Al polo australe in velocipede

Part 15

Chapter 153,613 wordsPublic domain

Ad un tratto Wilkye mandò un grido.

— Linderman!... esclamò. Disgraziato, in quale stato vi ritrovo!...

Si slanciò verso l’inglese per abbracciarlo, ma questi lo respinse bruscamente, dicendo:

— Non vi conosco: andatevene.

— Ma io sono Wilkye!...

— Wilkye, disse Linderman con voce sorda. Ah! sì, il mio rivale del polo!... E cosa volete voi?

— Soccorrervi, disse Wilkye.

— Avete scoperto il polo?

— Sì, Linderman.

— Meglio per voi e peggio per me. Andatevene: io nulla chiedo a voi, nè nulla voglio!

— Ma io non sono vostro nemico, Linderman. Io sono venuto qui per salvarvi, in nome della nostra antica amicizia.

— Non conosco amici.

— In nome dell’umanità.

— Parola vuota.

— Della scienza, per la quale noi abbiamo entrambi lottato.

— No!... esclamò l’inglese. Andatevene che io non ho bisogno di voi.

In quell’istante sette marinai, cenciosi, sparuti, rôsi dallo scorbuto, semi-assiderati, si trascinarono fuori dalle tende, borbottando con accento straziante:

— Da... mangiare... signor... Wilkye!...

Blunt trasse dal suo sacco di viaggio i suoi ultimi biscotti per porgerli a quei disgraziati, ma Linderman gli si gettò dinanzi ed estratta la scure che teneva alla cintola, l’alzò verso i suoi marinai gridando con voce minacciosa:

— Vili!... Chiedete soccorsi al mio rivale!... Indietro o vi uccido!... Noi siamo inglesi, e costoro sono americani!...

— Signor Linderman, gridò Wilkye, facendosi innanzi. Qui non vi sono nè inglesi nè americani, ma uomini che hanno lottato insieme pel trionfo della scienza, fratelli che devono radunare i loro sforzi per riguadagnare la patria lontana. Basta, signore: le rivalità qui, in mezzo ai ghiacci del polo, mentre la fame sta per estinguere gli ultimi superstiti della _Stella Polare_, non devono sussistere.

— Andatevene dal mio campo! urlò Linderman. Io non vi conosco.

— È pazzo, signore, dissero i marinai.

— Pazzo! esclamò Wilkye con accento di dolore. Quali drammi si sono svolti adunque sulla Terra Alessandra?

— Andatevene, ripetè Linderman con voce furente.

— Mai, signore: io non vi abbandonerò.

— Allora v’uccido!...

L’inglese, che doveva essere proprio pazzo, fe’ atto di scagliarsi contro l’americano, ma Blunt ed i marinai si gettarono su di lui, lo disarmarono e lo atterrarono.

— Traditori!... urlò egli, dibattendosi come un forsennato.

— Legatelo e adagiatelo sotto una tenda, disse Wilkye. Speriamo che un giorno riacquisti la ragione.

Poi volgendosi verso Blunt:

— Andate a raggiungere Peruschi; caricate la foca sulle biciclette e portatela qui. Questi disgraziati muoiono di fame e un ritardo di poche ore può essere fatale.

— Grazie, signor Wilkye, dissero i marinai, che avevano le lagrime agli occhi. A voi noi dovremo la nostra vita.

— Siete voi soli?

— Vi è un altro sotto l’ultima tenda, il povero Kelpy, ma è morto stamane. Lo scorbuto e la fame l’hanno ucciso, disse un marinaio.

— Ma gli altri? Non eravate ventisei?

— Tutti morti.

— E la _Stella Polare?_

— È stata schiacciata dai ghiacci il 6 dicembre a 76° 15′ di longitudine ed a 68° 30′ di latitudine.

— Una catastrofe completa adunque?

— Sì, signore, e quale tremenda catastrofe! esclamò il marinaio, tergendosi due lagrime che gli si erano gelate sulle smunte gote. Io mi domando ancora come tante sofferenze, tante privazioni non ci abbiano uccisi tutti.

— Narrate Johnson.

— Eravamo giunti felicemente sulle coste della Terra Alessandra verso la metà di novembre, malgrado i continui incontri di ghiacci galleggianti. Il 20 la _Stella Polare_ si era addentrata in un vasto canale che pareva si internasse nel continente per parecchie centinaia di miglia.

