Al polo australe in velocipede
Part 12
Mentre Blunt rizzava la tenda, Wilkye e Peruschi armatisi di scure e di coltello, si misero a sezionare l’orso, dopo d’averlo privato della folta pelliccia. Scelsero il pezzo migliore, ne misero da parte alcuni altri che dovevano servire nei giorni susseguenti e il rimanente chiusero in un _cairn_ per ritrovarlo al ritorno, non potendo, come è facile immaginare, caricarsi d’un peso così enorme.
Accesa la lampada, anche per rialzare un po’ la temperatura interna, facendo molto freddo anche sotto la tenda, misero ad arrostire un pezzo d’orso, il quale non tardò a spandere all’ingiro un odore appetitoso.
— Se ci fosse qui Bisby, quale scorpacciata farebbe, disse Peruschi.
— Ne farà forse una migliore nella capanna, in questo momento, disse Wilkye. È venuto al polo per ingrassare, immaginatevi voi come saccheggierà le nostre provviste. Ho fretta di ritornare per tema di non trovarne più.
— Quale disgrazia, se ci desse fondo prima del nostro ritorno. Fortunatamente vi è la _Stella Polare_.
— Voi contate sulla nave? Io temo di non rivederla più mai.
— Credete che si sia fracassata, signor Wilkye?
— Che sia stata imprigionata fra i campi di ghiaccio.
[Illustrazione: L’arrosto è pronto... Intanto si assisero sulle pelli... (pag. 196)]
— Non potrebbe liberarsi?
— Forse, ma l’anno venturo. Moltissime sono state le navi che dovettero svernare fra i ghiacci un intero anno ed anche due.
— Un simile ritardo sarebbe disastroso per noi, signor Wilkye, disse Blunt.
— Lo so, amici, ma se torniamo prima che piombi su di noi l’inverno, ci affretteremo a lasciare il continente, imbarcandoci sulla scialuppa.
— In queste regioni è sempre eguale l’inverno?
— No, Blunt. Talvolta è così freddo e così precoce, che sul finire dell’estate tutte le coste sono bloccate dai ghiacci e gela un vasto tratto di mare. Anche nelle nostre regioni gli inverni non sono mai eguali e ne abbiamo avuti di quelli veramente rigidissimi.
Nel 1400, per esempio, tutti i mari al nord dell’Europa gelarono, impedendo la navigazione. Nel 1410, il freddo divenne così intenso in Europa ed in Asia, che l’inchiostro gelava all’estremità delle penne, costringendo gli scrittori ad adoperare le matite, e la mortalità fu così grande, che in Russia i lupi entravano a branchi nelle città per divorare i cadaveri abbandonati nelle vie.
— Era una temperatura polare, disse Peruschi.
— Anche nel 1558, il freddo fu tremendo in Europa, continuò Wilkye. In parecchi Stati si vendeva il vino a peso, dovendolo spaccare a colpi di scure, perchè erasi gelato. Nel 1709, altro inverno crudissimo, fece morire gran numero di persone in Europa ed in America: le campane, suonandole, si spezzavano, e moltissime piante dei giardini soccombettero.
Nel 1795 il gelo fu così intenso, che non fu possibile un fatto d’armi in tutta l’Europa, e permise, a pochi squadroni di cavalleria francese, di fare prigioniera la flotta olandese che era stata chiusa fra i ghiacci del Texel.
— Un bel caso! esclamò Blunt. La cavalleria che prende una flotta! Si è mai udita una cosa simile! Quale sorpresa per gli equipaggi olandesi!
— Basta, signori, disse Peruschi. L’arrosto è pronto e vi assicuro che è migliore di un pezzo di maiale.
Si assisero sulle pelli ed assalirono vigorosamente l’arrosto il quale fu, ad unanimità, dichiarato squisito.
Alle 9, Wilkye e Blunt si avvolgevano nelle loro coperte e si addormentarono sotto la guardia di Peruschi a cui spettava il primo quarto.
CAPITOLO XXI.
Le pressioni dei campi di ghiaccio.
Nessun pericolo era venuto a turbare quel primo quarto di guardia. Una calma assoluta ed un silenzio profondo regnavano sull’immensa pianura e nessun orso si era mostrato in alcuna direzione.
Il sole, dopo d’aver tinto di rosso il campo di ghiaccio, era tramontato, lasciando brillare le stelle, e quell’ammirabile croce del Sud, che in quelle regioni indica il polo australe.
