Al polo australe in velocipede
Part 14
Allestirono in fretta la colazione consistente in una zuppa di _pemmican_ e in una tazza di thè bollente, poi si rimisero in viaggio costeggiando il mare che era sempre coperto d’immensi ghiacci galleggianti.
Quel canale, poichè tale doveva essere, era irregolare e tendeva a piegare verso il sud-est. Doveva però avere una grande larghezza, poichè nè Wilkye nè i suoi compagni riuscivano a scorgere le coste del continente. Colossali _ice-bergs_, tagliati a picco e privi di tutte quelle innumerevoli sporgenze che si riscontrano in quelli che galleggiano nei mari Artici, e grandi banchi, _streams_ e _palks_, allungati gli uni e arrotondati gli altri, lo ingombravano, urtandosi rumorosamente. Di quando in quando uno di quei colossi perdeva l’equilibrio e si capovolgeva sollevando delle immense ondate le quali si frangevano, con lunghi muggiti, sulle sponde del campo di ghiaccio.
Qualche raro pinguino, appollaiato sui margini, si vedeva di tratto in tratto, ma si teneva lontano e guardava stupidamente i velocipedisti emettendo qualche rauco grido.
Gli esploratori non perdevano tempo. Essendo il margine del campo liscio e privo di ostacoli, divoravano la via con crescente velocità, ben sapendo che in quella rapidità stava la loro salvezza.
Disgraziatamente quel canale pareva che non avesse fine. Il 13 febbraio, dopo d’aver percorso in quattro giorni circa trecentoventi miglia, non era ancora apparso il continente.
Quale vastità aveva adunque quel mare, che si estendeva attorno al polo? Wilkye ricominciava a diventare inquieto, poichè invece di avvicinarsi alla Terra di Graham, sempre più si allontanavano.
Il 14, il tempo che fino allora si era mantenuto splendido, cambiò bruscamente. Un pesante nebbione, carico di umidità e così fitto da impedire di scorgere un oggetto qualsiasi a cinque passi di distanza, piombò sul campo di ghiaccio.
Furono costretti ad arrestarsi per non cadere nel braccio di mare che costeggiavano e per non guastare le biciclette, le quali potevano urtare contro qualche ostacolo non veduto a tempo.
Alla notte la temperatura discese a -15° e gran parte del canale gelò. Wilkye cominciò a sperare di poterlo finalmente attraversare sul nuovo ghiaccio.
Le sue speranze non andarono deluse: il 17 il braccio di mare gelò tutto, imprigionando gli _ice-bergs_ ed i banchi. Lo spessore era tale da poter sopportare un parco d’artiglieria, poichè superava i quaranta centimetri.
Il passaggio si effettuò senza fatica e alla sera i tre velocipedisti toccavano il continente a milleseicento miglia dallo stretto di Bismark, essendo discesi verso la Terra Alessandra.
Quell’avvenimento fu festeggiato con un banchetto, avendo avuto la fortuna di abbattere una coppia di _Megalestris antartici_, specie di gabbiani somiglianti però ai falchi, colle penne brune, le ali ampie ed il becco assai acuminato.
Quella carne fresca fu di molto giovamento ai disgraziati esploratori, che cominciavano ad essere nauseati dei cibi secchi e salati e che provavano i primi sintomi dello scorbuto, male che colpisce quasi sempre gli esploratori polari e che è così difficile a combattere, se mancano i vegetali.
Il 19, dopo un riposo di ventiquattro ore, riprendevano l’interminabile corsa attraverso il continente, ma ormai era troppo tardi! L’inverno polare si avanzava di gran galoppo e stava per raggiungerli, e per colmo di disgrazia la fame pure si avanzava a passi di gigante.
Avevano cominciato a soffiare i venti del sud i quali trascinavano con loro dei nebbioni sempre più pesanti ed abbassavano la temperatura. Le prime nevi non dovevano essere lontane.
Già il cielo aveva assunto quel triste aspetto, particolare di quelle regioni; la tinta azzurra era scomparsa per dar luogo ad una tinta grigiastra, appannata, che il sole, il quale lottava penosamente contro l’incalzante inverno, non era più capace di rallegrare coi suoi raggi sempre più smorti.
I ghiacci si rinsaldavano dappertutto: le fessure ed i crepacci si chiudevano, le montagne di ghiaccio s’alzavano e le pressioni si ripetevano sovente, specialmente alla notte, costringendo gli esploratori a delle lunghe veglie.