Speravamo di potere, se non giungervi, almeno di avvicinarci assai al polo, ma il 28 ci trovammo improvvisamente chiusa la via da una immensa barriera di ghiacci.

Il capitano Bak, dopo di essersi consigliato col signor Linderman, lanciò la _Stella Polare_ verso il sud, sperando di trovare un altro passaggio, ma alla notte i ghiacci ci bloccarono.

Ogni tentativo per liberarci fu vano. Il 6 dicembre un enorme _ice-berg_, che da parecchi giorni ci minacciava, cadeva sulla goletta sfracellandola e seppellendo fra i rottami undici marinai.

Il disastro fu così rapido, che a malapena riuscimmo a salvare una scialuppa, due slitte e dei viveri per due mesi.

Il capitano Bak voleva spingersi, senza perder tempo, verso la costa di Graham per raggiungere la vostra capanna, ma il signor Linderman fu inflessibile. Ormai vi considerava come nemici e voleva marciare alla scoperta del polo.

Per trentasei giorni ci trascinò attraverso il continente, ma i viveri sparivano rapidamente, le difficoltà crescevano ad ogni istante e lo scorbuto aveva fatto la sua comparsa.

Ci ribellammo e costringemmo l’armatore a piegare verso la costa per guadagnare la vostra capanna. Da quel giorno il signor Linderman non fu più l’uomo di prima. Una fissazione costante lo perseguitava: la tema della sconfitta e del vostro trionfo. Era diventato tetro e di tratto in tratto lo assalivano delle collere tremende, durante le quali ci minacciava colle armi in mano. La sua ragione si smarrì e un giorno ci accorgemmo che era diventato veramente pazzo!

[Illustrazione: Un “ice-berg„ cadeva sulla goletta... (pag 250).]

Intanto la nostra situazione si aggravava. Lo scorbuto infieriva, i viveri scarseggiavano, le nostre forze s’indebolivano, il fuoco mancava avendo consumato la nostra scarsa provvigione d’alcool.

L’inverno non tardò a sorprenderci coi suoi tremendi geli e colle sue bufere di neve. Quali sofferenze, signor Wilkye; quali sofferenze! Ogni giorno un uomo cadeva per non più rialzarsi e lo seppellivamo nella neve.

Cadde così il capitano Bak, ucciso dallo scorbuto, caddero i due ufficiali, poi il mastro, poi gli altri tutti ed ora... sono due giorni, signor Wilkye, che nulla mettiamo sotto i denti. Senza il vostro soccorso, nessun di noi avrebbe lasciato questo campo e qui sarebbero finiti gli ultimi superstiti della spedizione inglese.

— Disgraziati! esclamò Wilkye, che era vivamente commosso.

— E voi, signore, avete scoperto il polo?

— Sì, Johnson.

— Ah! Il signor Linderman lo prevedeva il vostro trionfo. Ma il signor Bisby, dov’è?...

— Alla costa... se vi sarà ancora.

— Ne dubitate? chiesero i marinai, con angosciosa espressione.

— Temo che i suoi compagni, se non lui, siano partiti all’appressarsi dei primi geli. Abbiam perduto troppo tempo per andare al polo.

— Cosa accadrà di tutti noi, se sono partiti? chiese Johnson.

— Non lo so, rispose Wilkye con tristezza. Temo che il polo sia fatale agli uomini che lo sfidano.

— Troveremo almeno dei viveri colà?

— Ce lo dirà il destino. Orsù, non disperiamo e raduniamo le nostre forze per trionfare contro i rigori dell’inverno polare. Ecco Blunt e Peruschi che ritornano colla foca che abbiamo uccisa poco fa; i viveri sono assicurati per tre o quattro giorni.

Infatti i due velocipedisti ritornavano trascinando l’anfibio, che non erano riusciti a caricare sulle biciclette, tanto era grosso.

I marinai, facendo uno sforzo disperato corsero in loro aiuto e trasportarono la selvaggina all’accampamento. Fu fatta subito a pezzi, mentre i velocipedisti accendevano la lampada mettendo a bollire gli ultimi avanzi della loro provvista di _pemmican_ e l’ultimo pezzo di carne salata che ancora possedevano.

Ognuno può immaginarsi con quale avidità, i superstiti della _Stella Polare_, che da due giorni digiunavano, assalirono quei viveri. In un batter d’occhio sparvero, e i due velocipedisti si videro costretti a far cucinare il sangue della foca, il cuore ed il cervello per saziare la fame orribile che travagliava lo stomaco di quei miseri.