Blunt, a cui toccava il secondo quarto, ben avviluppato nella sua coperta di lana, si era seduto fuori della tenda col fucile fra le ginocchia, per vegliare sui compagni che russavano tranquillamente, distesi sulle loro pelli d’orso.
Era già trascorsa un’ora, e verso il nord cominciava ad apparire una striscia di luce che annunciava l’imminente ritorno dell’astro diurno, il quale non rimaneva nascosto che due ore, quando tutto d’un tratto l’immenso campo di ghiaccio si mise a crepitare in modo strano. Pareva che una forza misteriosa, ma potente, tentasse di sollevarlo, o che lo comprimesse ai suoi confini. Qua e là si formavano delle fessure d’una grande lunghezza, che tosto si rinchiudevano e si alzavano, in cerchi concentrici, delle colonne che subito scomparivano e si sfasciavano.
Quel fenomeno nuovissimo ed assolutamente inesplicabile per Blunt, durò tre o quattro minuti, poi la calma ritornò, e quegli stridori improvvisamente cessarono.
— Che sia avvenuto qualche terremoto? si chiese il velocipedista, stupito. Fortunatamente qui non vi sono case che ci possano crollare addosso. Spero che il signor Wilkye mi spiegherà questo fenomeno e.....
Non finì. Una brusca scossa era avvenuta e l’immensa pianura aveva oscillato così violentemente da farlo cadere.
Quasi subito degli strani rumori si propagarono sotto la pianura. Erano fischi acuti, stridori prolungati, sorde detonazioni e muggiti che crescevano d’intensità.
Wilkye e Peruschi, svegliati bruscamente, si erano precipitati fuori. Quale spettacolo!
All’incerta luce dell’alba, si vedeva la pianura ondeggiare come se sotto di essa si dibattesse un mare in burrasca: si spaccava, si rinchiudeva con formidabili detonazioni, con ululati spaventosi, con ruggiti da far rabbrividire, si alzava e si abbassava violentemente, e per ogni dove s’innalzavano delle piramidi enormi, come se fossero spinte fuori da una potenza tremenda, che poi si sfasciavano con immenso fracasso, scagliando i loro frantumi a grande distanza.
— Gran Dio! esclamò Wilkye, impallidendo. Le pressioni!... Dove siamo adunque noi?
— Che si sfasci tutta la pianura? chiese Blunt, con accento di terrore. Non ho mai veduto una scena simile.
— Tenetevi pronti a fuggire, rispose Wilkye. Siamo nelle mani di Dio!...
— Ma dove volete fuggire, che tutta la pianura si solleva? chiese Peruschi. Siamo in mezzo ad una burrasca di ghiacci.
— Non lo so, ma se il banco si fende, bisogna fuggire o verremo inghiottiti!
Intanto la grande pianura continuava ad agitarsi convulsivamente, a fischiare, a stridere, a muggire ed a tuonare con fracasso assordante. Vi erano certi momenti che si incurvava in alto, da temere che scoppiasse e, cosa davvero strana, degli _ice-bergs_ sorti non si sapeva da dove, quasi fossero muniti di un motore, s’avanzavano attraverso ai ghiacci producendo delle spaccature tali, da inghiottire una nave se si fosse colà trovata.
Quella convulsione spaventevole durò solamente pochi minuti, forse un quarto d’ora, poi il grande campo si spianò, le spaccature si chiusero, i fischi ed i muggiti cessarono e non si intese altro che un leggiero fremito che agitava la crosta di ghiaccio su d’un vasto tratto.
— Sono cessate, disse Wilkye, respirando liberamente.
— Non si ripeterà questo fenomeno? chiese Blunt.
— Chi può dirlo? Le pressioni talvolta durano dei giorni interi.
— Ma da cosa derivano queste pressioni?
— Sono prodotte dai ghiacci: come voi sapete, l’acqua, gelando, occupa uno spazio più considerevole e la sua forza d’espansione è così potente, da rovesciare qualsiasi ostacolo.
Il freddo di questi giorni ha gelato l’acqua sottostante al grande banco che noi percorriamo, ed il nuovo ghiaccio, dilatandosi, ha prodotto questa tremenda convulsione.
— Ma adunque non ci troviamo più su di una pianura? chiese Peruschi.
— No, noi ci troviamo sopra un vasto banco di ghiaccio. La pianura non esiste più: queste pressioni ce’l dicono.
— Adunque il continente australe non si spinge fino al polo?