Il 24 febbraio, mentre avevano raggiunto l’80° parallelo, cadde la prima neve. Fu una giornata triste per gli esploratori e le loro inquietudini accrebbero. Cominciavano ormai a disperare di poter raggiungere la costa prima della partenza dei loro compagni, i quali forse li ritenevano ormai morti.
— Coraggio, amici miei, disse Wilkye, vedendo i suoi due compagni tetri e pensierosi. Forse fra pochi giorni possiamo ricevere qualche aiuto.
— Su chi sperate? chiese Blunt. Io ormai ho perduta ogni illusione.
— Su Bisby, rispose Wilkye. Forse ha organizzato una spedizione di soccorso, e ci cerca.
— Siamo troppo lontani, signore, per incontrarlo.
— E poi, aggiunse Peruschi, siamo fuori di via e invano ci cercherebbero lungo il 66° meridiano.
— Ma possiamo raggiungere la spedizione prima che ritorni alla costa. Noi ci avviciniamo rapidamente al 66° meridiano.
— Ma potremo continuare questa corsa? Se la neve continua, saremo costretti ad abbandonare le biciclette, disse Blunt. Guardate, il ghiaccio è ormai coperto d’uno strato di dieci centimetri in meno di un’ora, e non ci avanziamo che a grande fatica.
— Spero nei grandi freddi; la neve gelerà e potremo ancora riprendere la corsa.
— E se i forti geli tardano?
— Aspetteremo.
— I viveri scarseggiano, signore; fra cinque o sei giorni non ci rimarrà nè un biscotto, nè un pizzico di _pemmican_, nè un pezzo di cioccolato.
— È vero, disse Wilkye con accento disperato. Si direbbe che il polo è fatale per tutti gli esploratori!...
Durante l’intera giornata la neve cadde senza interruzione, rendendo sempre più difficile la marcia degli esploratori. Alle sei di sera furono costretti a fermarsi ed a rizzare la tenda, poichè le biciclette non potevano più avanzare.
La notte fu terribile. Un vento furioso, che soffiava dal sud, spazzava con lunghi sibili il continente, sollevando turbinosamente la neve. La tenda fu abbattuta parecchie volte e gli esploratori furono costretti a vegliare gran parte della notte, esposti ad un freddo di -20° che li intirizziva.
L’indomani, essendosi calmato l’uragano e gelata la neve in causa di quel freddo acuto, tentarono di rimettersi in viaggio, ma dopo sessanta miglia, Peruschi, che già da qualche giorno accusava un profondo malessere ed una prostrazione generale, fu costretto a fermarsi.
Il disgraziato si sentiva completamente stremato di forze e la pelle del viso era cosparsa di macchie livide. Di più, si lamentava di dolori acuti alle gengive e la sua bocca tramandava un fetore insopportabile.
— È nulla, disse Wilkye, che pure era diventato pallido. Un po’ di riposo basterà per rimettervi.
Fece rizzare la tenda, consigliò il malato a coricarsi costringendolo a masticare alcuni pezzi di patata cruda che aveva preziosamente conservati ed alcune pastiglie di calce che teneva nascoste nel suo sacco da viaggio, poi traendo da parte Blunt, gli disse:
— La nostra situazione sta per diventare disperata: fra poco saremo costretti ad abbandonare le biciclette.
— Perchè, signore? La neve si è gelata e ci permetterà di continuare il viaggio.
— È vero, ma avremo un ammalato da portare e le biciclette ci saranno più d’impaccio che d’utilità.
— Dunque Peruschi?...
— È stato colpito dallo scorbuto e fra breve non potrà reggersi in piedi.
— È tremendo questo male?
— Trascurato, può diventare fatale per la persona che ne è stata colpita.
— Ma da cosa deriva questo male? Mi hanno detto che gli esploratori polari ne sono stati colpiti assai di frequente e così pure i marinai che intraprendevano lunghe navigazioni.
— Secondo alcuni deriva dalla mancanza di vegetali e dalle carni salate, secondo altri per l’insufficienza di alimenti, pel freddo, per l’umidità e per le lunghe veglie.
— E non possiamo curarlo?