Linderman non fu dimenticato, ma Wilkye ed i suoi compagni dovettero ricorrere alla violenza per fargli inghiottire la sua razione. Il povero armatore si ostinava a trattarli come nemici ed aveva rifiutato recisamente quei soccorsi, malgrado le preghiere del suo rivale.

Quell’abbondante e sostanzioso pasto rianimò le forze esauste dell’equipaggio inglese e la sua energia. Malgrado che la sua situazione fosse ben di poco cangiata, ormai cominciava a sperare di poter in breve raggiungere la costa.

Alla sera, continuando a imperversare l’uragano, Wilkye fece radunare le tende ed accendere, entro una pentola di ferro, un gran fuoco con stracci inzuppati nell’olio della foca, con grasso e con alcuni pezzi di legno strappati alla scialuppa.

Forse quella fu la prima notte di calma passata dall’equipaggio inglese, dopo tante sofferenze patite, tante veglie e tanto freddo!

All’indomani Wilkye radunò tutti a consiglio; bisognava prendere una deliberazione urgente, prima che le bufere di neve li immobilizzassero fra quegli sterminati campi di ghiaccio.

Si trattava di decidere se dovevasi piegare subito verso la costa presso la quale potevano sperare di abbattere delle foche o degli uccelli marini, o se conveniva risalire verso il nord-ovest per raggiungere, con una rapida marcia, la capanna.

Il mare non doveva essere lontano che centocinquanta o centosessanta miglia, ma la capanna almeno duecentocinquanta, essendo situata più al nord.

Prevalse l’ultimo progetto, per non perdere la possibilità d’un incontro colle genti di Bisby, che forse stavano ancora cercando Wilkye ed i suoi compagni, prima di abbandonare definitivamente il continente.

Non vi era tempo da perdere. L’inverno incalzava, lo scorbuto poteva fiaccare i colpiti, e le provviste venire ridotte al zero.

Linderman, che dava segni di crescente pazzia, fu legato sulla lettiga, avendo Peruschi dichiarato di voler camminare; tre marinai che non potevano più stare in piedi furono caricati sulla slitta, la scialuppa che era ridotta in uno stato deplorevole fu sfondata per aver almeno un po’ di legname, e la piccola carovana si mise in marcia verso il nord-ovest, affondando in mezzo alle nevi che non s’erano ancora congelate.

Tutti lavoravano con suprema energia: Wilkye e un marinaro mezzo invalido spingevano la lettiga; Blunt, Peruschi e gli altri trascinavano la slitta, facendo sforzi disperati per non perder tempo.

Avevano già percorso dodici miglia, quando Blunt, che stava dinanzi a tutti, s’arrestò bruscamente, abbandonando la corda della slitta.

— Fermi tutti!... esclamò. Presto, datemi un fucile!...

— Avete scorto qualche foca? chiese Wilkye, accorrendo con due carabine.

— Non lo so, signore, ma laggiù vi è qualche cosa che si agita fra la neve. Guardate là, presso quell’_hummok_.

Wilkye guardò nella direzione indicata e con sua gran sorpresa vide una massa che pareva enorme, brunastra, che si avvoltolava nella neve. Sembrava che facesse sforzi disperati per rialzarsi, ma subito ricadeva.

— Che sia un orso, signor Wilkye? chiese Blunt.

— Un orso!... Mi pare che sia un animale colossale.

— Cosa sarà?

— Non lo so, ma lo sapremo presto: avanti e prudenza.

Mentre i marinai si nascondevano dietro alla slitta e dietro i cumuli di neve, i due cacciatori s’avanzavano strisciando, per far fuoco a breve distanza, onde essere sicuri dei loro colpi.

Intanto quella selvaggina di nuova specie, continuava a dibattersi. S’alzava, faceva due o tre passi, poi ricadeva e non si rimetteva in gambe che dopo lunghi sforzi.

Le sue forme erano così strane, che i due cacciatori non sapevano indovinare a quale specie appartenesse. Ora sembrava un orso, ora un elefante marino ritto sulle zampe posteriori ed ora una foca coperta da un immenso mantello.

Wilkye e Blunt erano giunti a duecento metri ed avevano puntato già i fucili, quando quell’essere bizzarro s’alzò, dicendo con voce cavernosa:

— To’!... Guarda degli uomini!... Ohe!... Mi credete un elefante marino o un orso per prendermi di mira? Dannato paese!... Poteva toccarmi di peggio?...

