Al polo australe in velocipede

Part 13

Chapter 133,728 wordsPublic domain

Nel 1772 il luogotenente Kerguelen, della marina francese, parte per le regioni australi e scopre l’isola che porta il suo nome. Credendo di aver approdato sul continente polare, rinnova il tentativo nel 1773, ma i ghiacci lo obbligarono a ritornare.

Il 7 gennaio 1773, il famoso navigatore Cook, seguendo il 38° meridiano, giunge a 67° 30′ di latitudine e l’anno seguente a 71° 15′, ma lo scorbuto scoppiato fra i suoi equipaggi e le montagne di ghiaccio, lo costringono ad interrompere il tentativo. In quell’istesso anno Resneret sbarcava a Kerguelen e ne prendeva possesso in nome del re di Francia.

L’affermazione di Cook, che in quelle regioni si estendeva un grande continente, diede un novello impulso alle esplorazioni antartiche.

Abramo Bristol, nel 1806 si mette in mare, scopre le isole Aukland, vasto arcipelago che ha buoni porti, ma freddissimo e arido. Nel 1810 Federico Hazlebourg si slancia sulle tracce di Bristol e scopre l’isola Campbell, situata al sud delle Aukland.

Nel 1819 il russo Billinghausen si spinge fino al 70° di latitudine e scopre due isole che chiamò Alessandro I e Pietro I. Nel 1820 l’inglese Bransfield è arrestato dai ghiacci al 65° di latitudine.

Nel 1820 il nostro compatriota Morrell giunge a 70° 14′ di latitudine asserendo di aver scoperto il mare libero, ma pochi vi prestarono fede e con ragione, esistendo qui un continente impenetrabile alle navi.

Nel 1822 Palmer, cacciatore di foche, scopre la costa che porta il suo nome, e nel 1825 Powell, scopre le Orcadi Australi, ma i ghiacci lo arrestano al 62° di latitudine. Nello stesso anno un altro pescatore di foche, l’inglese Wedell visita le Orcadi, le Nuove Shetland, la Terra di Sandwik già conosciuta da Cook, si avanza fra i ghiacci fino al 74° 15′ di latitudine e il 34° 71′ di longitudine. L’inverno lo costringe al ritorno, dopo d’aver scoperto due altre isole, quelle di Denin e di Marsereen, ma queste non vennero più ritrovate e si crede che abbia scambiato delle enormi montagne di ghiaccio per delle isole.

L’inglese Foster nel 1829, dopo aver scoperto l’isola Decéption, prende possesso delle terre australi a 63° 21′ di latitudine e 66° 27′ di longitudine.

Biscoë, col brik Tuba, nel gennaio 1831 scopre le terre d’Enderby fra il 60° e 70° di latitudine, vede l’isola Adelaide, e nel 1833 giunge su di una costa che chiama Terra di Graham.

L’inglese Balleny salpa per le regioni australi nel 1839, scopre le cinque isole che portano il suo nome, segue i ghiacci galleggianti, scopre la Terra Sabrina e avanzandosi più oltre si trova chiusa la via da monti che egli credeva di ghiaccio e che invece più tardi, Dumont d’Urville, riconobbe per monti del continente polare situati sulla costa Clarie.

Contemporaneamente l’inglese Wilkes ed il francese Dumont d’Urville tentarono pure di giungere sul continente australe.

Quest’ultimo poi che era partito nel 1838 colle corvette _Zélée_ e l’_Astrolabe_, volendo cercare il mare libero scoperto da Wedell, si era trovato invece dinanzi ad un enorme bastione di ghiaccio. Costeggiandolo raggiunge le Orcadi che erano cinte da immense montagne di ghiaccio, poi piega al sud correndo il pericolo, per tre giorni interi, di far schiacciare le sue navi dagli _ice-bergs_, poi scopre una costa che chiamò Terra Luigi Filippo e Jonville e parecchie isole.

Essendosi ammalata la ciurma, ritorna verso il nord, ma l’anno seguente rinnova il tentativo in un punto diametralmente opposto, scopre una costa ed i suoi ufficiali, con una scialuppa sbarcano superando le barriere di ghiaccio e spiegano la bandiera. Quella terra era l’Adelia.

Costretto a navigare verso il nord, al 130° meridiano vede un’altra costa che chiamò Terra Clarie, ma non potè approdare, anzi i suoi ufficiali ritenevano che fosse invece un enorme campo di ghiaccio.