— Ho conservato gelosamente delle pastiglie di calce e due patate, ma sarebbero necessari dei vegetali freschi, delle frutta acide come limoni od aranci, un nutrimento succoso, delle infusioni di salvia per le gengive e del vino vecchio o dei liquori. Dove trovare questi in mezzo ai ghiacci del polo? Bisognerebbe raggiungere la capanna ed invece distiamo ancora ottocento miglia.
— Ma cosa avverrà di noi, se rimarremo qui parecchi giorni? I viveri stanno per mancare, signore. Bisogna assolutamente partire.
— Ma il nostro disgraziato compagno?
— Faremo una lettiga. Possiamo unire due biciclette coi pezzi della terza e formare un ruotabile che noi spingeremo.
— È vero, Blunt. Al lavoro senza perdere tempo: forse non siamo ancora perduti.
Mentre il loro compagno, affranto dal male che lo aveva assalito e dalle fatiche, dormiva sotto la tenda, Wilkye e Blunt si erano messi animosamente all’opera.
Smontata una bicicletta, che ormai non era di alcuna utilità, quantunque non possedessero che pochi attrezzi, riuscivano dopo un lavoro di parecchie ore ad accoppiare le altre due. Dopo d’averle private dei manubri e di parte delle sterze formarono una specie di lettiga, sopra la quale stesero le loro pelli d’orso e le coperte.
Privandosi delle biciclette, la loro marcia doveva diventare infinitamente più lenta, ma almeno potevano condurre con loro il disgraziato Peruschi, senza essere costretti a trasportarlo sulle loro braccia.
All’estremità della lettiga appesero le loro scarse provviste e attesero l’indomani per riprendere il cammino verso la costa.
[Illustrazione: Al mattino, sdraiato l’ammalato sulla lettiga... (pag. 234).]
CAPITOLO XXV.
Le vittime del Polo.
Quella notte il freddo fu più intenso del solito: il termometro esposto all’aperto, discese a -30° subito dopo il tramonto del sole e la piccola lampada dovette bruciare senza interruzione, per mantenere sotto la tenda una temperatura di -20°.
Per la prima volta provarono i primi sintomi della congelazione, malgrado le loro grosse vesti, le coperte di lana e la pelle d’orso che li copriva. Blunt, essendosi addormentato senza i guanti di pelle, corse il pericolo di perder entrambe le mani e Wilkye, che erasi accorto a tempo, dovette faticare non poco a riattivargli la circolazione del sangue, mediante delle energiche frizioni con della neve e poi con degli stracci di lana.
Peruschi sentì forse più di tutti i morsi dell’inverno polare, poichè Wilkye lo udì a lagnarsi parecchie volte. Lo scorbuto raddoppiava le sue sofferenze, essendosi ormai esteso anche alle gengive, le quali si coprivano di tumefazioni fungose e sanguinavano.
Al mattino però, essendosi il freddo un po’ raddolcito, sdraiato l’ammalato sulla lettiga, si rimettevano coraggiosamente in cammino. D’altronde il moto era la loro salvezza: una fermata più lunga sotto quella tenda priva d’una stufa, poteva produrre un grave assideramento.
Fu una marcia faticosa: la neve, rammollitasi sotto i raggi del sole, cedeva sotto i loro piedi e le ruote delle biciclette sprofondavano, facendo trabbalzare l’ammalato, il quale emetteva frequenti gemiti. Di tratto in tratto dovevano fermarsi per riposare, prima d’intraprendere erte salite, che di quando in quando sbarravan loro il passo, o per concedere un po’ di tranquillità al loro compagno.
Ed intanto il freddo cresceva, diventava più acuto, più tagliente. Un vento gelido spingeva nembi di nevischio che si rompevano addosso a quei disgraziati, acciecandoli, coprendoli d’un candido lenzuolo che tosto gelava sulle loro vesti.
Il 28 febbraio, dopo una notte orribile, si rimettevano in cammino con un freddo crudissimo. Il termometro era disceso a -30° e la neve cadeva a larghe falde, volteggiando intorno a loro, sotto i furiosi colpi del vento australe.
I poveri esploratori procedevano a casaccio attraverso a quelle immense pianure spazzate dall’uragano. Non si arrestavano, perchè sapevano che un ritardo di pochi giorni poteva riuscire fatale, ma quante fatiche, quanti sforzi per non cadere!
Quel freddo eccessivo a cui non erano ancora abituati, li accasciava, malgrado la loro energia straordinaria. Si sentivano paralizzare le forze, intorpidirsi le loro volontà e provavano una specie d’ebbrezza che rendeva incerti i loro movimenti.