— Non mi sembra.
— Che nel suo interno contenga un mare od un lago?
— Chi può dirlo?
— Non potremo saperlo?
— Forse.
— Che Linderman abbia la possibilità di spingersi fin qui? chiese Blunt.
— Il ghiaccio non si è sciolto e la sua nave non ha i mezzi necessarii per passare sopra i grandi banchi.
— E queste pressioni permetteranno a noi di poter giungere al polo?
— Speriamolo, Peruschi.
— Sono spaventevoli, signore!
— Lo so, ma non si possono evitare e saremo costretti ad affrontarle coraggiosamente.
— Udite come questo grande banco freme?
— Sì, e forse continuerà parecchio tempo.
— Ripartiamo?
— Blunt non ha riposato che due sole ore.
— E non ho più voglia di dormire, signore, disse il velocipedista. Questi fremiti m’impedirebbero di chiudere gli occhi.
— Allora ripartiamo: forzando le marcie, posdomani possiamo giungere al polo.
— In sella, signore, dissero i due velocipedisti.
In pochi istanti piegarono la tenda, arrotolarono le coperte, raccolsero i viveri e ripartirono avventurandosi sul pericoloso banco che se era tornato liscio, pure subiva delle vibrazioni che nulla di buono pronosticavano.
Fortunatamente le pressioni non si ripeterono, e a mezzodì gli arditi esploratori, dopo una corsa rapidissima, giungevano a 87° 44′ di latitudine, ossia a sole centotrentasei miglia dal polo. Furono costretti a riposarsi parecchie ore, essendo affranti da quella lunga marcia. Quantunque la vicinanza del polo infondesse a loro una energia suprema, pure non si sentirono in caso di rimettersi in sella prima delle quattro pomeridiane.
Stavano per ripartire, quando scorsero parecchi stormi di volatili dirigersi verso il sud. Pareva che venissero tutti dal nord, ma erano così alti, da non poter distinguere a quale specie appartenessero.
— Laggiù vi deve essere un mare od un lago, disse Wilkye. Quale sorpresa sta per prepararci il polo australe? Che sia vero, che al di là delle barriere di ghiaccio, si estenda il mare libero? Domani, se Dio ci aiuta, spero di saperlo.
Ripartirono con una velocità di quindici miglia all’ora, volendo riposarsi al di là del 89° di latitudine, ma furono ben presto costretti a rallentarla. Il grande banco tendeva a cambiare: non era più liscio come prima, ma interrotto da solchi e da ondulazioni assai marcate, da crepacci profondi entro i quali si vedeva gorgogliare un’acqua verde-cupa od azzurro-cupa, somigliante a quella degli oceani, e qua e là si rizzavano degli ice-bergs, delle piramidi bizzarre, delle colonne, delle cupole strane che scintillavano sotto i raggi del sole.
Anche le vibrazioni del ghiaccio crescevano di momento in momento che la temperatura si abbassava, in causa del tramonto. Si udivano degli scricchiolii prolungati, dei fremiti sonori, delle lontane detonazioni e si producevano delle fessure che i velocipedisti evitavano con grande difficoltà, avvenendo improvvisamente.
— Coraggio, amici, diceva Wilkye. Stiamo per superare le ultime barriere del polo.
I due velocipedisti, quantunque fossero impressionati da quei continui rombi, lo seguivano sempre, evitando le spaccature e raddoppiando di lena, quando si presentava dinanzi a loro uno spazio piano e senza ostacoli.
D’improvviso il grande banco sussultò fino agli estremi limiti dell’orizzonte e così fortemente, che per poco i tre velocipedisti non caddero di sella. Dopo quella prima scossa che annunciava l’approssimarsi delle tremende pressioni, cominciarono i muggiti, gli scricchiolii, le detonazioni, poi i ghiacci ripresero a sollevarsi ed a spaccarsi, vomitando sul banco immensi getti d’acqua.
Gli _ice-bergs_, le piramidi, le colonne, le cupole oscillavano come se le loro basi fossero furiosamente scrollate da una banda di Titani; s’alzavano bruscamente, s’abbassavano, poi crollavano con sordo fragore, sfondando, col loro enorme peso, il banco, il quale s’apriva dovunque.
I tre esploratori, impotenti a proseguire la corsa su quella superficie in convulsione, si erano arrestati, e pallidi, malgrado il loro coraggio, gettavano sguardi atterriti su quei ghiacci che parevano pronti ad inghiottirli nei profondi baratri del mare australe.