Intanto Wilkes che era partito dall’Australia con un rapidissimo viaggio, era giunto al 61° di latitudine, poi al 64°, e sbarcava sulla Terra Clarie, confermandone l’esistenza.

Essendosi guastata una delle sue navi, la rimandava in Australia e col _Porpoise_ ed il _Vincennes_ continuava l’esplorazione. Al 147° di longitudine trovava un mare sgombro dai ghiacci; si avanza fino al 67° fra due terre che parevano formassero un profondo golfo e giunge sulla Terra Adelia.

Assalito da tremende burrasche di neve, ripara in un canale, poi scopre il capo Caer della Terra Clarie, indi si mette in cerca della Terra d’Enderby, ma la stagione era ormai troppo avanzata e dovette ritornare.

Ed eccoci a Giacomo Clark Ross, che fu l’ultimo degli esploratori del polo australe, ma anche il più fortunato, poichè si avanzò verso il polo più di tutti.

— Senza scoprirlo però, disse Peruschi, che ascoltava attentamente.

— Senza scoprirlo, rispose Wilkye, tuttavia giunse a sole seicento miglia, a ben breve distanza, come vedete.

Questo valente navigatore, che più tardi doveva distinguersi anche al polo settentrionale, era partito dalla Terra di Van Diemen, colle navi _Erebus_ e _Terror_, dopo d’aver ottenuta una carta delle regioni australi da Wilkes. L’11 febbraio 1841 scopriva una costa montuosa che chiamò Terra Vittoria, sbarcando su di una isoletta che chiamò Possession.

Non trovando vestigia di vegetazione, scese al sud e a 78° 7′ di latitudine e 168° 12′ di longitudine scopriva l’isola Franklin, poi il vulcano Erebo, alto 4000 metri, ed in piena attività, il vulcano Terror che era spento, poi si vide arrestato da un’immensa barriera di ghiaccio, mentre sperava di poter giungere all’80° di latitudine.

Cercò un luogo da svernare a 78° 4′ di latitudine per visitare il polo magnetico da cui distava soli 90 chilometri, ma fu costretto a tornare al nord. Cercò allora una terra che Wilkes diceva aver veduta, ma non la trovò in alcun luogo, e dopo cinque mesi ritornava a Van Diemen.

Ripartito nel gennaio 1842, fu chiuso dai ghiacci galleggianti per quattro settimane, poi essendosi liberato durante una terribile tempesta, potè giungere a 78° 9′ 30″ di latitudine, che fu il punto più lontano toccato. Il 5 aprile ritornava al nord svernando alle Falkland, ma il terzo anno seguendo il 55° di longitudine scopriva la Terra di Jonville alla punta francese, poi una montagna che chiamò Etna rassomigliando al vulcano siciliano, e constatò che la pretesa Terra Jonville, altro non era che un’isola.

Più tardi scopriva l’isola del Pericolo, quella di Cookburn, poi una costa notevole spingendosi fino al 71° 30′ di latitudine, quindi assalito dai ghiacci fu costretto a fuggire e il 4 settembre gettava l’ancora nella baia di Folkestone. — Ora, amici miei, vuotate l’ultimo bicchiere e cercate di riposare, poichè domani partiremo per la costa.

CAPITOLO XXIII.

Il ritorno alla costa.

Un soggiorno prolungato in quella regione, così lontana dal mondo abitato, poteva diventare fatale agli arditi esploratori che dovevano percorrere millecinquecento miglia attraverso ai campi di ghiaccio, prima di poter trovare un soccorso.

Avevano impiegato già troppo tempo per giungere fin là, e quantunque si trovassero in piena estate, la più elementare prudenza consigliava di affrettare il ritorno alla costa.

In quelle regioni, al 21 marzo il sole tramonta e una orribile notte di sei mesi piomba sul continente australe, e molto prima di quell’epoca cominciano le furiose nevicate ed i grandi freddi. Cosa sarebbe accaduto di loro, se quei ghiacci si coprivano di nevi, rendendo a loro impossibile l’uso dei bicicletti? Avrebbero potuto percorrere l’enorme distanza a piedi, e sfidare quelle terribili congelazioni che incancreniscono il naso o l’estremità delle gambe?

Un altro motivo più imperioso li consigliava anche di fuggire verso il nord. La tema di giungere alla costa troppo tardi e di correre il pericolo di trovarsi abbandonati, in pieno inverno, su quel continente. I loro compagni, non vedendoli ritornare nel tempo stabilito, potevano crederli morti, ed imbarcarsi nella scialuppa o sulla _Stella Polare_, nel caso che questa fosse stata costretta a retrocedere.