La respirazione diventava dolorosa e l’alito che usciva dalle loro labbra, subito si congelava e cadeva a terra sotto forma di sottilissimi aghi di ghiaccio, i quali, nel rompersi, producevano uno scricchiolìo simile al laceramento di un pezzo di velluto.
L’evaporazione dell’umidità dei loro corpi pure si congelava e formava, attorno ad essi una certa, nebbia, che impediva a loro di scorgere ciò che accadeva a pochi passi più lontano, imprigionandoli come fra una nube di leggieri cristalli ghiacciati.
Una sete ardente li assaliva ogni qual tratto, prodotta dall’evaporazione dei loro corpi, e senza poterla calmare. Invano Blunt aveva provato a dissetarsi mettendosi in bocca della neve; si era affrettato subito a rigettarla, poichè con quel freddo, quella neve produceva in bocca come una bruciatura e rassomigliava ad una palla rovente.
Wilkye si era anzi affrettato a proibirgliene l’uso, potendo provocare infiammazioni alla gola, al palato e alla lingua, male ai denti e dissenterie pericolose.
Durante quelle dodici ore, quantunque avessero camminato quasi sempre, non riuscirono a guadagnare un grado. Alla sera, Peruschi, che si era lamentato tutto il giorno, fu deposto sotto la tenda in grave stato.
Il povero giovanotto, invaso dal male che faceva rapidi progressi malgrado le pastiglie di calce e le patate, non poteva più reggersi in piedi. La sua pallidezza era cadaverica, il suo corpo era coperto di macchie sanguigne, le sue gengive tumide e coperte di fungosità, i suoi denti vacillavano e provava una spossatezza estrema.
Wilkye, che ormai cominciava a temere di perdere quel bravo e coraggioso giovanotto, sacrificò gli ultimi sorsi della sua provvista di _wisky_ per fargli un _punch_ abbondante. Quel rimedio fu giovevole, poichè all’indomani il velocipedista era meno spossato e più tranquillo.
Il 1º marzo non lasciarono la tenda; si sentivano impotenti a sfidare il freddo intenso che regnava al di fuori.
Il 2, dopo sei ore di marcia attraverso alla neve, mentre attraversavano un canale, riuscirono a sorprendere e ad uccidere una foca. Era venuta a respirare alla superficie del ghiaccio dopo d’essersi scavato un buco, e Blunt l’aveva colpita al cranio con una palla.
Fu una vera risorsa per gli esploratori, i quali ormai non possedevano che poche goccie di alcool per alimentare la lampada e riscaldarsi durante le fermate notturne. Ricavarono parecchi litri d’olio, mangiarono il fegato ed il cervello, e misero da parte un pezzo di carne di parecchi chilogrammi, essendo quasi sprovvisti di viveri.
Quella carne fresca, quantunque nauseante, produsse un notevole miglioramento nell’ammalato. Le macchie sanguigne che lo deturpavano a poco a poco scomparvero e la spossatezza estrema scemò, permettendogli di mantenersi in piedi.
Il 6 marzo, dopo una marcia di centosettanta chilometri compiuta in quattro giorni, un avvenimento che doveva essere di grande importanza per quei disgraziati esploratori, accadde.
Mentre spingevano faticosamente le biciclette, essendo Peruschi ancora impotente a camminare, Blunt incespicava in qualche cosa di duro che si teneva nascosto fra la neve.
Abbassatosi per vedere contro quale oggetto aveva urtato, con sua grande sorpresa scopriva l’estremità di un pezzo di legno.
— Signor Wilkye! esclamò, in preda ad una viva emozione. Qualcuno si è spinto fin qui!...
— Da cosa lo arguite?
— Vi è un pezzo di legno confitto nella neve.
— Che sia un segnale?..... Che i nostri compagni si siano spinti fin qui? si chiese l’americano, stupito. Scaviamo, Blunt; forse sapremo qualche cosa.
Misero mano alle scuri e spezzarono il ghiaccio, poi scavarono la neve che vi stava sotto, facendo una larga buca. Ben presto misero allo scoperto un secondo pezzo di legno che pareva appartenesse al fasciame di una scialuppa e che era inchiodato sul primo, formando una croce.
Wilkye e Blunt si guardarono l’un l’altro in viso, in preda ad una viva ansietà.