I due cacciatori lasciarono cadere le armi e balzarono in piedi emettendo alte grida:

— Bisby!...

Quell’essere strano s’arrestò, sorpreso da quelle grida, poi riprese:

— To’!... Mi si conosce qui?... Che il vento del polo mi abbia sbalzato a Baltimòra?... Sarebbe un bel caso, in fede mia!...

— Bisby! ripetè Wilkye, precipitandosi innanzi. Amico mio, cosa fate qui?...

Il negoziante di carni salate, poichè era proprio lui, si piantò sulle gambe e levandosi un cappello alto ma che era incrostato di ghiaccio, disse:

— Buon giorno, signori, ma.....

Cosa voleva dire? Non lo si potè mai sapere, poichè ad un tratto un formidabile grido gli uscì dalle labbra:

— Wilkye!... Ah! io sogno!...

— No, amico mio, sono io, rispose Wilkye, correndogli incontro. Voi non sognate.

— Voi!... voi!...

— Sì, Bisby, io, ma come vi trovate qui?...

— Come!... Lo so io forse?... So però che muoio di fame, che sono coperto di ghiaccio, che la mia pelle di bisonte non mi serve più a nulla, che mi pare di essere ubbriaco e che sono in uno stato miserando: guardate!...

Il disgraziato non mentiva: dov’era Bisby, il futuro presidente della società degli uomini grassi di Chicago?... In quale stato era ridotto quell’uomo, che tre mesi prima era grosso come un elefante marino!...

Era scemato della metà, sparuto, smunto, col volto coperto di echimosi, con un occhio ammaccato che ancora sanguinava, colle vesti indurite dal gelo, colle uose sfondate, colle vesti strappate. Aveva in testa il suo cilindro, ma ormai ridotto in uno stato compassionevole, coperto d’uno strato di ghiaccio e indosso la sua famosa pelle di bisonte pure incrostata di neve gelata, ma in tal modo che non si ripiegava più.

— In quale stato vi ritrovo, Bisby! esclamò Wilkye. Ma chi v’ha conciato in tal modo?

— Chi?... Chi?... I vostri marinai, rispose il negoziante.

Erano diventati idrofobi, io voleva metterli a dovere, ma mi hanno assalito tutti insieme, percosso e poi scaraventato fuori dalla capanna. Qualcuno credo d’averlo storpiato perchè mi difesi perfino a calci, ma erano troppi, amico mio, ed ho avuto la peggio.

— Ma cos’è accaduto?... Cosa avete fatto, disgraziato?...

— Io!... Nulla, ve lo assicuro, fuorchè di mangiare. Oh! diavolo?... Forse che non era venuto qui per ingrassare?..... Ho mangiato fin che ho potuto, ma un bel giorno, anzi un brutto giorno, i vostri marinai s’accorsero che i viveri erano molto scemati e mi negarono gli alimenti. Gl’ingrati! Dopo tante cene deliziose che divoravano coscienziosamente!...

— Avanti, Bisby, disse Wilkye con angoscia.

— Mi sono ribellato, ma mi picchiarono, mi spinsero fuori dalla capanna, poi s’imbarcarono. Invano li pregai di sbarcare e di attendere il vostro ritorno, ma mi risposero che ne avevano abbastanza del polo e che voi dovevate essere morto. Canaglie!... Dopo tanti pranzi!...

— E sono partiti?...

— Verso il nord.

— Ma quando?...

— Il 27 febbraio.

— Ma come siete vissuto voi finora?

— Con una libbra di cioccolato che avevo nascosto e con due merluzzi secchi che mi hanno rovinato i denti, tanto erano duri.

— Senza tenda e senza fuoco?

— Colla mia sola pelle di bisonte.

— Nella capanna non vi sono adunque più viveri? chiese Wilkye, con voce sorda.

— Forse una testa di foca, che nessuno volle mangiare.

— E non sono più tornati i marinai?

— Ci hanno abbandonati.

Una rauca imprecazione uscì dalle labbra di Wilkye.

— Maledizione sui vili!... esclamò. Cosa accadrà ora di noi?... Quale sorte ci attende?... Dovremo morire adunque sulle sponde di questo continente, ora che abbiamo scoperto il polo?... Dovrà rimanere sepolto questo grande avvenimento?... No!... Lotteremo fino all’estremo, se sarà necessario c’imbarcheremo su di un banco di ghiaccio e cercheremo di raggiungere la Terra del Fuoco. Blunt, Peruschi, Bisby, amici miei: avanti verso la costa!... La fortuna arride agli audaci!...