Per queste ragioni, l’indomani i tre esploratori affrettavano i preparativi di partenza. Essendo quasi senza viveri, abbatterono parecchi volatili e due foche per ricavare l’olio necessario alla loro lampada, avendo ormai ultimata la loro riserva di _alcool_, poi visitarono le biciclette che trovarono in ottimo stato malgrado le pressioni dei ghiacci, e ripiegarono le coperte e la tenda.

— Affrettiamoci, amici, disse Wilkye. Date un ultimo sguardo a questa regione che forse nessun altro uomo mai rivedrà, e poi partiamo.

— E la bandiera? chiese Peruschi.

— Rimanga qui a sventolare ai soffi del vento polare a testimonianza della nostra venuta.

— Una parola, signore, disse Blunt. Propongo che quella montagna che erge la sua vetta verso la croce del sud, si chiami Wilkye.

— Grazie, amico, disse l’americano. Ed io propongo che questo mare si chiami Peruschi, avendolo pel primo scoperto, e questa distesa di ghiacci banco di Blunt.

— Grazie, signore, dissero i due velocipedisti, commossi. _Urràh_ pel monte Wilkye, _urràh_ pel mare Peruschi e _urràh_ pel banco Blunt!!!

— Addio, polo australe, disse Wilkye, lanciando un lungo sguardo su quelle regioni. Possano altri uomini del pari fortunati, posare i loro piedi sui tuoi ghiacci immacolati, e rapirti i segreti che la scienza attende e che io non posso svelare.

Balzarono sulle loro biciclette e s’allontanarono rapidamente attraverso il banco, seguendo il 68° meridiano che doveva condurli sulla terra di Graham, mentre la bandiera stellata dell’Unione ondeggiava ai venti del polo australe, sulle sponde del mar libero.

La giornata era splendida e la temperatura, caso davvero strano per quelle regioni dei geli e delle nevi eterne, rammentava quasi, per la sua mollezza, una delle giornate primaverili dei climi temperati.

Il sole, che era già alto sull’orizzonte, faceva perdere ai ghiacci il loro triste aspetto, e li faceva scintillare come enormi massi di cristallo, incrostati di opali e di smeraldi, e riflettere vagamente i colori dell’iride. Taluni colpiti di traverso dai raggi, pareva che fiammeggiassero, ed altri, perduti sui lontani margini del grande campo, pareva che nuotassero in mezzo ad un mare porporino.

Torrentelli e cascatelle d’acqua cadevano zampillando dagli _ice-bergs_ che forse avevano sfidato lo sgelo per più secoli, e per la pianura scorrevano, mormorando, dei rivoletti che poi sparivano entro i crepacci con allegro sussurrìo.

Anche gli uccelli pareva che festeggiassero quella dolce ed insolita temperatura. Grandi stormi volteggiavano sopra il campo, passavano rasente ai velocipedisti, salutandoli colle loro rauche grida, e gareggiavano con loro, quasi li invitassero a fuggire quelle inospitali regioni.

Perfino delle foche erano uscite dai crepacci aperti nel ghiaccio ed erano venute a respirare quell’aria tiepida ed a scaldarsi ai raggi del sole. I tre velocipedisti non si arrestarono tuttavia a contemplare quella scena, che per loro era nuova. Curvi sui loro destrieri d’acciaio, fuggivano verso le lontane sponde della Terra di Graham, cercando di non rallentare. Una vaga inquietudine li tormentava, ed una voce interna sussurrava a loro di affrettare la ritirata, per non farsi sorprendere dai tremendi geli dell’inverno polare.

[Illustrazione: Perfino delle foche eran sorte dai crepacci del ghiaccio... (pag 216)]

Quell’inquietudine non era causata da soverchia prudenza. Alla sera, tre ore prima che il sole tramontasse e quando già avevano percorso sole centoventi miglia, quella temperatura che poche ore innanzi era così mite, bruscamente si abbassò. Parve che l’inverno piombasse improvvisamente su quelle regioni: la calma scomparve, un vento rigido soffiava dal sud, ed il termometro da 5° sopra zero, in mezz’ora discese a -14°!