— Qualcuno è sepolto qui, disse Wilkye.
— Uno dei nostri forse?..... I navigatori antartici che ci precedettero, hanno mai esplorato questa parte del continente?
— No, che io lo sappia e.....
Si era bruscamente interrotto e si era precipitato verso la croce, pulendola della neve gelata che la incrostava. Un nome, inciso rozzamente colla punta d’un coltello, apparve ai suoi occhi.
— _William Bak!_..... esclamò.
— Il capitano della _Stella Polare?_..... chiese Blunt, impallidendo.
— Sì, egli riposa qui.
— È morto!.....
— E da pochi giorni; ecco la data: _20 febbraio 1893_.
— Quale dramma si è svolto sulla Terra Alessandra?... Che la _Stella Polare_ sia stata schiacciata dai ghiacci, signor Wilkye?.....
— Lo temo, Blunt, ed i superstiti tentano ora di raggiungere la nostra capanna.
— E Linderman, sarà ancora vivo?
— Chi può dirlo?
— Cosa accadrà di noi, ora che la _Stella Polare_ è perduta?
— Ci rimane la scialuppa.
— Ma potrà contenere le due spedizioni riunite?
[Illustrazione: Ripartirono spingendo le biciclette... (pag. 241).]
— Forse i superstiti della _Stella Polare_ ne trascinano qualcuna con loro.
— Cosa facciamo, signor Wilkye?
— Bisogna tentare di raggiungere la spedizione inglese e riunire le nostre forze per la salvezza di tutti.
— Acconsentirà il signor Linderman? Vi ricorderete ciò che vi disse nel lasciarvi: d’ora innanzi, noi saremo nemici, e fieri nemici.
— La sventura l’avrà domato, Blunt. Temo che il suo equipaggio sia alle prese colla fame e collo scorbuto. Affrettiamoci: ci precedono di tre soli giorni e potremo facilmente raggiungerli.
Ritornarono alla lettiga ed informarono Peruschi della triste scoperta. Il bravo giovanotto s’offerse di camminare, avendo cominciato a sentirsi meglio, ma Wilkye, temendo una ricaduta, vi si oppose.
Ripartirono più rapidamente che poterono, spingendo con sovrumana energia le biciclette, salendo e discendendo parecchie catene di colline che correvano dall’est all’ovest.
Alle sette di sera, dopo una marcia di trentasei miglia, scoprivano una scure, il cui manico sporgeva dalla neve, e poco oltre un rampone ed i frammenti di una bottiglia i quali esalavano ancora un acuto odore di gin.
Il 7 un’altra lugubre scoperta: era un’altra croce, piantata di recente, poichè portava la data del 5 gennaio. Non aveva che due iniziali: K. F. Chi poteva essere il disgraziato che riposava fra i ghiacci del continente australe? Era senza dubbio un marinaio della _Stella Polare_, un altro che non doveva più mai rivedere la patria; un altro che era spirato fra le gelide strette del polo, forse spento dalla fame o dallo scorbuto.
Poco lontano, gli esploratori raccolsero un fucile carico, un paio di grossi guanti ed un berretto di pelo, forse appartenenti al morto.
Wilkye e Blunt fuggirono inorriditi e s’allontanarono rapidamente da quel triste luogo. Ormai ne sapevano abbastanza della catastrofe che aveva colpito la spedizione inglese; volevano raggiungere i superstiti per cercare, generosamente, di soccorrerli prima che tutti cadessero, per non più rialzarsi, sulle pianure nevose del continente australe.
Quei disgraziati che li precedevano, cercando di raggiungere la costa di Graham, non dovevano essere lontani. Quella croce era stata piantata troppo recentemente per ingannarsi.
Affrettarono la marcia, facendo sforzi prodigiosi per guadagnare più cammino. Peruschi, per sollevarli un po’, di tratto in tratto scendeva dalla lettiga, specialmente quando dovevano superare delle alture.
Il 9 marzo non erano più che a duecento miglia dalla costa, ma la spedizione inglese non era ancora stata raggiunta. Le sue tracce però si moltiplicavano; avevano trovato un’altra croce, quindi gli avanzi di una scialuppa, poi una caldaia abbandonata in fondo a un crepaccio e contenente della neve semi-sciolta.
Il 10 la neve ricominciò a cadere, ma con furia estrema. Un vento impetuoso la sbatteva in tutti i versi, la sollevava in forma di fitte nubi e l’ammonticchiava qua e là, rendendo penosissima la marcia degli esploratori.