La morte stava a loro dinanzi, di dietro, a destra ed a sinistra e nulla potevano fare, nulla tentare per sfuggirla. Essi si chiedevano angosciosamente se eran proprio destinati a perire nel momento che stavano per trionfare, nel momento in cui, dopo tante peripezie coraggiosamente affrontate, stavano per piantare il vessillo americano su quel punto situato ai confini del mondo australe che tanti audaci, ma meno fortunati esploratori, avevano tentato per quattro secoli, ma senza riuscirvi, di raggiungerlo.
La tremenda convulsione del campo di ghiaccio durò due ore, lunghe come due secoli per gli esploratori che avevano veduto spaccarsi il ghiaccio fin sotto ai loro piedi; poi le oscillazioni si calmarono, i muggiti e le detonazioni cessarono ed i crepacci si rinchiusero. Il nuovo ghiaccio si era fatto posto, ma quel campo non era più liscio come prima; era coperto di picchi aguzzi, di piramidi, di ondulazioni, di punte, di massi enormi.
— Mi sembra un sogno di essere ancora vivo, disse Blunt, che era ancora pallido. Mai ho veduto la morte così vicina, signor Wilkye.
— Affrettiamoci a raggiungere il polo, disse Peruschi. Io ne ho abbastanza di questi luoghi e sospiro il momento di ritornare al continente.
— Sì, signor Wilkye, disse Blunt. Approfittiamo di questa calma per raggiungere il polo; io non dormirò di certo su questo banco.
— Ma sono quindici ore che non riposate, Blunt, disse Wilkye.
— Mi sento forte, rispose il velocipedista. Preferisco correre tutta la notte piuttosto che riposarmi qui. Quanto distiamo dal polo?
— Forse centoventi miglia; resisterete tanto?
— Sì, risposero i due velocipedisti.
— Allora ripartiamo: domani mattina noi avremo scoperto il polo.
— Avanti, signore!
Risalirono sulle biciclette e ripresero la corsa attraverso al campo di ghiaccio che continuava a fremere ed a crepitare, ma ben presto furono costretti a rallentarla e ad avanzarsi con estrema prudenza. I crepacci si moltiplicavano dinanzi a loro, obbligandoli di frequente a fare dei giri lunghissimi; gli ice-bergs che si rizzavano in forma di grandi massi, sbarravano ad ogni istante la via, costringendoli a fermarsi per trovare dei passaggi; le sporgenze crescevano ad ogni istante minacciando di guastare le gomme delle biciclette, pure si sforzavano a tirare innanzi e nessuno parlava di fermarsi. La speranza di giungere ben presto al polo, infondeva in tutti una energia straordinaria e faceva dimenticare ogni fatica.
A mezzanotte un altro grado era stato superato: sole sessanta miglia li dividevano dal polo. La croce del Sud ormai brillava quasi sopra le loro teste.
S’arrestarono qualche ora per sorseggiare una tazza di thè bollente, essendo il freddo aumentato, poi ripresero la corsa in mezzo ad una moltitudine di blocchi di ghiaccio, che si addossavano gli uni agli altri.
Alle tre del mattino, nel mentre che il sole appariva all’orizzonte, Peruschi, che precedeva i compagni di due o trecento passi, segnalò un’alta montagna che si ergeva verso il sud e poco dopo una superficie azzurro-cupa, che pareva acqua.
— Che il mare libero si estenda veramente attorno ai poli? si chiese Wilkye. Che la supposizione degli scienziati e dei naviganti artici ed antartici sia una realtà? Ah! ora comprendo perchè gli stormi d’uccelli filavano verso il sud!... Animo, amici, il polo è a poche miglia da noi!...
Non era necessario incoraggiare i due velocipedisti, i quali in preda ad un entusiasmo che di minuto in minuto diventava più vivo, precipitavano la corsa, girando attorno alle montagne di ghiaccio, ai crepacci, agli ostacoli d’ogni specie, senza rallentare.
— Animo, animo, che il polo ci è vicino! ripetevano.
Gli ostacoli però si moltiplicavano dinanzi a quel libero mare che scintillava verso il sud e dinanzi a quella montagna che prendeva proporzioni gigantesche. I passaggi diventavano sempre più radi fra gli ice-bergs i quali oramai pareva che chiudessero l’orizzonte meridionale e gli esploratori perdevano un tempo prezioso.