— E siamo solamente ai 15 di gennaio, disse Blunt, che aveva guardato il termometro appeso alla sella del suo bicicletto. In queste regioni, l’estate dura ben poco, signor Wilkye.

— Non si prolunga mai fino al 21 marzo, rispose il capo della spedizione. Forse fra tre settimane possono cadere le prime nevi e perciò dobbiamo affrettare la marcia più che possiamo, e tentare di guadagnare due gradi ogni giorno.

— Ce lo permetterà il ghiaccio? Mi sembra che cominci a diventare assai ineguale.

— Speriamo in Dio, caro Blunt.

S’accamparono accendendo la lampada per riscaldare un po’ l’interno della tenda, e dopo una magra cena cercarono d’addormentarsi, ma il loro sonno fu di breve durata. Quel freddo repentino aveva provocato le pressioni e durante la notte il banco muggì e crepitò in modo inquietante, costringendoli a vegliare parecchie ore.

All’indomani, alle sette, riprendevano la corsa, ma come aveva preveduto Blunt, il banco non offriva più una superficie liscia. Le pressioni e lo sgelo l’avevano tutto sconvolto, rendendolo quasi impraticabile alle biciclette.

Dovunque si rizzavano i soliti _ice-bergs_ di gran mole, piramidi, ammassi di ghiaccio, montagnole tagliate a picco, punte aguzze che minacciavano di guastare le gomme delle ruote e di tratto in tratto incontravano delle larghe spaccature che si prolungavano per molte miglia, costringendoli a triplicare la via.

Parecchie volte furono obbligati a scendere e ad avanzarsi faticosamente a piedi per superare tutti quegli ostacoli, perdendo un tempo ormai diventato troppo prezioso.

Ai 20 di gennaio, dopo una lunga serie di corse furiose attorno ai crepacci, giungevano al primo _cairn_, là dove l’orso li aveva assaliti. In cinque giorni non avevano guadagnati che tre gradi, mentre avevano percorso per lo meno quattrocento miglia.

Il _cairn_ non era stato toccato e poterono provvedersi di carne fresca, rimettendosi un po’ in forze, ma Wilkye si vide costretto a concedere ai compagni un riposo di ventiquattro ore.

Il 22 ripresero la lotta colle fenditure, cogli ice-bergs che si moltiplicavano in modo inquietante. Si accanivano per guadagnare rapidamente via, ma con poco successo e con grande consumo di forze e di energia.

Per maggior disgrazia, tutte le notti le pressioni li sorprendevano, impedendo loro di dormire e di riposarsi. Il 27, le pressioni divennero così intense, che credettero fosse suonata la loro ultima ora.

L’immenso campo fu in piena convulsione, e un crepaccio si aperse fin presso la loro tenda, minacciando di seppellirli negli abissi del mare australe.

Intanto il freddo aumentava. Dal sud soffiavano di frequente dei venti impetuosi, i quali producevano dei rapidi abbassamenti di temperatura. Due volte, durante la notte del 30 gennaio, il termometro discese a -20°!

L’estate se ne andava in fretta e l’inverno s’avanzava minaccioso, coi suoi uragani di neve, i suoi geli tremendi ed i suoi cupi nebbioni.

Ormai il sole perdeva rapidamente le sue forze e diventava sempre più pallido e più tardo: tramontava alle 10 di sera e non s’alzava che alle due del mattino, e tutti i giorni prolungava la sua assenza.

Il 3 febbraio, completamente sfiniti ed affamati, avendo ormai esaurite le loro provviste, giungevano al secondo _cairn_, presso a cui, assai rovinata dalle pressioni, s’irrugginiva la loro macchina. Ah! se avessero avuto almeno del grasso di foca per rimetterla in movimento e lanciarsi verso la costa!... Ma no, le foche erano scomparse, la provvista di petrolio era esaurita e nel _cairn_ non possedevano che pochi litri di alcool che dovevano consumare, se volevano cucinare le loro vivande e riscaldare la loro tenda durante i freddi della notte.

— Fermiamoci qui un paio di giorni, amici, disse Wilkye. Siamo esausti.

— Non ne posso più, signore, disse Blunt. La fatica, l’insonnia e la fame mi hanno sfinito.

— Ed io mi reggo in piedi per un miracolo d’equilibrio, disse Peruschi. Quanta via dovremo ancora percorrere, signor Wilkye?

— Circa mille miglia.

— È lunga assai, signore! Quei crepacci ci han fatto perdere un tempo prezioso e triplicare la marcia.