Wilkye voleva arrestarsi per concedere un po’ di riposo ai compagni, ma i due bravi giovanotti rifiutarono. Sentivano per istinto che i superstiti della _Stella Polare_ non dovevano essere lontani.
Lottando energicamente contro la bufera che li incalzava e li gelava, tirarono innanzi con incredibile costanza, attraversando burroni, colline e avvallamenti profondi, essendo il paese diventato molto accidentato.
A mezzodì, mentre attraversavano un altro braccio di mare, abbatterono un’altra foca che si era smarrita fra la neve, senza essere più capace di ritrovare il buco che aveva scavato nel ghiaccio. Stavano per precipitarsi sull’anfibio per finirlo a colpi di scure, avendo continuato a dibattersi malgrado fosse stato toccato da due palle, quando fra i ruggiti della bufera udirono una detonazione, che pareva prodotta da un’arma da fuoco.
— Avete udito? chiese Wilkye, mentre Blunt spaccava il cranio alla foca.
— Si, disse Peruschi. Ho udito uno sparo.
— Che la spedizione inglese ci sia vicina? chiese Blunt.
— Da dove veniva quello sparo? chiese Wilkye a Peruschi.
— Mi parve che venisse dal nord-ovest, rispose il velocipedista.
— Dietro quelle alture?
— Sì, signore.
— Accorriamo, Blunt. Forse sono i nostri compagni della costa.
— Ed io? chiese Peruschi.
— Non affaticatevi; rimanete a guardia della lettiga e della foca.
Wilkye e Blunt, malgrado i nembi di neve che li assalivano d’ogni parte, si slanciarono verso le alture che chiudevano la pianura dal nord-ovest, e in quindici minuti giunsero sulla cima.
— Un accampamento! esclamò Blunt.
— Oh Dio!... Accorriamo, disse Wilkye.
CAPITOLO XXVI.
La catastrofe della «Stella Polare».
A cinquecento passi dalle alture, presso una profonda spaccatura del suolo che si prolungava verso l’ovest, si rizzavano quattro tende, che la bufera di neve aveva ormai semi-strappate e piegate verso terra.
A breve distanza si scorgeva una scialuppa rovesciata, colla chiglia in aria, una slitta ed alcuni fucili che parevano fossero stati abbandonati all’aperto. Nessuna voce usciva dalle tende, ma da una sfuggiva, ad intervalli, del fumo nero e acre, che pareva prodotto dalla combustione di materie grasse.
Chi erano gli uomini che avevano cercato un riparo contro la bufera di neve sotto quelle tende? Erano Bisby ed i marinai americani od i superstiti della _Stella Polare?_
Wilkye e Blunt, in preda ad una viva ansietà e ad una profonda commozione, si erano messi a correre verso quelle tende. In pochi minuti giunsero presso alla prima e sollevarono un lembo, ma era vuota.
Stavano per visitare la seconda, quando un uomo, che stava sdraiato, insensibile al vento gelido del sud ed ai furori della burrasca, s’alzò, scuotendosi di dosso la neve che lo aveva quasi sepolto.
Parve ai due esploratori che si rizzasse innanzi a loro un fantasma, peggio ancora, uno scheletro vivente. Quel disgraziato, che doveva aver sofferto dolori e privazioni d’ogni specie, faceva insieme paura e pietà.
[Illustrazione: Quel disgraziato faceva paura e pietà (pag. 244).]
Il suo viso ischeletrito, coperto di macchie sanguigne e biancastre, con una barba lunga ed ispida che gli dava un aspetto selvaggio, con due occhi che mandavano strani bagliori, faceva ribrezzo. Le sue vesti, che cadevano a brandelli, pareva che coprissero un vero scheletro, poichè si gonfiavano da tutte le parti sotto i soffi impetuosi della bufera.
Egli guardò Wilkye e Blunt, che si erano arrestati, con due occhi che mandavano cupi lampi; poi, appoggiando la destra ischeletrita e quasi incancrenita dalla congelazione, sul manico della scure che teneva vicina, chiese con voce rauca:
— Cosa volete voi?...
— Gran Dio!... esclamò Wilkye rabbrividendo. Chi siete voi?...
Un sarcastico sorriso contorse le labbra di quell’uomo.
— Io sono... che importa a voi?... Andatevene!...