Alle otto antimeridiane, affranti dalla fatica e dall’insonnia, furono costretti a fermarsi nuovamente per riprendere lena. Ma ormai il mare libero era vicino e la grande montagna che si rizzava nel mezzo, era interamente visibile.
Alle 10, facendo un ultimo sforzo, intrapresero la scalata degli _ice-bergs_ spingendo innanzi a loro le biciclette, e alle 11,50 giungevano, quasi improvvisamente, sull’orlo dell’immenso campo di ghiaccio, a pochi passi dal mare.
Un _urrah_ fragoroso echeggiò sulle sponde di quel bacino, che mai, prima di allora, erano state calpestate da piede umano.
Wilkye estrasse il sestante, aspettò il mezzodì e fece rapidamente il calcolo.
— Amici miei, diss’egli con voce estremamente commossa e levandosi il berretto, noi siamo al polo australe!... Spiegate la bandiera dell’Unione Americana!...
Poi inoltrandosi verso quel mare, con voce solenne disse:
— Prendo possesso, in nome della mia patria, di questa regione. Forse nessun essere umano mai verrà a premere il suo piede su queste terre od alcuna nave a solcare le onde di questo mare, ma comunque sia, il polo australe ci appartiene.
[Illustrazione: Prendo possesso, in nome della mia patria, di questa regione (pag. 204).]
Blunt aveva estratta una piccola bandiera e Peruschi aveva rapidamente unita un’asta avvitando dei cannelli di alluminio, che portava nel suo sacco da viaggio.
Wilkye spiegò il vessillo e lo piantò sulla sponda salutandolo con un triplice e fragoroso _urrah_!
Il polo australe era stato finalmente vinto!...
CAPITOLO XXII.
Il polo Antartico.
L’audacia, la perseveranza, l’intelligenza del capo della spedizione, avevano adunque trionfato! L’ardito tentativo di raggiungere l’estremo limite del mondo australe, passando coi velocipedi attraverso a quel continente, era pienamente riuscito, mentre erano fallite le spedizioni precedenti dei Weddell, dei Foster, dei Biscoë, dei Dumont d’Urville, dei Wilkes, dei Balleny e dei Ross, che avevano cercato di superarlo colle loro navi.
Ormai il polo sud non era più un punto misterioso, impenetrabile, per la spedizione americana. Quella regione, tanto avidamente cercata e discussa dai navigatori e dagli scienziati, si estendeva dinanzi agli occhi dei tre arditi velocipedisti.
Passato il primo slancio d’entusiasmo, si erano spinti fino al margine del grande campo di ghiaccio e guardavano avidamente quella regione sconosciuta, che forse non dovevano più mai rivedere, quasi volessero imprimersela in mente in modo che non potesse più a loro sfuggire.
Quel mare, che era perfettamente libero, pareva che dovesse avere una grande estensione, poichè le sue sponde, formate da grandi banchi di ghiaccio, si perdevano verso l’est e l’ovest e non potevansi scorgere quelle opposte. In mezzo, un’alta montagna, che sembrava inaccessibile, essendo tagliata quasi a picco, lanciava la sua vetta a oltre quattromila piedi. I ghiacci e le nevi la rivestivano, ma qua e là mostrava degli spazii aperti, delle rocce rossastre che sembravano di natura vulcanica.
Su quel mare, un numero infinito di pinguini, di diomedee fuliginose, di _Micropterus cinereus_, di _Megalestris anctartici_ nuotavano o svolazzavano, mentre sulle sponde dei banchi si vedevano centinaia di foche che si scaldavano ai tiepidi raggi del sole, ed in lontananza alcuni orsi simili a quello che aveva assalito Peruschi. Tutti quegli uccelli non parevano affatto spaventati dalla comparsa degli esploratori. I pinguini venivano a giuocherellare vicino ad essi, guardandoli con curiosità ed i volatili volteggiavano in grandi stormi sopra di loro salutandoli con gioconde grida e si posavano a pochi passi senza manifestare il menomo timore. Anche le foche li guardavano placidamente e rimanevano sdraiate ai loro posti.
— Quanta famigliarità in questi animali! esclamò Blunt. Senza dubbio non hanno mai veduto uomini, ed ignorano le armi da fuoco.
— Siamo i primi a giunger qui, disse Wilkye. Ah! amici miei, quanto sono contento di questa scoperta, che gli storici ed i geografi tramanderanno ai posteri. Ormai il polo australe non è più una incognita!