— Speriamo che sul continente il ghiaccio sia migliore e ci permetta di procedere più rapidamente. Io non so, ma mi assalgono delle sinistre inquietudini, amici miei, e penso sempre a Bisby ed ai marinai che abbiamo lasciati alla costa.

— Cosa temete? chiese Blunt. Forse che ci abbiano abbandonati?

— Non lo so, ma sono inquieto e vorrei essere ormai giunto alla costa.

— Bisby non ci abbandonerà, signore.

— Lui no, ma gli altri? È già trascorso anche il tempo stabilito, e non so quanto impiegheremo a raggiungere quel punto... Questo deserto di ghiaccio, che prima affrontavo sorridendo, ora mi fa paura, e mi pare che mediti non so quale tradimento. Orsù, non scoraggiamoci e rizziamo la tenda.

S’accamparono, e demolito il _cairn_ che era rimasto intatto come l’altro, estrassero le loro ultime ricchezze le quali consistevano in quindici chilogrammi di biscotto, in sei scatole di thè, un po’ di zucchero, dieci chilogrammi di _pemmican_, in due libbre di cioccolato ed in otto litri di alcool.

Mettendosi a razione ed economizzando più che era possibile, potevano tirare innanzi una ventina di giorni. Sarebbe stato bastante, quel tempo, per raggiungere la costa che si trovava lontana oltre mille miglia? Se non incontravano tanti ostacoli, potevano sperarlo, poichè malgrado il freddo aumentasse sempre, si sentivano capaci di percorrere dalle ottanta alle cento miglia al giorno.

Durante quei due giorni dedicati al riposo, nulla accadde di straordinario. Il grande banco non si mosse, sicchè poterono dormire tranquillamente e ricuperare le forze delle quali avevano tanto bisogno.

La mattina del 6 febbraio, ripartiti i viveri, riprendevano la corsa attraverso ai ghiacci, ma fra mille ostacoli che li costringevano a frequenti fermate per superare a piedi delle vere montagne di ghiaccio ed a fare giri immensi per evitare le spaccature che si moltiplicavano dinanzi a loro.

La notte del 7, poco dopo che il sole era scomparso, una luce biancastra, ma intensa, apparve improvvisamente verso il sud-ovest, illuminando l’immenso campo di ghiaccio e facendo scintillare vivamente gli _ice-bergs_, le piramidi, le cupole e le colonne che si rizzavano in tutte le direzioni.

Poco dopo un grand’arco irregolare, di circa 30° d’elevazione, appariva subitamente, lanciando verso il cielo dei raggi immensi che subivano strane e rapide contrazioni, ma di una tinta pallida, quasi incolore.

Era un’aurora australe. Le aurore del polo Sud non hanno lo splendore di quelle del Nord, così ricche di tinte rosse, verdi, azzurre, e non hanno nè l’intensità, nè la durata di quelle.

Sembrano baleni, poichè appariscono e scompariscono con grande rapidità. Quali sono le cause che le producono e perchè non sono eguali, mentre sorgono là dove il freddo è ugualmente intenso? La scienza si è finora trovata impotente a svelare i misteri di quei fenomeni e si è limitata a supporre che derivino da un grande accumulamento di elettricità, supposizione forse giusta, considerato che in quelle alte latitudini gli uragani sono radi e che la siccità dell’aria è estrema.

Il 9, dopo una corsa penosissima attraverso il campo di ghiaccio, gli esploratori si trovavano improvvisamente dinanzi ad un braccio di mare largo parecchie miglia e coperto di ghiacci galleggianti. La via era tagliata e si vedevano nell’impossibilità di proseguire.

Quella vista li atterrì. Dove si trovavano ora? Cosa era avvenuto? Perchè quel grande campo non era più unito al continente?

— Che il banco si sia spezzato? chiese Blunt a Wilkye, che lanciava sguardi disperati su quel braccio di mare.

— Non lo so, rispose questi, con voce sorda.

— Abbiamo sempre seguito l’istesso meridiano?

— Sì; approssimativamente sempre il 66°.

— Dunque dovremmo, colla via che abbiamo percorsa, trovarci presso il continente.

— Ma dov’è questo continente? Lo vedete voi?

— Non vedo che ghiacci galleggianti, disse Peruschi.

— È mezzogiorno, disse Wilkye, dopo alcuni istanti di silenzio. Datemi il sestante che faccia il punto.

[Illustrazione: Fece rapidamente le osservazioni ed il calcolo...]