CAPITOLO XXVII.

Il ritorno.

Malgrado che la situazione già disperata di quegli uomini si fosse aggravata per l’abbandono dei marinai americani ed un disastro più tremendo li minacciasse, (essendo ormai sfumata la speranza di trovare ancora dei viveri alla capanna), pure non si perdettero ancora d’animo.

Wilkye li guidava, Wilkye si preparava ad affrontare coraggiosamente l’avverso destino, e l’energia di quell’uomo aveva rialzato il morale di tutti quei disgraziati. Volevano anch’essi lottare fino all’estremo delle loro forze, prima di cedere.

Fu deciso di abbandonare il primiero progetto, ora che alla capanna altro non potevan trovare che un ricovero, e di tentare di raggiungere, colla maggiore celerità, la costa più vicina, nella speranza di trovare sulle spiagge delle foche e degli uccelli marini.

Si divisero in due drappelli: il primo comandato da Wilkye era composto di Blunt e Bisby il quale malgrado tante sofferenze era ancora valido, e di due dei più robusti marinai; il secondo comandato da Peruschi comprendeva Linderman e tutti gli altri più o meno invalidi.

Il primo doveva affrettare la marcia per procurare i viveri; il secondo doveva avanzare in proporzione delle sue forze.

Alle 4 pom. Wilkye ed i suoi compagni lasciavano l’accampamento portando con loro un pezzo di foca bastante a nutrirli per due giorni e si slanciavano a passo accelerato verso l’ovest. Poco dopo ripartivano gli altri colla slitta sulla quale erano stati deposti due marinai che non potevano reggersi in piedi, e la lettiga sulla quale si trovava Linderman, che ormai era pazzo e pazzo furioso.

Il freddo avendo gelato la neve, favoriva la marcia, e se non si scatenava qualche altra bufera, il primo drappello poteva raggiungere la costa in tre giorni, non essendovi da attraversare che una distanza di centoventi miglia.

Alle 9 di sera Wilkye fece fare una fermata per dare riposo ai suoi compagni, ma alle 10 ripartivano mantenendo il passo accelerato.

Non si accamparono che alla mezzanotte, dopo d’aver percorso ben quaranta miglia in sei ore. Alle otto del mattino, dopo d’aver assaggiato un pezzo di foca, riprendevano la corsa.

Il mare non doveva essere lontano. All’orizzonte si scorgevano delle alture e di quando in quando si vedevano apparire, verso l’ovest, alcuni punti neri che dovevano essere uccelli.

Fu una corsa furiosa: non camminavano, correvano come se fossero inseguiti. Wilkye, sempre dinanzi a tutti, dava l’esempio.

Alle 6 di sera sole venti miglia li separavano dalla costa. Il vento portava fino ai loro orecchi le cupe detonazioni dei ghiacci galleggianti.

Erano sfiniti, ma non si arrestarono ancora: una volontà irresistibile li spingeva innanzi. Alle nove di sera, nel momento che il sole scompariva sotto l’orizzonte, salutavano l’Oceano con un _urràh_ fragoroso.

Stavan per precipitarsi attraverso ai ghiacci per piombare in mezzo alle bande di pinguini che colà nidificavano, quando si udì Blunt a gridare:

— Una nave!... una nave!...

Non si era ingannato. Una nave a vapore scendeva dal nord lungo la costa, speronando furiosamente i ghiacci galleggianti che le sbarravano il passo.

— Scaricate i fucili, presto!... gridò Wilkye fuori di sè.

Non vi era bisogno. L’equipaggio della nave li aveva già scorti agli ultimi bagliori del tramonto e li salutava colla bandiera e con un colpo di spingarda,.

Chi erano quei generosi che accorrevano a salvarli? Da dove venivano? Come si trovavano colà?...

Non importava, pel momento, il saperlo. Due grandi scialuppe erano state calate in mare ed arrancavano verso la costa, aprendosi il passo fra i ghiacci galleggianti.

In dieci minuti approdarono, e due uomini s’arrampicarono sulla costa, gridando:

— Signor Wilkye!... signor Blunt!... signor Bisby!...

— Per centomila quintali di carne salata!... esclamò il negoziante. — I birbanti sono ritornati!... Che i miei pranzi abbiano fatto effetto? Sfido io! Nessun altro cuoco poteva farli migliori e più abbondanti!...

