse a pochi passi dal velocipedista, il quale si dibatteva disperatamente contro un animale enorme che tentava di schiacciarlo col proprio peso e di stritolargli il capo fra le mascelle. Armò rapidamente il fucile e fece fuoco a sei passi di distanza.
L’animale, udendo la detonazione, fece un balzo indietro, poi stramazzò a terra come fosse stato colpito a morte, ma facendo uno sforzo supremo si rizzò sulle zampe posteriori e si precipitò addosso a Wilkye emettendo delle rauche urla.
Quella fiera del continente antartico, faceva davvero paura. Rassomigliava ad un orso, ma il suo corpo aveva dimensioni maggiori di quelli della regione artica, il suo muso era un po’ più allungato, i suoi occhi più grandi e feroci ed il suo pelo era lunghissimo e di colore bruno-rossiccio.
Ritto sulle zampe posteriori misurava almeno sette piedi d’altezza e poteva gareggiare col gigantesco orso grigio delle grandi Montagne Rocciose dell’America settentrionale.
Quantunque fosse stato ferito, poichè il sangue gli sgorgava dal petto arrossando il ghiaccio, in un lampo fu addosso a Wilkye, il quale si trovava inerme, mancandogli il tempo di aprire la cartucciera. L’intrepido americano però non si smarrì: afferrò il fucile per la canna e servendosene a guisa di mazza, percosse furiosamente il muso della fiera, fracassandole una mascella.
Quel momento bastò. Blunt era già giunto e Peruschi si era prontamente alzato da terra col fucile in mano.
— Fatevi da parte, signor Wilkye, gridarono.
Echeggiarono due detonazioni: l’animale colpito da due altre palle s’arrestò, gettando un rauco urlo, girò su sè stesso, poi piombò sul ghiaccio rimanendo perfettamente immobile.
— È morto! gridò Wilkye. Grazie amici.
— Grazie a voi, signore, disse Peruschi. Senza il vostro soccorso, a quest’ora non sarei più nel numero dei viventi.
— Siete ferito?
— Non m’ha stracciata che la casacca.
— Ma è un orso? disse Blunt.
— Credo che appartenga alla famiglia dei plantigradi, rispose Wilkye. Mi sorprende però di aver trovato qui un simile animale.
— E perchè, signore? Forse che al polo artico non vi sono gli orsi bianchi?
— È vero, Blunt, ma gli esploratori antartici non ne hanno mai veduti su questo continente.
— Mai?
— No, poichè nessuno ne ha fatto menzione.
— Forse questi orsi vivono solamente nell’interno del continente e fuggono le vicinanze del mare.
— Deve esser così, disse Wilkye. Gli esploratori antartici non si sono inoltrati nel continente e questi animali possono essere sfuggiti ai loro occhi. Comunque sia, io penso che noi abbiamo qui tanta carne da cibarci per parecchie settimane.
— Sarà mangiabile? chiese Peruschi.
— E perchè no? La carne dei plantigradi è eccellente, anzi rassomiglia a quella dei maiali, e conto di regalarvi un arrosto delizioso.
— Ci fermiamo qui?
— Sì, Peruschi. Sono già le sette e siamo stanchi: un riposo di dieci ore ci farà bene.
— Dovremo però vegliare per turno, disse Blunt. Ora che sappiamo che qui ci sono degli orsi, sarebbe un’imprudenza addormentarci senza un compagno che vegli.
— Ognuno farà il suo quarto di guardia. Ed il vostro velocipede, si è guastato, Peruschi?
— No, signore. Ho avuto la precauzione di allontanarlo subito, prima che le zampaccie dell’orso me lo rovinassero. Sarebbe stata una disgrazia irreparabile.
— È vero, Peruschi; sareste stato costretto a rimanere qui, ed a ritornare alla costa a piedi. Facciamo a pezzi l’orso. Abbiamo dell’alcool e la piccola lampada ci permetterà di arrostire alcune costolette.