— Ma questo mare, non permetterà a Linderman di giungervi?
— No, disse Wilkye. Questo è un mare interno racchiuso nel cuore del continente, io ne sono certo. Nessuna nave, a meno che non sia fornita di ali o di ruote, mai vi giungerà.
— Quale colpo per l’inglese, quando apprenderà che noi siamo giunti!...
— Se lo ritroveremo! Io temo assai per lui.
— E cosa, signor Wilkye?
— Io non lo so, ma ho dei sinistri presentimenti e sarà prudenza affrettare il nostro ritorno, amici miei.
— Non ci arresteremo qui, fra tanta abbondanza?
— Un ritardo di pochi giorni può esserci fatale, Peruschi. L’estate è assai avanzata, l’inverno non è lontano e la via è lunga per ritornare alla costa. È necessario affrettare la nostra partenza, poichè sono impaziente di rivedere Bisby ed i marinai. Per giungere qui abbiamo impiegato un tempo molto superiore alle nostre previsioni e più ne impiegheremo nel ritorno, ora che la macchina è inservibile..... Anch’io, amici, desidererei arrestarmi qui parecchie settimane per fare numerose osservazioni e sciogliere tanti quesiti polari che la scienza attende dagli esploratori, ma un lungo soggiorno sarebbe forse la nostra perdita.
— Ci permetterete prima di fare un banchetto al polo australe, disse Peruschi. Vi è tanta selvaggina qui, che mi spiacerebbe di non approfittarne.
— Vi accordo ventiquattro ore di riposo. Intanto ch’io faccio uno schizzo di questa regione che noi mai più rivedremo, voi andate a cacciare.
— Non impiegheremo troppo tempo; qui basta aprire le mani per torcere il collo ai volatili. Andiamo, Blunt.
Mentre Wilkye faceva un disegno di quelle coste, di quel mare e di quell’alta montagna, i due velocipedisti si slanciavano attraverso al banco prendendo a schioppettate le pacifiche foche ed i volatili.
Mezz’ora dopo ritornavano portando con loro i fegati di tre foche e una mezza dozzina di oche la cui carne, quantunque nera, è stimata. La piccola lampada fu accesa e misero ad arrostire i fegati. Vi aggiunsero una zuppa d’oca, sacrificando gli ultimi biscotti che ancora possedevano e sturarono l’ultima bottiglia di wisky che avevano religiosamente conservata per vuotarla al polo.
Quel pasto, improvvisato all’estremo limite dell’emisfero australe, sulla sponda di quel mare perduto fra quelle deserte regioni, fu quanto mai allegro. I tre esploratori brindarono parecchie volte alla patria lontana, agli amici che forse li ritenevano seppelliti sotto i banchi di ghiaccio, ed al polo.
— Quanti scienziati e quanti arditi esploratori, ci invidierebbero questo pranzo fatto qui, disse Peruschi.
— Ed anche quanti touristes, disse Wilkye. Noi, amici miei, ci troviamo in una posizione così bizzarra, che soddisferebbe qualunque persona. Non vi sembra infatti strano di aver pranzato in compagnia, mentre dovremmo essere separati da una grande distanza, da parecchie ore di rapidissima marcia?
— E perchè, signore? chiese Peruschi.
— Perchè noi ci troviamo seduti sopra un differente meridiano. Qui i migliori orologi sarebbero inutili, poichè indicherebbero tutti un’ora diversa, facendo tutti i meridiani capo ai poli. Mentre il mio cronometro segna le 2 pomeridiane, per voi, Blunt, sono le 3, per Peruschi le 4 ecc.
— Infatti avete ragione, signore, disse Blunt.
— Un’altra bizzarrìa: noi abbiamo pranzato in un punto del mondo che non ha nè il nord, nè l’est, nè l’ovest ma solamente il sud. Sapreste voi indicarmi i punti cardinali da qui?
— No, signore, disse Peruschi. Qui non vi è che il sud. La cosa è assai curiosa, ma vera.
— Ditemi, sono stati molti gli esploratori che hanno tentato di scoprire questo polo Australe? chiese Blunt.
— Parecchi, ma nessuno ha sorpassato il 78° 9′ 90″ di latitudine. L’olandese Gheritk, nel 1600 viene spinto verso il sud dalle tempeste e dalle correnti, e pel primo scopre le New-Shetland, annunciando al mondo l’esistenza di terre al di là del 64° di latitudine.