— Voi!... esclamò Wilkye, al colmo dello stupore. Ma dunque non ci avevate abbandonati?

— No, signore. Avrete potuto supporlo, ma non crederci capaci d’un simile tradimento. I viveri stavano per mancare in causa della eccessiva prodigalità del signor Bisby...

— Mariuoli! esclamò il negoziante. — A udir loro, ho mangiato tutto io!...

— Ci siamo imbarcati prima che mancassero del tutto sperando d’incontrare qualche nave baleniera che venisse in vostro soccorso. Avremo forse commessa una cattiva azione abbandonando il signor Bisby; ma col suo formidabile appetito ci avrebbe consumate le poche provviste in quattro giorni.

— Quella nave dunque è?... — chiese Wilkye.

— Una baleniera americana montata da nostri compatriotti.

— Grazie, amici; ci salvate da una tremenda catastrofe.

— Signor Bisby, dissero i marinai, — non ci serberete rancore per la nostra mala azione?

— Ma che!... esclamò il negoziante. — Qui, sul mio cuore, miei bravi marinai, ma a condizione di pregare il cuciniere di bordo d’allestire un pranzetto per trenta persone. Che diavolo!... Ho ben diritto d’ingrassarmi un po’, ora che sono diventato magro come un’aringa affumicata.

— A bordo, disse Wilkye. — Bisogna inviare soccorsi al secondo drappello.

Venti minuti dopo Wilkye ed i suoi compagni giungevano a bordo della baleniera l’_Hudson_, del dipartimento marittimo di Norfolk. Il capitano Klemer, un buon bostoniano, proprietario della nave, fece la più ospitale accoglienza agli intrepidi suoi compatrioti ed ai superstiti della spedizione inglese.

Informato che il secondo drappello si trovava ancora sul continente ed in critiche condizioni, organizzò tosto una spedizione di soccorso composta di otto marinai muniti di viveri, di una piccola farmacia, di parecchie bottiglie di succo di limone e di vino generoso pei colpiti dallo scorbuto.

Wilkye e Blunt si misero alla testa del drappello ed il giorno dopo incontravano Peruschi, Linderman ed i marinai inglesi. Quei soccorsi giungevano a tempo, poichè quei disgraziati erano già alle prese colla fame.

* * *

Due giorni dopo l’_Hudson_, che aveva terminata la campagna di pesca e che aveva completato il suo carico d’olio di balena e di elefanti marini, filava a tutto vapore verso il nord, portando con sè gli avanzi della spedizione anglo-americana.

Il 16 aprile gettava l’ancora a Norfolk, all’imboccatura del profondo golfo di Chesapeak ed il giorno seguente Wilkye, Bisby, Peruschi, Blunt, Linderman ed i marinai inglesi s’imbarcavano su di un battello costiero e scendevano a Baltimòra.

Il loro ritorno fu un avvenimento. I membri della Società geografica e le Autorità, già avvertite telegraficamente, li attendevano sul _quai_ e li condussero trionfalmente alla sede sociale, dove era stato allestito un banchetto per solennizzare la scoperta del polo Australe.

Wilkye dovette narrare a sazietà le avventure, le fatiche, i patimenti sofferti in quelle lontane regioni delle nevi e dei ghiacci; Bisby invece si accontentò di mangiare a crepapelle per sei ore continue, sperando di fare ancora una discreta figura fra i membri della Società degli uomini grassi di Chicago.

Il Governo dell’Unione Americana, orgoglioso per la grande scoperta, non dimenticò gli eroi della spedizione polare, e decretava a Wilkye ed ai suoi audaci compagni, onori, ed una lauta pensione annua.

Wilkye, che al par di tutti gli esploratori polari, sembra invaso dalla nostalgia dei ghiacci, sta ora maturando una grande spedizione nei mari Artici per tentare anche la scoperta del polo boreale. Vi riuscirà? Lo sapremo forse un giorno.

Linderman, che è stato ricoverato in una casa di salute, è più pazzo che mai. Il disgraziato sembra perseguitato da una fissazione, da un odio profondo contro il suo generoso rivale che lo ha salvato da una catastrofe completa. Violenti furori lo assalgono sempre, specialmente quando Peruschi, Blunt o qualcuno dei suoi marinai vanno a visitarlo. Guarirà?... I medici ne dubitano fortemente.