Fece rapidamente le osservazioni ed il calcolo per ottenere l’esatta longitudine e latitudine. Quand’ebbe finito, un grido disperato gli uscì dalle labbra.

— Cosa avete, signore? chiesero i due velocipedisti.

— Ho, amici miei — rispose Wilkye con voce rotta — che non ci troviamo più sul 66° meridiano e che invece di avanzare, siamo indietreggiati all’82° di latitudine.

— È impossibile signore, disse Peruschi. Tenendo conto della via percorsa, dovremmo trovarci al 78° di latitudine.

— No, rispose Wilkye. Il grande campo di ghiaccio s’è staccato dal continente ed è disceso verso il sud; noi ci troviamo a 82° 20′ di latitudine ed a 72° 12′ di longitudine, ossia di fronte alla Terra Alessandra.

— Dunque i nostri sforzi sono andati perduti?

— Sì, Blunt, poichè noi ci troviamo ora a circa 1400 miglia dallo stretto di Bismark.

— Maledizione!... Ed ora?

Wilkye non rispose: si era lasciato cadere su di un masso di ghiaccio col capo fra le mani, in preda ad una cupa disperazione.

CAPITOLO XXIV.

I primi freddi invernali.

La situazione dei tre esploratori, che venti giorni prima era così rosea, si aggravava, e quanto!... Le loro furiose corse dopo la partenza dal polo australe, in causa dello spostamento impreveduto che aveva subìto quell’immenso campo di ghiaccio, erano state senza risultato, poichè la distanza che li separava dalla costa era poco o nulla diminuita!

Quale doveva essere la loro sorte, perduti come erano in mezzo ai ghiacci polari, lontani da ogni soccorso, quasi stremati di forze, a corto di viveri e coll’inverno che stava per sorprenderli? Erano condannati a perire laggiù, ai confini del mondo australe, di fame e di freddo, e di seppellire con loro la grande scoperta?...

Era bensì vero che la marcia retrograda del grande campo non doveva durare molto, poichè quel mare interno non doveva avere una vasta estensione, e non avrebbe indugiato ad addossarsi contro qualche costa del continente, ma poteva far perdere a loro parecchi giorni ed il tempo era ormai divenuto troppo prezioso.

Il sole già diventava sempre più scialbo e prolungava ogni giorno più le sue assenze; la temperatura diventava più cruda; lo sgocciolamento dei ghiacci era cessato da parecchio tempo e già al nord erano comparse le prime nebbie, annuncianti l’inverno polare. Cosa sarebbe accaduto di quei disgraziati, se durante il viaggio li sorprendevano quelle tremende bufere di neve, che fanno scendere il termometro a 45° od a 50°!

Un fosco avvenire si preparava per quei valorosi; pure, passato il primo scoramento, l’energia ritornò a quegli uomini, che primi fra tanti arditi esploratori, avevano raggiunto il polo australe.

— Non disperiamo e confidiamo in Dio, disse Wilkye rivolgendosi verso i compagni. Lotteremo fino all’estremo delle nostre forze ed accetteremo, senza impallidire, la tremenda battaglia che sta per darci l’inverno polare.

— Siamo pronti alla lotta, risposero i due velocipedisti. Ordinate, signor Wilkye, cosa dobbiamo fare?

— Ascoltatemi, amici, diss’egli. La marcia di questo banco attraverso al mare polare non deve durare molto; fra poco il ghiaccione si riunirà al continente e noi potremo lasciarlo.

— Dove ci trascina? chiese Peruschi.

— Verso la Terra Alessandra, se non erro, rispose Wilkye.

— Allora abbiamo la probabilità d’incontrare la spedizione inglese di Linderman, disse Blunt.

— È probabile, amico, se la _Stella Polare_ non è stata costretta a indietreggiare o non è stata stritolata dai ghiacci con tutto l’equipaggio che la montava.

— Ed intanto ci lascieremo trasportare dal banco, in attesa che si ricongiunga al continente? chiese Peruschi.

— No, il tempo è troppo prezioso per attendere gli eventi. Costeggeremo il banco e forse più al sud troveremo un passaggio o qualche altro banco che ci permetta di raggiungere il continente.

— Allora partiamo, signore. I margini di questo banco mi pare che siano privi d’ostacoli e che si prestino per una rapida corsa.

— Andiamo adunque, e che Iddio serbi le nostre forze per quest’ultima impresa.